Le scarpe di zia Ida

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“Come ho potuto commettere un simile errore?”
Quando ha aperto la porta, la zia mi ha visto con i calzoni calati, il cazzo ancora duro che cercavo di nascondere, appena sfilato da una delle sue scarpe.
Ero sicuro di aver chiuso la porta. Invece, per la fretta di fiondarmi ad annusare le scarpe di zia Ida, non ho controllato di aver girato la chiave.
Mi trovavo nell’antibagno della sua casa. Qualche geniale progettista aveva ritenuto che anche i bagni delle case private dovessero essere forniti di antibagno, per qualche oscura ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi. Il bagno di casa mia aveva avuto lo stesso triste destino. Il risultato di tanto mal riposto genio consisteva nel fatto che qualunque ospite, prima di entrare nella toilette di una delle nostre case, dovesse attraversare uno stanzino in cui si trovava, nella migliore delle ipotesi, il cesto dei panni sporchi e la lavatrice. Nella peggiore, una confusione di biancheria sporca sparsa ovunque, essendo le famiglie dotate di numerosi figli adolescenti.
Nel antibagno della zia, poi, troneggiava una scarpiera. Curioso come sanno essere tutti i ragazzi, e io forse più della media, avevo già sbirciato in giro per la casa, incluso un ripostiglio nel seminterrato in cui avrei passato le ore, e che conteneva anche la collezione di dischi di mio padre e dei suoi fratelli. Ancora rimpiango di aver lasciato lì, per fare chissà quale oscura fine, un 45 giri originale dei Deep Purple e il preziosissimo Hot love di Mark Bolan insieme ai T. Rex.
Un po’ meno rimpiango lo sganassone che presi dallo zio quando mi trovò lì, immerso nella polvere, rimproverandomi di infilare in naso anche in culo a qualche santo di cui non ricordo il nome.
Quel giorno, in una delle tante occasioni in cui la famiglia si riuniva, avevo lungamente sognato guardando ciondolare il piede di zia Ida seduta, gambe incrociate. Il piede lasciava penzolare uno zoccolo di legno. Non penzolava, invece, il mio cazzo talmente duro da far negli slip e causandomi non pochi imbarazzi nei movimenti. Poco alla volta il mio pensiero si era focalizzato sulla scarpiera, in cui avevo adocchiato varie paia di scarpe della zia, fino a diventare un’ossessione. Andato in bagno per la terza volta, sorridendo forzatamente a qualcuno che aveva fatto qualche battuta sulla tenuta del mio intestino. Avevo trovato finalmente il coraggio di impadronirmi delle preziose calzature, superando gli immensi sensi di colpa che mi avevano paralizzato nei precedenti due tentativi.
Chiuso – almeno così credevo – nel bagno, avevo preso una delle décolleté come una reliquia. La tenevo in mano come se fosse di vetro. L’avvicinai al naso. Fui avvolto da un delicato odore di piedi che immediatamente mi fece andare il sangue alla testa. La mia mano corse ad aggiustare il cazzo negli slip, liberandolo verso l’alto. Superate le iniziali esitazioni, poggiai il naso sulla pianta, dove maggiore era il contatto con il piede della zia, e dove una sorta di magnetismo sembrava essere rimasto impresso sulla pelle.
Aspirando a pieni polmoni, incominciai a masturbarmi. Combattuto fra il dilemma di ogni ex chierichetto, di un paradiso dei sensi e l’eterna dannazione dell’inferno a esso susseguente, andai oltre, leccando le tracce di quello che sognavo fosse il sudore dei piedi della mia amata zia. Portai la scarpa all’altezza dell’inguine e infilai il cazzo fra la pianta e i laccetti in pelle. La stavo praticamente scopando, occhi chiusi, sognando ogni centimetro di epidermide della zia che avessi visto da che avessi memoria di me, e di lei. Le sue gambe, con evidenti i puntini rossi della depilazione, che ancora non conoscevo, ma che mi eccitavano e a cui dovevo molti sogni erotici. Il suo décolleté: ero come pervaso dall’illusione che, ogni volta che si fosse chinata in avanti, io sarei stato lì a sbirciare i suoi seni. Il culo, che avevo visto qualche volta al mare. Avevo stampato in mente il momento in cui, alzatasi dalla sdraio, avevo potuto ammirarlo col costume scivolato fra le natiche. Sentivo l’orgasmo arrivare. Pensai che avrei sborrato nella scarpa, tanto poi l’avrei ripulita per bene prima di sistemarla per far sparire ogni traccia del mio passaggio.
Fu in quell’istante che la porta si aprì.

L’erezione scomparve all’istante. La scarpa mi cadde di mano. Cercavo di coprirmi l’inguine, di tirare su i calzoni, in una frenesia di movimenti che mi rendeva ulteriormente impacciato. Lo sguardo severo della zia mi faceva vedere immagini fosche del mio immediato futuro, e drammatiche per quanto riguardava il mio futuro in genere.
Il terrore di essere trascinato davanti a tutti in quello stato per essere messo alla berlina mi paralizzava. Furono pochi secondi, ma vidi scorrere davanti ai miei occhi una tale quantità di immagini che durarono ore, mesi, anni. Mi vidi sbeffeggiato da tutti. Un barlume di speranza veniva in mio soccorso augurandomi che la zia mi mollasse due sberle e non dicesse nulla agli altri, per poi essere subito trascinato nell’abisso: mi vedevo anziano, con un malandato cappotto in cui mi nascondevo più che ripararmi, additato dai passanti “Guardate, è quello che si masturbava con le scarpe della zia!”
Mi si avvicinò, mi afferrò un orecchio e mi tirò su, fin quasi a farmi arrivare all’altezza del suo viso. In pratica ero sollevato da terra. La testa mi scottava. L’orecchio sembrava doversi staccare dal resto del corpo da un momento all’altro. Più di tutto, però, ad avvolgere tutto il mio corpo era la vergogna e i sensi di colpa.
Si avviò verso la porta, trascinandomi; poi, come presa da un pensiero improvviso, si fermò.
“Ho in mente un’idea migliore, per questo porco in nuce.” Credo che disse così: solo più tardi, associai quella frase oscura e minacciosa a un significato che ancora non conoscevo.
Chiuse la porta a chiave, sempre tenendo stretto il mio orecchio. Lo sentivo rovente. Eppure, in fondo alla mia anima, ero contento di questo contatto fisico con la bellissima zia, seppure fosse quanto di più lontano da ciò che avevo fantasticato fino a quel giorno.
“Visto che ti piacciono le mie scarpe …”
Si sfilò uno degli zoccoli di legno e mi lo incollò al viso. Tutto, la vergogna, la paura, il terrore che erano stati i padroni dei miei ultimi minuti, scomparvero dietro una valanga di eccitazione. Inalai l’afrore dei suoi piedi come il più prezioso dei profumi. Prepotente, sentii il cazzo cercare una via d’uscita dagli slip che a fatica avevo tirato su. “Guardatelo come si eccita, lo sporcaccione!”
“Lecca!” Eseguii, più grato che impaurito, ormai. Tutto quanto era stato orrore divenne sogno. Mi vidi nelle pose più stravaganti in giro per il mondo al suo braccio, suo fedele amante, servitore e padrone. Con la calzatura premuta sul naso, ero in cima al mondo. Leccavo e annusavo.
Fui tentato di portare una mano all’inguine, ma mi trattenne il suo sguardo ancora severo. Fu lei a sorprendermi: posò il piede sul mio slip e lo mosse in su e in giù. Bastarono due movimenti e sentii le gambe cedere. Sborrai, bagnandomi il cotone e in parte il ventre. Fui costretto ad appoggiarmi al muro. L’allontanarsi dello zoccolo dal suo viso e l’arrivo fulmineo di una sberla fu tutt’uno, ma non ero in condizioni di notare la differenza. Credo, anzi, che non fece che aumentare il mio benessere, facendo scomparire i sensi di colpa che incominciavano ad affiorare mentre diventava palpabile l’umidità in cui mi sentivo avvolto. Aprì la porta e sparì, senza aggiungere una sola parola.

Più tardi, quando mi ero opportunamente ripulito, fatto sparire in qualche pattumiera gli slip sporchi, lavato abbondantemente il viso con acqua fredda onde attutire il rossore e il bollore ancora padroni di me, feci la mia timida ricomparsa nel salone, dove stava per essere servita la torta di pan di Spagna a strati, ricoperta di panna. Era davvero panna: non erano ancora venuti i tempi degli ossimori come la “panna vegetale” o la “pelle sintetica”.
Vidi la zia seduta accanto allo zio. Dalla posizione in cui mi trovavo, ero l’unico a poter vedere la sua mano infilata fra le cosce del marito, ondeggiare leggermente. Osservavo la scena con segreta soddisfazione. Sentivo con certezza di avere una parte di merito in ciò che stava accadendo e in ciò che sarebbe accaduto più tardi. Soddisfazione, tuttavia, che combatteva aspramente con pugnalate di gelosia.

Chez Zia Dora

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Ora mi metto a piangere.
“Non usciamo più, non ne ho più voglia.” Dopo aver passato più di un’ora per truccarci e vestirci, Abby e io, Penny – le nipotine di Zia Dora – dopo essere riuscite a diventare due troie capaci di spillare 50 euro a qualunque maschio (se ce lo avesse ordinato), la Zia si è abbandonata in poltrona, una gamba sul bracciolo e guarda il televisore spento. Sento che basterebbe un niente per far sgorgare copiose lacrime dai miei occhi. Invece arriva il suo ordine perentorio.
“Passami il telecomando.” Il segno del potere. Glielo porgo. Neppure mi guarda mentre lo prende dalla mia mano. Fa zapping finché non si ferma su una partita di calcio. Dev’essere qualcosa di importante, a giudicare dal tono del commentatore e dal frastuono dello stadio. Se non avessi avuto sufficienti ragioni per odiare il calcio, adesso ne ho una in più.
Sono seduta a terra, con le gambe incrociate, come una bambina imbronciata. Abby finge di cercare un libro nella biblioteca.
Il silenzio fra di noi è assordante quanto i boati dei tifosi. Chissà cosa le è preso. Il fatto è che nessuno di noi due si azzarderà a chiederglielo, sebbene il mio disappunto sia evidente.
Dopo un po’ – ogni tanto la guardo di sottecchi, – la vedo sbadigliare mentre si tocca fra le gambe come se ci tenesse il pacco. Oggi, stranamente, ha indossato una gonna. Continuando a guardare la tv: “Vieni qui, vieni a leccarmi la fica.”
Scomparso il malumore, mi alzo a vado verso di lei. Che, senza neppure girare la testa verso di me, mi ferma: “Non tu. Abby, vieni qui.”
Adesso la odio. Smetto di guardarla, con intenzione, mentre posso immaginare quello che sta succedendo: Abby si accuccia fra le sue cosce, lei solleva la gonna lasciandola ricadere sulla testa della nipotina, con due dita sposta gli slip e le intima di leccargliela. Gli slinguettii di Abby fra le sue cosce sono irritanti. Ho chinato la testa e mi guardo le scarpe.
Per un po’ mi distraggo a guardarle. Sono davvero belle. Delle décolleté che mi fanno sembrare il piede bellissimo. Sembrano piedi di donna. Sono sicuro che, se camminassi così per strada, gli uomini impazzirebbero per me. Risalgo con lo sguardo alla caviglia, i polpacci muscolosi il giusto, le cosce depilate. Sollevo la corta gonna e guardo dove finisce l’autoreggente, la carne premuta dall’elastico – l’ho sempre trovata molto sexy, e ora mi sto eccitando a guardare le mie stesse gambe – non resisto, sollevo la gonna e guardo il mio cazzo gonfiare gli slip rosa di pizzo.
Un gemito di Zia Dora mi riporta alla realtà. Si è alzata in piedi, adesso, e offre la fica da leccare ad Abby. Non le vedo la testa, ovviamente, coperta dalla gonna. Zia Dora preme entrambe le mani sulla nuca di Abby, che quasi soffoca fra le sue cosce, ma non smette di succhiare e leccare.
Guardando la scena, mi sorprendo a deglutire. Come se mi stesse leggendo dentro, come sempre, d’altronde, Zia Dora mi ordina di avvicinarmi. Solleva la gonna sul culo, allontana un attimo Abby, fa scivolare gli slip a terra, se ne libera con un calcio e mi dice, con un’autorità che non ammette repliche: “Leccami il culo, troia.”
Non mi faccio pregare. Prima che abbia finito di pronunciare la frase, sono in ginocchio dietro di lei. Dopo qualche secondo in cui resto in adorazione del culo più bello del mondo, affondo la testa fra le sue natiche. Premo il naso contro l’ano, aspiro a fondo tutti i suoi odori: quello che emerge è un leggero sentore di ammoniaca. Inspiro fino a farmi scoppiare i polmoni. Le mani sui suoi quadricipiti, sto adorando e odorando quel culo. Le mie braccia si incrociano con quelle di Abby, che slinguetta sulla fica. Ho dimenticato l’invidia di poco fa, e mi ritrovo ad abbracciare la cuginetta, mentre la mia lingua lecca le gocce di sudore che imperlano l’incavo fra le natiche di Zia Dora, e poi scende giù e leccarle il buco del culo. Spingo la lingua come se volessi penetrarla, muovo la testa sotto la gonna, scendo e risalgo, annuso, respiro, lecco e lucido la pelle della mia padrona. La mani di Zia Dora, adesso, premono su entrambe le nostre teste, tenendoci schiacciati sulla fica e sul culo. Le ginocchia mi fanno male, ma non mi sognerei mai di dirlo. “Sì … brave, continuate così …”. Il suo incitamento ci rende ancora più frenetiche. Ogni tanto ci scambiamo un furtivo bacio, ma solo perché sappiamo di farle piacere, e poi affondiamo di nuovo fra le sue cosce. Abby è un vero portento con la lingua – ne so qualcosa, e chi mi ha già letto ne ricorda qualcosa – tanto che il respiro di Zia Dora diventa un rantolo, sotto i suoi colpi. Muove il bacino frenetica, ora, e mi arrivano dei colpi dal culo sul viso, sui denti. Quando le mani lasciano le nostre teste per portarsi sui seni, so che sta per arrivare l’orgasmo. Intensifico il mio leccarle il culo. Le mano di Abby nelle mie, siamo incollate al suo bacino, e le nostre teste danzano seguendone il ritmo, mentre Zia Dora gode senza freni.
Prima che il suo respiro torni normale, però, ci afferra per un orecchio e ci tira su, facendoci scivolare lungo il suo corpo. “Fatemi vedere cosa sapete fare con quei cazzetti.”
Ho il cazzo durissimo. Lo spingo fra le natiche, in su, simulando la copula. Abby, davanti, glielo struscia fra le cosce, e poi lo spinge dentro, fino alle palle. Le sento sfiorare le mie, quando affonda.
Vorrei poter fare lo stesso, ma in questa posizione è impossibile. Abbraccio Zia Dora e Abby, e continuo a strusciare il cazzo all’insù fra le sue natiche. Abby le lecca i seni, intanto, senza smettere di pomparle nella fica. Inspiegabilmente, tutta l’umiliazione di poco fa, tutta la devozione che ho per Zia Dora e tutta la mia frustrazione mi esplodono in petto tutte insieme e mi ritrovo ad adorarla. Afferro i suoi seni con le mani aperte, affondandoci le dita e schiaccio la testa contro la sua schiena. E’ il paradiso. Il mio culo non smette di muoversi e sembro davvero il suo cagnetto che si sforza invano di montarla. “Se sborri senza il mio ordine, ne subirai le conseguenza, Penny. Lo sai, vero?”
Lo so, lo so. Senza smettere di muovere il culo come una puttana, senza smettere di strusciarle il cazzo fra le chiappe, l’abbraccio ancora più forte.

Zia Dora

tumblr_n3vipsrHSU1r7o08ho1_500Faccio un passo indietro per guardarti. Sei uno splendore: una vera puttana d’alto bordo; una vera zoccola in tailleur. Non resisto: ti sfioro una guancia col dorso della mano – non vorrei sciupare quel trucco che ci è costato tanta fatica! – ti sfioro il busto, per concludere accarezzandoti il fianco fasciato da una minigonna da manager rampante, sotto il cui orlo occhieggiano le autoreggenti.
Ora tocca a me, però. Infilo i collant. Li preferisco alle calze: mi fa impazzire sentire il cazzo duro premuto dal nylon contro il ventre. Mi aiuti ad allacciare il reggiseno imbottito. Ne approfitti per darmi qualche bacio sul collo, come aperitivo. Piego la testa di lato per sentire il contatto con la tua guancia. Faccio risalire lungo le cosce una minigonna di stretch, sculettando. Infine indosso un golfino talmente aderente che non resisto a lisciarmelo con entrambe le mani. Seduto, lascio che sia tu a truccarmi: un fondo di fard sulle guance. Ti sbizzarrisci con gli occhi, esagerando, a mio avviso. Ma è di relativa importanza, visto che devo piacere soltanto a te. Sono io a darmi il rossetto, tocco finale. Umetto le labbra, per distribuirlo in modo uniforme, come ho visto fare tante volte a tante donne. Infine la parrucca: una lunga parrucca nera di cui mi sono innamorato appena l’ho vista in vetrina. Mi sento zoccola. Ancora di più quando mi passi lo specchio. Però, che gnocca …
Quasi all’unisono, le nostre teste si voltano verso il divano, dove “zia” Dora fuma una sigaretta, con una piega al lato della bocca che fa pensare a un sorriso. Ci ha sorpresi entrambi, quando si è presentata vestita da uomo, quando ci aspettavamo una tuta di latex e il frustino.
“Baciatevi, troiette!” Adesso il suo sorriso è evidente, mentre fuma languidamente, con le gambe accavallate. In giacca e cravatta ha un aspetto ancora più da padrona, devo ammetterlo.
Quasi mi dispiace rovinare il rossetto, mentre la mia bocca si avvicina alla tua. Le nostre lingue si rincorrono, si trovano, si lasciano per ritrovarsi ancora, prima nella tua bocca, poi nella mia. Ti arpiono il culo con le mani. Hai un bel culo, femminile. Ti bacio con foga maggiore, pensando a come mi piacerebbe incularti, se “zia” mi concederà di farlo; se “zia” non vorrà farlo lei stessa.
Ci stringiamo. Sento la pressione del tuo cazzo duro contro il mio, attraverso la stoffa. Ti bacio il collo, mentre ti sbottono la giacca del tailleur. Infili la mani sotto la mia gonna, facendomi sentire un brivido nuovo, quando mi accarezzi le cosce e il culo sulle calze. Il mio cazzo pulsa, il cuore ancora di più. Credo di essere rosso in viso, ho caldo. Per riflesso, spoglio te. Ti libero della giacca, la butto a terra, poi sbottono la camicetta. Di tanto in tanto sfioro il gonfiore del tuo cazzo attraverso la stoffa della gonna, infilo la mano sotto per provare il delizioso contatto con la tua pelle dove finisce la calza autoreggente. Dora si alza, camminando sui tacchi. Ci gira intorno. Ti pizzica il culo, stringendo i denti. Il suo viso è teso. Mi accarezza la testa, poi mi tocca il culo. Infila una mano sotto la gonna, da dietro, fino ad avere tutto il mio pacco in mano. Chiudo gli occhi, trattenendo il respiro. Vorrei morire così, nelle sue mani. Mi riporti alla realtà, quando i tuoi denti si chiudono intorno a un mio capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, nella mano di Dora. Che mi bacia il collo, mentre i miei abiti continuano a cadere per terra, per opera tua. Ti sfilo il reggiseno, dopo averti liberato della camicia. A mia volta ti bacio il petto, ti lecco i capezzoli, scendo con la bocca fino all’ombelico. Ti sbottono la gonna, te ne liberi sculettando. Resti con addosso solo le calze e gli slip. Mi chino a leccartelo, dove il cazzo preme contro la stoffa. Dora è dietro di me, strusciandosi contro il mio culo, dopo avermi sollevato la gonna. Godo sapendo quanto ciò la fa godere. Infilo una mano dentro i tuoi slip di pizzo e libero il cazzo. Lo sento mio, duro e lucido nella mia mano. Lo bacio, mentre mi accarezzi la testa. Scopro il glande, lo lecco. Apro la bocca e lascio che le mie labbra lo avvolgano, alzando gli occhi per osservare la reazione sul tuo viso. Chiudi gli occhi e inarchi la testa all’indietro. La mano stretta alla base del cazzo, ti spompino per bene, mettendoci tutta la passione di una novizia. Succhiartelo mi piace sempre di più, sentire il tuo odore di maschio nelle narici, la prima goccia di sborra sulla lingua, il calore della tua carne in bocca …
Le mani di Zia Dora addosso, sul culo, sulla schiena, sulla nuca, sul cazzo. Spinge un dito nel mio culo, mentre sono chino a succhiarti il cazzo. Vedo che fai fatica a reggerti in piedi sui tacchi. Io sto più comodo, in effetti, visto che posso poggiare il culo contro di lei.
“Giù, adesso. Giù entrambe. Voglio vedere come fanno un bel 69 le mie due cagnette.”
Sembravi non aspettare altro. Io mi adatto al tuo corpo che si stende a terra, riprendendo prontamente il tuo cazzo in bocca. Tu cerchi il mio: mi abbassi i collant e te lo fai scivolare tutto in bocca. Sento la cappella sbattere contro il tuo palato. Per un attimo ho paura di sborrare subito, troppo presto. Mi frena il pensiero di quanto farei contrariare Dora, che adoro soddisfare. Sono riportato alla realtà dal rumore di una cerniera. E’ lei, che si apre i pantaloni. Li sfila, togliendo anche i boxer – anche quelli aveva indossato! – si mette sui nostri corpi a gambe larghe, e ci irrora di urina calda. Si muove in avanti, per non scontentare nessuno dei due. Scuote il culo, lasciando cadere le ultime gocce. Guardo la sua fica rasata, possente, che mi mette quasi soggezione, ancora umida, mentre Dora dice, in un rantolo: “siete le mie due troie. Vi piscio in bocca…”
Si libera di una scarpa, e mi accarezza il viso con la pianta del piede. Lascio il tuo cazzo per leccarglielo, poi torno a succhiartelo. Sento che sto per sborrare, e sento che anche tu sei prossimo a riempirmi la bocca. Zia mi afferra la testa, mi costringe a mollarti e mi piazza la fica in bocca, da leccare. Sono avvolto dal sapore acre del suo piscio, misto alle sue secrezioni lattiginose, così copiose da sembrare sborra. “Ti sborro in bocca, troia” mi dice, come se mi avesse letto il pensiero. Me la struscia sul naso, sulla bocca, sugli occhi, ancora sulla bocca. Le succhio il clitoride, lecco avido il suo sugo, che continua a secernere come se fosse il vaso di Pandora. Sento la pressione delle sua mani diventare quasi dolorosa sulla mia testa. Mi afferra le orecchie, le sento bollenti. Mentre la mia lingua affonda fra le sue labbra, il suo bacino mi colpisce forte il viso, squassato dalle ondate dell’orgasmo. Sollevo lo sguardo per vedere le sue enormi tette danzare, il suo meraviglioso viso ansimare.
Si riprende subito e ti ordina di sborrarmi in faccia. Ti alzi. Son in ginocchio davanti a te, e ti lecco il cazzo, segandoti. Il tuo corpo si inarca fino al parossismo, il tuo respiro si fa sempre più corto, fino a quando ricevo gli schizzi caldi della tua sborra sugli occhi, che chiudo per riflesso. Zia Dora si siede cavalcioni su di me, godendosi la scena. Con un cenno della testa, ti ordina di andarle a prendere lo strapon sul divano. Lo indossa. E’ un vero maschio, adesso, con quell’enorme cazzo in tiro davanti a sé, con ancora indosso la giacca e la camicia aperte, che lasciano apparire e scomparire le sue maestose tette. Tenendomi sempre ginocchioni, mi sfiora il culo con l’arnese. Ci sputa sopra, e lo spinge lentamente, ma con decisione. Alza gli occhi nella tua direzione: “Succhia il cazzo a questa puttanella, mentre la inculo.” Ho i brividi, seppure mi senta il viso bollente. Quando il cazzo di gomma mi è entrato tutto dentro, la tua lingua saetta intorno alle mie palle. Poi le accarezzi, prendendomi il cazzo in bocca, tutto, fino ai peli. Dora muove in bacino con ritmo sempre più veloce, e tu sembri sincronizzarti con lei. Chiudo gli occhi, mentre il pavimento sembra sprofondare sotto i miei piedi, riempito da Zia Dora mentre riempio la tua bocca …