Viva voce

viva voce

 

Tu lo sapevi fin dall’inizio, dove mi avresti portato.

Fin dalla prima volta in cui hai fissato gli occhi nei miei.

A volte mi chiedo se c’è qualche segnale esteriore da cui si deduce che mi si possa manipolare, visto che, fin dai primi scambi verbali, con me ci provano tutti.

 

“Vorrei vedere una minigonna rossa.”

“Ecco, guardi questa: è bellissima. Stia certo che con questa farà un figurone.”

Ti sto già immaginando ridacchiare silenziosamente. Mi hai costretto a venire a fare questi acquisti mettendoci la faccia. In tasca ho lo smartphone con il vivavoce attivato.

La sfioro con due polpastrelli. E’ così liscia al tocco che involontariamente chiudo gli occhi.

“Sì, la prendo. Vorrei anche uno slip di pizzo nero. Qualcosa di molto sexy …” Una delle due commesse ha le mani appoggiate sul banco, sembra tesa verso il cliente, ma non riesce a essere naturale. Da tutta la sua figura emana un senso di fastidio che automaticamente diventa reciproco. L’altra, quella che mi sta parlando, sembra più empatica, ma forse è solo più brava a vendere.

“… e un reggiseno da abbinarci.”

La ragazza va avanti e indietro, apre cassetti, prende scatole con la cura con cui maneggerebbe delle porcellane di Capodimonte e le poggia sul banco. Apre un reggiseno e uno slip nero.

Non sono del tutto convinto, ma non vedo l’ora di togliermi da questa situazione e li prendo.

“Vorrei anche delle Philippe Matignon nere, autoreggenti. Poi passiamo alle scarpe.”

La ragazza con le mani sul banco non mi sta guardando: è una tomografia assiale computerizzata, quella che i suoi occhi fanno al mio corpo e alla mia anima.

Sto sudando, devo avere il viso rosso e la fronte imperlata. E non è ancora finita. Anzi, il meglio deve ancora venire. Per ogni cosa che prende, la ragazza lascia sul banco più di una misura.

“Un top nero, poi …” Guardo le calze. Quando le tocco, ho un brivido. E stavo sudando …

“Adesso le scarpe .. ne ho visto un paio rosso col tacco alto in vetrina …” Un paio di minuti e appaiono anche le scarpe, proprio quelle che avevo adocchiato entrando.

“Che taglia? Queste sono 37 …”

“Quarantadue” dico in un soffio. La ragazza con le mani sul banco mi sta perforando. Il suo sguardo è solido.

L’altra ha un sorriso che cela a fatica: sta pensando che sta per liberarsi di una misura che non si vende mai. La gelo quando me le porge: “Posso misurarle?”

“C… certo!”

L’altra ha le dita ficcate nel bancone. Se fosse morbido, le sue dita l’avrebbero già sfondato.

Mi siedo sul divanetto, tolgo le scarpe sportive, sfilo i calzini e indosso le décolleté. Mi alzo, faccio due passi incerti. “Sì, vanno bene.”

Tu, stai godendoti tutto lo spettacolo audio attraverso il vivavoce del cellulare. Sono sicuro che ti sia già bagnata.

Vado al banco, mi faccio dare tutto il resto, dopo aver sottolineato che devono essere della mia misura, e chiedo dove sia il camerino. Porto con me lo zaino, dove c’è il resto. Appena dentro, sento le due bisbigliare fitto fitto.

I tuoi ordini erano perentori: devo far sapere alle commesse che gli acquisti sono per me. E’ quella la cosa eccitante. Almeno, per te lo è. Per me anche, ma è soprattutto un severo test per le mie coronarie …

Nel camerino, mi libero dei miei abiti maschili. Indosso le autoreggenti, gli slip, il reggiseno – che riempio con due calzini puliti – poi la gonna, che faccio salire a fatica, sculettando – già mi sento femmina, un po’ … – poi il top. Tiro fuori una parrucca biondo platino, talmente realistica da sembrare fatta di veri capelli. Infine le scarpe. Mi trucco le labbra con un rossetto color “rosso zoccola”, come lo hai definito ridendo mentre me lo porgevi, un po’ di fard qui e là, poi, un bel respiro profondo – devo avere la mano ferma, adesso – matita e mascara. Rinfodero lo specchietto, i trucchi e tutto il resto nello zaino e mi accingo a uscire. Nel camerino, un cazzo di specchio non c’è e mi toccherà esibirmi davanti a quelle due sciacquette. Non ho mai sopportato le commesse: guadagnano una miseria e si sentono delle dive; sbuffano se non prendi la prima cosa che ti propongono, mentre si sperticano in complimenti fuori luogo. Complimenti che si spengono appena mostri di non approvare le loro scelte. Spesso ti parlano male alle spalle; qualche volta anche apertamente. Figuriamoci cosa faranno adesso!

Esco, con lo zaino appeso a una mano, muovendo passi incerti su tacchi così alti. La ragazza che si è occupata di servirmi ha la bocca così aperta che la mascella inferiore è appoggiata sulle sue tette rifatte; l’altra si fa quasi venire il torcicollo per non perdersi lo spettacolo.

Mentre mi guardo allo specchio, unisce le mani, solleva un piede in un gesto che, in altro contesto e fatto da qualcun altro, potrebbe essere delizioso, ed esclama: “Ma sei un amore!”

“Certo”, penso, “certo …”

Quello che vedo nello specchio mi sconcerta. Non sono male, tutto sommato. Quasi mi eccito a guardarmi … Ho il cellulare in mano e penso a te che te la stai godendo un mondo. Ricordo come è nato il tutto e all’improvviso l’eccitazione prende il sopravvento sulla vergogna. Ho un’erezione che vedo premere sulla gonna.

Sculettando, vado al banco a pagare.

“Contanti o carta di credito?”

“Contanti, contanti …” Ci mancherebbe anche che lasciassi loro i miei dati, adesso.

Raccatto lo zaino e mi avvio alla porta, quando mi accorgo di aver lasciato lo smartphone sul banco.

Torno sculettando al banco, prendo il cellulare, poi … infilo la mano nel portafogli, prendo una banconota da dieci euro e la infilo nella scollatura della tipa che non ha fatto altro che guardarmi: “Tieni, carina, comprati un gelato!”

Mi giro sui tacchi e faccio un’uscita da diva.

Tutto era cominciato quando mi avevi fatto indossare i tuoi perizoma: “Dai, è divertente!”

Poi le tue calze, il tuo reggiseno …

Abbiamo appuntamento davanti a un bar. Ti trovo seduta a un tavolo, sorseggiando uno di quei schifosi cocktail che bevi come acqua fresca. Dietro i tuoi impenetrabili occhiali da sole, sono certo che non hai perso un mio passo da quando ho svoltato l’angolo. Solo ora mi accorgo di quanto sia lungo il cammino che ho dovuto fare allo scoperto per attraversare la piazza e arrivare davanti a te.

Mi giro, faccio uno svolazzo – non dev’essere un bello spettacolo, vestito come sono da squinzia di periferia con niente che svolazzi – e mi siedo di fronte a te, a gambe larghe. Scuoti la testa, con rimprovero.

La tua presenza mi aveva rinfrancato e avevo dimenticato di star indossando una minigonna. Di pelle. Rossa.

Invece tu fai scivolare il culo in avanti, infili le cosce fra le mie, facendo sfrigolare le calze le une contro le altre, e mi infili una mano sotto la gonna. Mi sfiori il cazzo che non ha più smesso di essere duro, e mi guardi, con un gesto che adoro, da sopra gli occhiali.

“Che troia …” Mi dici fra i denti.

Sento una stretta all’ano. Forse sono davvero nato per fare la troia, chissà. Mi fai diventare così audace che faccio l’occhiolino a un tipo che esce dal bar del bagno e viene verso di noi. Non mostra di avere un gran cervello, proponendosi con un “Possiamo conoscerci?”, accompagnato da un sorriso a 32 capsule. Il poveretto ordina da bere per tutti. Prendiamo due drink guardando solo il prezzo (che è il più alto del menu), senza avere idea di cosa sia. Io, almeno. Tu, invece, sai sempre tutto. Oltre a sapere sempre cosa farmi fare!

Continuiamo ad armeggiare con gambe e mani sotto il tavolino, facendo arrossire e impazzire il poverino, che sta già pregustando una serata a tre. Ti alzi, invece, mi prendi per mano, mi stampi un bacio in bocca, mi palpi il culo in modo plateale, poi infili la mano sotto la gonna e mi tiri via, urlando un “Grazie, sei stato gentilissimo!” all’indirizzo dello spaesato – oh, lo è, adesso, sapeste quanto! – e filiamo via verso l’albergo.

Lì, poi, mi sei venuta alle spalle, mi hai baciato il collo, sollevato il top per infilarci le mani e infine, mi hai fatto chinare in avanti. A novanta gradi, mi hai sollevato la gonna, strappato gli slip di pizzo nero – accidenti, costavano un botto – e hai inaugurato il tuo nuovo strapon.

A spasso con Zia Dora

zia dora 2

Sono così preso dalla parte, ormai, che quando mi arriva una tua manata in culo, fra chiappa e gonna corta – davvero troppo corta – faccio un paio di saltelli civettuoli in avanti, ridacchiando.
Siamo pronte: zia Dora e la sua nipotina Penny. Andiamo a caricare Abby e facciamo un giro in città. E’ la nostra prima uscita: sono nervoso come immagino che siano le debuttanti prima dell’omonimo ballo.
Resti nella macchina in moto, davanti alla casa di Abby. Vado io a suonare al campanello. Quasi provo invidia, quando mi compare davanti: truccata alla perfezione, lunga parrucca rossa che contrasta con la mia, nera e lucida; minigonna nera e tacchi vertiginosi. Sembriamo due battone che si avviano al lavoro. Tu, zia Dora, guidi come un autista di autobus in vacanza: lentamente, con un aplomb che fa quasi pensare che possa farlo a occhi chiusi.
Quando scendiamo dalla macchina, è buio. Ci incamminiamo verso il centro, Abby e io a braccetto, e tu qualche passo più dietro. Chiunque penserebbe che sei un uomo: le mani in tasca, ci cammini lentamente alle spalle come se ci stessi controllando. Intanto mi godo le correnti d’aria che mi arrivano sotto la gonna e a cui non sono abituato. Guardo Abby camminare stringendo le cosce e indovino che sta pensando la stessa cosa: quando i nostri sguardi si incrociano, infatti, scoppiamo a ridere. Un po’ in falsetto. Ogni passo ci vede più femmine. Mi giro a guardarti con la sicurezza di cogliere dell’orgoglio nei tuoi occhi.
Ci sediamo davanti a un caffè. “Due frullati alle ragazze e una birra per me.”
Accidenti a te, non credevo che ti saresti spinta fino a farmi bere quella roba che non ho mai sopportato. “Ma zia, ehm, zio …”
Il tuo sguardo mi induce a non insistere. Berrò quel maledetto frullato di chissà cosa.
Accavallo le gambe. Le guardo e ho una mezza erezione a guardarle. “Cazzo, che gnocca, sono!”
Il pensiero va a qualche ora prima, quando mi sono depilato. Anzi, mi hai depilato: hai insistito per farlo tu, con la scusa di avere più esperienza, ma ho il sospetto fondato che lo abbia fatto per il piacere di vedermi soffrire. Per un attimo rivedo il tuo sguardo mentre tiri le strisce con i miei peli attaccati, sguardo soddisfatto, più di godimento che di pietà. La mia pelle si arrossava e tu godevi; i miei peli sparivano e tu ti bagnavi, ne sono certo.
Abby allarga le cosce ogni volta che il giovane cameriere si avvicina. Lo faccio anch’io, prima di accavallare con un ampio movimento della gamba. Il poveretto torna verso il bar rosso come un peperone.
Tu, zia Dora, posi le mani sulle nostre cosce, e le fai risalire fino all’inguine. Ci sfiori il cazzo con l’indice, insisti fino a quando lo senti duro, poi torni a bere la tua birra. Dopo un paio di sorsate, decido che il cazzo di frullato ha già inquinato abbastanza il mio corpo e lo lascio lì. Abby sembra gradirlo, invece. A ogni bevuta, anzi, si lecca compiaciuto le labbra, come una che ha appena finito di fare un pompino, ricevendo la tua approvazione.
Pochi minuti dopo, siamo in un disco pub. Abby e io troieggiamo alla grande, facendo rizzare più di un cazzo, e ricevendo proposte che rifiutiamo con nonchalance. Un ragazzo che sembra abitarci, qui dentro, uno di quelli che chiama per nome il cameriere e sembra conoscere tutti, si mette a ballare di fronte ad Abby, che ti interroga con lo sguardo per sapere fin dove può spingersi. Segui il gioco di sguardi, e mi pare di avvertire nei tuoi occhi un lampo di interesse. Spingi il mento in avanti, come un ordine o un consenso. Abby si scatena. Non so se il tipo ha idea che sia un travestito o meno, ma le si incolla addosso e non la molla. Ogni tanto le sussurra qualcosa all’orecchio, e Abby ride come una pazza. Decido di unirmi alla coppia. Ballo – se così può dirsi – strusciandomi addosso al ragazzo. Abby non sembra ingelosita, per fortuna: ci divertiremo. Dopo un po’, prima che il sudore renda difficile ulteriori avvicinamenti, ci avviamo alla toilette. Tu, Zia Dora, non sembri interressartene, stranamente. Appena chiusa la porta del bagno, la mia bocca è incollata a quella del ragazzo, e le mani di Abby armeggiano intorno al suo cazzo, visibilmente duro. E grosso. Glielo tira fuori e incomincia a succhiarglielo. Le mani del tipo mi palpano ovunque. Rallentano per un attimo quando scopre che sotto la mia maglietta il petto è piatto, ma poi riprendono con più lena a palparmi. Mi artiglia il culo e mi attira a se. Gli lecco il petto, gli mordo i capezzoli. Abby spompina alla grande, una mano stretta intorno al cazzo, e tutto il resto in bocca. Sotto la mia gonna, la mano di Raul, così lo chiama Abby, cerca il mio cazzo duro. Lo stringe, mi sega. Allargo le gambe, appoggiando un piede alla porta. Abby si tocca, mentre continua a succhiarglielo. La tua voce arriva da dietro la porta: “Allora, bimbe, non vorrete mica lasciarmi fuori?” Nemmeno per sogno: c’è spazio per tutti, specie per la nostra … pigmaliona, se così può dirsi. Sposti Abby e ti mette a ucchiare il cazzo di Raul. Abby ti sbottona, infila la testa fra le tue cosce e incomincia a leccarti la fica. Mi chino a baciarla, per sentire il suo sapore dalla bocca di Abby. Mi sposto: ti allargo le natiche e lecco il culo, spingo la lingua fin dove posso, lo annuso e poi lo lecco ancora. Lo adoro, quel culo da padrona. Abby, fra le cosce di Raul, ti lecca la fica e, di tanto in tanto mi bacia. Spompini il povero ragazzo che è appoggiato con la schiena alla porta incredulo e sul punto di venire. Ansimi, sotto il gioco delle nostre due bocche. Ci accarezzi la testa, col rischio di farci saltare le parrucche, nel trambusto. Raul ti sborra in bocca. Lo finisci segandolo, spremendo fino all’ultima goccia di sborra. Un po’ ti esce dalle labbra, ma non è certo questo a impeditrti di chinarti a baciarmi. Arrivo alla tua bocca, lasciando che Abby resti sola li giù, e ci baciamo scambiandoci lo sperma in bocca. Ti lecco la bocca, te la ripulisco. Mi sorridi, mi tiri su e mi accarezzi gli slip, dove il mio cazzo sta per esplodere. Sento il rumore della lingua di Abby fra le tue cosce fradicie. Ti sfili una scarpa, liberi il piede dalla calza e lo infili sotto la mia gonna. Premi il cazzo contro il ventre, e continui a segarmi col piede, fermandoti solo per goderti l’orgasmo che ti squassa, mentre stringi Abby fra le cosce, appoggiando la testa sul petto di Raul. Appena ti riprendi, continui a segarmi con la pianta del piede. Sento Raul interporsi fra me e il muro, sollevarmi gli slip e spingere il suo cazzone di nuovo duro fra le mie natiche. Mi spinge delicatamente in avanti e continua a esercitare una pressione crescente sul mio buchetto, finché non glielo risucchio dentro, quasi. Mi seghi col piede a Raul mi incula. Sto per venire, appoggio le mani da qualche parte, non so su cosa. Abby si tira su baciandoci a turno. Il cazzo di Raul mi riempie mentre ti sborro sul piede. Abby, staccandosi dalla mia bocca, dice: “Adesso dove andiamo?”

“Saresti perfetto, come puttana …”

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“Saresti perfetto come puttana …”

Non sono dello stesso avviso. Quello che vedo, sono le mie due gambe pelose fasciate da collant color carne. Il precario equilibrio in cui mi trovo, però, non mi consente di replicare: ho i piedi parzialmente infilati nelle tue scarpe – non ci entrerebbero mai – e i talloni rialzati (12? 14 centimetri? I tacchi di quest’anno …). Soprattutto, però, è un tuo indice che segue il perimetro del mio cazzo incollato al ventre dai collant a consigliarmi di tacere, trattenendo il respiro. Sei in ginocchio davanti a me, una mano poggiata a una coscia e l’altra tesa verso di me, l’indice che sfiora la fine rete di nylon della calza, lì dove il cazzo è preda di due forze opposte: quella dei collant che lo spingono verso il ventre e quella dell’erezione, che lo spinge in fuori. Ora, la mano si sposta dalla coscia per prendere in mano lo scroto. Il mio sesso ha un sobbalzo, subito controllato dal palmo della tua mano che lo preme verso di me. La tua mano va su e giù. Io sono senza forze, cercando di reggermi su quelle scarpe impossibili, le mani appoggiate al muro.

Ti alzi e mi ti strusci contro. Sollevi la gonna, ti sfili le mutandine e le lasci cadere a terra. Un dito fra le cosce – mi sorridi – e poi il dito, lucido, sulle mie labbra. L’odore acre e insieme dolce della tua fica mi avvolge le narici. Non resisto dalla voglia di leccarmi le labbra e di inseguire con la bocca il tuo dito, per leccarlo, per succhiarlo. La gonna alzata,  mi strofini la fica contro il cazzo, rendendo opache le calze, tutto intorno. Mi afferri le natiche, ci affondi le unghie dentro e mi spingi il bacino contro di te, mentre dai un colpo secco del tuo pube. Uno scontro che mi lascia senza fiato, e con la voglia di scoparti sempre più insostenibile.

Invece sei ancora tu padrona del gioco, le tue dita che corrono sul mio petto, che accarezzano i capezzoli, li sfiorano, ci girano intorno e poi li pizzicano con forza crescente, fino a farmi sentire dolore. Un dolore, però, che non fa che eccitarmi ancora di più. Mi lecchi il collo, poi il viso, infine le labbra, che sono piuttosto secche, per quanto mi stai facendo ansimare. Mi spingi la lingua in bocca e ci perdiamo così, per lunghi minuti, i nostri corpi che aderiscono ognuno all’altro, le tue mani dietro la nuca e le mie dietro la tua vita.

Lentamente, poi, mi spingi di lato, mi costringi a girarmi – non è esattamente costrizione, ma non farei nulla per fermarti, nulla che possa interrompere la tua iniziativa e privarmi dell’eccitazione dell’attesa – e tu scivoli piano dietro di me. Sento la pressione dei tuoi seni contro la schiena. Quella umida della tua fica contro le natiche. Ce la strofini contro, sento il culo inumidirsi di te, lo immagino lucido dei tuoi umori.

Le tue mani esplorano, come al buio, una il petto e l’altra il viso. Seguo il passaggio delle tue dita chiudendo gli occhi, dischiudendo le labbra, afferrandoti fra le labbra e poi lasciarti andare libera di scoprirmi ancora.

Mi scopri il culo, liberandolo dai collant, e ci strusci la fica contro con forza, adesso, come se volessi scoparmi. Infili una mano, davanti, fra il nylon e la mia pelle. Trattengo il respiro, fino a quando il cazzo è ben saldo nella tua mano, che si muove dolcemente su e giù.

Sono immobilizzato fra le tue mani, davanti, e il tuo corpo dietro di me. Sempre in precario equilibrio sui tacchi alti delle tue scarpe, sei tu a reggermi. La tua mano si dimena sul cazzo, sempre più forte, il tuo bacino spinge verso il mio culo, su cui sento ormai colare la tua eccitazione. Mi pizzichi i capezzoli, mandandomi in territori inesplorati. Apro e chiudo gli occhi, come alla ricerca di un modo di trattenere l’immagine di questo momento nella memoria, e poi come se potessi sognare, quando sono chiusi, un tempo migliore di questo che stiamo vivendo, che mi stai facendo vivere.

L’altra mano passa dal mio petto, salendo fino al collo, che afferri con forza, rischiando di soffocarmi. Morirei volentieri, così. E infatti, mentre mi sorprendi godendomi sul culo, la fica che mi spinge quasi  … dentro, la tua mano stringe e guida il mio cazzo verso un orgasmo devastante.

Gocce di sborra trasudano lentamente, ma con forza, dai collant.