Il tempo delle H

caffè

Questo racconto è il seguito di MP3, pubblicato qualche settimana addietro, ma può essere letto anche da solo

 

 

“Dopo i quarant’anni, tutti i valori incominciano ad alzarsi; l’unica cosa che dovrebbe alzarsi, invece, incomincia a non alzarsi più!”

I due ridono sonoramente. Nella loro divisa da commessi viaggiatori, abito-camicia-Hogan e tablet sotto al braccio, continuano a parlare come se non avessero bisogno di respirare. Adesso si stanno scambiando informazioni su clienti che non pagano. Uno dei due prende appunti digitando freneticamente sul tablet.

Credevo di essermi distratto dai miei pensieri, quando questi due stronzi mi hanno riportato alle mie preoccupazioni. Gastrite con esofagite in omaggio, PSA: H, colesterolo: H, TSH: H! Ho da poco scoperto che anche la pressione arteriosa è High, accidenti a lei!

Avevo calcolato di dover aspettare un quarto d’ora. Sono passato già quasi venticinque minuti, dall’orario dell’appuntamento. Ho bevuto una lemonsoda, poi ho preso una birra artigianale. Non so cos’altro bere per ingannare l’attesa. Mi do un limite: se non arriva entro mezz’ora, me ne vado. Sì, mezz’ora. Al massimo, quaranta minuti, non uno di più!

Adoro i rumori del bar: il chiacchiericcio dei clienti, il suono dei cucchiaini che girano nelle tazze, le stoviglie che si scontrano e poi sbattono nei lavelli d’acciaio inox, il suono sordo dei filtri del caffè sbattuti, il vapore che sbuffa e le frasi corte dei commessi che servono i clienti.

Sono passati quasi tre quarti d’ora quando la vedo comparire sulla porta. Lo ammetto: non ci speravo più. Continuavo a stare al tavolo per inerzia. Viene dritta verso di me, mi saluta con due baci sulle guance come se ci conoscessimo da tempo, mentre è solo la seconda volta che ci vediamo. Posa il portafogli sul tavolo: “Questo è tuo.”

Lo apro, per pura formalità: so già che dentro non ci troverò che i miei documenti. Lo infilo nella tasca dei pantaloni e le chiedo cosa prende.

Ordino due caffè. Kenon è una garanzia. Per tutto il bar aleggia un profumo di caffè che rasenta la perfezione. La guardo sedersi. Indossa una minigonna di jeans, un top che mette in evidenza i seni, più che coprirli e le immancabili cuffiette nelle orecchie. Mastica una gomma, ma lo fa con grazia.

Sono in imbarazzo, lo ammetto, i rumori del bar, poi, mi costringerebbero a urlare per farmi ascoltare e preferisco tacere. E poi sto incontrando la ragazza che mi ha sfilato il portafogli sull’autobus qualche giorno fa, e questa non è una cosa contemplata dai manuali di conversazione. Arriva il caffè. Lo gusto con un tale piacere che chiudo gli occhi estasiato. Ne bevo sorsi piccolissimi, lasciando che si diffonda in bocca, che solletichi ogni papilla gustativa.

“Buono, vero?”, mi chiede.

“Non credo che possa essere meglio di così”, rispondo.

Mi guarda fisso negli occhi. Di nuovo, come la prima volta sull’autobus, mi costringe a distogliere lo sguardo. “Scommettiamo di sì?”

Allarga le gambe. Con la massima disinvoltura, si infila una mano fra le cosce, la muove un po’, poi la tira fuori, con l’indice puntato. Lo porta nella mia tazzina del caffè, di cui rimane soltanto la schiuma e un fondo colloso, lo intinge e poi me lo posa sulle labbra. Me lo spinge in bocca, fin quasi alle nocche. Mi vergogno così tanto che non riesco ad assaporare, pur sentendo l’odore della sua fica mischiato a quello del caffè. Tira il dito fuori, pulito, lucido della mia saliva, e me lo tiene ancora sotto al naso. Lo annuso e, mio malgrado, chiudo di nuovo gli occhi inspirando a pieni polmoni profumo di fica.

Troppo tardi, guardo in giro per il locale, sperando che nessuno abbia assistito alla scena. Un adolescente, non lontano, abbassa repentinamente gli occhi. E’ rosso come un peperone. Di riflesso, arrossisco anch’io.

“Vediamo che effetto ti faccio …” Mi posa una mano fra le cosce e mi tasta il cazzo, duro, che preme contro i jeans. Resisto a fatica alla tentazione di aggiustarlo. Anche perché, sopra, c’è la sua mano che strofina contro la stoffa. Mi sento in ebollizione. “Mmm, bravo bambino, ma allora un po’ ti piaccio!”

“Vieni, andiamo in bagno …”

Mi trascina verso la toilette del bar. Non mi tiene fisicamente per mano, ma è come se lo facesse. La seguo come imbambolato. So che non dovrei farlo, ma non riesco a non gettare un ultimo sguardo verso il ragazzo dal viso imporporato, che finge di guardare altrove. So già, invece, che ci seguirà con gli occhi fino a che non saremo spariti dietro la porta.

Chiude la porta alle nostre spalle e, senza darmi il tempo di respirare, incolla la bocca alla mia. Si ferma un attimo, prende la gomma da masticare fra le dita, si guarda un po’ intorno e me la infila nel collo, fra la t-shirt e la pelle. Torna a baciarmi con furia, facendomi saettare la lingua in bocca. La cingo, le accarezzo i fianchi, la schiena. Infilo la mani sotto al suo top, non vedo l’ora di toccare quei seni sodi, gonfi, di premere gli indici contro quei capezzoli turgidi che sembrano voler bucare la stoffa di cotone. Si tira su la gonna e si siede sul lavabo. Mi sbottona i pantaloni e mi fa rimbalzare fuori il cazzo. Se lo strofina sulla fica. Lo sento umido, lucido dei suoi umori. Ho le mani piene dei suoi seni, li stringo forte, ci affondo le dita, li massaggio. Le nostre bocche sono incollate, il mio bacino va avanti e indietro per volontà propria, seguendo il cazzo stretto da una sua mano. Le sfilo il top e guardo estasiato i suoi seni. Mi infila le mani nei jeans, affonda le dita nelle mie natiche e mi attira a sé. Le struscio il cazzo sulla fica poi, come se trovasse la strada da solo, scivola dentro tutto, fino alle palle. Si solleva dal lavabo e mi rimane aggrappata addosso. Muove il bacino, io l’assecondo. Sono costretto, a malincuore, a mollare un seno per reggerla. Infilo la mano sotto una sua ascella e la tengo su. L’altra mano resta saldamente aggrappata alla sua tetta: non la lascerei per nessuna ragione al mondo.

I nostri corpi danzano, sempre più frenetici, incollati l’uno all’altro. Mi porta la mani al collo, mi accarezza la nuca, tutto senza smettere di baciarmi e di far ballare il bacino verso il mio. Ogni affondo ha un suono liquido.

Veniamo quasi insieme, gemendo. Il gemito diventa un rantolo, quando le nostre bocche si separano.

Posa i piedi per terra, si riassetta la gonna, dopo che il mio sesso si è sfilato. Recupera la gomma dal mio collo, la mette in bocca e mi sussurra: “Te l’ho già detto che mi piaci?”

Non riesco che ad articolare un misero “Sì”, accompagnato da un sorriso che vorrebbe essere complice, ma forse non è altro che grato.

Apre la porta, esce, la richiude, lasciandomi a ricompormi.

Uscendo, vado a pagare, sapendo che non ci sarà più traccia di lei, a parte le nostre due tazzine che giacciono sconsolate sul tavolo.

Prima di uscire, non resisto dall’annusare per un’ultima volta la mia tazzina.

 

 

Mp3

L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Mary Christmas

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Alle due di notte è già abbastanza difficile centrare la tazza del cesso, cercando di controllare il getto ribelle; farlo mentre arriva il rumore improvviso di uno strappo dal salotto, dove non dovrebbe esserci nessuno, lo rende impossibile.
Sono sceso al piano di sotto a pisciare per non svegliare nessuno, infatti. Tiro su pigiama e slip, raccogliendo un pene che è diventato talmente piccolo per lo spavento da sembrare l’idea di se stesso e mi avvio in punta di piedi verso la stanza da cui è venuto il rumore.
Trattengo il respiro. Sebbene la cosa più ovvia sia che qualcun altro della famiglia sia sceso, magari per mangiare qualcosa, penso alle cose peggiori.
Giunto sulla porta, vedo un’ombra muoversi. Gli occhi ormai abituati all’oscurità, vedono una forma chiara, sferica. L’elaborazione del mio cervello ricollega la sagoma a un culo femminile.
Mi strofino gli occhi, pensando che dovrò smetterla di guardare donne nude su tumblr e che le mie sinapsi stanno celermente degenerando.
Rimetto a fuoco: è decisamente un culo femminile. Da dietro le natiche chiare emerge il resto del corpo, in un vestito rosso. Non so come, avverte la mia presenza, si gira e mi guarda.
“Cosa cazzo avete in questo camino? Guarda come mi sono ridotta!” Accende la luce e mi fa vedere la parte posteriore dei suoi pantaloni strappati, mostrandomi di nuovo quel meraviglioso culo.
“M-ma …” balbetto. Mi interrompe: “… chi sono? Non si vede?”
E prosegue: “Quel cornuto di Claus, mio marito, ieri sera ha preso una sbornia colossale, tanto per cambiare. Ed è toccato di nuovo a me andare in giro a distribuire i regali.”
Sto per dar sfogo a tutto il mio adulto scetticismo quando, raccolto il sacco, lo butta rumorosamente sul divano e mi viene vicino, praticamente alitandomi sul viso.
E’ talmente bella che le parole mi muoiono in gola. Il suo alito profuma come un mattino di sole in campagna.
“A proposito: l’alcool l’ha reso anche impotente,” infila una mano nel mio pigiama, stringendomi il pacco fra le dita, “e ho una tale voglia di scopare che potrei farti male!”
La sua manata sul petto mi spinge per terra, dando concretezza alle parole appena pronunciate. Mi posa un piede sul petto, come se fosse la padrona di casa – e del mio corpo. Indossa gli stivali neri che ci si aspetterebbe da Babbo Natale, alias Santa Claus. Se li sfila, uno per volta, usando il piede opposto per farlo. Infila il piede sotto la giacca del pigiama, sollevandola, mentre sale su verso il mio petto. Indugia con le dita su un capezzolo, poi sull’altro. La guardo mordersi le labbra, mentre si spoglia lentamente. Si piega su di me e, mentre si sfila la parte superiore del vestito, mi avvolge il viso con i suoi generosi seni. Le sue mani continuano l’opera dei piedi, spogliandomi e accarezzandomi. Le afferro il culo, arpionandole le natiche con le dita. Perdo ogni controllo, affondando la testa fra le sue tette, leccandogliele, mordendo e succhiando i capezzoli, strisciando la lingua in su e in giù nell’incavo, e poi leccandogliele ancora. Muove il bacino, strofinando la fica sul mio cazzo ormai durissimo. Lo afferra, solleva il culo e si impala, sollevando il busto.
Le mani aperte sul mio petto, ondeggia selvaggiamente, sfiorandomi di continuo il viso con i capelli. Li afferra e se li porta sulla testa, fermandoli dietro le orecchie. Il suo viso è teso, serio. Di tanto in tanto chiude gli occhi, mordendosi le labbra. Affonda le unghie nel mio petto, mi pizzica i capezzoli facendomi inarcare la schiena di piacere. Sollevo il culo per entrarle dentro con più forza. Ogni contatto è rumoroso, il cozzo di due corpi dimentichi di tutto. La accarezzo lentamente, prima, con frenesia, poi.
Siamo ormai senza controllo quando l’orgasmo mi travolge. Mi guarda fisso negli occhi. Non riesco a capire se rapita o delusa.
Quando sento che anche lei gode, squassata da ondate di piacere trattenute da chissà quanto, opto per la prima ipotesi, orgogliosamente.
Si accascia su di me, esausta. Le accarezzo la nuca, i capelli, assecondando con le mani il suo corpo ondeggiante per il respiro ancora affannoso.
Poco dopo, mentre si riveste, mi chiede: “Dove tiene ago e filo la cornu … ehm, tua moglie?”
Glielo indico. “Reggi qui. Dammi una mano così faccio prima.”
La aiuto. Dopo aver rattoppato alle meglio i pantaloni rossi, apre il sacco dei regali.
Sono ancora frastornato. Il viso mi scotta come se avessi la febbre.
Emerge da chissà quale strato della coscienza il ricordo di mio figlio che indirizza a Babbo Natale una richiesta per la PS4. Il pacchetto che esce dal sacco, però, su cui è scritto il suo nome, è troppo piccolo per contenerla.
“Ci dev’essere un errore: in quella scatola non può starci la playstation …”
“Senti, cocco, se vuoi che tuo figlio abbia regali così costosi, compraglieli. Qui ci sono dei cioccolatini. Io più di tanto non posso!”

“Vieni a salvare mia anima”

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vengo a salvare

“E adesso?”
Ho appena finito di salire i tre gradini dello sgabello – certificazione di qualità del prestigioso TUV tedesco: non vorrei incidenti in questo delicato frangente – infilato la testa nel cappio (anche questo realizzato con corda che usano gli scalatori), la mano sinistra sul nodo, pronto a stringere, quando suonano alla porta.
Il primo impulso è quello di dare un calcio allo sgabello. E alla vita con tutti i suoi dannati problemi. Invece sono costretto ad allentare il nodo, sfilare il cappio, scendere con precauzione dallo sgabello – non è il momento di avere un infortunio – e andare a vedere chi è l’estremo, definitivo rompicoglioni che bussa alla mia porta.
Mi è bastato immaginare che qualche zelante vicino potesse vedermi dal buco della serratura, chiamare aiuto e mandare a monte quanto fatto per la mia uscita di scena organizzata con tanta cura, per convincermi a rimandare il tutto di qualche minuto.
Spero.
Dallo spioncino vedo che è una ragazza.
“Mi scusi, sono la nuova inquilina dell’appartamento accanto. Avrebbe del sale? Mi sono appena trasferita e mi sto accorgendo che sono più le cose che mi mancano che …”
Il mio sguardo, tutt’altro che collaborativo, deve averla scoraggiata a finire la frase.
Senza neppure risponderle, mi avvio verso la cucina per darle il maledetto barattolo del sale. Può prenderselo tutto: a me non servirà più.
Incomincio ad aprire i pensili della cucina ma, inaspettatamente, il barattolo non si trova.
Mi giro, grattandomi la testa. La tipa mi ha seguito. E’ dietro di me, con un’espressione mortificata.
Eppure sono sicuro che, dietro quella maschera, si nasconda una montagna di ironia. Tutta vestita di bianco, lunghi boccoli biondi, due tette che si sollevano ogni volta che inspira, se ne sta lì tutta compunta a guardarmi.
Prende in mano la situazione e si mette a cercare per me, mentre resto imbambolato come un coglione. Che è quello che mi è sempre riuscito meglio, nella vita. Non per nulla avevo appena infilato la testa in un cappio, qualche minuto prima.
Si solleva sulla punta dei piedi, per cercare nei pensili in alto. La sua veste si solleva scoprendole le cosce.
“Niente, qui non c’è. Non ricorda quando l’ha usato l’ultima volta? Dio, sono mortificata, chissà cosa stava facendo d’importante e io la importuno con il mio sale. ”
Il mio silenzio non la scoraggia. Sposta barattoli di qua, sbatte pentole di là, ma il sale non viene fuori.
“Importante e importuno.” Si volta e mi sorride. “Adoro queste assonanze. Lei no?”
Oddio, niente di meglio di una poetessa per mettere fine alla mia miserabile vita. E per farmi convincere vieppiù di star facendo la cosa giusta.
Vieppiù. Ecco, mi ha già contagiato!
Setacciato il piano di formica della cucina, tocca ai ripiani in basso. Si china, girandosi a destra e a sinistra. La sua veste, tirata su dalla schiena, le scopre quasi completamente il culo.
Ho un’erezione immediata, divento rosso in viso e il cuore incomincia a pompare all’impazzata. Spero che non si giri adesso. Vorrei morire dalla vergogna. Questa frase, tutt’a un tratto, riprende ad avere il suo rassicurante significato figurato, abbandonando quello letterale che aveva avuto negli ultimi giorni, e che mi aveva spinto sull’orlo del gesto estremo.
Cristo. Gesto estremo. E’ un binomio di una tale banalità che, quasi quasi, ci ripenso e non mi impicco più.
“Mi sembra di vederlo lì in fondo. Questi mobili ad angolo hanno sempre una profondità spaventosa. Non potrebbe aiutarmi?”
Mi avvicino per allungare un braccio oltre il suo corpicino caldo e sono avvolto dal profumo della sua pelle. Senza rendermi conto di quello che sto facendo, mi ritrovo con una mano che risale fra le sue cosce e le labbra posate sul suo collo. Irrigidisco il collo, aspettandomi un manrovescio che non arriva. Anzi, allarga le gambe e lascia strada libera alla mia mano. Le tiro su del tutto la veste, scoprendole il culo. Ho l’acquolina in bocca. Mi prende l’altra mano e se la porta su un seno. Sono avvolto dalla sua sensualità, chiudo gli occhi e la respiro a pieni polmoni. Si solleva un po’, appoggia le mani sul ripiano di formica della cucina e, senza mollare la mia mano stretta intorno al suo seno, strofina il culo contro i miei pantaloni. La sento gemere. Io sono in ebollizione, non so se sto respirando ancora. Mi viene perfino il dubbio che sia morto e che questo sia il sogno che mi traghetta all’inferno.
La mia mano aperta, intanto è risalita fino al centro del suo corpo ed è spalmata contro il suo sesso, umido, caldo e pulsante. Si gira, mi butta le braccia intorno al collo e mi bacia. La sua lingua nella mia bocca mi sorprende, tanta è la foga. Impiego qualche secondo a ritrovare il bandolo della matassa. Poi la mia lingua si avvinghia alla sua, le mie mani diventano frenetiche nel cercare i suoi seni, nello sbottonare il suo abito che scivola a terra ai suoi piedi. Mi sbottona i pantaloni, mi tira fuori il cazzo dai boxer e se lo preme contro il ventre. La stringo. Sento i suoi seni contro il petto, i capezzoli duri, turgidi, contro i miei. Le mani vanno sul suo culo, lungo la schiena. Si gira e si offre a me. Sotto le sue natiche aperte, il richiamo irresistibile della fica grondante. Incrocia i polsi sul culo, e mi ordina: “Legami!”
Leggendo il mio disorientamento, mi fa un cenno col mento verso il cappio al centro della stanza. Eseguo, come un automa. Sciolgo la corda, le lego i polsi e la prendo così. Tutto il cazzo dentro, fino alle palle. La tengo per i fianchi, poi per le mani, mentre le scopo selvaggiamente. Sentirla gemere – lo fa in un modo che mi manda fuori di testa, un po’ come una bambina – mi rende frenetico. Spingo sempre più forte, sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di lei, che urla di piacere.
Le bacio la schiena e il collo, mentre il mio respiro torna lentamente normale. Le sciolgo i polsi. Si tira su la veste. Mi guarda e sorride. Va al tavolino, prende la lettera d’addio che avevo scritto al mondo, strappa senza leggerla tutta la parte scritta, ne conserva un lembo bianco e ci scrive quello che dev’essere il suo numero di cellulare.
Non sono sicuro di sapere quello che sto facendo quando, con gli occhi fissi nei suoi, mi avvio verso il bagno per lavarmi. Continua a seguirmi, fin sulla porta del bagno. Mi spoglio del tutto, tolgo le scarpe. Lei imita i miei gesti, seguendomi fin sulla soglia della doccia.
Metto un piede sul bordo della doccia, scivolo e sbatto la testa contro la parete. Mentre sento la vita scivolare silenziosamente via da me, vedo il suo corpo farsi etereo, per poi svanire, come una nuvola di fumo. Le ultime due immagini che vedo, sono quella che avrebbe visto chi mi avrebbe trovato se mi fossi ucciso, la lettera sul tavolo e il mio corpo appeso a una corda, e quella che invece vedrà adesso.

Spero che Sergio Caputo non si incazzi.

Il nuovo collare di pelle

collare

Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Vegan!

banana

Mentre vago nell’orto, mi capita spesso di distrarmi: incomincio a guardare il grado di maturazione delle mele, alzo la testa per valutare quante noci raccoglierò quest’anno, mi metto a sbirciare di qua e di là e dimentico cosa stavo facendo.
Accarezzando con lo sguardo le mie coltivazioni, vedo le teste dei carciofi e ricordo cos’ero venuto a fare: a raccoglierne qualcuno per preparare la cena. Armato di coltello, mi infilo fra le lunghe foglie delle loro piante e ne tasto qualcuno.
Sfiorando quelle rotondità, lisce e grosse, mi accorgo che hanno quasi qualcosa di umano. In breve mi intenerisco a tal punto che non ho più il coraggio di tagliarle. Con la coda fra le gambe, scappo come un ladro.
Ripiegherò su una bella bistecca e tanti saluti.
Alcuni minuti più tardi, mentre afferro l’osso a due mani per mangiare gli ultimi pezzi di carne attaccatici, sento la porta aprirsi e mi ricordo della mia ospite!
E’ uno degli inconvenienti di passeggiare nell’orto: si rischia di dimenticare tutto, avvolti come si è nella natura. Avrei dovuto preparare qualcosa anche per lei. Mentre ho l’osso davanti alla bocca atteggiata a sorriso, entra e, senza neppure salutare, mi dice, sarcastica: “Non sapevo che tu fossi un assassino.”
Un sorriso dubbioso mi si è strozzato sul viso, mentre mi chiedevo se stesse scherzando.
“Ti confesso che ho appena rinunciato a un assassinio: ho lasciato vivere un carciofo che mi guardava con i suoi occhioni tristi …”
“Scherzaci, tu: prima o poi voi assassini carnivori dovrete convincervi che avete rovinato il pianeta. Lo sai quanto inquinamento provoca quella bistecca che hai appena finito di mangiare?”
“Se è per quello, credo che la coltivazione della soia da parte delle multinazionali sia molto peggio. Per non parlare poi di come far diventare quei fagioli seitan, tofu e porcherie varie …”
Mi ha interrotto con violenza, urlandomi qualche altra cosa in faccia.
E’ più forte di me, più passa il tempo e meno riesco a tollerare l’intolleranza. Non sopporto più credenti, tifosi, politici e quanti mettono la fede davanti agli uomini.
Ho calato la testa nel piatto e ho taciuto. Lei continuava a snocciolare cifre che avrebbero dovuto farmi sentire in colpa ma che, invece, mi annoiavano soltanto.
Eppure in quei giorni si era creata fra noi una tensione positiva e una complicità che non sapevamo dove ci avrebbe portati.
Tutto crollato su una bistecca.
Trovatasi senza interlocutore, mi ha urlato contro una frase che mai mi sarei aspettato, come se fosse uscita da un pessimo film americano: “Lecca il mio culo vegano!”
Poi …
Poi mi sono sentito in colpa. Io e il maledetto carciofo.
Le ho chiesto scusa. L’ho vista sbollire lentamente.
Le ho sorriso e ho scandito: “Magari …”
Era di fronte a me, gambe larghe e mani sui fianchi. La posa contrastava però con la luce negli occhi, che non era più di aggressività. Mi sono alzato e l’ho abbracciata. Ho sentito i suoi seni premermi sul petto. Il mio cazzo si è timidamente risvegliato. Mi sono lasciato scivolare a terra, ai suoi piedi, e le ho abbracciato le gambe. Ginocchioni, le ho girato intorno, infilato la testa sotto la gonna e le ho davvero leccato il culo.
Dopo qualche secondo, dopo aver lottato con tutto me stesso per non farlo, dopo aver mandato quella cazzo di frase a passeggio per la bocca e per il cervello nel tentativo di non farla uscire, mi sono sentito dire, con voce carica di ironia: “Sa di cicoria”.
Non ho sentito altro che un fruscio, mentre si girava, mi toglieva la gonna dal viso e mi mollava la sberla più forte che abbia preso in vita mia.
La guancia mi bruciava così forte che mi è passata ogni velleità di umorista.
Non sazia, mi ha messo un piede sul viso e mi ha spinto a terra. Sono caduto all’indietro in una posizione piuttosto scomoda, per chi non è allenato: le ginocchia piegate e il corpo steso sulla schiena. Mentre cercavo di riprendere una posizione tollerabile per le mie giunture, mi è saltata addosso. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato fuori il cazzo, sollevato la gonna e incollato la fica sopra. Mi è tornato subito duro. Mi ha letteralmente strappato la camicia. Ha sollevato il bacino, si è impalata sul mio cazzo e ha incominciato una danza forsennata. Le mani strette intorno al mio collo, ho temuto che volesse strozzarmi. Urlando, mi ha liberato il collo e ha preso a schiaffeggiarmi il viso con metodo.
Travolto dalla sua foga, non ho potuto fare a meno di pensare che c’è chi sostiene che mangiare carne renda violenti.
Ho lasciato che questi pensieri restassero tali, però, non azzardandomi a esternarli.
Le sue mani continuavano ad abbattersi sulle mie guance, mentre si è sbottonata la camicia tirando fuori i seni. Me li ha strusciati sul viso, e poi ha piantato le unghie nel mio petto, vicino ai capezzoli.
Non ha dato segni di essersi accorta del mio orgasmo, che è arrivato mentre le sue unghie entravano nella mia carne, subito dopo, continuando a cavalcarmi senza tregua.
Di nuovo le mani strette intorno al mio collo, mi ha morso una spalla fino a farmi urlare di dolore. Mentre urlavo come un agnello ferito, è venuta, coprendo col suo urlo il mio.
Mi si è accasciata addosso. Ansimava, vedevo la sua schiena sollevarsi e abbassarsi su di me. Dove la spalla mi faceva male, sentivo il lenimento di delicati baci. Una sua mano mi accarezzava la fronte.
Si è sfilata dal mio cazzo. Lo ha afferrato con una mano, lo ha stretto e mi ha detto: “Questa è l’unica carne che può entrare nel mio corpo.”

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