Vegan!

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Mentre vago nell’orto, mi capita spesso di distrarmi: incomincio a guardare il grado di maturazione delle mele, alzo la testa per valutare quante noci raccoglierò quest’anno, mi metto a sbirciare di qua e di là e dimentico cosa stavo facendo.
Accarezzando con lo sguardo le mie coltivazioni, vedo le teste dei carciofi e ricordo cos’ero venuto a fare: a raccoglierne qualcuno per preparare la cena. Armato di coltello, mi infilo fra le lunghe foglie delle loro piante e ne tasto qualcuno.
Sfiorando quelle rotondità, lisce e grosse, mi accorgo che hanno quasi qualcosa di umano. In breve mi intenerisco a tal punto che non ho più il coraggio di tagliarle. Con la coda fra le gambe, scappo come un ladro.
Ripiegherò su una bella bistecca e tanti saluti.
Alcuni minuti più tardi, mentre afferro l’osso a due mani per mangiare gli ultimi pezzi di carne attaccatici, sento la porta aprirsi e mi ricordo della mia ospite!
E’ uno degli inconvenienti di passeggiare nell’orto: si rischia di dimenticare tutto, avvolti come si è nella natura. Avrei dovuto preparare qualcosa anche per lei. Mentre ho l’osso davanti alla bocca atteggiata a sorriso, entra e, senza neppure salutare, mi dice, sarcastica: “Non sapevo che tu fossi un assassino.”
Un sorriso dubbioso mi si è strozzato sul viso, mentre mi chiedevo se stesse scherzando.
“Ti confesso che ho appena rinunciato a un assassinio: ho lasciato vivere un carciofo che mi guardava con i suoi occhioni tristi …”
“Scherzaci, tu: prima o poi voi assassini carnivori dovrete convincervi che avete rovinato il pianeta. Lo sai quanto inquinamento provoca quella bistecca che hai appena finito di mangiare?”
“Se è per quello, credo che la coltivazione della soia da parte delle multinazionali sia molto peggio. Per non parlare poi di come far diventare quei fagioli seitan, tofu e porcherie varie …”
Mi ha interrotto con violenza, urlandomi qualche altra cosa in faccia.
E’ più forte di me, più passa il tempo e meno riesco a tollerare l’intolleranza. Non sopporto più credenti, tifosi, politici e quanti mettono la fede davanti agli uomini.
Ho calato la testa nel piatto e ho taciuto. Lei continuava a snocciolare cifre che avrebbero dovuto farmi sentire in colpa ma che, invece, mi annoiavano soltanto.
Eppure in quei giorni si era creata fra noi una tensione positiva e una complicità che non sapevamo dove ci avrebbe portati.
Tutto crollato su una bistecca.
Trovatasi senza interlocutore, mi ha urlato contro una frase che mai mi sarei aspettato, come se fosse uscita da un pessimo film americano: “Lecca il mio culo vegano!”
Poi …
Poi mi sono sentito in colpa. Io e il maledetto carciofo.
Le ho chiesto scusa. L’ho vista sbollire lentamente.
Le ho sorriso e ho scandito: “Magari …”
Era di fronte a me, gambe larghe e mani sui fianchi. La posa contrastava però con la luce negli occhi, che non era più di aggressività. Mi sono alzato e l’ho abbracciata. Ho sentito i suoi seni premermi sul petto. Il mio cazzo si è timidamente risvegliato. Mi sono lasciato scivolare a terra, ai suoi piedi, e le ho abbracciato le gambe. Ginocchioni, le ho girato intorno, infilato la testa sotto la gonna e le ho davvero leccato il culo.
Dopo qualche secondo, dopo aver lottato con tutto me stesso per non farlo, dopo aver mandato quella cazzo di frase a passeggio per la bocca e per il cervello nel tentativo di non farla uscire, mi sono sentito dire, con voce carica di ironia: “Sa di cicoria”.
Non ho sentito altro che un fruscio, mentre si girava, mi toglieva la gonna dal viso e mi mollava la sberla più forte che abbia preso in vita mia.
La guancia mi bruciava così forte che mi è passata ogni velleità di umorista.
Non sazia, mi ha messo un piede sul viso e mi ha spinto a terra. Sono caduto all’indietro in una posizione piuttosto scomoda, per chi non è allenato: le ginocchia piegate e il corpo steso sulla schiena. Mentre cercavo di riprendere una posizione tollerabile per le mie giunture, mi è saltata addosso. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato fuori il cazzo, sollevato la gonna e incollato la fica sopra. Mi è tornato subito duro. Mi ha letteralmente strappato la camicia. Ha sollevato il bacino, si è impalata sul mio cazzo e ha incominciato una danza forsennata. Le mani strette intorno al mio collo, ho temuto che volesse strozzarmi. Urlando, mi ha liberato il collo e ha preso a schiaffeggiarmi il viso con metodo.
Travolto dalla sua foga, non ho potuto fare a meno di pensare che c’è chi sostiene che mangiare carne renda violenti.
Ho lasciato che questi pensieri restassero tali, però, non azzardandomi a esternarli.
Le sue mani continuavano ad abbattersi sulle mie guance, mentre si è sbottonata la camicia tirando fuori i seni. Me li ha strusciati sul viso, e poi ha piantato le unghie nel mio petto, vicino ai capezzoli.
Non ha dato segni di essersi accorta del mio orgasmo, che è arrivato mentre le sue unghie entravano nella mia carne, subito dopo, continuando a cavalcarmi senza tregua.
Di nuovo le mani strette intorno al mio collo, mi ha morso una spalla fino a farmi urlare di dolore. Mentre urlavo come un agnello ferito, è venuta, coprendo col suo urlo il mio.
Mi si è accasciata addosso. Ansimava, vedevo la sua schiena sollevarsi e abbassarsi su di me. Dove la spalla mi faceva male, sentivo il lenimento di delicati baci. Una sua mano mi accarezzava la fronte.
Si è sfilata dal mio cazzo. Lo ha afferrato con una mano, lo ha stretto e mi ha detto: “Questa è l’unica carne che può entrare nel mio corpo.”

Domenica mattina

strapHo fatto un incubo terribile. Sognavo di inculare Bruno Vespa, mentre lui aveva la testa girata verso di me, come una creatura mostruosa. I suoi nei si allungavano per ghermirmi.
Mi sono svegliato in un lago di sudore. Il lenzuolo attorcigliato intorno al corpo, con cui lottavo per liberarmi. Aperti gli occhi, l’incubo non era ancora finito: mi sono accorto che il sogno mi aveva procurato un’erezione. Il mio cazzo campeggiava in mezzo al corpo, quasi fiero di quello che stava facendo mentre dormivo.
Un sapore amaro mi ha riempito la bocca, mentre stentavo a riprendere contatto con la realtà.
Volgendo la testa in giro per la stanza, ho notato la tua rassicurante presenza. Indossavi reggiseno e reggicalze. Un piede posato su una sedia, stavi tirando su la seconda autoreggente, dandomi le spalle.
“Che sogno del cazzo!” ho detto, spostandomi verso di te.
Hai girato la testa verso di me: “Seh, chissà che sognavi, porcone: guarda là!”, accennando col mento verso la mia erezione.
Mi sono alzato e ti sono venuto alle spalle. Ti ho baciato i capelli, strusciando il cazzo contro il tuo culo. Ti ho infilato una mano fra le cosce, trovandoti bagnata. “E tu, a chi pensavi, a Brad Pitt?”
“Certo, sai quanto mi piace!”. Non è vero, non manchi mai di ripetere quanto non ti piacciano i tipi “lavatini” come lui. Che poi, dopo tanti anni, non sono sicuro di aver capito cosa intendi con quel neologismo oscuro.
Già che ci siamo, entrambi arrapati, ti spingo il cazzo nella fica, che scivola quasi risucchiato. Ti poggio le mani sui fianchi e muovo il bacino. Mi godo lo sbattere delle palle contro il tuo culo. Ti appoggi con le mani al comò, spingendo il culo verso di me. Ti bacio la schiena, infilo il naso fra i tuoi capelli e ti annuso. Mi riempio il naso del tuo odore, del sudore che sale dalle tue ascelle, del profumo lieve dei tuoi capelli appena lavati e del tuo alito senza odore che sembra il più bel profumo del mondo.
Le mie mani salgono lungo i tuoi fianchi, li sfioro col dorso, poi li infilo sotto le ascelle a ti abbranco i seni, infilandole nel reggiseno. Me ne riempio le mani. Ti accarezzo i capezzoli, li premo con i polpastrelli, poi giro intorno alle areole dopo essermi leccato gli indici.
Ti sento un po’ rigida, fatto che contrasta con la tua eccitazione di prima. Non so a cosa attribuirlo, ma ormai non sono più in grado di capire alcunché: il mio bacino spinge e il cazzo stantuffa nella tua fica a un ritmo forsennato. Le mani aggrappate ai tuoi seni, il naso fra i tuoi capelli, la corsa del mio bacino è sempre più corta e rapida. Ti sento gemere. Reclini la testa contro di me. Non sono sicuro che sia un orgasmo, ma il mio arriva lo stesso, trascinato dall’idea di venire insieme.
Resto appeso al tuo corpo, mentre ansimo ancora forte, e mentre si affievolisce l’onda di piacere che mi travolge.
Mi accarezzi il viso e mi baci. Poi scivolo sul letto, a pancia in giù.
Mentre riprendo fiato, guardo nello specchio dell’armadio che ho di fronte. Il naso fra le lenzuola ancora umide del mio sudore – mi torna alla memoria lo schifoso sogno di poco fa – ti vedo finalmente in viso, mentre ti giri.
Il mio sguardo scende lungo il tuo corpo, lungo i tuoi meravigliosi seni su cui ancora vedo i segni delle mie mani e poi fa un balzo verso il centro del tuo corpo: uno strapon, un cazzo di gomma legato più su della tua fica. Lo aggiusti, stringendo le cinghie – ora capisco cos’aveva di strano il tuo reggicalze! – e te lo ritrovi sulla fica. Mi guardi il culo.
“Sai qual è stata la prima cosa che mi è piaciuta di te?”
Trattengo il respiro. Provo a scherzare: “il cervello?”.
“No: quel tuo bel culetto da frocio.”
Chiamato direttamente in causa, il mio ano si contrae con forza.
“Rilassati.”
Facile a dirsi. Ho lo sguardo fisso allo specchio. Infili due dita nella fica, prima di coprirla definitivamente, e recuperi una parte del mio sperma. Lo usi per lubrificare il cazzo di gomma.
Non so se sto battendo qualche record, ma sono in apnea da un bel po’. Mi afferri le natiche con le mani, la divarichi e mi ci strusci lo strapon. Lo premi contro il buco. Con una mano mi accarezzi la schiena, con l’altra tieni dritto il cazzo fra le mie chiappe.
“Tranquillo, so cosa faccio.”
Vorrei chiederti come fai a saperlo, visto che con me è la prima volta. Ma penso che una simile domanda in un momento come questo sia la più inopportuna e taccio. Sempre in apnea.
Che i sub si allenino così?
Spingi lenta ma inesorabile. Sento il culo aprirsi a te. Il cazzo è di nuovo durissimo contro il letto e mi fa un po’ male, ma non ho il coraggio di spostarlo per paura di rompere l’incanto.
Non riesco a vedere cosa accade fra le mie chiappe – sebbene ne abbia altri inequivocabili segni dal mio corpo che mi sembra dilatarsi in ogni sua parte – e i miei occhi sono ipnotizzati dal tuo sguardo sereno, deciso che punta sul mio culo. Non riesco a smettere di guardarti gli occhi. Ho la sensazione che non c’è nulla che potrei fare per farti togliere da lì, al punto in cui sei. Spingi ancora e io mi apro di più.
Hai una mano aperta sulla mia schiena, le dita larghe, che ti serve a tenere l’equilibrio mentre mi inculi.
Il tuo strapon è ormai tutto dentro. Gemo, non so se di piacere o di dolore. Non voglio neanche saperlo, voglio solo che duri il più a lungo possibile. Anzi, vorrei che quel cazzo di gomma diventasse di carne e che tu mi montassi selvaggiamente come uno stallone la sua giumenta. La sola idea mi fa venire un brivido.
Col cazzo tutto dentro il mio culo, il tuo baricentro si sposta e non hai più bisogno della mano per sostenerti. Mi accarezzi la nuca mentre mi chiedi, con dolcezza inaudita: “Tutto bene, tesoro?”
“Mgh.” Sollevo il capo per liberarmi dal lenzuolo sulle labbra e riesco ad articolare un sì.
“Sapevo che eri dotato come troia. Non ricordo da quanto tempo penso a questo momento.” Appena taci, il tuo bacino inizia a muoversi per scoparmi meglio il culo. Sembra impossibile, ma sei ancora più arrapata di poco fa. Immagino che sia lo sfregamento sulla tua fica. Un barlume di intelligenza, poi, mi suggerisce che è tutto nella tua testa, che è tutta da lì che parte la tua eccitazione.
Il movimento del tuo bacino diventa una danza. I tuoi seni fluttuano rapendo il mio sguardo.
Gemi sempre più forte. Sembra quasi che il tuo rantolo abbia un timbro maschile. Le tue mani vanno su e giù sulla mia schiena. Una parola esce dalla tua bocca come un mantra: “Troia. Troia. Troia …”
Abbiamo entrambi la sensazione che le tue parole riescano a operare il miracolo di farmi diventare la tua femmina, la femmina del mio maschione che mi incula con forza. Travolto, sborro sul lenzuolo. Non sembri curartene, forse non te ne sei neanche accorta, presa come sei – lo vedo dalla fissità del tuo sguardo sul mio culo – dall’arte inculatrice di cui sembri essere già padrona.
Dall’irrigidirsi delle tue dita sulla mia schiena, dall’entrare delle tue unghie nella mia carne, capisco che stai per godere. Un rantolo animalesco esce dalla tua bocca, mentre un ghigno ti deforma il viso. Vedo una tua mano portarsi a un seno e ti pizzichi con forza un capezzolo.
E urli ancora, definitiva: “Troiaaaaa!”

La casa degli specchi

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“Hai paura?”

Seguita da uno sguardo pieno di malizia e provocazione, questa è una di quelle frasi che lascia poco spazio di manovra. Chi ammetterebbe di averne? Quale maschio, in compagnia di una donna, ammetterebbe di aver paura di entrare nella Casa degli specchi al luna park?

“Ma quale paura! Ero sovrappensiero.”

E’ vero, in effetti: mi ero lasciato prendere dalle fantasie, guardando il mare. Quel colore così indefinito del mare all’imbrunire, quando l’azzurro si confonde nel grigio rendendo difficile distinguere la linea dell’orizzonte, se non fosse per le luci delle barche dei pescatori.

Non sono mai riuscito a guardare il mare a quest’ora, senza pensare alla vita dei marinai, quelli che popolano i romanzi di Conrad o di Simenon.

Mi tieni per mano, tirandomi verso il labirinto degli specchi.

Cerco di andare con la memoria alla mia infanzia per ricordare se ci sono mai entrato. Mica facile! Non riesco a distinguere i miei ricordi da quanto ho visto nei film. Devo ammettere a me stesso che non lo so, se ci sono mai entrato, in uno di quegli affari. Tiro un profondo sospiro di rassegnazione e, rilassando il mio corpo, mi faccio trascinare da te.

“Dai, vedrai che è divertente.”

Difficile guardare la bambina che mi tira per mano con occhi ridenti e pensare che abbia appena compiuto 41 anni.

C’è qualcosa nel tuo sguardo che mi lascia perplesso.

Il sesto senso – so che non esiste, ma mi fa compagnia – mi suggerisce prudenza. Come quando intuisci che si sta tramando uno scherzo alle tue spalle.

Nah, impossibile: siamo lontanissimi da casa, non conosciamo nessuno da queste parti. Destinazione scelta di proposito per non incontrare nessuna conoscenza.

Appena entrati, molli la mia mano, però, e sparisci replicandoti innumerevoli volte, in fogge sempre più contorte. Sento la tua voce farsi più lontana, come se ti stessi dissolvendo in un altra dimensione. L’unica cosa che non cambia è che continui a prendermi per il culo. Ogni tanto le luci si spengono e non vedo più nulla. Dei passi riecheggiano, come se qualcuno stesse correndo. Sembrano i grossolani effetti per terrorizzare gli spettatori dei film horror degli anni Settanta.

Mi sento spaesato, ma sorrido, a beneficio di ipotetici esseri che si stanno divertendo alle mie spalle.

Ora vedo di nuovo. Forse i miei occhi si sono assuefatti al buio. La mia immagine è riflessa in tre specchi. In uno sono io, per come mi conosco; nel secondo, a sinistra, sembro enorme, ingrassato e alto la metà della mia altezza; nel terzo, infine, a destra, sono magro e altissimo.

Mi osservo con curiosità infantile, divertito.

Di nuovo buio. Ho perso le tue tracce, ormai, e non sento più nessun suono. Continuo a camminare a tentoni, sfiorando oggetti freddi. Un lampo illumina il labirinto. Non riesco a focalizzare le immagini davanti ai miei occhi. Mi è parso di scorgere una figura femminile, ma non c’è stato il tempo di mettere a fuoco. Incomincio a sentirmi preoccupato, adesso: nessun suono, nessuna luce, nessuna presenza umana.

Un altro lampo!

Adesso, però, la luce è rimasta. Vedo due gambe femminili, coperte da collant di nylon. Faccio un passo avanti e una gamba viene verso di me. Muovo l’altro piede, e l’immagine fa lo stesso.

Il cuore mi batte nel petto e una velocità preoccupante. Sembra quasi che sia l’unico suono che rimbomba nel locale. Un battito cardiaco sovrasta i miei sensi come una batteria che stia dettando il tempo a un gruppo rock. Ogni movimento che eseguo con le gambe viene ripetuto, simmetricamente, dalle gambe femminili che ho di fronte. Allungo una mano per toccarle e sbatto con le dita contro uno specchio. Uno specchio alto fino al mio bacino. Più su, ancora buio.

Trattengo il respiro, incredulo. In una frazione di secondo, mi rendo conto di cosa devo fare: toccarmi le gambe e tornare alla rassicurante realtà. Semplice, no?

Lo faccio.

La realtà non ha nulla di rassicurante: sfiorandomi le gambe, mi accorgo di star sfiorando due gambe femminili, depilate e fasciate da calze di nylon. Sì, sono calze, non collant, come avevo erroneamente pensato: a una certa altezza, sulla mia coscia, sento chiaramente il segno dell’ispessimento tipico della parte alta dell’autoreggente. Sono in apnea, non so da quanto. Di sicuro, ancora, mentre la mia mano, continuando a risalire lungo il mio corpo, ha incontrato una minigonna. E poi degli slip di pizzo. E poi …

Niente! Dove fino a pochi minuti prima avevo un cazzo, i polpastrelli seguono chiaramente il profilo di una fica. Scosto gli slip e mi accorgo di averla pure bagnata.

Ho sempre davanti agli occhi la sinistra immagine delle due gambe femminili. Non avrei mai immaginato di trovare sinistre due gambe femminili.

Entrambe le mani saltano su, al petto: sotto i palmi, sento due tette che tocco con piacere. E’ quasi rassicurante sapere che il cervello, almeno quello, è ancora maschile, ancora il mio. Indugio a toccarle, più per piacere sessuale che per essere certo che sia vero. Mi sfioro il viso: è liscio. Muovo la testa e segue il fruscio di lunghi capelli, che mi lambiscono il viso. Il mio cuore sembra essersi fermato, la testa si rifiuta di azzardare qualunque pensiero.

Solo le gambe – due belle gambe, devo dire – trovano il coraggio di muoversi. Faccio alcuni passi, e mi ritrovo in una stanza di velluto nero. Nessuno specchio, adesso. Solo un tavolino in mezzo. Mi avvicino, per toccarlo, per avere sotto le mani qualcosa di concreto, di reale.

Senza che abbia avvertito i passi alle mie spalle, sento una presenza dietro di me. Cerco di girare la testa, ma una mano virile mi blocca il mento. Deglutisco, provo a parlare, ma il corpo attaccato a quella mano sibila un autoritario : “Shhhh!”

Le parole mi muoiono in gola.

Una mano mi solleva i capelli, l’altra mi accarezza il collo. Sento due labbra baciarmi.

Mi piace. Chiudo gli occhi, a metà fra la resa e la speranza che, aprendoli, tutto scompaia.

Respiro a fondo. E’ il tuo odore, quello che mi riempie le narici.

Non è il tuo corpo, però: è quello di un maschio quello che mi sfiora standomi alle spalle. Lo avverto dall’altezza, dalla forza delle braccia che cerco a tentoni, e dal rigonfiamento nei pantaloni che mi struscia sul culo. Le tue mani cingono il mio corpo, afferrandomi l’addome, mentre le tue labbra continuano a baciarmi il collo, il viso. Mi mordi il lobo di un orecchio. Reclino la testa all’indietro. Mi afferri le tette e me le stringi forte. Un calore improvviso mi costringe ad allargare le gambe. Mi sollevi la maglietta e infili le mani sotto al reggiseno. Ho caldo, adesso, come se all’improvviso mi si rovesciasse addosso tutto il calore di quella stanza chiusa. Allungo una mano dietro per toccarti, per cercare la tua pelle. Sfioro il tuo viso, con la barba incolta. Ti tocco il petto, al cui centro, una linea di peli scende fino all’ombelico.

Ti spingi verso di me. Mi sollevi la gonna e mi accarezzi il culo. Infili una mano fra le mie cosce, fai scivolare le dita sotto gli slip e ti riempi la mano della mia fica pulsante e bagnata. Muovi le dita, fra le mie labbra, sul clitoride, poi spingi dentro l’indice, fino alla base. Lo tiri fuori, me lo fai leccare. Lo intingi di nuovo, lo lecchi a tua volta, poi lo spingi tutto dentro ancora, e ancora. Divarico le gambe, chino il busto sul tavolino. Il rumore di una chiusura lampo, poi il contatto su una mia coscia della tua carne bollente. Lo sento pulsarmi addosso. Tutto il mio corpo vuole essere posseduto dal tuo.

No, decisamente, non ho più nulla di maschile, adesso. Mentre mi strusci il cazzo fra le cosce, lambendo la fica, non voglio altro che essere scopata nel modo più selvaggio possibile. Le tue mani sollevano del tutto la gonna, scoprendomi il culo. Mi sfili gli slip. Ti aiuto con piccoli movimenti del culo, fino a lasciarli finire a terra. Me ne libero con un calcio, frenetica.

“Ficcamelo dentro, ti prego …”

Sento il dorso del tuo cazzo sfiorarmi le labbra. Muovi il bacino con lentezza esasperante. Mi posi le mani sul fianchi. Ti chini a baciarmi la schiena, il collo, i capelli. Mi allarghi le natiche, strusciandomi il cazzo sul culo. “Basta, scopami!”, mi sorprendo a dire.

Afferri il cazzo e me lo spingi dentro, tutto d’un colpo. Mi sento riempire ed è una sensazione bellissima, come bellissimo è sentirmi la tua troia.

E’ solo un attimo, ma mi ritrovo a pensare di essere la troia della mia donna.

Le tue mani sui fianchi, da padrone, mentre il tuo bacino ondeggia. Sento il cazzo entrare e uscire dal mio corpo, la mia fica in fiamme, per quanto fradicia.

Mi afferri le tette, me le stringi forte. Mugolo. Tu, rantoli. Ho quasi paura che i miei capezzoli, duri come chiodi, possano far male ai palmi delle tue mani. Mi scopi con frenesia, ora, sempre più forte, sempre più a fondo. Il tuo corpo sembra legato al mio da un enorme elastico, che lo fa sbattere sempre più poderosamente contro il mio. Sbrodolo, quando i tuoi denti affondano nella mia spalla. La cosa non fa che eccitarmi ancora di più. Sto per venire, e so che anche tu sei prossimo. Allungo le mani dietro di noi, e affondo le unghie nelle tue chiappe. Il tuo corpo è incollato al mio, il petto sulla mia schiena, e la corsa del tuo cazzo dentro di me si fa sempre più corta, sempre più rapida.

Il primo getto di sperma mi sorprende, bollente. Gemo. Affoghi il rantolo dei tuo orgasmo sul mio collo e quasi mi crolli addosso, mentre vengo squassata da un orgasmo che non avrei mai potuto immaginare.

Per un po’ le tue mani mi accarezzano la testa.

Quando mi riprendo, sono di nuovo solo. Seguo una luce che mi guida verso l’uscita del labirinto degli specchi. Uno di essi mi rimanda l’immagine a cui ero abituano da più di quarant’anni.

Tu, con una faccia da pasqua incredibile, come una bambina che ha appena ottenuto il gelato dai genitori, mi sorridi: “Piaciuto? Te l’avevo detto che ne valeva la pena!”

Sei la solita donna che conosco da oltre quindici anni. Minigonna, maglietta nera e scarpe basse. Qualche capello bianco che cerchi di occultare.

Ho come un peso al petto, però, come un’angoscia senza ragione.

Infilo due dita nel collo della maglietta e cerco di allargarla.

Cerco di sorriderti, a ogni modo.

Forse è stato tutto un sogno.

Il peso al petto non passa, però. Mi sfioro e mi accorgo di avere addosso un reggiseno.

E non è neanche della mia misura.

Puttana

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“Tutto qua?”
Mentre conti i soldi, meno di duecento euro, hai una smorfia di disgusto.
“Che me ne faccio di una puttana come te?” Punti gli occhi dritto nei miei. Chino il capo. Avrei voglia di piangere. Ho rimediato solo quattro clienti, tre dei quali passivi che hanno voluto il mio orgasmo. Sono distrutto, mi fanno male le palle e vorrei soltanto immergermi in un bel bagno caldo, magari stretto fra le tue braccia. E invece mi arriva una sberla sul viso. Sento la guancia farsi fuoco. Brucia.
Come mi brucia il culo. L’unico attivo, il quarto, aveva un cazzo enorme. Ho fatto un sacco di moine per farlo sborrare il più in fretta possibile. Mi sentivo squartare.
“Sai che adesso devo punirti?”
Ecco, ci mancava pure questo …
Di solito mi piace stare sulle tue ginocchia, sentire il calore delle tue gambe sotto il mio addome, il cazzo che mi si inturgidisce ogni volta che la tua mano arriva sonoramente sulle mie chiappe. L’altra mano che mi tiene la nuca in una dolce morsa che, di tanto in tanto, diventa carezza.
Chino il capo e ti seguo sulla poltrona. “La sedia dell’educazione”, come la chiami tu. Mi sdraio a pancia in giù sulle tue gambe.
“Voglio provare un’altra posizione. Alzati.”
Sollevi una gamba, io mi sdraio sull’altra e poi la fai scendere a fermarmi, come in una morsa. Mi sollevi la minigonna sul culo. Non c’è bisogno di togliere gli slip: indosso dei tanga invisibili da dietro, e la tua mano parte. Il primo colpo si abbatte sul mio culo facendo vibrare l’aria della stanza. Alterni schiaffi sulla natica lontana ad altri che arrivano giusto in mezzo, facendo tremare il buco del culo e lo scroto.
Il contatto del mio pacco sulla tua coscia è rassicurante e, tutto sommato, mi compensa di tutto quello che è andato storto in questa fredda giornata di tarda primavera. Ci si è messo anche il tempo: di solito, di questa stagione, fa molto caldo. La natica incomincia a bruciare come se mi fossi scottato, ma la tua mano non mi dà tregua.
“La mia puttanella travesta non ne vuole sapere di impegnarsi di più, vero?”
E sbam!, giù altri schiaffi. Lo sai che quando mi chiami così mi eccito e, infatti, nonostante le fatiche della serata, ho una mezza erezione. Il cazzo, però, indurendosi fa male.
Infili una mano fra le mie cosce e lo palpi.
“Che troia sei: più ti punisco e più ti ecciti.” Il dolore alla natica proietta l’immagine di un rossore vivo. Non posso vederlo, ma è come se lo vedessi. Mentre alzi la mano per un altro colpo, mi senti singhiozzare. Non è il dolore a farmi piangere, in effetti, ma un momento di introflessione pessimistica. Mi capitano di questi momenti in cui mi piango addosso pensando alla mia vita meschina. Continui ancora, ovviamente: non sarebbe da padrona fermarsi adesso.
Poco dopo, però, mi tiri giù la gonna e mi prendi in grembo come si fa con un bambino. Tiri fuori un seno e me lo porgi da succhiare. “Su, nutriti, puttanella della mamma.”
Per un attimo mi balena l’idea che potrei sborrare di nuovo, la quarta volta. Devi esserti accorta del lampo nei miei occhi, e del gonfiore nel tanga, perché, severa, mi ricordi che sono in punizione.
“Oggi non sborri. Succhia!”
Ho il tuo capezzolo in bocca e lo succhio come se davvero dovessi nutrirmi di te. Lo lecco, lo succhio e lo bacio. E’ bello, come un lampone. Realizzarlo mi fa immaginare il suo sapore. Ne sento perfino l’odore. Chiudo gli occhi e sogno di essere in un bosco di lamponi e ti tengo per mano. Mi sorridi e c’è il sole.
Li apro e mi accorgo che sorridi davvero. Mi accarezzi la fronte. E’ stupendo. Sono questi i momenti in cui si cancellano tutte le brutte cose, come quelle a cui pensavo poco prima.
Infili un mano sotto la gonna e mi sfiori il cazzo, sempre sorridendo. Lo massaggi, facendolo diventare sempre più duro. Stringi la mano intorno alle palle, da padrona,  mi masturbi, liberandolo dai tanga. Mi fai arrivare fin quasi all’orgasmo, fino a veder comparire una gocciolina di sborra sulla punta, poi ti fermi. “Oggi non sborri.” ribadisci.
Mi fai spostare e, mentre ti apri i pantaloni, mi imponi di inginocchiarti fra le tue cosce. “Lecca!”
Ho l’acquolina in bocca appena vedo comparirmi la tua fica davanti agli occhi. La adoro. Ti adoro.
Infilo la lingua fra le labbra e la faccio saettare con avidità. Non sospettavo di avere ancora tante energie residue, dopo una giornata simile. Invece la visione della tua fica deve avermele fatte tornare. Alzi le gambe, allargandole. Adesso posso arrivare a leccarti anche il culo. L’ordine è tacito, ma sempre un ordine è. Lambisco il buco con la lingua a punta, poi l’affondo fra le labbra, sfiorando la tue pelle tutto intorno. Afferro il clitoride fra le labbra e lo succhio. Ti spompino. Lecco e deglutisco tutta l’eccitazione che ne scaturisce, sempre più copiosa. Apri una mano, mi afferri i capelli sulla fronte e mi spingi con forza contro il tuo pube. Mi sento soffocare, ma continuo a leccartela. Giù, poi, fino al culo, ancora. Spingo la lingua come se potesse entrarti dentro.
“Lecca, troia, non fermarti …”
Non mi fermo, anzi. Lecco con frenesia crescente e non sto pensando alla tua eccitazione, ma soltanto al piacere che mi dà ricevere la tua sborra, come la chiami tu, in bocca e sul viso. Non annunciato, arriva il tuo orgasmo: il tuo pube è squassato da ondate di piacere e me lo sbatti sui denti. Il tuo osso pelvico mi spacca anche un po’ il labbro superiore. Appena posso, alzo gli occhi e ti guardo, ti ammiro: il tuo petto si solleva violentemente, ansimando. Hai l’altra mano stretta intorno a un seno. Intorno alle dita vedo la tua carne sbiancare.
Resto lì, in attesa di disposizioni.
Quando il tuo respiro torna normale, mi spingi un po’ indietro con un piede su una spalla. Ti alzi dalla poltrona e allarghi le gambe intorno al mio corpo. Porti le mani alla fica. Con le dita allarghi le labbra e mi pisci addosso.
“Bevi, troia, bevi il nettare della tua padrona …”
Eseguo.

Più tardi, dopo una sbrigativa doccia – si è fatto troppo tardi per l’agognato bagno – ti raggiungo a letto. Dormi già. Russi anche un po’, ma non te lo dirò mai: sei talmente orgogliosa della tua  femminilità che ti ferirei. E poi tu puniresti me.
Mi infilo sotto le coperte.
Scendo giù.
Fino a ritrovarmi col viso all’altezza delle tue gambe.
Mi aggrappo a una di esse e mi lascio inghiottire da un sonno senza sogni.

Amazzoni!

amazon “Non sborrare … per nessuna ragione al mondo!” I puntini di sospensione sono assolutamente inadeguati a rendere l’idea del lunghissimo tempo che impiegò a pronunciare la frase, del lunghissimo tempo che impiegò la sua lingua a percorrere il mio cazzo, dalla base alla punta. La lingua a punta seguiva le venature del mio cazzo, dalle palle al frenulo, e poi alla cappella. Potevo contare le sue papille gustative. Con una mano si portò i lunghi capelli biondi dietro l’orecchio, per scoprirsi il viso e piantare nel mio i suoi occhi chiari. Le efelidi la rendevano bella come una dea. Una divinità norrena. Mi sentivo in paradiso. “Sarai ripagato per il tuo sacrificio, tesoro: quando ti farò godere, dopo una così lunga astinenza, sarà un’esplosione di piacere che ricorderai per tutta la vita.” Su questo devo darle ragione. Assolutamente. Sono passati molti anni da quel giorno. La mia vita non è più stata la stessa e ha preso direzioni che non avrei mai immaginato, ma non dimenticherò neppure un fotogramma dell’ideale film conservato nella mia memoria, di quei giorni. La mano stretta intorno al cazzo, l’altra che esercitava una leggera pressione con l’unghia lungo il mio perineo, e la lingua a dare il cambio a entrambe. Sentivo che sarei potuto morire così ed essere traslato direttamente in paradiso. Il giorno dopo, Alexandra raddoppiò le sue premure per me, e temetti di non riuscire a esaudire il suo desiderio di trattenere ancora l’orgasmo. Avevo attraversato tutto il mondo alla ricerca di territori e popoli sconosciuti; ero sopravvissuto alle situazioni più difficili in Africa, nell’Estremo Oriente e in Sud America. Non avrei mai immaginato di dover vivere l’avventura che, più di tutte, avrebbe segnato la mia vita, nella civile Europa, quasi al suo estremo limite settentrionale. Avevo sentito vagheggiare di una misteriosa tribù di amazzoni che ancora sopravviveva nella contea della Scania, nel sud della Svezia, e mi ci recai con un manipolo di coraggiosi, quanto collaudati, collaboratori. Dopo essere riusciti a scovare il villaggio – dove effettivamente una tribù di donne di favolosa bellezza girava a seno nudo, nonostante il clima poco clemente – grazie alle mie esperienza e conoscenza della lingua, riuscimmo a farci accettare dalle scontrose donne. Dopo alcuni giorni di interviste e scambi di opinioni, ci ritrovammo, i miei uomini e io, nella situazione di cui sopra. L’unico fatto che mi aveva reso inquieto era la sparizione della guida che ci aveva condotti fin lì, ma potete ben immaginare che avessi poco a crucciarmene, preso com’ero dall’esplorare il mondo carico di mistero e di erotismo in cui ero avvolto. I seni di Alexandra mi scivolavano sul petto. Erano così grossi che temetti di soffocare quando me li ritrovai sul viso. Inseguivo con la lingua ora un capezzolo ora l’altro, per baciarli, leccarli e mordicchiarli. Mi sorrideva, maliziosa, poi scendeva ad accogliere il mio cazzo duro da ore, ormai, fra quelle deliziose colline morbide. E ancora, di tanto in tanto, la preghiera di non sborrare. “Non sarà che qualche giorno. So quanto sarà … duro, per te,” e mi fece l’occhiolino, “ma proverai qualcosa che non hai mai provato in vita tua.” Non avevo nessun mezzo per difendermi e, devo ammetterlo, nessuna voglia di contraddirla, per quanto la sofferenza fosse enorme. Dopo quattro giorni, divenne impossibile dormire sul ventre: la mia erezione era ormai perenne. Alexandra passava ore a stuzzicarmi, a portarmi allo spasimo per poi negarsi. Non mi aveva ancora fatto, non dico toccare, ma neppure vedere la fica. Di notte, se riuscivo a chiudere gli occhi per dormire, facevo terribili incubi in cui il mio sperma trattenuto inacidiva all’interno del mio corpo. Quando incontravo i miei compagni di avventura, mi raccontavano più o meno le stesse cose. La notte successiva accadde qualcosa che modificò il clima sereno in cui avevamo vissuto fino ad allora. Benjamin, il più debole di noi, non reggendo alla pressione, si stava masturbando per porre fine alla deliziosa tortura cui eravamo stati sottoposti. Una delle amazzoni lo sorprese. Gli mollò una serie spaventosa di sberle, lo prese a calci nei coglioni e infine gli legò le mani dietro la schiena. A tutti noi vennero legati i polsi, a causa di quanto accaduto. Alexandra, mortificata, eseguì su di me lo sgradito compito. Mi legò con dolcezza, non tralasciando di baciarmi la schiena, il culo, le spalle, il petto, tanto che le ero quasi grato per averlo fatto. Venni ricompensato da rinnovate attenzioni verso il mio corpo, più tardi. Accarezzò il mio cazzo e lo scroto con una dolcezza ancora maggiore, se possibile, di quella che mi aveva usata fino a quel momento. I miei capezzoli subirono tormenti inenarrabili: li sfiorava con l’unghia, li mordeva, li stringeva fra indice e pollice fino a farmi gemere di dolore misto a piacere. Sentivo, in quei minuti, di esserle devoto e ubbidiente, a prescindere dallo stato di inferiorità fisica in cui mi trovavo. Sentivo che avrei potuto dare la vita per lei, sottopormi a qualunque tormento per renderla orgogliosa e felice di me. Sentivo, insomma, che avrei potuto fare qualunque cosa mi chiedesse. Nei giorni seguenti, mangiai dalle sue mani, pisciai, col cazzo – sempre duro come marmo – tenuto fra le sue dita, mi addormentai col capo adagiato fra i suoi seni e fui continuamente eccitato dalle sue attenzioni. La sua lingua non trascurò neppure una cellula della mia pelle; le sue dita non dimenticarono di esplorare niente di me, neppure i padiglioni auricolari, le narici, le piante dei piedi, e neppure l’ano, che fu penetrato in più di un’occasione. Non lo avrei mai creduto possibile, ma il suo indice che mi entrava nel buco del culo mi procurava un’eccitazione che faceva tendere il mio corpo verso il cielo e, solo grazie alla sua abilità, riuscii a non godere. Non ricordo da quanti giorni fossimo in Scania, ormai. Quando Alexandra compariva sull’uscio della mia stanza, il mio cazzo, per riflesso, aveva un sussulto., e arrivava al massimo dell’erezione, con tutte le vene in rilievo. Io sentivo l’acquolina in bocca, come se dovessi accingermi a mangiare. Mentre mi baciava il collo, mi sussurrò: “Oggi è il gran giorno. Stasera potremo finalmente godere di tutti i sacrifici sopportati.” Ebbi un tale tuffo al cuore che temetti di morire. Ebbi verso di lei un tale slancio di gratitudine che mi si bagnarono gli occhi. Mi baciò le palpebre chiuse e, datomi un colpetto sui testicoli, si congedò. La mia cappella era costantemente lucida di eccitazione. Sentivo, per giunta, una devozione totale per quella che ormai consideravo la mia donna. Essere dipeso da lei, in quei giorni, mi aveva reso docile e devoto al punto che la sola idea della sua esistenza mi rendeva orgoglioso e felice. Realizzare l’idea di essere suo era la sensazione più bella che avessi mai provato nella mia vita. E sì che ne avevo provate! Venne la sera, il fresco mi provocò brividi di quella che mi parve una febbre erotica. Alexandra, più bella che mai, entrò in compagnia di una sua amica. Mi baciò. Sentivo che la sua amica mi succhiava il cazzo, delicatamente. Mentre Alex mi porgeva i seni da succhiare, mi sentii avvolgere dalla bocca della sua amica. La cappella le sfiorava la gola e mi contorcevo dal piacere. Mentre l’amica mi accarezzava delicatamente le palle, Alexandra mi porse un grosso calice, dopo averne bevuto un sorso. “Bevi.” Mi guardava con un tale sguardo che, se mi avesse detto “Buttati”, sull’orlo di un precipizio, avrei eseguito all’istante. “Bevilo tutto. Vedrai, sarà fantastico.” Dopo qualche istante, la testa mi girava, avevo dei crampi allo stomaco. Mi sentivo fluttuare, come se il mio corpo non avesse più peso. Le sensazioni erano amplificate, ogni volta che una delle due sfiorava la mia pelle, era come se fossero state mille mani a farlo. Alexandra era sul mio viso, con la bocca e con i seni; l’amica armeggiava intorno al mio pube. La mia donna mi sorrise, si scansò e mi disse: “Guarda, adesso.” Vedevo l’altra, con una mano stretta intorno al cazzo e l’altra ai testicoli. Tirò fuori un piccolo coltello affilatissimo. Avrei dovuto essere preoccupato, ma era come se la scena si svolgesse al di fuori di me e io non ne fossi che un disinteressato spettatore. Mentre Alexandra, dietro la mia testa, mi immobilizzava le braccia, l’altra incise il mio scroto. Tirò fuori con molta attenzione i testicoli, e li recise uno alla volta. Quello che mi avevano fatto bere non mi permetteva di rendermi conto dell’orrore di ciò che mi accadeva. Avevo come l’impressione di potermi mettere a ridere di quello che vedevo, fuori dal mio corpo. Li depose delicatamente in un piattino, poi, con ago e filo, ricucì la pelle. Fui condotto fuori. Sotto il cielo stellato, bruciavano enormi roghi. Cataste di legna altissime celebravano l’arrivo della bella stagione. Era la notte di S. Giovanni. Le amazzoni, ebbre di potere e di bevande, mandavano al cielo urla terribili. Io mi sentivo in colpa per i miei compagni, che avevo condotti a un destino così triste. Qua e là, fuochi più piccoli segnavano la presenza di arrosti. L’odore di carne stordiva e bruciava le narici. Alexandra, con i miei coglioni infilati su uno spiedo, guardava il fuoco come incantata. Senza girare la testa verso di me, ebbe la bontà di spiegarmi: “Questo è il sacrificio alla Dea. Pretende che le siano dati testicoli al massimo della capienza, che siano stati portati allo spasimo senza godere per giorni. Perdonami se non te ne offro”, concluse, con uno sguardo maligno, mentre ne addentava uno. Fu come se affondasse di nuovo il coltello nella mia carne. amazzone ferita Non so per quanti giorni vissi fra la vita e la morte, preda di febbri e delirio. Ricordo le visite di Alexandra, che non aveva più nulla della dolcezza dei giorni precedenti, che veniva a nutrirmi e disinfettare la ferita. In qualche raro momento di lucidità, mi chiedevo perché mi tenessero ancora in vita. E il perché di tanta violenza. Ero pieno di rabbia e di sensi di colpa. Cercavo di immaginare in che cosa avessi potuto offenderla e precipitavo di nuovo nell’incubo di un sonno senza riposo. Quando mi fui ripreso, fui vestito di una corta tunica scoperta sul didietro. Era una sorta di minigonna con un grosso spacco sul culo. Non serviva a molto nelle fresche notti della breve estate scandinava. Uscito dal mio alloggio, feci un giro per il villaggio. Avevo la sensazione che la mia libertà fosse assolutamente fittizia, sentivo continuamente sguardi addosso. Ogni volta che un’amazzone mi incontrava, rideva a mi palpava il culo. Qualcuna più sfacciata mi dava delle ampie pacche sulle natiche. Debilitato dalla malattia, muovevo passi incerti costantemente alla ricerca di un appoggio. Alcune amazzoni si muovevano a cavallo. Davanti alle case, vidi che c’erano delle assi di legno che immaginai servissero a legarveli, come nei film sul vecchio West. Fui costretto a ricredermi poco dopo che Alexandra mi fu comparsa davanti, cavalcando un bel baio. “Bene, vedo che sei guarito.” Senza scendere da cavallo, mi mise un piede nudo sul viso, lasciandosi andare a una risata sguaiata di cui non l’avrei creduta capace. Con la pianta del piede, mi sfiorò il petto, fermandosi su un capezzolo. Poi, fattasi seria, mi infilò l’alluce in bocca, inducendomi a succhiarmelo. Saltò giù dal cavallo. “Mi fai arrapare, maschietta!” Contrariamente a quanto mi aspettavo, non lo legò alle assi, lasciandolo a pascolare liberamente. Alle assi, invece, fece segno a me, col mento di appoggiarmici con le mani. Eseguii, sapendo di non avere scelta. Si pose dietro di me, tirò fuori da sotto il gonnellino un cazzo enorme, grosso almeno il doppio del mio, e me lo sbatté ripetutamente sulle natiche. “Apri le cosce, maschietta!” Con due calci sulle caviglie, mi fece allargare le gambe. Poco dopo, mi ritrovavo nel culo un cazzo talmente grosso che non avrei mai immaginato che potesse entrarci. La mani sulle mie spalle, mi possedeva con foga. Le sue spinte mi fecero finire in più di un’occasione con i denti sul legno. “Mai una maschietta che riesca a sostenere i miei colpi …” si lamentò. Impiegò un tempo lunghissimo a godere. Sentivo il culo dolere e bruciare. La sentii gemere, mentre si accasciava sulla mia schiena e venivo riempito di interminabili fiotti di sperma. Rimase lì per un po’, ignorandomi completamente. Quando si fu ripresa, lo tirò fuori, mi fece girare e mi intimò di pulirglielo. Fui costretto a lucidarglielo per bene, rimuovendo ogni traccia del suo sperma e di quanto aveva tirato fuori dal mio corpo. Finito il mio compito, mi resi conto di amare quell’enorme cazzo attaccato a quel bellissimo corpo, per quanto lo sguardo di Alexandra fosse una maschera di severità. Mi gettai ai suoi piedi e mi aggrappai ai suoi polpacci. “Ti prego, tienimi con te …” Piangevo. Mi pose una mano sul capo, come lo avrebbe fatto un pastore col suo cane, e mi disse: “Tu sei mia, maschietta. Sappilo. Come tutte le altre castrate del villaggio, però, potrai essere usata da tutte le padrone. Ma solo dietro la mia autorizzazione, altrimenti sarai punita severamente.” Non riuscii a dire altro che “Grazie …”

Sapio che?

tumblr_nlduahdoSF1r11bhxo1_540Non ne posso più: ancora un’etichetta! Credevo che fosse una mia peculiarità l’essere eccitato da donne intelligenti, invece scopro di essere un sapiosexual. Prima avevo dovuto sopportare l’idea di essere un sub – non subacqueo – dopo decenni in cui ero solo convinto di adorare le donne, magari guardandole dal basso in alto (si vede meglio la fica), restando rapito a guardare “l’origine du monde”; poi di essere un feticista perché mi piace leccare i piedi e averli strusciati sul viso. Non voglio conoscere più nessuna etichetta: mi basta essere un essere umano, magari un porco, un porco a tutto tondo, ma senza adesivi. Un porco senza limiti.
Il legame fra uomo e porco, d’altronde è antico e diffuso: “les cochons, ils ne vieillissent pas tandis que les hommes, quand ils vieillissent, deviennent des cochons”
Devono avermi scambiato per un barattolo di marmellata: lì, l’etichetta serve; non addosso a me!
Io voglio essere libero. Anzi, io sono libero!

“Il pranzo è pronto!” Incedi lentamente verso la mia gabbia col vassoio in mano. Entrando, la tua gonna svolazza. Ho l’acquolina in bocca, sia per il pranzo che per la tua presenza. Aver intravisto l’interno delle tue cosce mi ha provocato un’erezione immediata. Abbandono al suo destino il tablet col quale mi consenti di giocare e di navigare in rete e mi aggrappo alle sbarre come se lì si trovasse la mia salvezza. Dopo aver posato il vassoio sul tavolino, ti accucci per aprire la porticina della mia cuccia. In effetti è una gabbia, ma la chiami cuccia, essendo io la tua cagnetta (orgogliosa di esserlo). I miei occhi percorrono il tuo corpo con una velocità che mi dà il capogiro: dal tuo volto sorridente fino alle tue cosce semichiuse che intravvedo sotto la gonna, poi di nuovo su, si fissano sui tuoi bellissimi occhi.
“Ecco la pappa!” Tre piattini fumanti contengono tre diversi formati di pasta: spaghetti al pomodoro con una cima di basilico al centro, rigatoni con ricotta e pecorino e farfalle con panna. Sei una cuoca bravissima e ne ho sotto gli occhi – e il naso – l’ennesima prova.
Mentre esco dalla gabbia, ti guardo. Sto sbavando, mentre ti liberi di maglietta e gonna e ti sdrai per terra. Prendi il piatto con gli spaghetti, stringi le cosce e lo vuoti sul pube. “Ahia, scottano!”, ridi. Non scotta, ovviamente, come posso notare io stesso afferrando uno spaghetto e risucchiandolo in bocca. Lecco sulla tua pelle gli schizzi di sugo che ho provocato, e poi ne afferro un altro, e un altro ancora …
Poco dopo, mi resta da leccare la tua fica rasata piena di sugo di pomodoro. Diligentemente, te la ripulisco per bene, fino a vederla lucida e imponente. Allarghi le gambe e mi stringi il collo fra le cosce. “Lecca, porco. Guarda che non hai ancora finito …” Molli la presa e mi tuffo a succhiarti la fica. E’ bagnata, viscida e lucida dei tuoi umori. Lecco e deglutisco. Succhio il clitoride, lo aspiro fra le labbra, in bocca e poi lo lascio andare. Spingo la lingua fra le tue labbra, lecco le mie, assaporo la tua fica sempre più buona. Ogni tanto i miei occhi saettano verso i due piatti rimanenti. E un altro, coperto, che immagino possa essere il dolce. Mi passi la mano sulla testa, fino ad arrivare alla nuca. Mi spingi decisamente fra le tue cosce: “Se fai il bravo, potrai finire di mangiare.” Con rinnovato vigore, succhio e lecco ogni parte del tuo pube: l’interno delle cosce, il clitoride, che succhio, lecco e aspiro, le labbra, facendo scorrere la lingua su e giù, il monte di Venere e poi ancora da capo. Il tuo bacino ondeggia sbattendomi sul viso, la tua fica sui denti, la tua mano premuta sempre più forte sulla mia nuca. Le mie mani agganciate al tuo culo, per assorbire i contraccolpi. Sono immerso nella tua fica quando il tuo orgasmo esplode. Le ondate di piacere squassano il tuo bacino tanto da far sbattere il tuo pube sul mio labbro, che incomincia a sanguinare.
Posata sui gomiti, riprendi lentamente un respiro regolare. Quando ti accorgi del sangue sulla mia bocca, mi tiri su e lo lecchi. Mi baci anche, cosa che non accade spesso. Poi spingi decisa la mia testa lontano.
“Hai guadagnato il resto del pranzo. In ginocchio!”
Eseguo, col busto eretto, nella tipica posizione di cagnolino ammaestrato. Ti giri. Infili un rigatone fra le chiappe e me lo porgi. Lo afferro con le labbra direttamente dal tuo culo. Lo mangio, poi ti lecco le natiche e l’ano. Ripeti l’operazione, e anch’io: nuovo rigatone, nuova leccata di culo. Piano piano, il tuo culo è sempre più lucido e il piatto sempre più vuoto. Il mio cazzo è teso come il ramo di un albero. La fame si sta placando, ma soltanto quella. Gli ultimi due rigatoni. Lecco il buco del tuo culo con una tale perizia che neppure i laboratori dell’NCIS ci troverebbero traccia ricotta o di altro.
Intanto pilucchi una farfalla con la panna di tanto in tanto.
Ti guardo, ti ammiro soddisfatto, ti adoro. Scoperchi l’ultimo piatto: ciliegie!
Ne prendi una e la mangi mentre i tuoi occhi mi trapassano. Ne prendi un’altra, allarghi le cosce e la spingi nella fica, che mi spingi sulla bocca inducendomi a posarcela a ventosa. Spingi, e mi lasci scivolare la ciliegia in bocca. Ancora qualcun’altra, sempre imbeccato dalla tua fica che mi nutre, poi ti giri. Mi afferri la testa e le spingi fra le tue natiche. “Ma quanto mi adora la mia cagnetta, eh? Dimmelo, quanto?”
Cerco di prendere fiato per urlarti tutta la mia devozione: “Da morire, Padrona, da morire …”
Una ciliegia, spinta dal tuo indice e pollice, ti entra nel culo. Senza che tu debba parlare, avvicino la bocca e me la deponi fra le labbra. E così per le rimanenti, fin quasi a svuotare anche l’ultimo piatto.
“Avrai sete, immagino …”
Deglutisco a vuoto, prima di annuire. Sei di nuovo di fronte a me, nuda, imponente, Padrona in ogni tua cellula. Allarghi le cose, mi prendi il mento in mano costringendomi ad aprire le bocca e mi pisci in faccia, poi sulla lingua, dissetandomi. Bevo avido il tuo piscio caldo, leccando infine la tua fica grondante e le mie labbra. Mi sorridi soddisfatta. “Bravo il mio cucciolo. Adesso puoi sborrare.” Il dito indice della tua mano destra indica il piatto dove luccica la ciliegia superstite. Afferro il cazzo in mano, puntandolo deciso in quella direzione. I tuoi occhi di fuoco addosso e la tua postura imperiosa, mi fanno sborrare in un attimo. Prendi il frutto, raccogli quanto più sperma possibile nel piatto e me lo porgi. Grato come se ti dovessi la vita, lo mangio, sputando compitamente l’osso nella mano.
“Lo sai, vero, che senza il mio culo moriresti di fame?”
Annuisco, mentre mi accingo a rientrare nella cuccia.

Indietro, Jeeves!

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“Ti prego, Jeeves, preparaci un caffè”
“Subito, Signora.” E, rivolgendosi all’ospite: “Lo gradisce normale, Signora, o ha qualche preferenza?”
“Mi fido di te, Jeeves. Gina dice che sei bravissimo.”
“Con permesso, Signore.” Jeeves si avvia verso la cucina.
Gina, padrona di casa, continua a parlare fitto fitto con la sua amica Maria Josè.
Preceduto da un aroma che spinge quest’ultima a chiudere gli occhi per meglio annusarlo, entra Jeeves, reggendo un vassoio d’argento su cui fuma una caffettiera, in mezzo a due tazze e piattini di porcellana di Limoges. Girando abilmente intorno alle poltrone, il maggiordomo posa le tazzine davanti alle signore, versa il caffè, lo zucchera, lo gira e si ferma in attesa.
“Avevi ragione, tesoro, questo caffè mi fa dimenticare persino che oggi mi si sono smagliate le Matignon.”
Gina ride esageratamente, buttando la testa indietro e facendo ondeggiare i lunghi capelli.
Entrambe hanno le gambe accavallate e mettono in mostre belle gambe curate e abbronzate. Maria Josè annuisce verso Gina, muovendo la chioma fulva.
“Puoi andare, Jeeves.”
Quando si chiude la porta alle spalle, per un attimo le donne tacciono. Riecheggia soltanto il rumore dei passi del maggiordomo che si allontana. Le due guardano la porta, come se stessero guardano l’uomo che cammina. Dopo un po’ riprendono a parlare.
Il tono di voce, però, è cambiato: più basso, quasi roco. Gina ha una mano sul ginocchio di Maria Josè e glielo accarezza. Questa deglutisce.
“Sei sicura che è andato via?”
“Vuoi che sia sincera? Credo che tornerà indietro silenziosamente per spiarci dal buco della serratura.” Risata nervosa.
Alza una mano per accarezzarle la guancia, poi si avvicina e le posa delicatamente le labbra sulla bocca. Il silenzio è palpabile.
Maria Josè dischiude la bocca. Prima che siano le lingue a incontrarsi, sono i loro respiri a essere oggetto di scambio. Gina porta una mano dietro il collo di Maria e l’attira verso di sé, baciandola avidamente, adesso. Infila una mano nella camicetta, la fa scivolare lentamente, fino a sfiorare il seno. Lungo l’incavo, poi la sposta per sentire il capezzolo inturgiditi sotto le dita, e poi solleticarle il palmo della mano. A quel punto stringe le dita intorno al seno. Maria geme, inarca la schiena. Le loro bocche sono come ventose. I bottoni cedono uno alla volta al passaggio di dita frenetiche. Maria si abbandona contro la poltrona, mentre Gina le bacia il collo, le succhia il lobo di un orecchio, poi di nuovo il collo. Scende verso i seni, accompagnandosi con le mani. Queste spingono le mammelle verso il centro, e la lingua si insinua fra di esse. Le bacia, le lecca. Bacia i capezzoli, li succhia. Sono turgidi come fragole mature, adesso. Li morde delicatamente. Un filo di saliva resta attaccato a uno di essi, mentre si allontana di qualche centimetro, per meglio guardarli, prima di tornare alla carica. Annusa l’odore di Maria, l’odore della sua eccitazione. Il calore emanato dal suo corpo è profumato. Le mani sui seni, scivola con la bocca sull’addome. Lecca la pelle che incontra, la spinge nell’ombelico, come preludio a ciò che sta per avvenire. La gonna vola via, seguita dalle mutandine. Restano solo le autoreggenti e le scarpe. Maria si puntella con i gomiti sul divano. Le gambe sono tese, i piedi arcuati nel tentativo di tenere l’equilibrio. La bocca di Gina si spinge fra le sue cosce. Annusa, bacia, lecca. L’interno delle cosce, il pube, di nuovo l’ombelico. Maria è quasi tentata di supplicarla di affondare quella cazzo di lingua nella sua fica grondante. In apnea, le sue dita affondano nella pelle della poltrona. Quando finalmente Gina spinge le lingua fra le labbra di Maria, lascia andare tutta l’aria che ha trattenuto in un lungo respiro rumoroso. Le cosce si aprono, la lingua sale e scende fra le labbra, picchietta sul clitoride, i denti scivolano lungo la fica, poi glieli passa sul clitoride, infine lo mordicchia, prima di succhiarlo con veemenza, come se le stesse facendo un pompino. La lingua di nuovo fra le labbra, si spinge dentro fin dove può, leccando tutti gli umori che raccoglie, e inducendo Maria a secernerne ancora e ancora …
Le mani sui fianchi, la bocca sulla fica. Aspira, con la bocca a ventosa. Bacia, lecca, morde ancora. Solleva il capo quanto basta per ammirare Maria Josè in preda agli spasimi.
“Ti prego, non fermarti adesso …”
Dopo qualche secondo di attesa, come se Gina si divertisse a esasperare la sua amica, posa l’indice sul clitoride, premendolo leggermente. Lo porta fra le labbra. Quando è lucido dei suoi umori, lo spinge dentro tutto d’un colpo, facendo fare un balzo al bacino di Maria. Muove il dito avanti e indietro, stimolando zone che conosce fin troppo bene, le pareti, il punto G, le labbra con le nocche …
Due dita, adesso. Frenetiche. Sempre più velocemente, sempre più a fondo. E’ quasi sorpresa quando arriva l’orgasmo di Maria Josè, e deve faticare per assecondare con la mano i movimenti del bacino. Maria Josè ansima, geme, trattiene un urlo a fatica.
Dopo un po’, riprende a respirare quasi normalmente. Gina incombe su di lei, le cosce larghe. Si piega, portando la fica verso la sua bocca. Maria gliela bacia, grata, ma le sfugge subito di bocca, visto che Gina gliela struscia addosso, sul viso, sul naso, poi sui seni, sull’addome, per fermarsi quando arriva fica contro fica. Si gira, in modo da trovarsi con le cosce aperte che consentono un contatto totale, e si struscia con forza contro la fica di Maria, come se stesse scopandola.
“Non trovi che “frottage” sia un termine delizioso?” dice con un sorriso teso, a denti stretti.
Maria Josè annuisce sorridendo, mentre l’agguanta per le natiche per tenerla più stretta a sé.
Il ritmo aumenta, entrambi i bacini ondeggiano. I loro corpi sono lucidi di sudore. L’odore che sale dalle loro fiche e dalle loro ascelle le rende pazze di desiderio. Dita affondate nei glutei, unghie che scorrono lungo i dorsi. E le fiche lucide di eccitazione che si strusciano sempre più forte, sempre più velocemente. E’ Gina a venire per prima, trattenendo un gemito. L’effetto è così intenso che neanche Maria si trattiene e viene con lei, intrappolandola fra le cosce incrociate dietro il suo culo.
Gina si abbandona sul corpo di Maria, posandole la testa sui seni. Asseconda l’ansare dell’amica. Si stringono, si abbracciano con forza.

Gina, che poco prima ha sentito un rumore venire dalla porta, sussurra “Non muoverti, vengo subito!” Si alza e saltella in direzione della finestra. All’improvviso, invece, va alla porta e la apre di scatto, rivelando la presenza di Jeeves inginocchiato e con la mano che regge il cazzo che si ammoscia rapidamente, mentre avvampa.
Gina lo afferra per un orecchio, lo costringe ad alzarsi e lo trascina verso le poltrone.
“Sei un porco!”
“In ginocchio!” Jeeves esegue, rosso in viso, mentre tenta di armeggiare con i calzoni aperti.
Maria Josè si alza, avvicina la fica al suo volto, sfiorandolo con i peli rossi. Porta le mani ai lati del sesso: “E’ questa che volevi vedere? Eccola!”
Allarga le cosce, mettendo bene in mostra la fica aperta. Un getto di urina colpisce violentemente il viso di Jeeves. Il suo cazzo torna prepotentemente duro.
“Guarda, il maschietto si sta arrapando”, ride Gina che, spostatasi dietro di lui, imita Maria Josè pisciandogli in testa.
“Pulisci, adesso!” La fica di Maria e quella di Gina si avvicinano alla bocca di Jeeves, ancora grondanti di urina, e gliele lecca senza fiatare.
Gina gli mette un piede in faccia, e lo spinge dietro.
“Masturbati, porco.”
Jeeves esegue, come ipnotizzato. Il piede di Gina non gli dà tregua: sulla bocca, sugli occhi, scivola giù, fino al cazzo.
Gli offre il collo del piede: “Sborra, maiale!”
Come se non aspettasse altro, Jeeves schizza il suo sperma sul piede.
“Non vorrai mica lasciarmi così?”, dice Gina avvicinandogli il piede alla bocca.
Tira fuori la lingua e lecca tutto il suo sperma, deglutendo più del dovuto.
Infine lo fa finire di schiena a terra, spingendolo con la pianta del piede sul viso.

Alcuni minuti più tardi, quando Maria Josè ha finito di rivestirsi, chiede a Gina:
“Non avrai organizzato tutto di proposito?”
Gina ride rumorosamente, buttando indietro la lunga chioma nera. Senza rispondere.