Cinema d’essai

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M3mango e io abbiamo fatto un sogno comune. Eccolo qui sotto (in realtà avevo una pistola puntata alla tempia. O una fica puntata al naso. Insomma, qualcosa del genere)
Questo il link al suo blog:  http://wp.me/p6EGKa-ML

 

 

Avevo letto più recensioni e quel film mi ispirava molto, ma non avevo trovato nessuno con cui andare al cinema. Alla fine avevo deciso di andarci da sola. Non c’era molta gente in giro quella sera e dopo una breve coda alla cassa, avanzavo verso la poltroncina numerata che mi era stata assegnata.

Ti accorgi che quello non è un cinema comune: entra una donna altissima, muscolosa, con un cane al guinzaglio. Strabuzzi gli occhi nel buio del cinema e ti accorgi che il cane, invece, sono io, seminudo e col collare.

Pianti gli occhi negli occhi di lei, quasi per sfida. Lei ti valuta; tu valuti lei. Poi prende una decisione: viene a sedersi accanto a te e io mi accuccio ai suoi piedi. Per un po’ guardiamo il film. Tu, a cui il coraggio non è mai mancato, le posi una mano sulla coscia più vicina a te e lentamente la fai salire su, fino a infilarla sotto la sua gonna. Le tue dita trovano la sua fica già bagnata. Lei dà uno strattone al guinzaglio: sollevo la testa in attesa di ordini e seguo il suo sguardo che va in direzione delle tua fica. Mi metto in ginocchio davanti a te, fra le tue cosce, e lecco i tuoi piedi, con particolare insistenza sul collo del piede. Poi risalgo con la lingua fra le tue cosce, fino ad arrivare ad annusarti gli slip. Ho un’erezione immediata. Sollevi il bacino, sposti gli slip scoprendo la fica e mi premi con forza la nuca fra le cosce. Io, diligente, obbediente, ti lecco fra le labbra, sul clitoride gonfio, lo mordo leggermente. Mi stringi le cosce intorno al collo.

Non capisco se sei un uomo o un cane. Sento il naso bagnato, qualcosa di molto peloso che mi solletica la fica fradicia e il tintinnio del collare che sbatte contro la poltroncina del cinema. Mi pare di essere in un sogno, cerco di ricordare se ho bevuto o fumato prima di arrivare, ma mi pare di no. Sono molto confusa, ho la vista annebbiata, ma soprattutto sono eccitata all’idea che sia un cane a leccarmela per bene. Mi godo il trattamento inaspettato mettendomi comoda, appoggio i tacchi sulla tua schiena e le mie gambe nude avvertono il pelo della tua schiena. Forse sei davvero un cazzo di animale? Ma che importa, dopotutto?

La padrona sembra gradire le mie attenzioni e penso che forse lei vorrebbe che le restituissi il favore. Del resto il cane, cioè tu, sei suo, o no?

Per cui mi riprometto di impegnarmi su di lei, non appena tu hai finito il tuo dovere.

Continuo a leccarti diligentemente. L’odore della tua fica eccitata mi rende famelico: mi nutro dei tuoi umori,. I tuoi tacchi sulla schiena mi fanno impazzire. Mi sento umiliato e al tempo stesso orgoglioso di essere utile alla mia padrona e di riuscire a darti tanto piacere.

La tua mano affonda fra le sue cosce. Da come la muovi, almeno tre dita le sono nella fica. Sembra che le stia scavando dentro. Lei si sbottona la camicia e si strizza un seno. Gemete entrambe.

Aspiro il nettare che sgorga dalla tua fica continuando a succhiare, a leccare e a spompinarti il clitoride. Stringi le gambe intorno al mio collo, quasi soffocandomi.

Ormai siete partite. Lei mi afferra per le orecchie e si mette a cavalcioni su di te. Spinge giù la mia testa e strofina la fica sulla tua.

Io resto in mezzo, le vostre fiche sovrapposte si strusciano, mentre lei ti morde i seni e tu il collo, io lecco il culo ora a te, ora a lei.

C’è qualche altro spettatore nel cinema a cui ormai la poltrona scotta sotto il culo.

Forse il film proiettato non è così interessante, forse noi siamo uno spettacolo migliore, non saprei, sta di fatto che le altre persone in sala si alzano e si avvicinano a noi. Sento i loro occhi e il loro fiato sui nostri corpi avvinghiati, e pian piano anche le loro dita che si insinuano con partecipazione.

La tua padrona alza per un breve intervallo la testa dalle mie tette e sibila una parola incomprensibile, poi torna a dedicarsi a me. Io non capisco che cazzo ha detto, ci rimugino su e poi mi viene un’illuminazione. Ha detto: “Go!”. “Che vorrà mai dire?” mi chiedo. Poi capisco che è un segnale: ha dato il via agli altri clienti che, come in una danza al rallentatore, si incastrano a noi.

Vengono su di voi, vi baciano, qualcuno inizia a leccarle le tette, un altro si fa coraggio, tira fuori il cazzo e glielo struscia sul culo. Poi tu, perversa, indichi me a qualcuno di loro, il più grosso o meglio, quello che lo ha più grosso. Mi afferra per i fianchi, mi allarga le natiche e mi punta il cazzo sull’ano. Ci sputa sopra poi gradualmente me lo spinge dentro. Voi vi aggiustate sulle poltrone per accogliere altri cazzi. Tenete ancora incollate le bocche, ma solo quelle, e due degli spettatori strusciano i loro cazzi sulle vostre rispettive fiche, fino a quando voi, stufe di giocare, li afferrate e ve li spingete dentro

Incliniamo la schiena e ci facciamo stantuffare per bene. Ogni tanto qualcuno si toglie, ma subito qualcun altro lo sostituisce, come una danza, perfettamente sincronizzati. Con la coda dell’occhio ti guardo, protettiva, voglio che tu goda e stia bene.

Intanto lo schermo trasmette il film, incurante di questo groviglio armonico di corpi.

Infatti godo e sto bene: un cazzo enorme mi riempie il culo e un altro la bocca; per sovrammercato vedo le vostre fiche a pochi centimetri dal naso, riempite a loro volta da cazzi che vanno e vengono, sborrano, escono e vengono rimpiazzati da altri freschi. E ciò che mi fa sentire meglio di tutto è il tuo viso indulgente che mi guarda, carico di comprensione e che mi fa sentire protetto. La mia padrona mi accarezza la nuca, intanto che succhia un cazzo con dignità da regina.

All’improvviso si alzano le luci. Il film è finito. Lentamente ci ricomponiamo e torniamo a casa. Chissà cosa c’è in programmazione domani? Potrebbe andar bene finanche un film di Godard.

 

Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Nightclubbin’

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Il pensiero di tenerti al guinzaglio mi aveva quasi sfiorato. Ci ho rinunciato per un paio di motivi: non sarebbe stato facile giustificare a qualche zelante rappresentante delle forze dell’ordine perché ti stavo conducendo legata in giro per la città ma, soprattutto, a guardarti mentre mi segui, docile, occhi bassi eppure scodinzolante e felice, è evidente che il guinzaglio che ti lega a me c’è, ed è più forte di qualunque catena zincata.
Per meglio umiliarti – ed esibirti – facciamo una lunga passeggiata per raggiungere il quartiere dove si trovano la maggior parte dei locali notturni. Ne scelgo uno che conosco per la qualità della musica e della bevande. Entro e mi segui fedele. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che sei alle mie spalle, come un’ombra. Mi appoggio con le spalle al bancone e, senza neanche guardare il barman, ordino una bottiglia di Taurasi. Ti accucci ai miei piedi. Ti guardo, e aggiungo: “E un frullato per la mia cagnetta.”
Al sicuro, dietro il suo bancone e dentro la sua uniforme, segnato da una lunga esperienza, il tipo provvede, astenendosi da qualunque commento.
Lascio decantare il vino, guardando in giro per il locale. Una canzone di Iggy Pop, insieme all’alcool che viene servito ai tavoli e al banco, contribuisce a rendere l’atmosfera elettrica. Di fronte a me, una donna che dimostra una trentina d’anni mi guarda con riprovazione. La fisso. Per meglio dire, le faccio sentire addosso il peso del mio sguardo, visto che inforco degli impenetrabili quanto inopportuni occhiali da sole. Non dimostra il minimo imbarazzo, neanche quando ti poso un piede sulla schiena.
Non ce la fa più e sbotta: “Che schifo! Non si vergogna?”
Faccio fare la spola al mio sguardo dalla tua schiena al suo viso, due o tre volte.
Scandendo bene le parole, in modo che possa leggerle dal movimento delle mie labbra, urlo nel frastuono del locale: “Scommetto che vorresti essere al suo posto!”
Tendo il braccio. Il palmo della mano verso l’alto, le punto l’indice contro. “Vieni qui!”, le dico, chiudendo il dito verso il centro della mano, facendole segno di avvicinarsi.
“Perché dovrei?” Il cipiglio e il volto serio, però, contrastano col resto del suo corpo che si muove verso di me di un passo. A dispetto delle apparenze, capisco che, dentro quel tailleur, si nasconde una preda.
Tiro fuori uno dei miei sorrisi più accattivanti e mi avvicino di pochissimo. Giusto quello che serve per arrivare a sfiorarle una guancia col dorso della mano. Si lascia sfiorare poi, come ripensandoci, si scosta, come scottata. Ti faccio un cenno e ti alzi. I tuoi occhi sono costantemente puntati su di me in attesa di ordini.
“Vieni qui”, dico alla tipa, bevi un bicchiere di vino con noi. Sorrido a entrambe e vi presento.
Le sue ultime resistenze svaniscono quando si rende conto che fai tutto di tua spontanea volontà: senza rendersene conto, si ritrova con un bicchiere in mano e lo sorseggia con troppa fretta. Di sicuro non con la prudenza e attenzione che un vino simile meriterebbe. La punirei già solo per quello. Glielo dico, increspando le labbra verso l’alto. Adesso ride, lasciandosi andare. Ha già mandato giù mezzo bicchiere e l’alcool le imporpora le gote.
La erudisco o, per meglio dire, la stordisco col mio sapere in fatto di vini. Le riempio di nuovo il bicchiere, invitandola a chiudere gli occhi e a lasciarsi scivolare il vino ai lati della lingua, a lasciarsi andare ai ricordi di infanzia per far affiorare i profumi da associare a quanto avviene nella sua bocca. “Legno, mi ricorda la bottega di falegnameria di mio zio …”
“Brava! Ma questo non è che l’inizio: c’è ancora tanto da scoprire. Vediamo cos’altro ti dice la tua lingua, la tua memoria …”
Ne approfitto per avvicinarmi al suo orecchio e le sussurro, le ordino: “Vai in bagno!”
Posso immaginare come se lo stessi vedendo la sua fica bagnarsi all’istante. Faccio di meglio: le infilo una mano nei pantaloni, lì, davanti a tutti, davanti alle sue amiche rimaste al bancone che si guardano a bocca aperta, la spingo sotto i suoi slip e la apro sulla sua fica.
E’ fradicia. Posso sentire il calore della sua testa in ebollizione, mentre si gira e si avvia alla toilette.
“Tu aspettami qui”, ti ordino.

“Cosa vuoi farmi?” Appena mi vede entrare nel bagno delle donne, il suo volto in fiamme riesce a malapena ad articolare questo estremo tentativo di difendere il suo orgoglio. La prendo per i fianchi, la costringo a girarsi verso lo specchio, le sbottono i pantaloni, glieli abbasso insieme alle mutandine e le infilo una mano fra le cosce.
“Sbottonati, voglio vederti le tette nello specchio …”
I suoi gesti sono lenti, ma non c’è più nessun tentennamento: si apre la giacca, si sbottona la camicetta e scopre i seni che accarezzo con l’altra mano. Le infilo due dita nella fica, le stuzzico il clitoride. Mi sbottono il pantalone quel tanto che basta a tirar fuori il cazzo e glielo struscio sotto la fica.
“Togli tutto. Voglio vederti nuda.”
Mentre le spingo dentro il cazzo, gemendo, continua a spogliarsi.
E’ completamente persa. Sospetto che vorrebbe vedere entrare in bagno adesso, qualcuno che possa vedere quanto in basso è scesa, quanto grande è la sua umiliazione.
Pari soltanto all’eccitazione che tutto ciò le provoca.
Si libera di tutto. Sorrido guardandola piegare diligentemente i suoi abiti e posarli sul lavabo. Le allargo le cosce con i piedi, costringendola a liberare una gamba dai pantaloni, che restano arrotolati intorno all’altro piede. Appoggia le mani allo specchio e guarda la nostra immagine riflessa nello specchio, mentre le spinte del mio bacino la fanno sussultare. Le afferro i seni e glieli strizzo fino a veder comparire una smorfia di dolore sul suo viso, ma non mi fermo. Avvicino la bocca a un orecchio e le sibilo: “Lo sai cosa sei, vero?”
“Sì”, geme.
“Dillo. Dillo che sei una grandissima troia, una cagna in calore che vuole solo un padrone che la fotta a dovere.”
Ripete, come una brava scolaretta: “sono una grandissima troia, una cagnetta in calore che vuole solo che il mio padrone mi fotta come si deve.” Sembra quasi affranta per non aver saputo ripetere le parole esatte. Le mie mani si abbattono sulle sue natiche, con forza. Le vedo diventare prima bianche, poi rosse. Mi fermo solo quando mi fanno male le mani. Prendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni e ti mando un sms, ordinandoti di raggiungerci.
Quando apri la porta, ci trovi ancora così: lei nuda, davanti a me vestito, col solo cazzo fuori ma che non si vede, infilato com’è nella sua fica.
“Inginocchiati e leccale la fica”
Esegui, senza fiatare. Alla sua umiliazione, adesso si unisce l’imbarazzo. Le afferro i capelli, costringendola a girare la testa verso di me prima, verso il basso per guardarti mentre la lecchi.
“Le mie due cagnette adorate”, articolo, mettendo nella voce tutto l’affetto di cui sono capace.
Continuo a fotterle la fica da dietro fino a quando sborro, aggrappato ai suoi fianchi. C’è ancora qualcosa che la trattiene, ma l’insistere della tua sapiente lingua che le fruga le labbra, lecca il mio sperma che le cola fuori e le morde il clitoride abbatte le sue ultime difese e si lascia andare a un orgasmo devastante. Sfilo il cazzo e la costringo a leccarlo per pulirmelo.
“Adesso baciatevi.” Ti butti, avida del mio sperma, sulle sue labbra, spingendole la lingua in bocca, dopo avergliele leccate. Le prendi il volto fra le mani e continui a baciarla. Vedo che anche lei ci sta prendendo gusto. Accarezzo la testa a entrambe.
“Non è giusto che la mia cagnetta rimanga senza godere, non trovi?” Ti alzi.
Infila la testa sotto la tua gonna e incomincia delicatamente a leccarti la fica. Non c’è voluto neppure il mio ordine esplicito: ha imparato in fretta!. Appoggi la testa al mio petto, mentre ti godi il lavoro della sua lingua sulla fica. Con una mano ti stringo a me, con l’altra le accarezzo la testa, attraverso la stoffa della tua gonna. Le libero la testa, sollevandola, e vi guardo entrambe.
Mentre godi mordendoti le labbra sulla mia camicia, sento di volervi bene.
Vi voglio così bene che mi libero degli occhiali da sole per guardarvi meglio.

Il nuovo collare di pelle

collare

Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Vegan!

banana

Mentre vago nell’orto, mi capita spesso di distrarmi: incomincio a guardare il grado di maturazione delle mele, alzo la testa per valutare quante noci raccoglierò quest’anno, mi metto a sbirciare di qua e di là e dimentico cosa stavo facendo.
Accarezzando con lo sguardo le mie coltivazioni, vedo le teste dei carciofi e ricordo cos’ero venuto a fare: a raccoglierne qualcuno per preparare la cena. Armato di coltello, mi infilo fra le lunghe foglie delle loro piante e ne tasto qualcuno.
Sfiorando quelle rotondità, lisce e grosse, mi accorgo che hanno quasi qualcosa di umano. In breve mi intenerisco a tal punto che non ho più il coraggio di tagliarle. Con la coda fra le gambe, scappo come un ladro.
Ripiegherò su una bella bistecca e tanti saluti.
Alcuni minuti più tardi, mentre afferro l’osso a due mani per mangiare gli ultimi pezzi di carne attaccatici, sento la porta aprirsi e mi ricordo della mia ospite!
E’ uno degli inconvenienti di passeggiare nell’orto: si rischia di dimenticare tutto, avvolti come si è nella natura. Avrei dovuto preparare qualcosa anche per lei. Mentre ho l’osso davanti alla bocca atteggiata a sorriso, entra e, senza neppure salutare, mi dice, sarcastica: “Non sapevo che tu fossi un assassino.”
Un sorriso dubbioso mi si è strozzato sul viso, mentre mi chiedevo se stesse scherzando.
“Ti confesso che ho appena rinunciato a un assassinio: ho lasciato vivere un carciofo che mi guardava con i suoi occhioni tristi …”
“Scherzaci, tu: prima o poi voi assassini carnivori dovrete convincervi che avete rovinato il pianeta. Lo sai quanto inquinamento provoca quella bistecca che hai appena finito di mangiare?”
“Se è per quello, credo che la coltivazione della soia da parte delle multinazionali sia molto peggio. Per non parlare poi di come far diventare quei fagioli seitan, tofu e porcherie varie …”
Mi ha interrotto con violenza, urlandomi qualche altra cosa in faccia.
E’ più forte di me, più passa il tempo e meno riesco a tollerare l’intolleranza. Non sopporto più credenti, tifosi, politici e quanti mettono la fede davanti agli uomini.
Ho calato la testa nel piatto e ho taciuto. Lei continuava a snocciolare cifre che avrebbero dovuto farmi sentire in colpa ma che, invece, mi annoiavano soltanto.
Eppure in quei giorni si era creata fra noi una tensione positiva e una complicità che non sapevamo dove ci avrebbe portati.
Tutto crollato su una bistecca.
Trovatasi senza interlocutore, mi ha urlato contro una frase che mai mi sarei aspettato, come se fosse uscita da un pessimo film americano: “Lecca il mio culo vegano!”
Poi …
Poi mi sono sentito in colpa. Io e il maledetto carciofo.
Le ho chiesto scusa. L’ho vista sbollire lentamente.
Le ho sorriso e ho scandito: “Magari …”
Era di fronte a me, gambe larghe e mani sui fianchi. La posa contrastava però con la luce negli occhi, che non era più di aggressività. Mi sono alzato e l’ho abbracciata. Ho sentito i suoi seni premermi sul petto. Il mio cazzo si è timidamente risvegliato. Mi sono lasciato scivolare a terra, ai suoi piedi, e le ho abbracciato le gambe. Ginocchioni, le ho girato intorno, infilato la testa sotto la gonna e le ho davvero leccato il culo.
Dopo qualche secondo, dopo aver lottato con tutto me stesso per non farlo, dopo aver mandato quella cazzo di frase a passeggio per la bocca e per il cervello nel tentativo di non farla uscire, mi sono sentito dire, con voce carica di ironia: “Sa di cicoria”.
Non ho sentito altro che un fruscio, mentre si girava, mi toglieva la gonna dal viso e mi mollava la sberla più forte che abbia preso in vita mia.
La guancia mi bruciava così forte che mi è passata ogni velleità di umorista.
Non sazia, mi ha messo un piede sul viso e mi ha spinto a terra. Sono caduto all’indietro in una posizione piuttosto scomoda, per chi non è allenato: le ginocchia piegate e il corpo steso sulla schiena. Mentre cercavo di riprendere una posizione tollerabile per le mie giunture, mi è saltata addosso. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato fuori il cazzo, sollevato la gonna e incollato la fica sopra. Mi è tornato subito duro. Mi ha letteralmente strappato la camicia. Ha sollevato il bacino, si è impalata sul mio cazzo e ha incominciato una danza forsennata. Le mani strette intorno al mio collo, ho temuto che volesse strozzarmi. Urlando, mi ha liberato il collo e ha preso a schiaffeggiarmi il viso con metodo.
Travolto dalla sua foga, non ho potuto fare a meno di pensare che c’è chi sostiene che mangiare carne renda violenti.
Ho lasciato che questi pensieri restassero tali, però, non azzardandomi a esternarli.
Le sue mani continuavano ad abbattersi sulle mie guance, mentre si è sbottonata la camicia tirando fuori i seni. Me li ha strusciati sul viso, e poi ha piantato le unghie nel mio petto, vicino ai capezzoli.
Non ha dato segni di essersi accorta del mio orgasmo, che è arrivato mentre le sue unghie entravano nella mia carne, subito dopo, continuando a cavalcarmi senza tregua.
Di nuovo le mani strette intorno al mio collo, mi ha morso una spalla fino a farmi urlare di dolore. Mentre urlavo come un agnello ferito, è venuta, coprendo col suo urlo il mio.
Mi si è accasciata addosso. Ansimava, vedevo la sua schiena sollevarsi e abbassarsi su di me. Dove la spalla mi faceva male, sentivo il lenimento di delicati baci. Una sua mano mi accarezzava la fronte.
Si è sfilata dal mio cazzo. Lo ha afferrato con una mano, lo ha stretto e mi ha detto: “Questa è l’unica carne che può entrare nel mio corpo.”

Ricambi

“Guarda, Mario, io sono convinto – e molti economisti mi danno ragione – che, una volta raggiunto il fondo, non si può che risalire …”
Mario lo ascolta distrattamente. Nel negozio di ricambi rimbomba, attraverso un pessimo impianto stereo, una bella canzone di Paolo Conte. Per il signor Mainolfi, titolare dell’attività dal 1970, è un problema relativo, sordo com’è.
“Io ne ho vista di gente passare qui dentro. Mi basta vederli entrare, i clienti, per capire se spenderanno o meno. Quando mi chiedono a che ora chiudo, per ripassare, so già che non ripasseranno.”
Mario si guarda bene dall’interromperlo: costerebbe troppa fatica. Dovrebbe urlare per sovrastare il cantante di Alessandria e la sordità del signor Mainolfi.
Questi somiglia a Vittorio De Sica o, meglio, a uno dei personaggi di polverosa nobiltà che ha interpretato spesso. Ha il labbro superiore increspato, quasi un ghigno ma, tutto sommato, emana da tutta la sua persona un fascino d’altri tempi. Mario guarda l’orologio: quindici minuti di ritardo, può andar bene così. Getta un ultimo sguardo sul locale enorme, male illuminato, dove una specie di tuttofare che sembra il servo di una pièce teatrale spolvera blister di colla dagli improbabili effetti miracolosi. La polvere e l’abbandono regnano sovrani.
Il signor Mainolfi, indicando con la testa il fornitissimo reparto di modellini, continua: “Sono quelli a tenermi ancora qui. Solo per la passione che ho per quei modellini – lo sai che alcuni costano più di cinquecento euro? – solo per quella passione non ho ancora chiuso e continuo a stare qui dentro. E comunque, guardare la gente che entra non smetterà mai di affascinarmi …”
Stringendo il pacchetto sotto il braccio, Mario gli porge la mano per accommiatarsi calorosamente.
Venti minuti di ritardo sono perfetti. Gira l’angolo, dove sa che Anna lo aspetta impaziente in macchina. Se tardasse oltre la mezz’ora, rischierebbe di perderla, invece deve tenerla entro limiti che la portino al parossismo, senza tuttavia scoraggiarla. La immagina in preda alle più oscure paure, temendo che lui l’abbia abbandonata, paure che si alternano alla speranza, in un turbinio di emozioni che non fanno che caricarla, stringerle in diaframma in una morsa e renderla nervosa e inquieta. La vede, infatti, tesa sul volante, con la testa che gira a spazzare l’incrocio alla ricerca della sua sagoma. Si morde le pellicine delle dita. Una volta l’ha anche rimproverata per questo e, già che c’era, anche punita.
Appena lo vede, i suoi occhi brillano di gioia. Se lui non fosse già lì, è certo che scenderebbe dall’auto per corrergli incontro scodinzolando. Gli salta al collo, lo bacia, gli tocca le gambe come se fosse la reliquia di un santo poi, relativamente calma, mette in moto e parte.
Negli ultimi mesi, ogni volta che le ha consentito di avere un orgasmo, Anna ha avuto il naso e la lingua fra le sue natiche.
Poco più tardi, in camera, dopo averla fatta spogliare e inginocchiare, Mario si gira e, sbottonandosi soltanto i pantaloni, le impone di leccargli il culo. Fa caldo, sono sudati entrambi. Dev’essere per questo, per il diffondersi nelle narici l’uno dell’altro che l’eccitazione è così forte che Anna ha un orgasmo appena infila la lingua fra le sue natiche, appena ha inalato il suo odore di maschio padrone. Mario è sollevato di trovarsi di spalle, così non sarà evidente la sua soddisfazione. Non lo avrebbe creduto possibile, quando ha incominciato la disciplina.
“Sei venuta senza il mio consenso. Sai che adesso devo punirti?” La sua voce è calma, bassa.
Sul viso di Anna, ancora ansante e rossa per l’orgasmo, appaiono contemporaneamente dispiacere ed eccitazione, ancora. Dispiacere per averlo deluso; eccitazione perché sta pregustando il momento in cui sarà punita, finalmente.
Mario si gira. “Leccami le palle.”
Anna lo fa, diligentemente. Avvicina una guancia al cazzo duro di Mario e ce la strofina contro, come se gli facesse le fusa. Mentre lo fa, chiude gli occhi. D’improvviso, come se si fosse ricordata qual è il suo compito, riprende a leccare le palle, dalla base del cazzo fino al perineo, fino a lambire l’ano.
“Giù, adesso, faccia a terra e culo in aria!”
Anna esegue. Mario, liberatosi di una scarpa, le sfiora il culo col piede nudo, poi la schiena, infine le schiaccia la testa facendola finire col viso sul pavimento. Anna ha un brivido per il contatto con la ceramica. Il piede effettua il percorso a ritroso, con l’alluce che le sfiora la schiena, per poi finire a solleticarle la fica grondante eccitazione. “Non muoverti.”
Torna dopo pochi secondi. Anna sente il rumore di un accendino. Ha un brivido, più intenso, adesso. Trattiene il respiro. Quando sente la prima goccia arrivarle sulla schiena, ha un sussulto.
“Zitta!” In apnea, riceve la seconda goccia. Immagina la sua pelle diventare prima rossa, poi coprirsi di bolle, man mano che le gocce le arrivano addosso. A un certo punto ha come la sensazione di essersi liberata di una paura ignota, e gode al contatto di ogni goccia che cade. Non le sembra neanche più che scotti. “Girati, adesso.”
Quello che appare ai suoi occhi la sconcerta: Mario ha l’accendino spento in una mano e un contenitore d’olio nell’altra. Si lascia andare a una rara risata che riempie il silenzio della stanza. “Scommetto che lo hai sentito bollente, vero?” Anna è frastornata. Era olio, freddo, al più tiepido. Non sa se credere ai suoi occhi o alla sua pelle, si rende conto che la sua fantasia ha talmente dilatato i suoi sensi da farle provare un dolore che non esisteva. Si sfiora la schiena col dorso della mano e trova soltanto delle macchie d’unto. I suoi occhi sono così colmi di gratitudine al suo padrone che si riempiono di lacrime. “Girati, adesso, stenditi sulla schiena.”
Mario, che aveva ancora addosso i pantaloni, se ne libera. La sovrasta. Allarga le gambe, prende il cazzo duro il mano, lo indirizza verso il viso di Anna e piscia. Le irrora gli occhi, la bocca, i seni, giù, fino alla fica. Si china su di lei, le tappa il naso con indice e pollice e, appena apre la bocca, le infila il cazzo in bocca pisciando ancora. Rimane così, inducendola a succhiarle il cazzo. Le strofina il culo sul collo, sui seni, offrendole il cazzo in bocca e ritraendolo. Glielo strofina sugli occhi, sulle labbra, la cappella lucida sulle palpebre chiuse. Afferra il cazzo e glielo picchia sulle guance, schiaffeggiandola. Si alza. “Vai al tavolo, braccia e gambe larghe.” Le infila un collare borchiato munito di catena. Col guinzaglio in mano, tirando il collo di Anna a sé, le strofina il cazzo fra le natiche, poi sotto la fica. “Oggi non credo che avrai il mio cazzo dentro. Sei stata disubbidiente.”
Mentre la sente gemere di disappunto, fatica a trattenere l’orgasmo. Il cazzo è durissimo, lucido. Una goccia di sperma brilla in cima. Lo afferra e le picchia le grandi labbra, sbattendoglielo fra le cosce. Ogni tanto dà uno strattone al guinzaglio. Le sfiora la schiena con le unghie. Gode a guardare l’effetto pelle d’oca. Si avvicina e, spinge col bacino. Il cazzo in su, fra le natiche di Anna, simula di scoparla. Guarda il cazzo emergere dal culo di lei. E’ costretto a fermarsi. Tira il guinzaglio imponendole di girarsi. Le infila un piede fra le cosce, spinge l’alluce nella fica. La scopa così, per pochi secondi, poi strofina il piede sotto la fica fradicia di umori. “Guarda che hai fatto, mi hai sporcato il piede …” Glielo porge e lei lo lecca diligentemente, fino a togliere ogni traccia.
Le prende i capezzoli fra le dita, stringendoglieli forte. Vede la pelle intorno sbiancare. Anna mi morde le labbra per non urlare di dolore, eppure sente l’orgasmo montarle di nuovo. Si trattiene a stento: non vuole deluderlo di ancora.
Mario la lascia e va a sedersi in poltrona. “Vieni.” Sulle sue ginocchia, con Anna a pancia in giù, inizia una sessione di sculacciate. Lento, inesorabile, metodico, Mario le arrossa il culo fino a sentire la mano dolorante. Le afferra forte un seno, strizzandoglielo, senza smettere di sculacciarla. Anna si arrende al secondo orgasmo della giornata, entrambi senza nessun contatto con la fica.
Mario sembra furioso, la costringe ad alzarsi, le impone di nuovo il tavolo, gambe e braccia larghe.
Dietro di lei, le spinge il cazzo dentro con forza e incomincia a montarla con frenesia. Le mani sulle spalle, spinge fino alle palle, fino a venirle dentro, fino a svenirle addosso.
Ripromettendosi di far passare molto tempo prima che accada di nuovo, le urla all’orecchio uno strozzato “Ti … amo …”

Silvia

sil

Gli spifferi che fanno vibrare rumorosamente gli infissi fanno fare un salto indietro di trent’anni alla mia memoria. Abituato al silenzio del mio appartamento insonorizzato, quei suoni a volte sinistri, a volte giocosi, fanno sì che il paesaggio che vedo dalla finestra sia lo stesso di quand’ero bambino.
A casa del nonno per l’ultimo saluto, sono risucchiato sai ricordi.
Guardo il campo di grano di un giallo vivo, dove le spighe del Saragolla, dalle tipiche teste reclinate, ondeggiano al vento, e mi sembra di vederlo ancora con gli occhi con cui lo guardavo da piccolo.
Il nonno si è ostinato a non cambiare varietà di grano fino all’ultimo, fino all’ultimo giro col trattore di qualche mese fa.
Il naso incollato ai vetri, guardo me bambino correre sull’aia, infilarmi fra le spighe alte più di un uomo adulto, e far danni di ogni sorta, insieme alla mia cuginetta Silvia.
Silvia. Non la vedo da allora, da trent’anni fa. Chissà com’è diventata? La immagino bellissima. Lo era allora, una bellissima bambina, non può che essere diventata una bellissima donna.
I nostri genitori ci rimproveravano di continuo, quando venivano a intimarci di scendere dagli ulivi, quando uno dei due teneva l’altro in equilibrio sul pozzo per vedere cosa c’era dentro, quando ci perdevamo fra il grano per ore …

Più tardi, mentre bighellono davanti a casa, la vedo arrivare. Sento che è lei, la riconosco dagli occhi, profondi, con un velo di furbizia. Non ho il coraggio di fare ciò che il mio corpo vorrebbe: mettermi a correrle incontro per abbracciarla. Ci avviciniamo lentamente, come increduli, lasciando che un sorriso si diffonda sul viso come una macchia d’olio sull’acqua, per finire in un abbraccio da togliere il respiro. Più la stringo fra le braccia, più mi accorgo di quanto mi sia mancata. Dopo averci presentati, mentre il marito scarica la macchina, ci avviamo verso il campo di grano.
Non riusciamo più a passarci sotto, però, se non chinando la testa. Ci rinunciamo, e gli giriamo intorno. Poco a poco le parole tornano a essere fiume, un fiume che si gonfia di ricordi e di cose nuove da raccontarci. Silvia si mette a correre verso il grano, ridendo. La inseguo, fingo di acchiapparla, infine l’afferro per i fianchi e cadiamo in ginocchio nell’ombra del Saragolla. I nostri respiri si confondono, il suo seno, sollevato dal respiro, magnetizza il mio sguardo, le mie labbra, come dotate di volontà propria, vanno verso il suo collo e infine s’incollano alla sua bocca.
Mentre le lingue s’intrecciano e le salive cambiano bocca, sappiamo che i trent’anni trascorsi lontani sono cancellati, dimenticati. Le mie mani sono frenetiche mentre le sbottono la camicetta e si infilano sotto il reggiseno. Prendo il seno in mano, lo stringo forte. Sento pulsare il capezzolo turgido sotto il palmo, mentre l’altra mano risale lungo la gonna, portandola su. Le accarezzo la coscia, poi verso l’interno. Torno all’esterno, sul culo, seguo con l’indice il perimetro degli slip. Arrivo fra le cosce. Poso il palmo aperto sulla fica. Ci separa solo il leggero tessuto delle mutandine. La sento pulsare. I miei battiti cardiaci sono così forti da far scomparire i canti fuori orario del gallo, il frinire assordante delle cicale e ogni suono che fino a un attimo prima riecheggiava per la campagna. Silvia mi bacia il collo, il viso, torna a baciarmi in bocca, sussurra il mio nome all’orecchio, con un tono che sembra disperato. Mi sbottona i pantaloni e libera il mio cazzo duro. Lo afferra, lo tasta, come a volerne saggiare la consistenza o a volerne imprimere le forme nella memoria, e se lo struscia sulla fica che intanto ho liberato dagli slip. Affondo la bocca fra i suoi seni e poi, guidato dalla sua mano, il cazzo scivola nella sua fica. Spingo il bacino in avanti fino a quando non sento le palle sbattere contro di lei. I nostri bacini danzano senza tregua, le mani toccano ogni centimetro di pelle del viso, come se fossimo ciechi, e poi di tutto il resto del corpo, sempre più libero di indumenti, sempre più sudato. Le generose cicale coprono il mugolio con quale Silvia gode e il mio ansimare che si spegne fra i suoi seni.
Inopportuno, dopo essere stato sommerso per tutto questo tempo, arriva come un film il ricordo del giorno in cui ci separarono.
Ci scoprì sua madre. Eravamo entrambi nudi. Silvia, davanti a me, con la mani legate dietro la schiena. Io, con una timida erezione, alle tue spalle, con in mano un frustino improvvisato con non ricordo cosa. Le sberle che presi furono una panacea per i miei sensi di colpa, che altrimenti non avrei sopportato. Fu tratta in salvo e non la vidi più. Ciò che sua madre non sapeva, o non voleva sapere, era che a impormi di legarle le mani era stata Silvia.
Il giorno successivo, il funerale, i saluti con i parenti e i conoscenti del paese, frasi di circostanza, ricordi di ogni episodio della vita del nonno, di quando affisse sul muro di casa un enorme cartello con la scritta “Fatevi i cazzi vostri!”, fra gli altri, che gli fecero guadagnare la reputazione di burbero genio cui molti preferivano dar ragione senza discutere, non ci lasciarono che l’occasione di qualche sguardo furtivo, in cui dovemmo soffocare più di un sorriso.
Non lo avrei creduto possibile ma, quando il marito di Silvia si mise in macchina per andare a visitare il monastero di S. Giovanni, trovai quasi simpatico l’uomo che aveva potuto viverle accanto al posto mio. Albeggiava. Mi stavo radendo. Per l’emozione, mi tagliai sopra il pomo d’Adamo.
Dopo colazione, girando per la casa ormai vuota alla ricerca di ricordi del passato – “Ricordi che qui c’era il vaso che facesti cadere mentre seguivi il cane?” – e annusando gli odori che, più della vista, li facevano tornare a galla, arrivammo fino allo studio. Mi persi nell’enorme ritratto appeso alla parete. Un paesaggio di scarso valore artistico, ma ne ripercorsi ogni linea, alla ricerca di quelle tracciate dalla mia fantasia di bambino. Quando girai la testa verso la scrivania, era lì. La gonna sollevata sul culo, le autoreggenti tirate su, che lasciavano biancheggiare la carne delle cosce, e le braccia larghe sul mobile. Il cazzo rispose in modo violento. Lo tirai fuori, avvicinandomi. Strusciai la cappella all’interno delle cosce, verso su, lambendo gli slip, e poi verso giù, sull’altra gamba. Le abbassai le mutandine quasi con violenza, strofinando il culo col cazzo duro, poi sotto la fica. Lo guardai, lucido dei suoi umori. La sentivo fremere a ogni contatto.
“… e ficcamelo dentro, stronzo!” Come preda di una di quelle illuminazioni di cui non si conosce la provenienza, fui sicuro che era altro che voleva. Mi spostai di lato e lasciai andare la mano. Non si mosse, confermando quanto avessi ragione. I miei occhi erano incollati alla sua natica, sui cui si faceva più vivo il rosso del disegno dalla mia mano. Lascia partire un altro colpo. E poi un altro, e un altro ancora. Gemeva. Fui quasi geloso del fatto che avrebbe potuto godere così, da sola, senza il mio cazzo dentro. Quasi con rabbia, glielo strusciavo fra le cosce, fra le labbra fradice e sull’ano, per poi tornare a schiaffeggiarle le natiche con forza. Ero rapito da lei, da quello che stava facendo e da quello che stava tirando fuori da me. Non avrei mai immaginato di poterlo fare. Il suo culo era ormai bollente. Le mani mi facevano male. Le spinsi il cazzo nella fica e venni quasi subito, aggrappato alle sue tette. Rimanemmo così per lunghi minuti, nel silenzio assoluto della casa vuota.
Separatici, si buttò ai miei piedi, nuda. Le afferrai per i capelli, fino a farle arrivare col viso all’altezza del cazzo. Era di nuovo duro. “Leccami le palle”. Non aspettava altro. La lingua saettava dallo scroto al perineo, mi leccava il buco del culo, come a volerlo lucidare. Si lasciava scivolare le palle in bocca, una alla volta, succhiandole delicatamente, mi baciava l’interno delle cosce, poi lo scroto, il cazzo.
I suoi capelli in mano, la costrinsi a guardarmi negli occhi. Mi sentivo autoritario. “Adoralo. Adora il mio cazzo!”
Sì, lo adorava, lo guardava implorante, come se la sua vita dipendesse da lui. “Succhialo, adesso. Ma non provare a farmi venire senza la mia autorizzazione, altrimenti sarai punita.”
Nei suoi occhi, solo un’immensa gratitudine. Ero quasi certo che volesse anche essere punita …
La sua bocca avvolse il mio cazzo come una morbidissima fica. La sua testa andava avanti e indietro con perizia, come se leggesse dentro ogni mio desiderio. Scopriva la cappella, la baciava, la mano mi accarezzava le palle, e la bocca tornava ad avvolgerlo come il più prezioso dei foderi. Con la mano dietro la nuca, le imposi il ritmo. Le scopavo la bocca, muovendo il bacino, sbattendoglielo sul viso. Sborrando, la costrinsi a tenerlo ancora in bocca. Represse un conato di vomito, inspirando a fondo, e poi deglutì, mandando giù tutto. Tirando fuori il cazzo, una goccia di sperma le finì sulle labbra. La raccolsi con l’indice e la costrinsi a leccarlo.
“Non mi hai ubbidito. Sei una pessima ragazza, Silvietta.”
Il cazzo ancora duro davanti al tuo viso, le pisciai in faccia.
Ci baciammo con violenza per non so quanto tempo.

Dopo pranzo, eravamo nelle camere da letto. Passammo ore a guardare uno scatolone di foto trovate su un armadio. Poi, come attratti irresistibilmente, finimmo sul letto. Le legai polsi e caviglie. Incombevo su di lei, beandomi del suo sguardo carico di adorazione. Mi facevo quasi paura. Posai un piede sulla sua fica nuda. Lo muovevo su e giù. “Guarda cos’hai fatto: mi hai bagnato il piede con la tua fichetta sbrodolante. Lecca!”
La pianta del piede sulla sua bocca, leccò diligentemente. Scivolava lungo il suo corpo. L’alluce indugiava sui capezzoli turgidi, poi scivolava sotto i seni, sul ventre, lambendo l’ombelico. Di nuovo sulla fica, la masturbavo col tallone. Spinsi l’alluce dentro, scopandola lentamente. Poi il piede sul pube, frenetico, fino a farla godere ancora.

Liberai caviglie a polsi e la feci girare. Rimase stesa, come se ci fossero ancora corde a tenerla immobilizzata. Sfioravo il suo corpo col mio, strusciandole il cazzo sulla pelle, come se fosse un balsamo per le sue stanche membra. Sollevandomi, la sentii gemere come mai era accaduto. Guardando in giù, vidi la mia collanina che le sfiorava la schiena. Vedere il metallo scorrere sulla sua pelle fu troppo. Ebbi paura di me. Le sollevai il bacino, strusciando il cazzo contro il suo ano. La mano sulla fica, la masturbavo selvaggiamente. Appena seppi di poterlo fare, spinsi il cazzo, inculandola, padrone di lei, del suo corpo e della sua anima. Poco dopo, sborravo, ossessionato dal pensiero del metallo che scivolava sul suo corpo.

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