Raggi

 

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Era una splendida giornata di sole. I campi di grano viravano dal verde all’oro tutto intorno a me. Continuavo a pedalare senza nessuna logica, alternando sgroppate folli, quasi dei tuffi in discesa, a faticosi zig zag in salita, come tutti gli adolescenti del mondo. E, come a tutti gli adolescenti del mondo, ogni scusa era buona per un’erezione con conseguente sega. Posai un piede a terra, dando uno sguardo panoramico alla natura intorno a me. Non c’era un’anima per chilometri, a giudicare dal silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale. Infilai una mano nei calzoncini, per un rassicurante contatto col mio sesso duro. Una costruzione abbandonata, forse un vecchio pagliaio, attirò la mia attenzione. Camminando con la bici per mano, mi avviai verso di esso. All’interno era pieno di ragnatele. Un aratro arrugginito, che evocava immagini di un passato rurale che non avevo conosciuto, giaceva inutile in un angolo. Qualche balla di paglia stantia qui e là e un forcone inutilizzabile confermavano la mia prima impressione di abbandono. Il cuore mi batteva all’impazzata mentre tendevo l’orecchio alla ricerca di un qualunque rumore che venisse dall’esterno.

Mi abbassai di poco i pantaloncini, tirai fuori il cazzo e incominciai a menarmelo furiosamente. Chiusi gli occhi. Ansimavo, ma cercai di attenuare il suono del mio respiro per cogliere eventuali suoni. Le palpebre chiuse aprirono una finestra sulla piazza del mio paese: Pamela camminava ancheggiando. Teneva l’adorata cagnetta al guinzaglio. La sua scollatura vertiginosa inghiottiva il mio sguardo. Deglutivo ogni volta che la vedevo. E ogni volta correvo a nascondermi, vergognandomi di essermi fatto scoprire. Sussurrai il suo nome.

Aprii gli occhi. La mia mano stringeva il cazzo e andava avanti e indietro scoprendo parte del glande. Tesi l’orecchio: niente, solo le cicale! Pronunciai il suo nome. Lo urlai. E venni, tenendomi a fatica sulle gambe. Guardai i getti del mio sperma spegnersi sulla paglia e poi sul pavimento in terra battuta, sempre più corti, sempre più vicini ai miei piedi. Sentivo la testa scoppiare e le orecchie bollenti. Mentre cercavo di prendere i fazzolettini con la mano pulita, quello che scambiai per un trapestio mi fece sussultare. Paralizzato dallo spavento, vidi, rassicurato, entrare una cagnetta scodinzolante. Sembrava quasi sorridere. Annusando il pavimento, si diresse verso le macchie che avevo appena schizzato. Ne leccò una, la più lontana. Continuando a seguirne il percorso a ritroso, si avvicinava a me, leccando ogni goccia di sperma. Fermo, con i calzoncini semi-calati, il cazzo in mano e l’altra rimasta ferma in tasca sul pacco di fazzolettini, non osavo respirare. Arrivata ai miei piedi, la cagnetta si appoggiò sulle mie gambe ergendosi sulle zampe posteriori. Tirò fuori la lingua seguendo il filo di sperma che colava dalla punta del glande. Paralizzato dallo stupore, il cazzo moscio per lo spavento, guardavo stregato la cagnetta. Quando la sua lingua arrivò a lapparmi il glande fui costretto a chiudere gli occhi. Mi si contrasse il diaframma, come se avessi toccato qualcosa di gelato con una parte sensibile del corpo. Ero combattuto fra la voglia di restare e il dovere di sfuggire a qualcosa che trovavo innaturale. Come stregato, rimasi. La bocca della cagnetta si impadronì gradualmente del mio cazzo, leccandolo e succhiandolo. Mi tornò duro in fretta. Saldamente appoggiata con le zampette anteriori alle mie cosce, la cagnetta me lo succhiava senza tregua. La sua lingua ruvida mi stava facendo impazzire. Avvertivo un leggero dolore alle palle per essere appena venuto.

D’improvviso, mentre stavo per venire di nuovo, la cagnetta si fermò e scivolò giù. Si girò e si mise a sculettarmi davanti. Mi aveva portato al punto in cui non potevo più fermarmi, ormai. Avendo abbandonato ogni residuo di ragione, mi inginocchiai dietro di essa e le sollevai la coda, curioso.

Ero attratto e respinto da quella assurda fichetta. Mi resi conto, in quel momento, che quello era il primo sesso di genere femminile della mia vita. Non so come, ma accadde: mi liberai dei calzoncini, le sollevai la coda e le spinsi dentro il cazzo. Spinsi, spinsi e spinsi ancora. L’abbracciai o, per meglio dire, la cinsi come potevo con le braccia e, inginocchiato dietro di essa, la fottevo preda degli spiriti. Sborrai, gemendo. La cagnetta guaì. Si girò e venne a leccarmi il viso. Ne fui infastidito, ma non fui capace di allontanarla. Mi pulii come potevo, mi ricomposi e uscii in fretta.

Inforcai la bici e presi a pedalare con un ritmo che mi stroncò in pochi minuti. Fui costretto a fermarmi. Ansimando, feci quello che meglio di ogni altra cosa avrei fatto per il resto della vita: mi sentii profondamente in colpa.

 

Mp3

L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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Il serio problema dell’intolleranza al lattosio

mungitura

 

Ti avvicini fischiettando alla stalla. Indossi un corto camice rosa con colletto e risvolti bianchi, guanti e stivali di gomma in tinta. Camminando, lasci dondolare un secchio di ferro zincato.

Arrivi vicino al giaciglio di paglia su cui dormo e mi dai un colpetto con la punta del piede per svegliarmi. Mezzo addormentato, giro la testa verso di te.
“E’ l’ora della mungitura, Vacca. Tirati su.”
Visto che ho difficoltà a riprendere contatto con la realtà, ci pensi tu con le maniere spicce: mi afferri per i capelli e mi tiri su, apri il camice e mi premi la fica sul naso.
La reazione è immediata: erezione pulsante e sono completamente sveglio e con l’acquolina in bocca.
Sollevo il culo, e rimango con le mani appoggiate alla mangiatoia. Accanto a me, ci sono cinque vacche. Vacche vere, intendo, legate anch’esse con grosse catene.
Sistemi lo sgabello accanto a me, tiri fuori dalla tasca un plug – rosa, ovviamente – e me lo spingi nell’ano senza tanti complimenti. Ti siedi e porti il secchio sotto al mio ventre.
Mi afferri il cazzo con la mano destra e cominci a segarmi o, per meglio dire, a mungermi. Sei di buon umore, ma impaziente: mi accarezzi la schiena, come fai anche con le altre bestie, e mi pizzichi un capezzolo (questo, invece, alle altre bestie non lo fai).
Sento il cazzo strattonato verso il basso sempre più forte. Quando mi ordini, perentoria, di sborrare, mi aggrappo alla mangiatoia per non franare a terra e sborro, senza poterti resistere.
La tua mano rallenta, dando gli ultimi colpi, mentre il tuo sguardo esperto valuta quanto c’è nel secchio.
Mi sistemi la colazione davanti e, mentre mangio, vai a mungere le altre vacche con la mungitrice.
Ogni volta che la vedo ho un tuffo al cuore, pensando con sgomento a cosa succederebbe – o meglio, cosa succederà – quando deciderai di usarla su di me.

Finito di sistemare le “colleghe”, torni a occuparti di me.
“E adesso, Vacca: seconda mungitura!”
Mi sfili il plug dal culo. Indossi uno strapon – rosa – ti posizioni dietro di me e spingi lentamente, fino a farmelo entrare tutto dentro. Le mani sui miei fianchi, mi possiedi con foga, come se dovessi sfogarti di un sovraccarico di testosterone. Lasci andare degli schiaffoni sonori sulle mie natiche, affondando lo strapon fino a sbattermi la fica sul culo. Di tanto in tanto, ti aggiusti una ciocca di capelli ribelle con il dorso della mano.
Continui a stantuffarmi dietro. Mi passi una mano sotto al ventre e mi afferri il cazzo con la mano guantata.
Mi seghi energicamente, fino a farmi sborrare di nuovo nel secchio. Giacché ci sei, continui a montarmi fino a raggiungere l’orgasmo, abbandonandoti sulla mia schiena.
Faccio fatica a reggere il tuo peso e i tuoi colpi. Mi chiedo dove trovi tanta forza un corpo tutto sommato più piccolo del mio. Sei piuttosto piccolina, sebbene muscolosa. Capelli biondi corti, se si esclude un ciuffo in cima.

Ti sfili, riponi lo strapon e ti sistemi il camice. Mentre raccogli il secchio, si sente il rumore di un’auto che si avvicina. La ghiaia del cortile scricchiola sotto i grossi pneumatici del SUV.
Si apre la portiera. Vedo fuoriuscirne una gamba interminabile, in fondo alla quale c’è una scarpa rosso vivo con un tacco altissimo.
Quando viene fuori Magda, l’accogli con un urletto di gioia. Vi abbracciate e vi baciate sulle guance.
Entra con te nella stalla. Mi guarda: “E’ nuovo?”
“Beh, da quando ho scoperto di essere intollerante al lattosio, mi sono dovuta rassegnare a un surrogato. Il latte di soia fa schifo. Non darei niente a base di soia neppure alle mie bestie. Quindi …”
Magda mi sfiora il culo e mi soppesa il pacco, come se davvero fossi una bestia a una fiera.
Guardare quelle gambe, però, mi ha inaspettatamente eccitato di nuovo. Ho il cazzo duro, anche se mi fa male. Un po’ mi vergogno di far vedere di essermi arrapato per una donna che non sia tu, la mia padrona.
La cosa non ti sfugge: “Guardala, la mia Panna, si è eccitata ancora! Forse oggi si può fare una terza mungitura!”
“Panna? Che razza di nome …” Magda ride sonoramente. “Come mai un nome così bizzarro?”
“Perché la sua vita ha un senso solo quando viene montata. Come la panna!”
Ridete di nuovo insieme.
Magda guarda lo strapon: “Posso provarlo?”
“Fai pure, accomodati! Intanto mi preparo per mungerlo.”
Quando sento la punta di gomma puntarmi sull’ano, sono costretto – data l’altezza di Magda – a sollevarmi sulla punta dei piedi. Spinge, senza riguardo, riempendomi di nuovo il culo.
I suoi colpi poderosi rischiano ogni volta di farmi franare a terra. Faccio una fatica immane per reggermi in piedi.
Gemo a ogni botta che ricevo. Tu mi mungi, intanto, puntando il cazzo verso il secchio. La mani di Magda ferme sui miei fianchi sono quasi rassicuranti. Mi fotte senza dar tregua al mio povero culo.
Mi porti di nuovo all’orgasmo, facendomi sborrare nel secchio. Dopo l’ultimo strattone al cazzo, posi il secchio e baci Magda sulla bocca.
Continuate a baciarvi mentre mi monta ancora. Le sbottoni la camicetta e le mordi i capezzoli.
Anche lei gode, dando un estremo colpo di reni che mi fa cadere sulle ginocchia, lasciando fuoriuscire lo strapon.
Raccogli il secchio e vi allontanate tenendovi per mano.
“Hai fatto colazione?”
“Non ancora …”
“Allora la facciamo insieme, dai!”

Ansimando, crollo sul mio pagliericcio.

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slip on face

 

Ti sfili le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe. Ti aiuti ancheggiando, con tipica grazia femminile. Con altrettanta grazia, ti chini a raccoglierle, le stringi nel pugno di una mano e giri intorno a me.
Mi premi gli slip sul naso, avendo cura di far aderire alle narici la parte impregnata degli umori della fica.
Ti premi contro la mia schiena, la tua mano scivola lungo il mio fianco, va verso il centro del mio corpo, mi afferra decisa il cazzo e va lentamente avanti e indietro.
Continui a masturbarmi, così, suggerendomi di respirare la tua eccitazione.
La tua mano, sempre più veloce, sempre più stretta intorno al cazzo, mi porta in breve all’orgasmo.

Nelle ultime settimane, questi gesti hanno assunto la caratteristica del rito: non è passato un giorno senza che la tu mi abbia fatto godere in questo modo.

Oggi, mentre ti sfili le mutandine di pizzo nero, i tuoi occhi hanno una luce diversa. Sembri essere padrona dell’universo e il tuo sguardo sereno quanto deciso.
Le raccogli. Le stringi nel pugno della mano. Giri intorno al mio corpo e me le premi sul naso. Inspiro con voluttà. Il mio cazzo ha una reazione violenta, subitanea.
Il tuo corpo aderisce al mio. Sento i tuoi seni premermi sulla schiena, la tua fica bollente sulle natiche. Con un polpastrello mi sfiori un braccio. Ho un brivido. La tua mano risale lungo il petto, mi sfiori un capezzolo. Lo accarezzi con l’unghia, poi lo pizzichi forte. Il cazzo mi balza su, ancora più forte.
“Inala la mia fica arrapata …”
La tua voce, un sussurro, arriva dritta al cervello, e da qui al sesso.
Mi mordi il lobo di un orecchio, mi baci il collo. Reclino il capo all’indietro, cercando il tuo corpo, la tua testa.
Il calore rassicurante della stanza rende irreale la tempesta di neve che vediamo dalla finestra.
Premi più forte lo slip sulle mie narici, continui ad accarezzarmi e a strusciarti contro la mia schiena e il mio culo, evitando, però, di sfiorare in qualunque modo il cazzo.
Mi guardi negli occhi, attraverso lo specchio. Respiro sempre più forte.
Incolli la bocca a un mio orecchio e mi ordini, decisa: “Sborra, porco!”
Non posso fare altro che arrendermi alla tua volontà superiore, e cedere a un orgasmo squassante, senza che il mio cazzo sia stato mai toccato.
Scivolo a terra ai tuoi piedi, esausto, riuscendo appena a vedere, nel tuo sguardo riflesso, il ritratto della soddisfazione illuminare i tuoi occhi.

Le scarpe di zia Ida

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“Come ho potuto commettere un simile errore?”
Quando ha aperto la porta, la zia mi ha visto con i calzoni calati, il cazzo ancora duro che cercavo di nascondere, appena sfilato da una delle sue scarpe.
Ero sicuro di aver chiuso la porta. Invece, per la fretta di fiondarmi ad annusare le scarpe di zia Ida, non ho controllato di aver girato la chiave.
Mi trovavo nell’antibagno della sua casa. Qualche geniale progettista aveva ritenuto che anche i bagni delle case private dovessero essere forniti di antibagno, per qualche oscura ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi. Il bagno di casa mia aveva avuto lo stesso triste destino. Il risultato di tanto mal riposto genio consisteva nel fatto che qualunque ospite, prima di entrare nella toilette di una delle nostre case, dovesse attraversare uno stanzino in cui si trovava, nella migliore delle ipotesi, il cesto dei panni sporchi e la lavatrice. Nella peggiore, una confusione di biancheria sporca sparsa ovunque, essendo le famiglie dotate di numerosi figli adolescenti.
Nel antibagno della zia, poi, troneggiava una scarpiera. Curioso come sanno essere tutti i ragazzi, e io forse più della media, avevo già sbirciato in giro per la casa, incluso un ripostiglio nel seminterrato in cui avrei passato le ore, e che conteneva anche la collezione di dischi di mio padre e dei suoi fratelli. Ancora rimpiango di aver lasciato lì, per fare chissà quale oscura fine, un 45 giri originale dei Deep Purple e il preziosissimo Hot love di Mark Bolan insieme ai T. Rex.
Un po’ meno rimpiango lo sganassone che presi dallo zio quando mi trovò lì, immerso nella polvere, rimproverandomi di infilare in naso anche in culo a qualche santo di cui non ricordo il nome.
Quel giorno, in una delle tante occasioni in cui la famiglia si riuniva, avevo lungamente sognato guardando ciondolare il piede di zia Ida seduta, gambe incrociate. Il piede lasciava penzolare uno zoccolo di legno. Non penzolava, invece, il mio cazzo talmente duro da far negli slip e causandomi non pochi imbarazzi nei movimenti. Poco alla volta il mio pensiero si era focalizzato sulla scarpiera, in cui avevo adocchiato varie paia di scarpe della zia, fino a diventare un’ossessione. Andato in bagno per la terza volta, sorridendo forzatamente a qualcuno che aveva fatto qualche battuta sulla tenuta del mio intestino. Avevo trovato finalmente il coraggio di impadronirmi delle preziose calzature, superando gli immensi sensi di colpa che mi avevano paralizzato nei precedenti due tentativi.
Chiuso – almeno così credevo – nel bagno, avevo preso una delle décolleté come una reliquia. La tenevo in mano come se fosse di vetro. L’avvicinai al naso. Fui avvolto da un delicato odore di piedi che immediatamente mi fece andare il sangue alla testa. La mia mano corse ad aggiustare il cazzo negli slip, liberandolo verso l’alto. Superate le iniziali esitazioni, poggiai il naso sulla pianta, dove maggiore era il contatto con il piede della zia, e dove una sorta di magnetismo sembrava essere rimasto impresso sulla pelle.
Aspirando a pieni polmoni, incominciai a masturbarmi. Combattuto fra il dilemma di ogni ex chierichetto, di un paradiso dei sensi e l’eterna dannazione dell’inferno a esso susseguente, andai oltre, leccando le tracce di quello che sognavo fosse il sudore dei piedi della mia amata zia. Portai la scarpa all’altezza dell’inguine e infilai il cazzo fra la pianta e i laccetti in pelle. La stavo praticamente scopando, occhi chiusi, sognando ogni centimetro di epidermide della zia che avessi visto da che avessi memoria di me, e di lei. Le sue gambe, con evidenti i puntini rossi della depilazione, che ancora non conoscevo, ma che mi eccitavano e a cui dovevo molti sogni erotici. Il suo décolleté: ero come pervaso dall’illusione che, ogni volta che si fosse chinata in avanti, io sarei stato lì a sbirciare i suoi seni. Il culo, che avevo visto qualche volta al mare. Avevo stampato in mente il momento in cui, alzatasi dalla sdraio, avevo potuto ammirarlo col costume scivolato fra le natiche. Sentivo l’orgasmo arrivare. Pensai che avrei sborrato nella scarpa, tanto poi l’avrei ripulita per bene prima di sistemarla per far sparire ogni traccia del mio passaggio.
Fu in quell’istante che la porta si aprì.

L’erezione scomparve all’istante. La scarpa mi cadde di mano. Cercavo di coprirmi l’inguine, di tirare su i calzoni, in una frenesia di movimenti che mi rendeva ulteriormente impacciato. Lo sguardo severo della zia mi faceva vedere immagini fosche del mio immediato futuro, e drammatiche per quanto riguardava il mio futuro in genere.
Il terrore di essere trascinato davanti a tutti in quello stato per essere messo alla berlina mi paralizzava. Furono pochi secondi, ma vidi scorrere davanti ai miei occhi una tale quantità di immagini che durarono ore, mesi, anni. Mi vidi sbeffeggiato da tutti. Un barlume di speranza veniva in mio soccorso augurandomi che la zia mi mollasse due sberle e non dicesse nulla agli altri, per poi essere subito trascinato nell’abisso: mi vedevo anziano, con un malandato cappotto in cui mi nascondevo più che ripararmi, additato dai passanti “Guardate, è quello che si masturbava con le scarpe della zia!”
Mi si avvicinò, mi afferrò un orecchio e mi tirò su, fin quasi a farmi arrivare all’altezza del suo viso. In pratica ero sollevato da terra. La testa mi scottava. L’orecchio sembrava doversi staccare dal resto del corpo da un momento all’altro. Più di tutto, però, ad avvolgere tutto il mio corpo era la vergogna e i sensi di colpa.
Si avviò verso la porta, trascinandomi; poi, come presa da un pensiero improvviso, si fermò.
“Ho in mente un’idea migliore, per questo porco in nuce.” Credo che disse così: solo più tardi, associai quella frase oscura e minacciosa a un significato che ancora non conoscevo.
Chiuse la porta a chiave, sempre tenendo stretto il mio orecchio. Lo sentivo rovente. Eppure, in fondo alla mia anima, ero contento di questo contatto fisico con la bellissima zia, seppure fosse quanto di più lontano da ciò che avevo fantasticato fino a quel giorno.
“Visto che ti piacciono le mie scarpe …”
Si sfilò uno degli zoccoli di legno e mi lo incollò al viso. Tutto, la vergogna, la paura, il terrore che erano stati i padroni dei miei ultimi minuti, scomparvero dietro una valanga di eccitazione. Inalai l’afrore dei suoi piedi come il più prezioso dei profumi. Prepotente, sentii il cazzo cercare una via d’uscita dagli slip che a fatica avevo tirato su. “Guardatelo come si eccita, lo sporcaccione!”
“Lecca!” Eseguii, più grato che impaurito, ormai. Tutto quanto era stato orrore divenne sogno. Mi vidi nelle pose più stravaganti in giro per il mondo al suo braccio, suo fedele amante, servitore e padrone. Con la calzatura premuta sul naso, ero in cima al mondo. Leccavo e annusavo.
Fui tentato di portare una mano all’inguine, ma mi trattenne il suo sguardo ancora severo. Fu lei a sorprendermi: posò il piede sul mio slip e lo mosse in su e in giù. Bastarono due movimenti e sentii le gambe cedere. Sborrai, bagnandomi il cotone e in parte il ventre. Fui costretto ad appoggiarmi al muro. L’allontanarsi dello zoccolo dal suo viso e l’arrivo fulmineo di una sberla fu tutt’uno, ma non ero in condizioni di notare la differenza. Credo, anzi, che non fece che aumentare il mio benessere, facendo scomparire i sensi di colpa che incominciavano ad affiorare mentre diventava palpabile l’umidità in cui mi sentivo avvolto. Aprì la porta e sparì, senza aggiungere una sola parola.

Più tardi, quando mi ero opportunamente ripulito, fatto sparire in qualche pattumiera gli slip sporchi, lavato abbondantemente il viso con acqua fredda onde attutire il rossore e il bollore ancora padroni di me, feci la mia timida ricomparsa nel salone, dove stava per essere servita la torta di pan di Spagna a strati, ricoperta di panna. Era davvero panna: non erano ancora venuti i tempi degli ossimori come la “panna vegetale” o la “pelle sintetica”.
Vidi la zia seduta accanto allo zio. Dalla posizione in cui mi trovavo, ero l’unico a poter vedere la sua mano infilata fra le cosce del marito, ondeggiare leggermente. Osservavo la scena con segreta soddisfazione. Sentivo con certezza di avere una parte di merito in ciò che stava accadendo e in ciò che sarebbe accaduto più tardi. Soddisfazione, tuttavia, che combatteva aspramente con pugnalate di gelosia.

Dream of mirrors

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In una stanza in penombra. Siamo davanti a uno specchio, il tuo corpo riflesso, il mio nascosto dal tuo. Ti bacio il collo, con dolcezza, scivolando fino a una spalla. Una mano ti accarezza il petto, lenta. Le dita, aperte, sfiorano un seno, fino a lambire un capezzolo. Ci giro intorno con un polpastrello, esercito una lieve pressione, lo pizzico appena. L’altra mano, sui tuoi jeans, avverte una reazione violenta, impetuosa. La infilo fra la pelle e la stoffa, la faccio scivolare dentro, fino a trovare il tuo cazzo duro, vellutato. Lo accarezzo, lo tiro su e lo premo contro il ventre, facendo salire e scendere il palmo della mano. Con entrambe le mani, poi, sbottono i pantaloni. E’ con un’emozione intensa che lo libero. Emozione condivisa, a giudicare dal sospiro fragoroso che emetti. Sorrido e ti bacio la nuca, dietro l’orecchio. Guardiamo la nostra immagine riflessa e sorridiamo insieme. Afferro il tuo cazzo a piena mano, ne assaporo la consistenza, la muovo. Lo premo, in su, contro il ventre, ti accarezzo le palle, me ne riempio le mani.
Senza accorgermene, muovo il bacino, incollato al tuo culo, strusciando il cazzo contro le tue natiche. Adesso mi sento padrone di te, del tuo corpo: una mano tortura un capezzolo, l’altra va avanti e indietro sul tuo cazzo, ma con lentezza esasperante. Sono sicuro che vorresti impormi un ritmo diverso, ma non hai il coraggio di farlo. Reclino il capo all’indietro, cercando un contatto con me, con la mia bocca. Contatto che arriva: ti bacio il collo, risalgo fino a trovare le tue labbra, ne mordo uno, lo succhio. Le mie mani percorrono il tuo petto, il tuo pube, stringono forte il tuo cazzo. Per un attimo lo afferro con entrambe le mani, quasi a volerne misurare la lunghezza, poi le dita si dividono, tornando a occuparsi di un capezzolo, mentre le altre si stringono ancora intorno al tuo sesso duro, che assume colori violacei, quando ne scopro il glande. Una prima, timida goccia appare in cima al foro, la uso per lubrificarti la cappella, strofino un polpastrello contro il frenulo. Ansimi, adesso, il tuo corpo sembra pesarmi completamente addosso, ho quasi la sensazione che, senza di me a sorreggerti, ti accasceresti a terra.
Il ritmo della mano sul tuo cazzo si fa intenso, adesso, ti sfioro le palle, le accarezzo per poi tornare a segarti forte. Ti pizzico il capezzolo, forte adesso, gemi, forse di dolore, forse neanche sai per cosa. Affondo i denti su una spalla, struscio il cazzo contro di te, stiamo ormai danzando in sincrono.
La mano sul tuo petto è completamente aperta, assaporando ogni centimetro di te. L’altra ti sega frenetica, stringendo il cazzo, accarezzando il frenulo, scende fino a lambire il perineo, poi torna padrona del tuo cazzo ormai lucido, non più vellutato, ma duro come il marmo.
Decido di accelerare, non riesco più a controllare la mia eccitazione, il mio corpo sembra diventato il tuo, la mano va sempre più veloce avanti e indietro. Respiri a bocca aperta, hai gli occhi chiusi, li apri soltanto per ammirare, di tanto in tanto, i nostri corpi nello specchio.
Ti tocco entrambi i seni, accarezzo, pizzico i capezzoli, e ti sego sempre più veloce. Sento che stai per godere, sento che sei al culmine del piacere e stringo così forte che mi duole la mano.
E adesso, con una mano sul tuo collo, ti sego fino a farti emettere un rantolo che accompagna l’orgasmo. Sentire i getti di piacere che attraversano il tuo cazzo, nella mia mano, mi riempie di soddisfazione, come se stessi realizzando di aver fatto un buon lavoro.
Apri gli occhi per guardarti godere, e cerchi i miei …

Il rumore dei tuoi pensieri

 

 

 

 

 

 

 

 

Allargando le gambe, ti si è sollevata la gonna. Non ho saputo resistere: ho mollato, lasciandolo tornare al suo posto rimbalzando, il labbro inferiore che ti stavo succhiando, mi sono allontanato di qualche centimetro per guardarti sotto la gonna. Le tue mutandine rosa erano  leggermente rigonfie per via dei peli.

Ti ho accarezzato l’interno della coscia col dorso della mano, insistitamente, mentre ti baciavo il collo. Sapendo quanto ti piace, ho immaginato un umido lucore comparire fra le tue labbra.

Pur avendone la certezza, ho infilato la mano nello slip per verificare. Le mie dita scivolavano fra la stoffa e la tua carne morbida. Il contatto della fica con le dita, prima, con il palmo, poi, mi ha provocato una prima erezione: Ho indugiato un po’, sentendola pulsare nel palmo, come se tenessi un passerotto nella mano, prima di far scivolare l’indice fra le labbra, trovando conferma – non ce n’era bisogno – della mia convinzione.

Inarcavi la testa all’indietro, offrendomi il collo da baciare. E, dopo il collo, le mie labbra, seguite dalla lingua, scendevano nell’incavo fra i seni, nella tua scollatura. La lingua, ormai padrona, spingeva via la stoffa per leccare, e baciare, la tua pelle, fino a lambire un capezzolo. Le tue mani sono comparse dietro la mia nuca, spingendomi la testa fra i seni, più forte.

Poi, mentre le mie dita, unite, adesso, fregavano sulla tua fica,, mi sbottonavi i pantaloni e infilavi una mano nei boxer. Ho trattenuto il fiato, mentre ti impossessavi del mio cazzo, duro, spingendolo contro il ventre.

E la muovevi lentamente, mentre il mio respiro si faceva corto e la mia mano arpionava la tua fica, stringendola come per spremerla.  Hai sbottonato del tutto i pantaloni, facendoli scendere un po’: avevo il bacino libero ma ero tuo prigioniero, in un certo senso. Hai ripreso il cazzo in mano e ne hai usato la punta come un pennello sulla fica, libera dalla mia mano ma non ancora degli slip. Li ho scostati, quanto bastava per far incontrare cazzo e fica, mentre continuavi a disegnare chissà cosa col mio sesso sul tuo.

Passaggio di mano. Ora, ero io a sfiorare le tue labbra con il glande. Forse ho indugiato troppo: mi è sembrato che un tuo pensiero rompesse il silenzio intorno a noi, mentre infilavi la unghie nelle mie natiche, attirandomi a te, risucchiando il cazzo nella fica per tutta la sua interezza: “Smettila di giocare e fottimi, stronzo”.

Per compensare – o per compensarne l’effetto? – ho affondato i denti nella tua carne, fra collo e spalle. Non è bastato a impedirmi di pomparti dentro subito con frenesia, rischiando di lasciarmi andare troppo presto, con troppa foga. Non paga di vedermi così, mi hai spalmato la lingua su un capezzolo, per poi morderlo. Hai allentato, quando ti sei accorta che sarei potuto venire, concentrandoti sul mo viso, accarezzandolo.

Le mani sui tuoi fianchi, ti lecco i seni, guardavo il mio cazzo entrare e uscire da te, lucidato dalla tua fica.

Ti eri stesa sulla schiena, avvolgendomi con le gambe, e il nostro respiro affannoso, le gocce di sudore che imperlavano la tua pelle e la mia, erano i sintomi evidenti dell’orgasmo che stava per giungere. Ti ho afferrato un capezzolo fra le labbra, l’ho succhiato forte. Ci ho affondato i denti.

Inaspettatamente, ti ho sentita soffocare un grido fra le labbra, fra i denti che serravano il labbro inferiore.

Non mi sono fermato, assecondando i colpi del tuo bacino. Appena placato il tuo orgasmo, mi hai afferrato per le spalle, girato accogliendomi fra le tue, e abbracciato da dietro. Il calore umido della tua fica  sul culo, una mano su un seno che mi titillava un capezzolo e l’altra che afferrava il cazzo, viscido di te.

Il tuo alito sul collo, esplodevo nella tua mano.

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