Viva voce

viva voce

 

Tu lo sapevi fin dall’inizio, dove mi avresti portato.

Fin dalla prima volta in cui hai fissato gli occhi nei miei.

A volte mi chiedo se c’è qualche segnale esteriore da cui si deduce che mi si possa manipolare, visto che, fin dai primi scambi verbali, con me ci provano tutti.

 

“Vorrei vedere una minigonna rossa.”

“Ecco, guardi questa: è bellissima. Stia certo che con questa farà un figurone.”

Ti sto già immaginando ridacchiare silenziosamente. Mi hai costretto a venire a fare questi acquisti mettendoci la faccia. In tasca ho lo smartphone con il vivavoce attivato.

La sfioro con due polpastrelli. E’ così liscia al tocco che involontariamente chiudo gli occhi.

“Sì, la prendo. Vorrei anche uno slip di pizzo nero. Qualcosa di molto sexy …” Una delle due commesse ha le mani appoggiate sul banco, sembra tesa verso il cliente, ma non riesce a essere naturale. Da tutta la sua figura emana un senso di fastidio che automaticamente diventa reciproco. L’altra, quella che mi sta parlando, sembra più empatica, ma forse è solo più brava a vendere.

“… e un reggiseno da abbinarci.”

La ragazza va avanti e indietro, apre cassetti, prende scatole con la cura con cui maneggerebbe delle porcellane di Capodimonte e le poggia sul banco. Apre un reggiseno e uno slip nero.

Non sono del tutto convinto, ma non vedo l’ora di togliermi da questa situazione e li prendo.

“Vorrei anche delle Philippe Matignon nere, autoreggenti. Poi passiamo alle scarpe.”

La ragazza con le mani sul banco non mi sta guardando: è una tomografia assiale computerizzata, quella che i suoi occhi fanno al mio corpo e alla mia anima.

Sto sudando, devo avere il viso rosso e la fronte imperlata. E non è ancora finita. Anzi, il meglio deve ancora venire. Per ogni cosa che prende, la ragazza lascia sul banco più di una misura.

“Un top nero, poi …” Guardo le calze. Quando le tocco, ho un brivido. E stavo sudando …

“Adesso le scarpe .. ne ho visto un paio rosso col tacco alto in vetrina …” Un paio di minuti e appaiono anche le scarpe, proprio quelle che avevo adocchiato entrando.

“Che taglia? Queste sono 37 …”

“Quarantadue” dico in un soffio. La ragazza con le mani sul banco mi sta perforando. Il suo sguardo è solido.

L’altra ha un sorriso che cela a fatica: sta pensando che sta per liberarsi di una misura che non si vende mai. La gelo quando me le porge: “Posso misurarle?”

“C… certo!”

L’altra ha le dita ficcate nel bancone. Se fosse morbido, le sue dita l’avrebbero già sfondato.

Mi siedo sul divanetto, tolgo le scarpe sportive, sfilo i calzini e indosso le décolleté. Mi alzo, faccio due passi incerti. “Sì, vanno bene.”

Tu, stai godendoti tutto lo spettacolo audio attraverso il vivavoce del cellulare. Sono sicuro che ti sia già bagnata.

Vado al banco, mi faccio dare tutto il resto, dopo aver sottolineato che devono essere della mia misura, e chiedo dove sia il camerino. Porto con me lo zaino, dove c’è il resto. Appena dentro, sento le due bisbigliare fitto fitto.

I tuoi ordini erano perentori: devo far sapere alle commesse che gli acquisti sono per me. E’ quella la cosa eccitante. Almeno, per te lo è. Per me anche, ma è soprattutto un severo test per le mie coronarie …

Nel camerino, mi libero dei miei abiti maschili. Indosso le autoreggenti, gli slip, il reggiseno – che riempio con due calzini puliti – poi la gonna, che faccio salire a fatica, sculettando – già mi sento femmina, un po’ … – poi il top. Tiro fuori una parrucca biondo platino, talmente realistica da sembrare fatta di veri capelli. Infine le scarpe. Mi trucco le labbra con un rossetto color “rosso zoccola”, come lo hai definito ridendo mentre me lo porgevi, un po’ di fard qui e là, poi, un bel respiro profondo – devo avere la mano ferma, adesso – matita e mascara. Rinfodero lo specchietto, i trucchi e tutto il resto nello zaino e mi accingo a uscire. Nel camerino, un cazzo di specchio non c’è e mi toccherà esibirmi davanti a quelle due sciacquette. Non ho mai sopportato le commesse: guadagnano una miseria e si sentono delle dive; sbuffano se non prendi la prima cosa che ti propongono, mentre si sperticano in complimenti fuori luogo. Complimenti che si spengono appena mostri di non approvare le loro scelte. Spesso ti parlano male alle spalle; qualche volta anche apertamente. Figuriamoci cosa faranno adesso!

Esco, con lo zaino appeso a una mano, muovendo passi incerti su tacchi così alti. La ragazza che si è occupata di servirmi ha la bocca così aperta che la mascella inferiore è appoggiata sulle sue tette rifatte; l’altra si fa quasi venire il torcicollo per non perdersi lo spettacolo.

Mentre mi guardo allo specchio, unisce le mani, solleva un piede in un gesto che, in altro contesto e fatto da qualcun altro, potrebbe essere delizioso, ed esclama: “Ma sei un amore!”

“Certo”, penso, “certo …”

Quello che vedo nello specchio mi sconcerta. Non sono male, tutto sommato. Quasi mi eccito a guardarmi … Ho il cellulare in mano e penso a te che te la stai godendo un mondo. Ricordo come è nato il tutto e all’improvviso l’eccitazione prende il sopravvento sulla vergogna. Ho un’erezione che vedo premere sulla gonna.

Sculettando, vado al banco a pagare.

“Contanti o carta di credito?”

“Contanti, contanti …” Ci mancherebbe anche che lasciassi loro i miei dati, adesso.

Raccatto lo zaino e mi avvio alla porta, quando mi accorgo di aver lasciato lo smartphone sul banco.

Torno sculettando al banco, prendo il cellulare, poi … infilo la mano nel portafogli, prendo una banconota da dieci euro e la infilo nella scollatura della tipa che non ha fatto altro che guardarmi: “Tieni, carina, comprati un gelato!”

Mi giro sui tacchi e faccio un’uscita da diva.

Tutto era cominciato quando mi avevi fatto indossare i tuoi perizoma: “Dai, è divertente!”

Poi le tue calze, il tuo reggiseno …

Abbiamo appuntamento davanti a un bar. Ti trovo seduta a un tavolo, sorseggiando uno di quei schifosi cocktail che bevi come acqua fresca. Dietro i tuoi impenetrabili occhiali da sole, sono certo che non hai perso un mio passo da quando ho svoltato l’angolo. Solo ora mi accorgo di quanto sia lungo il cammino che ho dovuto fare allo scoperto per attraversare la piazza e arrivare davanti a te.

Mi giro, faccio uno svolazzo – non dev’essere un bello spettacolo, vestito come sono da squinzia di periferia con niente che svolazzi – e mi siedo di fronte a te, a gambe larghe. Scuoti la testa, con rimprovero.

La tua presenza mi aveva rinfrancato e avevo dimenticato di star indossando una minigonna. Di pelle. Rossa.

Invece tu fai scivolare il culo in avanti, infili le cosce fra le mie, facendo sfrigolare le calze le une contro le altre, e mi infili una mano sotto la gonna. Mi sfiori il cazzo che non ha più smesso di essere duro, e mi guardi, con un gesto che adoro, da sopra gli occhiali.

“Che troia …” Mi dici fra i denti.

Sento una stretta all’ano. Forse sono davvero nato per fare la troia, chissà. Mi fai diventare così audace che faccio l’occhiolino a un tipo che esce dal bar del bagno e viene verso di noi. Non mostra di avere un gran cervello, proponendosi con un “Possiamo conoscerci?”, accompagnato da un sorriso a 32 capsule. Il poveretto ordina da bere per tutti. Prendiamo due drink guardando solo il prezzo (che è il più alto del menu), senza avere idea di cosa sia. Io, almeno. Tu, invece, sai sempre tutto. Oltre a sapere sempre cosa farmi fare!

Continuiamo ad armeggiare con gambe e mani sotto il tavolino, facendo arrossire e impazzire il poverino, che sta già pregustando una serata a tre. Ti alzi, invece, mi prendi per mano, mi stampi un bacio in bocca, mi palpi il culo in modo plateale, poi infili la mano sotto la gonna e mi tiri via, urlando un “Grazie, sei stato gentilissimo!” all’indirizzo dello spaesato – oh, lo è, adesso, sapeste quanto! – e filiamo via verso l’albergo.

Lì, poi, mi sei venuta alle spalle, mi hai baciato il collo, sollevato il top per infilarci le mani e infine, mi hai fatto chinare in avanti. A novanta gradi, mi hai sollevato la gonna, strappato gli slip di pizzo nero – accidenti, costavano un botto – e hai inaugurato il tuo nuovo strapon.

Giugno

fairy-sexy

 

Si nutrono soprattutto di topi, ma anche di piccoli di vipere. La ragione, però, per cui amo in particolar modo i biacchi è la loro propensione ad accoppiarsi ovunque, senza ragionarci su.

Non è infrequente, infatti, incontrarne una coppia che amoreggia in mezzo alla strada, incuranti dei passanti. Anzi, talmente persi da non accorgersi del loro arrivo.

Arrivo a identificarmi in questo lucido serpente nero che, preso dalla smania di accoppiarsi, nei mesi di maggio e giugno non di rado attraversa la strada talmente perso da finire spalmato sull’asfalto da qualche automobilista distratto o imbecille.

Quello che non mi sarei mai aspettato, però, è di trovarmi, adesso, inseguito da un biacco particolarmente aggressivo. Pessima idea, quella di uscire a passeggio in campagna indossando calzoncini, scarpe da tennis e calzino corto; pessima idea, quella di mettermi a correre appena ho visto che mi puntava, forse sentendosi con le spalle al muro. Ma ormai non ho alternativa. E’ talmente vicino alle mie caviglie che, se mi fermassi, sarei alla sua portata.

Non che abbia paura dei biacchi: so che non sono velenosi. Pure, mi dispiacerebbe essere morso, vuoi per l’infezione che sicuramente mi procurerebbe, vuoi per il dolore che non ho mai amato. Su di me.

Avrei dovuto affrontarlo vis à vis, lo so. Tentare di contrastarlo o di dissuaderlo con la scarpa o con un sasso, prima che entrambi prendessimo velocità.

Ora, invece, non mi resta che correre, sperando che si stufi di graffiarsi il ventre sui ciottoli sporgenti di questo asfalto antico.

Sto per fermarmi e arrendermi al mio destino, quando, inaspettatamente, il biacco cambia direzione e sparisce rumorosamente nell’erba alta, poi verso il campo di grano maturo, pronto per essere mietuto. Mi fermo a prendere fiato. Si fa per dire: sono piegato in due, mani sulle cosce, e boccheggio come un pesce fuor d’acqua.

Alzo la testa per guardarmi intorno. Davanti a me, una figura diafana che sembra uscita da una festa di carnevale. Una splendida ragazza, devo ammetterlo, con un vestito azzurrino svolazzante e, nella mano, una bacchetta che finisce con una stella.

“Eccheccazzo”, penso, “datemi il tempo di riprendermi! Chi è questa, adesso?”

“Ciao! Sono una fata dei boschi. Vedo che hai bisogno di aiuto …”

“Beh, se vedo le fate dei boschi, è sicuro che ho bisogno di aiuto”, mi scappa da dire fra i denti.

Guardandola meglio, mi accorgo di poterle vedere attraverso. Non limpidamente, ma il suo corpo è trasparente. Alzo gli occhi e deglutisco, quando il mio sguardo si ferma su un décolleté che sembra lì lì per esplodere.

Muove agile la manina, agitando la bacchetta, ed ecco un “plin!”, il tipico suono delle magie dei film.

“Adesso rilassati, ci pensa la tua fatina ad aiutarti!”

Viene più vicino a me, con un fazzoletto uscito da chissà dove, pulisce l’asfalto davanti ai miei piedi, lo stende per benino e ci si inginocchia. Mentre cerco faticosamente di recuperare la posizione eretta, con le mie pulsazioni che non sono ancora misurabili a orecchio, la guardo posarmi una mano sui pantaloncini, tirarli giù fino a rimanere avvolti intorno ai polpacci. Infila una mano dentro i miei slip e mi tira fuori il sesso, ovviamente poco interessato a quanto sta accadendo intorno a lui. Lo afferra con la mano guantata, lo stringe e lo bacia. Adesso vedo che il mio amico si accorge che quelle attenzioni sono tutte per lui e si sveglia prepotentemente. Mi sembra di guardare la scena dal di fuori, come se la fata e il mio cazzo fossero i protagonisti e io, un semplice spettatore.

Ora che ha una certa consistenza, se lo lascia scivolare in bocca. Sento la sua lingua accarezzarmi il glande dentro la bocca chiusa. Muove la testa, avanti e indietro, succhiandolo di gusto. Si sfila un guanto e mi sfiora lo scroto con l’unghia dell’indice. La mano guantata torna a stringere il mio sesso, che appare e scompare nella sua bocca. Sto boccheggiando di nuovo, anche se per una ragione molto diversa da pochi minuti fa.

Me lo tira fuori, lo guarda, lo bacia. Scopre il glande, talmente turgido da essere ormai quasi viola. Passa la punta della lingua sul foro in punta e penso che questa è davvero una magia. La lingua, adesso aperta, spazza tutta la mia cappella, girandole intorno. Poi mi lecca tutto il sesso, lasciandolo libero della mano per poi, dopo poco, riafferrarlo e segarlo con veemenza. Lo ingoia di nuovo, mentre mi sfiora il perineo e ancora le palle con le unghie dell’altra mano. Sono costretto a mettermi le mani sui fianchi in cerca di una posizione che mi dia un po’ di equilibrio. Sembra decisa a darmi il colpo di grazia, ora: la sua testa ondeggia davanti al mio bacino in modo impressionante, accompagnata dalla mano stretta intorno alla base del mio cazzo. Si ferma un momento, per raccogliere con la punta della lingua la prima goccia di sperma che affiora e poi di nuovo dentro, senza possibilità di fermarsi. Gemo, poi godo in un rantolo. Non si lascia sfuggire una goccia si sperma dalle labbra. Appena mi caccia il cazzo dalla bocca, reggendolo e segandolo ancora lentamente, deglutisce, ingoiando tutto. Poi si passa la lingua sulle labbra. Infine raccoglie le ultime gocce dalla mia cappella scoperta. Mi sorride soddisfatta. Non so fare altro che rispondere allo stesso modo. Vorrei dire qualcosa di intelligente, di definitivo, adatto al momento, ma non mi viene di meglio che chiederle come si chiama.

Si è rialzata, ha raccolto il fazzoletto, scuotendolo per bene. Lo sta ripiegando con cura. Mi accorgo che sta diventando più trasparente, mentre mi grida, allontanandosi: “Il mio nome è …”

“…Ictus, signor … “ Allontana ciò che ha in mano per meglio mettere a fuoco “ …Ventreschi.”

Riprendo coscienza, in quello che ha tutta l’aria di essere un letto di ospedale. Considerando anche che la donna davanti a me indossa un camice bianco e ha la mia cartella clinica in mano.

“L’abbiamo salvata per un pelo. Si può dire che l’abbiamo afferrata per i capelli”, conclude, guardandomi intenzionalmente la testa calva.

 

Alcune precisazioni: non sono mai stato inseguito da un biacco. Tutto sommato, non credo che siano così aggressivi. Nessuna fata si è mai offerta di farmi un pompino. A dire la verità, una volta ne ho incontrata una, ma fui io a tirare in ballo l’argomento. Mi mollò un ceffone e sparì. Senza neppure dirmi il nome. Inutile che vi sforziate a indovinare: non ho preso nessuna sostanza illecita, né prima, né durante, né dopo la stesura del presente racconto. Non ne ho bisogno. E sono anche molto modesto, nevvero?

Il tempo delle H

caffè

Questo racconto è il seguito di MP3, pubblicato qualche settimana addietro, ma può essere letto anche da solo

 

 

“Dopo i quarant’anni, tutti i valori incominciano ad alzarsi; l’unica cosa che dovrebbe alzarsi, invece, incomincia a non alzarsi più!”

I due ridono sonoramente. Nella loro divisa da commessi viaggiatori, abito-camicia-Hogan e tablet sotto al braccio, continuano a parlare come se non avessero bisogno di respirare. Adesso si stanno scambiando informazioni su clienti che non pagano. Uno dei due prende appunti digitando freneticamente sul tablet.

Credevo di essermi distratto dai miei pensieri, quando questi due stronzi mi hanno riportato alle mie preoccupazioni. Gastrite con esofagite in omaggio, PSA: H, colesterolo: H, TSH: H! Ho da poco scoperto che anche la pressione arteriosa è High, accidenti a lei!

Avevo calcolato di dover aspettare un quarto d’ora. Sono passato già quasi venticinque minuti, dall’orario dell’appuntamento. Ho bevuto una lemonsoda, poi ho preso una birra artigianale. Non so cos’altro bere per ingannare l’attesa. Mi do un limite: se non arriva entro mezz’ora, me ne vado. Sì, mezz’ora. Al massimo, quaranta minuti, non uno di più!

Adoro i rumori del bar: il chiacchiericcio dei clienti, il suono dei cucchiaini che girano nelle tazze, le stoviglie che si scontrano e poi sbattono nei lavelli d’acciaio inox, il suono sordo dei filtri del caffè sbattuti, il vapore che sbuffa e le frasi corte dei commessi che servono i clienti.

Sono passati quasi tre quarti d’ora quando la vedo comparire sulla porta. Lo ammetto: non ci speravo più. Continuavo a stare al tavolo per inerzia. Viene dritta verso di me, mi saluta con due baci sulle guance come se ci conoscessimo da tempo, mentre è solo la seconda volta che ci vediamo. Posa il portafogli sul tavolo: “Questo è tuo.”

Lo apro, per pura formalità: so già che dentro non ci troverò che i miei documenti. Lo infilo nella tasca dei pantaloni e le chiedo cosa prende.

Ordino due caffè. Kenon è una garanzia. Per tutto il bar aleggia un profumo di caffè che rasenta la perfezione. La guardo sedersi. Indossa una minigonna di jeans, un top che mette in evidenza i seni, più che coprirli e le immancabili cuffiette nelle orecchie. Mastica una gomma, ma lo fa con grazia.

Sono in imbarazzo, lo ammetto, i rumori del bar, poi, mi costringerebbero a urlare per farmi ascoltare e preferisco tacere. E poi sto incontrando la ragazza che mi ha sfilato il portafogli sull’autobus qualche giorno fa, e questa non è una cosa contemplata dai manuali di conversazione. Arriva il caffè. Lo gusto con un tale piacere che chiudo gli occhi estasiato. Ne bevo sorsi piccolissimi, lasciando che si diffonda in bocca, che solletichi ogni papilla gustativa.

“Buono, vero?”, mi chiede.

“Non credo che possa essere meglio di così”, rispondo.

Mi guarda fisso negli occhi. Di nuovo, come la prima volta sull’autobus, mi costringe a distogliere lo sguardo. “Scommettiamo di sì?”

Allarga le gambe. Con la massima disinvoltura, si infila una mano fra le cosce, la muove un po’, poi la tira fuori, con l’indice puntato. Lo porta nella mia tazzina del caffè, di cui rimane soltanto la schiuma e un fondo colloso, lo intinge e poi me lo posa sulle labbra. Me lo spinge in bocca, fin quasi alle nocche. Mi vergogno così tanto che non riesco ad assaporare, pur sentendo l’odore della sua fica mischiato a quello del caffè. Tira il dito fuori, pulito, lucido della mia saliva, e me lo tiene ancora sotto al naso. Lo annuso e, mio malgrado, chiudo di nuovo gli occhi inspirando a pieni polmoni profumo di fica.

Troppo tardi, guardo in giro per il locale, sperando che nessuno abbia assistito alla scena. Un adolescente, non lontano, abbassa repentinamente gli occhi. E’ rosso come un peperone. Di riflesso, arrossisco anch’io.

“Vediamo che effetto ti faccio …” Mi posa una mano fra le cosce e mi tasta il cazzo, duro, che preme contro i jeans. Resisto a fatica alla tentazione di aggiustarlo. Anche perché, sopra, c’è la sua mano che strofina contro la stoffa. Mi sento in ebollizione. “Mmm, bravo bambino, ma allora un po’ ti piaccio!”

“Vieni, andiamo in bagno …”

Mi trascina verso la toilette del bar. Non mi tiene fisicamente per mano, ma è come se lo facesse. La seguo come imbambolato. So che non dovrei farlo, ma non riesco a non gettare un ultimo sguardo verso il ragazzo dal viso imporporato, che finge di guardare altrove. So già, invece, che ci seguirà con gli occhi fino a che non saremo spariti dietro la porta.

Chiude la porta alle nostre spalle e, senza darmi il tempo di respirare, incolla la bocca alla mia. Si ferma un attimo, prende la gomma da masticare fra le dita, si guarda un po’ intorno e me la infila nel collo, fra la t-shirt e la pelle. Torna a baciarmi con furia, facendomi saettare la lingua in bocca. La cingo, le accarezzo i fianchi, la schiena. Infilo la mani sotto al suo top, non vedo l’ora di toccare quei seni sodi, gonfi, di premere gli indici contro quei capezzoli turgidi che sembrano voler bucare la stoffa di cotone. Si tira su la gonna e si siede sul lavabo. Mi sbottona i pantaloni e mi fa rimbalzare fuori il cazzo. Se lo strofina sulla fica. Lo sento umido, lucido dei suoi umori. Ho le mani piene dei suoi seni, li stringo forte, ci affondo le dita, li massaggio. Le nostre bocche sono incollate, il mio bacino va avanti e indietro per volontà propria, seguendo il cazzo stretto da una sua mano. Le sfilo il top e guardo estasiato i suoi seni. Mi infila le mani nei jeans, affonda le dita nelle mie natiche e mi attira a sé. Le struscio il cazzo sulla fica poi, come se trovasse la strada da solo, scivola dentro tutto, fino alle palle. Si solleva dal lavabo e mi rimane aggrappata addosso. Muove il bacino, io l’assecondo. Sono costretto, a malincuore, a mollare un seno per reggerla. Infilo la mano sotto una sua ascella e la tengo su. L’altra mano resta saldamente aggrappata alla sua tetta: non la lascerei per nessuna ragione al mondo.

I nostri corpi danzano, sempre più frenetici, incollati l’uno all’altro. Mi porta la mani al collo, mi accarezza la nuca, tutto senza smettere di baciarmi e di far ballare il bacino verso il mio. Ogni affondo ha un suono liquido.

Veniamo quasi insieme, gemendo. Il gemito diventa un rantolo, quando le nostre bocche si separano.

Posa i piedi per terra, si riassetta la gonna, dopo che il mio sesso si è sfilato. Recupera la gomma dal mio collo, la mette in bocca e mi sussurra: “Te l’ho già detto che mi piaci?”

Non riesco che ad articolare un misero “Sì”, accompagnato da un sorriso che vorrebbe essere complice, ma forse non è altro che grato.

Apre la porta, esce, la richiude, lasciandomi a ricompormi.

Uscendo, vado a pagare, sapendo che non ci sarà più traccia di lei, a parte le nostre due tazzine che giacciono sconsolate sul tavolo.

Prima di uscire, non resisto dall’annusare per un’ultima volta la mia tazzina.

 

 

Raggi

 

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Era una splendida giornata di sole. I campi di grano viravano dal verde all’oro tutto intorno a me. Continuavo a pedalare senza nessuna logica, alternando sgroppate folli, quasi dei tuffi in discesa, a faticosi zig zag in salita, come tutti gli adolescenti del mondo. E, come a tutti gli adolescenti del mondo, ogni scusa era buona per un’erezione con conseguente sega. Posai un piede a terra, dando uno sguardo panoramico alla natura intorno a me. Non c’era un’anima per chilometri, a giudicare dal silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale. Infilai una mano nei calzoncini, per un rassicurante contatto col mio sesso duro. Una costruzione abbandonata, forse un vecchio pagliaio, attirò la mia attenzione. Camminando con la bici per mano, mi avviai verso di esso. All’interno era pieno di ragnatele. Un aratro arrugginito, che evocava immagini di un passato rurale che non avevo conosciuto, giaceva inutile in un angolo. Qualche balla di paglia stantia qui e là e un forcone inutilizzabile confermavano la mia prima impressione di abbandono. Il cuore mi batteva all’impazzata mentre tendevo l’orecchio alla ricerca di un qualunque rumore che venisse dall’esterno.

Mi abbassai di poco i pantaloncini, tirai fuori il cazzo e incominciai a menarmelo furiosamente. Chiusi gli occhi. Ansimavo, ma cercai di attenuare il suono del mio respiro per cogliere eventuali suoni. Le palpebre chiuse aprirono una finestra sulla piazza del mio paese: Pamela camminava ancheggiando. Teneva l’adorata cagnetta al guinzaglio. La sua scollatura vertiginosa inghiottiva il mio sguardo. Deglutivo ogni volta che la vedevo. E ogni volta correvo a nascondermi, vergognandomi di essermi fatto scoprire. Sussurrai il suo nome.

Aprii gli occhi. La mia mano stringeva il cazzo e andava avanti e indietro scoprendo parte del glande. Tesi l’orecchio: niente, solo le cicale! Pronunciai il suo nome. Lo urlai. E venni, tenendomi a fatica sulle gambe. Guardai i getti del mio sperma spegnersi sulla paglia e poi sul pavimento in terra battuta, sempre più corti, sempre più vicini ai miei piedi. Sentivo la testa scoppiare e le orecchie bollenti. Mentre cercavo di prendere i fazzolettini con la mano pulita, quello che scambiai per un trapestio mi fece sussultare. Paralizzato dallo spavento, vidi, rassicurato, entrare una cagnetta scodinzolante. Sembrava quasi sorridere. Annusando il pavimento, si diresse verso le macchie che avevo appena schizzato. Ne leccò una, la più lontana. Continuando a seguirne il percorso a ritroso, si avvicinava a me, leccando ogni goccia di sperma. Fermo, con i calzoncini semi-calati, il cazzo in mano e l’altra rimasta ferma in tasca sul pacco di fazzolettini, non osavo respirare. Arrivata ai miei piedi, la cagnetta si appoggiò sulle mie gambe ergendosi sulle zampe posteriori. Tirò fuori la lingua seguendo il filo di sperma che colava dalla punta del glande. Paralizzato dallo stupore, il cazzo moscio per lo spavento, guardavo stregato la cagnetta. Quando la sua lingua arrivò a lapparmi il glande fui costretto a chiudere gli occhi. Mi si contrasse il diaframma, come se avessi toccato qualcosa di gelato con una parte sensibile del corpo. Ero combattuto fra la voglia di restare e il dovere di sfuggire a qualcosa che trovavo innaturale. Come stregato, rimasi. La bocca della cagnetta si impadronì gradualmente del mio cazzo, leccandolo e succhiandolo. Mi tornò duro in fretta. Saldamente appoggiata con le zampette anteriori alle mie cosce, la cagnetta me lo succhiava senza tregua. La sua lingua ruvida mi stava facendo impazzire. Avvertivo un leggero dolore alle palle per essere appena venuto.

D’improvviso, mentre stavo per venire di nuovo, la cagnetta si fermò e scivolò giù. Si girò e si mise a sculettarmi davanti. Mi aveva portato al punto in cui non potevo più fermarmi, ormai. Avendo abbandonato ogni residuo di ragione, mi inginocchiai dietro di essa e le sollevai la coda, curioso.

Ero attratto e respinto da quella assurda fichetta. Mi resi conto, in quel momento, che quello era il primo sesso di genere femminile della mia vita. Non so come, ma accadde: mi liberai dei calzoncini, le sollevai la coda e le spinsi dentro il cazzo. Spinsi, spinsi e spinsi ancora. L’abbracciai o, per meglio dire, la cinsi come potevo con le braccia e, inginocchiato dietro di essa, la fottevo preda degli spiriti. Sborrai, gemendo. La cagnetta guaì. Si girò e venne a leccarmi il viso. Ne fui infastidito, ma non fui capace di allontanarla. Mi pulii come potevo, mi ricomposi e uscii in fretta.

Inforcai la bici e presi a pedalare con un ritmo che mi stroncò in pochi minuti. Fui costretto a fermarmi. Ansimando, feci quello che meglio di ogni altra cosa avrei fatto per il resto della vita: mi sentii profondamente in colpa.

 

Mp3

L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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Sodoma …

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“… e Gomorra è un libro di merda. Vorrebbe essere saggio e romanzo, ma non è né l’uno né l’altro. E’ scritto malissimo, pieno di errori e di refusi, per sovrammercato. E’ brutto. Brutto non solo per gli argomenti trattati – che belli non sono – ma perché è mal scritto, pieno di luoghi comuni sulla Campania e sulla periferia. A un certo punto, dice che le ragazze della periferia di Napoli sono così e cosà: le ragazze di tutte le periferie del mondo sono così! Senza contare che sarebbe meglio dire “alcune” ragazze di periferia, non tutte.”

Il tuo sguardo è carico di scetticismo, mentre mi accarezzi le gambe. Se inginocchiata ai miei piedi, che scendono dal divano. La tua mano sale fino a sfiorare la lampo. Individuato il profilo del mio sesso, ne segui il perimetro col polpastrello. Profilo che, come prevedibile, si modifica subitaneamente.

“A me è piaciuto. Hai ragione sul fatto che parli di cose brutte, ma è la realtà a esserlo. E poi va preso per quello che è: un libro di denuncia.”

“Mah, più ci penso e più mi sembra un libro su commissione. E’ stato tenuto artificialmente in vetta alle classifiche di vendita grazie al continuo susseguirsi di “minacce” allo scrittore, sempre sotto i riflettori. Serviva a far fuori i Casalesi.”

Mi sbottoni la cintura. Tiri giù la lampo e mi accarezzi il cazzo attraverso la stoffa dei boxer. Quando lo afferri con le dita e lo lasci rimbalzare fuori, emetto un sonoro respiro di sollievo.

Il sax di Coltrane racconta la sua meravigliosa versione di Green leaves. La tua mano va su e giù, stringendolo.

“Continua: mi eccita vederti parlare con tanta foga! Mi bagna la figa.”

Ridi, buttando indietro il capo e facendo ondeggiare i capelli. Io mi accontento di sorridere per la riuscita quando becera consonanza, avendo il diaframma occupato a gestire la respirazione che, a causa della tua mano, è diventata corta.

Le tue labbra sfiorano la pelle del glande.

A fatica, dopo aver fatto mente locale, riprendo.

“C’era una bellissima frase di Sciascia in A ciascuno il suo: quando una mafia in dialetto viene tolta di mezzo, è perché ce n’è già una pronta in lingua. Non ricordo le parole esatte, ma questo era il senso.”

Scopri il glande. Lo lecchi, spingi la lingua nel foro. Per un po’ lo lecchi come se fosse un gelato. Mi sento scivolare dai cuscini del divano e sono costretto a puntellarmi con i gomiti.

“Finché i Casalesi si limitavano a occuparsi di droga, di rifiuti e di qualche ammazzatina – come direbbe Montalbano – qua e là, tutto bene. La pace è finita quando hanno voluto fare il grande passo per entrare nella finanza dei grandi: uno zuccherificio, Kerò, una compagnia petrolifera, Ewa, una catena di elettronica, Eldo, e chissà cos’altro. A quel punto è arrivata la mafia vera, quella il cui centro collocherei fra Parigi, Monaco e Zurigo, e sono stati spazzati via. Certo, bisognava dimostrare quanto fossero pericolosi, bisognava metterli sotto i riflettori dei media e fare in modo di crear loro terra bruciata intorno. Ed è quello che è stato fatto, anche, e in buona parte, con Gomorra.”

Stringi la base del cazzo, leccando il glande. Poi afferri i lembi del pantalone. Sollevo il bacino per aiutarti a liberarmene, e lo fai scendere fino alle caviglie. Lì ti fermi, considerando, forse, che ti conviene tenermi semi-prigioniero in quella posa. Non sono più di grado di opporre alcuna obiezione, essendo tutto la mia attenzione presa dalle sensazioni che giungono dal centro del mio corpo. La tua bocca si chiude intorno al cazzo. Scendi fino a farlo arrivare in gola. Il rossetto lascia dei segni sulla pelle. Con una mano mi tieni le palle, come a volerle soppesare, con l’altra mi accarezzi l’interno di una coscia.

La carezza diventa quasi un graffio quando continui a risalire con l’unghia dell’indice, fino a sfiorarmi il buco del culo.

Come se temessi di interrompere la magia col mio silenzio, continuo a parlare, sebbene non del tutto convinto di dire ancora cose sensate.

“Anche le minacce erano funzionali. Saviano è stato minacciato non perché desse fastidio alla camorra, ma per avallare la tesi che i Casalesi fossero pericolosi e andassero stroncati. E non voglio dire che non abbia rischiato davvero la vita: se fosse servito, non avrebbero esitato farlo fuori davvero. Gli immigrati ammazzati da Setola negli ultimi mesi della vicenda fanno parte dello stesso disegno: che interesse ha un malavitoso ad andarsene in giro a uccidere in modo così clamoroso? Ogni volta che accade, è perché è già cominciata la sua parabola discendente; è perché c’è già qualcun altro pronto a prenderne il posto.”

La tua testa ondeggia fra le mie gambe. Vedo solo i tuoi capelli.

Come se mi stessi leggendo il pensiero, li tiri su, raccogliendoli dietro la testa, facendomi vedere il tuo splendido sorriso, la bocca gonfia del mio cazzo e i tuoi occhi, in cui si perdono i residui della mia coscienza.

Sollevo il bacino, come se potessi entrarti ancora di più in bocca. Ti accarezzo la nuca con una mano.

L’unghia che mi sfiorava il perineo gira ora intorno a un capezzolo. Premi forte, me lo pizzichi. Il dolore mi eccita ancora di più. Gemo. Poi ansimo.

La tua mano sale ancora. Mi infili il medio in bocca, costringendomi, in un certo senso, a ricambiare il pompino. L’idea mi sconvolge e sto per sborrare.

Ritenendo che non sia ancora il momento, ti fermi, lasciandomi il cazzo a molleggiare nell’aria, guardandomi intensamente. Porti il dito umettato dalla mia saliva fra le mie natiche e lo premi contro l’ano.

Mi lecchi le palle. Mentre rantolo, sento il tuo dito premere sempre più forte, fino a entrarmi nel culo. Ora, e solo ora, il tuo pompino riprende, con maggior vigore. La mano stretta intorno alla base, le labbra che scivola lungo il cazzo, la tua testa che ondeggia sempre più velocemente.

Spingi il medio dentro di me fino alle nocche.

Sentendo l’anima abbandonarmi, sono travolto dall’orgasmo. Senza aprire la bocca, assecondi i movimenti del bacino, lasciando che si riempia del mio sperma.

Il tuo sguardo è luminoso, mentre deglutisci con una smorfia. In altre occasioni, mi hai detto che ha un sapore aspro. Lecchi l’ultima goccia che sgorga dalla punta, poi ti lecchi le labbra.

“… Gomorra?”

“Chissenefrega dei Casalesi, di Saviano e di Mediaworld!”

Cuscino realistico

cuscino

La postina lascia due lettere sul banchetto dell’edicola: “Com’è andata, ieri sera?”
L’edicolante la guarda, serio: “Vuoi mangiare pastina per il resto della vita?”
Sommersa da altre inutili informazioni, emerge dalla mia coscienza la notizia che, ieri sera, la Juventus ha perso col Barcellona. E così riesco a decrittare il dialogo di cui sopra, scoppiando a ridere. Entrambi mi guardano in cagnesco, per opposte ragioni. Bah, mi succede di continuo.
Pago i giornali e mi avvio all’auto, quando mi accorgo di aver dimenticato le chiavi.
Torno su, senza far rumore: potresti esserti riaddormentata. Devono essermi cadute in camera.

Non dormivi, anzi. Sentendoti gemere, mi sono avvicinato di soppiatto alla porta e mi sono messo a spiarti.
Il letto ancora disfatto, il tuo bellissimo culo bianco in mostra, giacevi pancia in giù sulle lenzuola. Stringevi il mio cuscino fra le cosce e ti ci strofinavi sopra. Lo annusavi, e ti sentivo sussurrare il mio nome.
Mi sono talmente eccitato che il cazzo mi faceva male, nei pantaloni. E anche emozionato, a sentirmi chiamare con tanta intensità.
Immobile, però, ho continuato a godermi lo spettacolo del tuo culo che andava su e giù, immaginando il cuscino chiazzarsi della tua eccitazione, immaginando la macchia allargarsi e farsi più profonda.
Trattenendo il respiro, ti ho sentita gemere sempre più forte, fino a quando un grido liberatorio ha accompagnato il tuo orgasmo.
Facendo un passo avanti, ho rivelato la mia presenza, facendoti sobbalzare. Sei diventata rossa in viso, hai impiegato un bel po’ a capire cosa stesse succedendo. Istintivamente ti sei coperta col lenzuolo.
Avanzando verso di te mi sono spogliato, fino a essere completamente nudo, con l’erezione in vista. Ho afferrato il cuscino, affondato il naso nella macchia scura lasciata dalla tua fica e ho aspirato a piene narici, fino a essere folle di eccitazione.
Ti sono saltato addosso, sulla tua schiena liscia, il cazzo che si infilava fra le tue cosce e mi sono stretto a te. Come ripensandoci, invece, sono scivolato fuori dal letto, ti ho tirata a me per i piedi e mi sono spalmato addosso a te. Ti ho afferrato i seni, con le mani aperte e le dita larghe, strofinato il cazzo sulle natiche e baciato la nuca lasciata scoperta dal tuo nuovo taglio di capelli.
Ho avvolto un braccio intorno al tuo petto e lasciato scivolare l’altro lungo il tuo addome, fino a fermare la mano aperta sulla tua fica grondante. Ho spinto un dito dentro, ti ho carezzato il clitoride, l’ho lasciato andare su e giù fra le labbra. Ti ho costretta ad allargare le gambe, strusciato il cazzo sotto la fica. Me lo hai lucidato per bene, poi l’ho spinto dentro, facendoti sobbalzare.
Mordendoti dietro la clavicola e sulla spalla ti stringevo sempre più forte, dando vigorosi colpi del bacino, sempre più a fondo. Ogni affondo era accompagnato da una tua sonora emissione di aria.
“Sì, montami …”
Non c’era altro che potessi dire: non sono più riuscito a controllare i movimenti sempre più frenetici del mio corpo, del mio bacino impazzito, del mio cazzo che pompava dentro di te sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di te, mentre ti sentivo venire di nuovo.
Non credo che oggi andrò più a lavorare.
Chi ha riconosciuto la citazione del titolo può partecipare al Grande concorso “Passa una folle notte d’amore con Pornoscintille!”

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