Giugno

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Si nutrono soprattutto di topi, ma anche di piccoli di vipere. La ragione, però, per cui amo in particolar modo i biacchi è la loro propensione ad accoppiarsi ovunque, senza ragionarci su.

Non è infrequente, infatti, incontrarne una coppia che amoreggia in mezzo alla strada, incuranti dei passanti. Anzi, talmente persi da non accorgersi del loro arrivo.

Arrivo a identificarmi in questo lucido serpente nero che, preso dalla smania di accoppiarsi, nei mesi di maggio e giugno non di rado attraversa la strada talmente perso da finire spalmato sull’asfalto da qualche automobilista distratto o imbecille.

Quello che non mi sarei mai aspettato, però, è di trovarmi, adesso, inseguito da un biacco particolarmente aggressivo. Pessima idea, quella di uscire a passeggio in campagna indossando calzoncini, scarpe da tennis e calzino corto; pessima idea, quella di mettermi a correre appena ho visto che mi puntava, forse sentendosi con le spalle al muro. Ma ormai non ho alternativa. E’ talmente vicino alle mie caviglie che, se mi fermassi, sarei alla sua portata.

Non che abbia paura dei biacchi: so che non sono velenosi. Pure, mi dispiacerebbe essere morso, vuoi per l’infezione che sicuramente mi procurerebbe, vuoi per il dolore che non ho mai amato. Su di me.

Avrei dovuto affrontarlo vis à vis, lo so. Tentare di contrastarlo o di dissuaderlo con la scarpa o con un sasso, prima che entrambi prendessimo velocità.

Ora, invece, non mi resta che correre, sperando che si stufi di graffiarsi il ventre sui ciottoli sporgenti di questo asfalto antico.

Sto per fermarmi e arrendermi al mio destino, quando, inaspettatamente, il biacco cambia direzione e sparisce rumorosamente nell’erba alta, poi verso il campo di grano maturo, pronto per essere mietuto. Mi fermo a prendere fiato. Si fa per dire: sono piegato in due, mani sulle cosce, e boccheggio come un pesce fuor d’acqua.

Alzo la testa per guardarmi intorno. Davanti a me, una figura diafana che sembra uscita da una festa di carnevale. Una splendida ragazza, devo ammetterlo, con un vestito azzurrino svolazzante e, nella mano, una bacchetta che finisce con una stella.

“Eccheccazzo”, penso, “datemi il tempo di riprendermi! Chi è questa, adesso?”

“Ciao! Sono una fata dei boschi. Vedo che hai bisogno di aiuto …”

“Beh, se vedo le fate dei boschi, è sicuro che ho bisogno di aiuto”, mi scappa da dire fra i denti.

Guardandola meglio, mi accorgo di poterle vedere attraverso. Non limpidamente, ma il suo corpo è trasparente. Alzo gli occhi e deglutisco, quando il mio sguardo si ferma su un décolleté che sembra lì lì per esplodere.

Muove agile la manina, agitando la bacchetta, ed ecco un “plin!”, il tipico suono delle magie dei film.

“Adesso rilassati, ci pensa la tua fatina ad aiutarti!”

Viene più vicino a me, con un fazzoletto uscito da chissà dove, pulisce l’asfalto davanti ai miei piedi, lo stende per benino e ci si inginocchia. Mentre cerco faticosamente di recuperare la posizione eretta, con le mie pulsazioni che non sono ancora misurabili a orecchio, la guardo posarmi una mano sui pantaloncini, tirarli giù fino a rimanere avvolti intorno ai polpacci. Infila una mano dentro i miei slip e mi tira fuori il sesso, ovviamente poco interessato a quanto sta accadendo intorno a lui. Lo afferra con la mano guantata, lo stringe e lo bacia. Adesso vedo che il mio amico si accorge che quelle attenzioni sono tutte per lui e si sveglia prepotentemente. Mi sembra di guardare la scena dal di fuori, come se la fata e il mio cazzo fossero i protagonisti e io, un semplice spettatore.

Ora che ha una certa consistenza, se lo lascia scivolare in bocca. Sento la sua lingua accarezzarmi il glande dentro la bocca chiusa. Muove la testa, avanti e indietro, succhiandolo di gusto. Si sfila un guanto e mi sfiora lo scroto con l’unghia dell’indice. La mano guantata torna a stringere il mio sesso, che appare e scompare nella sua bocca. Sto boccheggiando di nuovo, anche se per una ragione molto diversa da pochi minuti fa.

Me lo tira fuori, lo guarda, lo bacia. Scopre il glande, talmente turgido da essere ormai quasi viola. Passa la punta della lingua sul foro in punta e penso che questa è davvero una magia. La lingua, adesso aperta, spazza tutta la mia cappella, girandole intorno. Poi mi lecca tutto il sesso, lasciandolo libero della mano per poi, dopo poco, riafferrarlo e segarlo con veemenza. Lo ingoia di nuovo, mentre mi sfiora il perineo e ancora le palle con le unghie dell’altra mano. Sono costretto a mettermi le mani sui fianchi in cerca di una posizione che mi dia un po’ di equilibrio. Sembra decisa a darmi il colpo di grazia, ora: la sua testa ondeggia davanti al mio bacino in modo impressionante, accompagnata dalla mano stretta intorno alla base del mio cazzo. Si ferma un momento, per raccogliere con la punta della lingua la prima goccia di sperma che affiora e poi di nuovo dentro, senza possibilità di fermarsi. Gemo, poi godo in un rantolo. Non si lascia sfuggire una goccia si sperma dalle labbra. Appena mi caccia il cazzo dalla bocca, reggendolo e segandolo ancora lentamente, deglutisce, ingoiando tutto. Poi si passa la lingua sulle labbra. Infine raccoglie le ultime gocce dalla mia cappella scoperta. Mi sorride soddisfatta. Non so fare altro che rispondere allo stesso modo. Vorrei dire qualcosa di intelligente, di definitivo, adatto al momento, ma non mi viene di meglio che chiederle come si chiama.

Si è rialzata, ha raccolto il fazzoletto, scuotendolo per bene. Lo sta ripiegando con cura. Mi accorgo che sta diventando più trasparente, mentre mi grida, allontanandosi: “Il mio nome è …”

“…Ictus, signor … “ Allontana ciò che ha in mano per meglio mettere a fuoco “ …Ventreschi.”

Riprendo coscienza, in quello che ha tutta l’aria di essere un letto di ospedale. Considerando anche che la donna davanti a me indossa un camice bianco e ha la mia cartella clinica in mano.

“L’abbiamo salvata per un pelo. Si può dire che l’abbiamo afferrata per i capelli”, conclude, guardandomi intenzionalmente la testa calva.

 

Alcune precisazioni: non sono mai stato inseguito da un biacco. Tutto sommato, non credo che siano così aggressivi. Nessuna fata si è mai offerta di farmi un pompino. A dire la verità, una volta ne ho incontrata una, ma fui io a tirare in ballo l’argomento. Mi mollò un ceffone e sparì. Senza neppure dirmi il nome. Inutile che vi sforziate a indovinare: non ho preso nessuna sostanza illecita, né prima, né durante, né dopo la stesura del presente racconto. Non ne ho bisogno. E sono anche molto modesto, nevvero?

Sodoma …

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“… e Gomorra è un libro di merda. Vorrebbe essere saggio e romanzo, ma non è né l’uno né l’altro. E’ scritto malissimo, pieno di errori e di refusi, per sovrammercato. E’ brutto. Brutto non solo per gli argomenti trattati – che belli non sono – ma perché è mal scritto, pieno di luoghi comuni sulla Campania e sulla periferia. A un certo punto, dice che le ragazze della periferia di Napoli sono così e cosà: le ragazze di tutte le periferie del mondo sono così! Senza contare che sarebbe meglio dire “alcune” ragazze di periferia, non tutte.”

Il tuo sguardo è carico di scetticismo, mentre mi accarezzi le gambe. Se inginocchiata ai miei piedi, che scendono dal divano. La tua mano sale fino a sfiorare la lampo. Individuato il profilo del mio sesso, ne segui il perimetro col polpastrello. Profilo che, come prevedibile, si modifica subitaneamente.

“A me è piaciuto. Hai ragione sul fatto che parli di cose brutte, ma è la realtà a esserlo. E poi va preso per quello che è: un libro di denuncia.”

“Mah, più ci penso e più mi sembra un libro su commissione. E’ stato tenuto artificialmente in vetta alle classifiche di vendita grazie al continuo susseguirsi di “minacce” allo scrittore, sempre sotto i riflettori. Serviva a far fuori i Casalesi.”

Mi sbottoni la cintura. Tiri giù la lampo e mi accarezzi il cazzo attraverso la stoffa dei boxer. Quando lo afferri con le dita e lo lasci rimbalzare fuori, emetto un sonoro respiro di sollievo.

Il sax di Coltrane racconta la sua meravigliosa versione di Green leaves. La tua mano va su e giù, stringendolo.

“Continua: mi eccita vederti parlare con tanta foga! Mi bagna la figa.”

Ridi, buttando indietro il capo e facendo ondeggiare i capelli. Io mi accontento di sorridere per la riuscita quando becera consonanza, avendo il diaframma occupato a gestire la respirazione che, a causa della tua mano, è diventata corta.

Le tue labbra sfiorano la pelle del glande.

A fatica, dopo aver fatto mente locale, riprendo.

“C’era una bellissima frase di Sciascia in A ciascuno il suo: quando una mafia in dialetto viene tolta di mezzo, è perché ce n’è già una pronta in lingua. Non ricordo le parole esatte, ma questo era il senso.”

Scopri il glande. Lo lecchi, spingi la lingua nel foro. Per un po’ lo lecchi come se fosse un gelato. Mi sento scivolare dai cuscini del divano e sono costretto a puntellarmi con i gomiti.

“Finché i Casalesi si limitavano a occuparsi di droga, di rifiuti e di qualche ammazzatina – come direbbe Montalbano – qua e là, tutto bene. La pace è finita quando hanno voluto fare il grande passo per entrare nella finanza dei grandi: uno zuccherificio, Kerò, una compagnia petrolifera, Ewa, una catena di elettronica, Eldo, e chissà cos’altro. A quel punto è arrivata la mafia vera, quella il cui centro collocherei fra Parigi, Monaco e Zurigo, e sono stati spazzati via. Certo, bisognava dimostrare quanto fossero pericolosi, bisognava metterli sotto i riflettori dei media e fare in modo di crear loro terra bruciata intorno. Ed è quello che è stato fatto, anche, e in buona parte, con Gomorra.”

Stringi la base del cazzo, leccando il glande. Poi afferri i lembi del pantalone. Sollevo il bacino per aiutarti a liberarmene, e lo fai scendere fino alle caviglie. Lì ti fermi, considerando, forse, che ti conviene tenermi semi-prigioniero in quella posa. Non sono più di grado di opporre alcuna obiezione, essendo tutto la mia attenzione presa dalle sensazioni che giungono dal centro del mio corpo. La tua bocca si chiude intorno al cazzo. Scendi fino a farlo arrivare in gola. Il rossetto lascia dei segni sulla pelle. Con una mano mi tieni le palle, come a volerle soppesare, con l’altra mi accarezzi l’interno di una coscia.

La carezza diventa quasi un graffio quando continui a risalire con l’unghia dell’indice, fino a sfiorarmi il buco del culo.

Come se temessi di interrompere la magia col mio silenzio, continuo a parlare, sebbene non del tutto convinto di dire ancora cose sensate.

“Anche le minacce erano funzionali. Saviano è stato minacciato non perché desse fastidio alla camorra, ma per avallare la tesi che i Casalesi fossero pericolosi e andassero stroncati. E non voglio dire che non abbia rischiato davvero la vita: se fosse servito, non avrebbero esitato farlo fuori davvero. Gli immigrati ammazzati da Setola negli ultimi mesi della vicenda fanno parte dello stesso disegno: che interesse ha un malavitoso ad andarsene in giro a uccidere in modo così clamoroso? Ogni volta che accade, è perché è già cominciata la sua parabola discendente; è perché c’è già qualcun altro pronto a prenderne il posto.”

La tua testa ondeggia fra le mie gambe. Vedo solo i tuoi capelli.

Come se mi stessi leggendo il pensiero, li tiri su, raccogliendoli dietro la testa, facendomi vedere il tuo splendido sorriso, la bocca gonfia del mio cazzo e i tuoi occhi, in cui si perdono i residui della mia coscienza.

Sollevo il bacino, come se potessi entrarti ancora di più in bocca. Ti accarezzo la nuca con una mano.

L’unghia che mi sfiorava il perineo gira ora intorno a un capezzolo. Premi forte, me lo pizzichi. Il dolore mi eccita ancora di più. Gemo. Poi ansimo.

La tua mano sale ancora. Mi infili il medio in bocca, costringendomi, in un certo senso, a ricambiare il pompino. L’idea mi sconvolge e sto per sborrare.

Ritenendo che non sia ancora il momento, ti fermi, lasciandomi il cazzo a molleggiare nell’aria, guardandomi intensamente. Porti il dito umettato dalla mia saliva fra le mie natiche e lo premi contro l’ano.

Mi lecchi le palle. Mentre rantolo, sento il tuo dito premere sempre più forte, fino a entrarmi nel culo. Ora, e solo ora, il tuo pompino riprende, con maggior vigore. La mano stretta intorno alla base, le labbra che scivola lungo il cazzo, la tua testa che ondeggia sempre più velocemente.

Spingi il medio dentro di me fino alle nocche.

Sentendo l’anima abbandonarmi, sono travolto dall’orgasmo. Senza aprire la bocca, assecondi i movimenti del bacino, lasciando che si riempia del mio sperma.

Il tuo sguardo è luminoso, mentre deglutisci con una smorfia. In altre occasioni, mi hai detto che ha un sapore aspro. Lecchi l’ultima goccia che sgorga dalla punta, poi ti lecchi le labbra.

“… Gomorra?”

“Chissenefrega dei Casalesi, di Saviano e di Mediaworld!”

Qualificazioni

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E adesso, quali palle sceglierai?

Sceglierai quella di cuoio che rimbalza da una parte all’altra del tuo cazzo di monitor da quaranta pollici? Oppure quelle che sto leccando da qualche minuto, finalmente con successo?
Sono in ginocchio davanti a te, fra le tue cosce. La tua intenzione era quella di vedere una stupida partita di qualificazione per non so quale coppa del cazzo – ormai ci sono così tante competizioni che, pur cercando di capirci qualcosa per compiacerti, ho perso il conto – seduto sul divano. Il fuoco che crepita nel camino proietta ombra calde nella stanza. Dev’essere per via del suo calore intenso che ti sei seduto sul divano a guardare la partita senza neppure cambiarti dopo la doccia, con solo l’accappatoio addosso. Ne ho approfittato per inserirmi fra te e lo schermo, fra te e il calcio. Ho incominciato ad accarezzarti le gambe. Hai risposto irrigidendoti, senza nascondere il fastidio. Poi la mia mano è salita fra le tue cosce,, ha sfiorato il tuo cazzo moscio, si è riempita di tutto il tuo pacco, scroto incluso. Ho incominciato a massaggiarti lentamente. Ti ho baciato l’interno delle cosce. Facevo fatica a farti allargare le gambe, ma dopo un po’ di su e giù della mia mano, quando la consistenza del tuo sesso è cambiata, quando da molle è diventato morbido da far venir voglia di masticarlo, ti sei rilassato e ho potuto posarci la testa sopra.
Ho anche dato uno sguardo al televisore, con l’orecchio posato sui tuoi gioielli. Ho preso il pene in mano e l’ho baciato. Ho continuato a farlo fino ad arrivare ai peli del pube. Ormai le tue gambe erano larghe. La mia mano andava su e giù, fino a farlo diventare duro. Bacini dolci ti arrivavano all’interno delle cosce. Sullo scroto.
Mi sono fatta scivolare un testicolo in bocca, l’ho succhiato delicatamente, con dolcezza. Ho sentito il cazzo fare un balzo nella mia mano. L’ho lasciato al suo destino, dedicandomi al perineo. Che ho leccato con perizia, avanti e indietro, andata e ritorno, per poi continuare lungo quel filo di pelle che sembra la cucitura dello scroto, con la punta della lingua. Di nuovo giù, a stuzzicarti il buchetto, e poi ancora perineo e palle. Hai divaricato le gambe. La lingua sotto il tuo scroto, ho ammirato il tuo cazzo vellutato in tutto il suo splendore, le vene pulsanti in rilievo, alzarsi verso il cielo. L’ho afferrato con la mano, muovendola lentamente in avanti e indietro, scoprendo il glande. Ti sentivo ansimare, adesso. La tua testa riversa indietro. Dubito che stessi ancora guardando quella stupida partita. Mi sono tirata su, ti ho baciato ancora la punta del cazzo, l’ho scoperta, ho premuto la lingua nel foro, come per spingerla dentro. Ti ho sorriso, mentre avevi il viso tirato, serio, e l’ho fatto scivolare tutto in bocca, fino alle palle. Con la punta della lingua, ti ho accarezzato anche quelle. Lo sentivo solleticarmi il palato, e arrivarmi quasi in gola. Ho dato ritmo alla mia bocca, succhiando forte. Le mie labbra scivolavano, lasciando striature rosse del rossetto sulla tua pelle. Ho stampato un bacio sulla punta, per poi fermarmi ad ammirare il risultato. Era troppo: mi hai preso la testa fra le mani per indurmi a succhiartelo ancora, ancora più forte. Una mano si è portata alla mia nuca, per spingermi verso di te, per spingermelo tutto in bocca. Era evidente che mi stessi scopando la bocca. Ho trattenuto più volte conati di vomito, quando arrivava in fondo. Ho temuto di soffocare, e alcune lacrime mi sono sgorgate dagli occhi, facendo sciogliere il mascara che, colandomi sulle guance, ha finito per unirsi al rossetto sul tuo cazzo duro.
Mi sono dovuta puntellare con le mani sulle tue ginocchia, pur assecondando il ritmo imposto dal tuo bacino che mi pompava in bocca e dalla tua mano premuta sulla nuca. Mi scopavi la bocca con frenesia, avevo ormai smesso di avere parte attiva nella faccenda. Ti ho sentito gemere più forte, pomparmi in bocca più veloce e poi i fiotti del tuo sperma mi hanno inondato la gola. Quando la pressione della tua mano si è allentata, quando il tuo bacino si è fermato, sono stata io a non mollarti il cazzo, spremendoti le palle per non perdere neppure una goccia della tua sborra.
Quando, poi, l’ho lasciato scivolare fuori dalla bocca, ho deglutito ingoiando tutto, e infine ho leccato le ultime gocce che ne fuoriuscivano, spremendolo fra pollice e indice. Tu ansimavi ancora.

Eppure sono sicura che, se non fosse stato per il calore del camino e per l’accappatoio, non sarei riuscita a mettermi fra te e il calcio.

A spasso con Zia Dora

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Sono così preso dalla parte, ormai, che quando mi arriva una tua manata in culo, fra chiappa e gonna corta – davvero troppo corta – faccio un paio di saltelli civettuoli in avanti, ridacchiando.
Siamo pronte: zia Dora e la sua nipotina Penny. Andiamo a caricare Abby e facciamo un giro in città. E’ la nostra prima uscita: sono nervoso come immagino che siano le debuttanti prima dell’omonimo ballo.
Resti nella macchina in moto, davanti alla casa di Abby. Vado io a suonare al campanello. Quasi provo invidia, quando mi compare davanti: truccata alla perfezione, lunga parrucca rossa che contrasta con la mia, nera e lucida; minigonna nera e tacchi vertiginosi. Sembriamo due battone che si avviano al lavoro. Tu, zia Dora, guidi come un autista di autobus in vacanza: lentamente, con un aplomb che fa quasi pensare che possa farlo a occhi chiusi.
Quando scendiamo dalla macchina, è buio. Ci incamminiamo verso il centro, Abby e io a braccetto, e tu qualche passo più dietro. Chiunque penserebbe che sei un uomo: le mani in tasca, ci cammini lentamente alle spalle come se ci stessi controllando. Intanto mi godo le correnti d’aria che mi arrivano sotto la gonna e a cui non sono abituato. Guardo Abby camminare stringendo le cosce e indovino che sta pensando la stessa cosa: quando i nostri sguardi si incrociano, infatti, scoppiamo a ridere. Un po’ in falsetto. Ogni passo ci vede più femmine. Mi giro a guardarti con la sicurezza di cogliere dell’orgoglio nei tuoi occhi.
Ci sediamo davanti a un caffè. “Due frullati alle ragazze e una birra per me.”
Accidenti a te, non credevo che ti saresti spinta fino a farmi bere quella roba che non ho mai sopportato. “Ma zia, ehm, zio …”
Il tuo sguardo mi induce a non insistere. Berrò quel maledetto frullato di chissà cosa.
Accavallo le gambe. Le guardo e ho una mezza erezione a guardarle. “Cazzo, che gnocca, sono!”
Il pensiero va a qualche ora prima, quando mi sono depilato. Anzi, mi hai depilato: hai insistito per farlo tu, con la scusa di avere più esperienza, ma ho il sospetto fondato che lo abbia fatto per il piacere di vedermi soffrire. Per un attimo rivedo il tuo sguardo mentre tiri le strisce con i miei peli attaccati, sguardo soddisfatto, più di godimento che di pietà. La mia pelle si arrossava e tu godevi; i miei peli sparivano e tu ti bagnavi, ne sono certo.
Abby allarga le cosce ogni volta che il giovane cameriere si avvicina. Lo faccio anch’io, prima di accavallare con un ampio movimento della gamba. Il poveretto torna verso il bar rosso come un peperone.
Tu, zia Dora, posi le mani sulle nostre cosce, e le fai risalire fino all’inguine. Ci sfiori il cazzo con l’indice, insisti fino a quando lo senti duro, poi torni a bere la tua birra. Dopo un paio di sorsate, decido che il cazzo di frullato ha già inquinato abbastanza il mio corpo e lo lascio lì. Abby sembra gradirlo, invece. A ogni bevuta, anzi, si lecca compiaciuto le labbra, come una che ha appena finito di fare un pompino, ricevendo la tua approvazione.
Pochi minuti dopo, siamo in un disco pub. Abby e io troieggiamo alla grande, facendo rizzare più di un cazzo, e ricevendo proposte che rifiutiamo con nonchalance. Un ragazzo che sembra abitarci, qui dentro, uno di quelli che chiama per nome il cameriere e sembra conoscere tutti, si mette a ballare di fronte ad Abby, che ti interroga con lo sguardo per sapere fin dove può spingersi. Segui il gioco di sguardi, e mi pare di avvertire nei tuoi occhi un lampo di interesse. Spingi il mento in avanti, come un ordine o un consenso. Abby si scatena. Non so se il tipo ha idea che sia un travestito o meno, ma le si incolla addosso e non la molla. Ogni tanto le sussurra qualcosa all’orecchio, e Abby ride come una pazza. Decido di unirmi alla coppia. Ballo – se così può dirsi – strusciandomi addosso al ragazzo. Abby non sembra ingelosita, per fortuna: ci divertiremo. Dopo un po’, prima che il sudore renda difficile ulteriori avvicinamenti, ci avviamo alla toilette. Tu, Zia Dora, non sembri interressartene, stranamente. Appena chiusa la porta del bagno, la mia bocca è incollata a quella del ragazzo, e le mani di Abby armeggiano intorno al suo cazzo, visibilmente duro. E grosso. Glielo tira fuori e incomincia a succhiarglielo. Le mani del tipo mi palpano ovunque. Rallentano per un attimo quando scopre che sotto la mia maglietta il petto è piatto, ma poi riprendono con più lena a palparmi. Mi artiglia il culo e mi attira a se. Gli lecco il petto, gli mordo i capezzoli. Abby spompina alla grande, una mano stretta intorno al cazzo, e tutto il resto in bocca. Sotto la mia gonna, la mano di Raul, così lo chiama Abby, cerca il mio cazzo duro. Lo stringe, mi sega. Allargo le gambe, appoggiando un piede alla porta. Abby si tocca, mentre continua a succhiarglielo. La tua voce arriva da dietro la porta: “Allora, bimbe, non vorrete mica lasciarmi fuori?” Nemmeno per sogno: c’è spazio per tutti, specie per la nostra … pigmaliona, se così può dirsi. Sposti Abby e ti mette a ucchiare il cazzo di Raul. Abby ti sbottona, infila la testa fra le tue cosce e incomincia a leccarti la fica. Mi chino a baciarla, per sentire il suo sapore dalla bocca di Abby. Mi sposto: ti allargo le natiche e lecco il culo, spingo la lingua fin dove posso, lo annuso e poi lo lecco ancora. Lo adoro, quel culo da padrona. Abby, fra le cosce di Raul, ti lecca la fica e, di tanto in tanto mi bacia. Spompini il povero ragazzo che è appoggiato con la schiena alla porta incredulo e sul punto di venire. Ansimi, sotto il gioco delle nostre due bocche. Ci accarezzi la testa, col rischio di farci saltare le parrucche, nel trambusto. Raul ti sborra in bocca. Lo finisci segandolo, spremendo fino all’ultima goccia di sborra. Un po’ ti esce dalle labbra, ma non è certo questo a impeditrti di chinarti a baciarmi. Arrivo alla tua bocca, lasciando che Abby resti sola li giù, e ci baciamo scambiandoci lo sperma in bocca. Ti lecco la bocca, te la ripulisco. Mi sorridi, mi tiri su e mi accarezzi gli slip, dove il mio cazzo sta per esplodere. Sento il rumore della lingua di Abby fra le tue cosce fradicie. Ti sfili una scarpa, liberi il piede dalla calza e lo infili sotto la mia gonna. Premi il cazzo contro il ventre, e continui a segarmi col piede, fermandoti solo per goderti l’orgasmo che ti squassa, mentre stringi Abby fra le cosce, appoggiando la testa sul petto di Raul. Appena ti riprendi, continui a segarmi con la pianta del piede. Sento Raul interporsi fra me e il muro, sollevarmi gli slip e spingere il suo cazzone di nuovo duro fra le mie natiche. Mi spinge delicatamente in avanti e continua a esercitare una pressione crescente sul mio buchetto, finché non glielo risucchio dentro, quasi. Mi seghi col piede a Raul mi incula. Sto per venire, appoggio le mani da qualche parte, non so su cosa. Abby si tira su baciandoci a turno. Il cazzo di Raul mi riempie mentre ti sborro sul piede. Abby, staccandosi dalla mia bocca, dice: “Adesso dove andiamo?”

Scie chimiche

Sono appoggiato al davanzale della finestra e guardo fuori. Solo il cielo di novembre riesce a essere così terso, di un azzurro assoluto in cui potrei perdermi. Visto che sei al telefono, parlando fitto fitto con chissà chi, lascio vagare i pensieri nel blu. Due aerei solcano il cielo, lasciando una corta scia di vapore. Ricordo quand’ero bambino: guardavo un altro cielo, su cui volavano numerosi già allora, e nessuno si lasciava prendere da astruse teorie di complotti e scie chimiche. Un sorriso mi attraversa il viso, ricordando che, allora, ero convinto che l’aereo fosse composto di tutta la scia bianca, e che questa conteneva i sedili dei passeggeri. Preso dalle memorie, non mi sono accorto che mi sei alle spalle. Il tuo alito sul collo mi riporta alla realtà. Sorrido ma non mi volto verso di te. Assaporo la tua presenza, il tuo calore, dietro di me.
Mi posi le labbra sul collo. Chiudo gli occhi, continuando a vedere il celeste carico di cui mi sono riempito gli occhi. Le tue braccia mi cingono la vita. Sento i tuoi grossi seni premermi contro la schiena, il tuo respiro sul collo, mentre continui a baciarm. Infili una mano sotto la mia maglia, aperta, sul mio petto peloso. Mi accarezzi, mi sfiori un capezzolo, provocandomi un brivido.
Trattengo il respiro, mentre l’altra tua mano scende verso la cintola dei miei jeans, la sfiora, si fa strada dentro la stoffa dura. Espiro sonoramente quando la tua mano arriva al pube, entra negli slip e arriva a sfiorare il cazzo.
Ho ancora gli occhi chiusi, aspetto e bevo ogni tuo gesto. Inarco la schiena per un riflesso condizionato, ma anche per aderire di più a te, al tuo corpo caldo, morbido. Ti sollevi la maglia, sollevi la mia, e incolli i seni alla mia pelle. I tuoi capezzoli duri quasi pungono, in cima ai tuoi seni così morbidi. L’altra mano è arrivata al cazzo. Ancora non è duro: se ne riempie, insieme alle palle. Respiro profondamente, completamente abbandonato nelle tue mani. Sono tuo.
La mano va su e giù. In breve, il cazzo è premuto contro il ventre, duro. I tuoi seni premuti sul dorso. Le tua lingua mi lecca una guancia. Sono in estasi.
Sono in estasi, pur sapendo che è solo l’inizio.
Mi sfili la maglia, continuando a strofinare i seni contro di me. Mi slacci i jeans, ti sento liberare dei tuoi. Torni a incollare il pube al mio culo. Il calore della tua fica umida mi scalda le natiche. Ce la muovi contro, lucidandomeli. La tua mano continua ad andare su e giù sul cazzo. Mi spingi in avanti, sul davanzale, costringendomi a chinarmi. Mi avvolgi col tuo corpo. La testa dietro la mia nuca, mi sussurri “porcello, sei mio”, i seni schiacciati sulla schiena, la fica premuta sul culo. Ho gli occhi chiusi, respiro affannosamente. Il tuo profumo, che respiro a pieni polmoni, misto ormai a quello che sale dall’eccitazione della tua fica, mi ubriaca.
Una mano sul cazzo, l’altra fra le natiche. Un dito mi sfiora il perineo, poi l’ano. Me lo metti in bocca, spingendomelo dentro fino alle nocche, poi torni a tormentarmi il culo. Contraggo l’ano. Quando sento la pressione del tuo medio aumentare, rilasso, facendomelo scivolare dentro. Spingi senza pietà, fino in fondo. Il tuo dito in culo, tutto. Il cazzo nella tua mano. Potrei morire, adesso.
Ma il meglio deve ancora venire. Dopo aver spinto ripetutamente il dito dentro, segandomi delicatamente, lo tiri fuori. Mi afferri il cazzo con una mano e mi ti tiri dietro, come al guinzaglio. Come colta da un pensiero improvviso, ti fermi davanti allo specchio. Eccomi, nudo, e tu dietro di me. La testa che spunta su una mia spalla, le mani sul mio petto, passando sotto le ascelle. Scendono, fino al pube, fino a sfiorarmi il cazzo, tornano tu. Una sul petto, una sul viso, mi accarezzi una guancia. Mi lasci lì, dirigendoti al comodino. Il distacco dal tuo corpo caldo mi provoca un brivido. Torni, dopo aver indossato il cazzo di gomma. Lo strap, come ti piace chiamarlo. Mi spingi in avanti, fino a farmi arrivare carponi. Ti vedo nello specchio, in piedi alle mie spalle, autoritaria, maschia. Ti inginocchi alle mie spalle, senza smettere ti toccarti il cazzo come farebbe un maschio arrapato. Lo vedo già unto: non hai perso tempo, hai urgenza di scoparmi. Lo strusci fra le mie chiappe, indugiando sul buco. Mi accarezzi la schiena, il culo. Non resisti, e mi dai qualche schiaffo sulle natiche. Non fa male, anzi, mi eccita. Sono così eccitato che il tuo cazzo mi entra dentro con relativa facilità. Mi guardi negli occhi attraverso lo specchio, orgogliosa di dominarmi. Hai un rictus che ricorda un sorriso, ma sembra soprattutto soddisfazione. Affondi, con calcolata lentezza, tutto il cazzo dentro di me. Aumenti piano piano il ritmo, con poderose spinte del bacino. C’è qualcosa nel tuo sguardo che mi ti fa credere altrove e mi lascia perplesso.
Sento bussare alla porta, maledicendo chiunque possa avere il pessimo gusto di interromperci.
Tranquilla, invece, ti sento gridare: “Entra, è aperto!”
Arriva Danny, con i jeans e un top molto femminile, che gli lascia scoperti gli addominali. L’ho sempre trovato sexy, ma ora mi imbarazza averlo davanti mentre sono carponi con un cazzo nel culo.
Vi sorridete. Ora capisco a cosa pensavi poco fa. Danny si sbottona i jeans, tenendo il top.
“Dai qualcosa da succhiare alla mia puttanella!”, ti sento dire sorridendo.
Mentre vedo la sua erezione crescergli in mano, le pulsazioni del mio cuore mi assordano. Si avvicina col cazzo al mio viso, strusciandomelo sulle labbra, sugli occhi. Apro la bocca, avido, e lo lecco, dalle palle alla punta. Scopre il glande, lo bacio delicatamente, poi me lo lascio scivolare in bocca. La scena sembra eccitarti non poco, a giudicare dalle poderose spinte del tuo bacino verso il mio culo. Il corpo di Danny è liscio, addirittura più liscio del tuo, anche se non mi sognerei mai di dirtelo. Ora sono in mezzo a una morsa: Danny spinge il bacino offrendomi il suo bel cazzo da succhiare, e tu spingi il tuo strapon nel mio culo. Mi accarezzi la schiena. Di tanto in tanto mi schiaffeggi le natiche, come si vede fare nei film porno. Penso che devi averne visti parecchi, a giudicare anche da come ti muovi, e dalla sicurezza con cui lo fai. Spingi sempre più forte, mentre spompino Danny con voracità. Sento sulla lingua una prima goccia di sperma, e divento ancora più famelico, più zoccola. Mi lascio scivolare il cazzo fino in gola, mentre tu m’inculi senza pietà. Con una mezza acrobazia, riuscite anche a baciarvi, al di sopra del mio corpo sudato.
La tua mano scende sotto il mio corpo, mi accarezza le palle, mi sega dolcemente. La mia bocca è sempre più veloce, il suo cazzo sempre più in fondo, il tuo sempre più veloce, il tuo bacino pompa, la tua mano è frenetica.
L’orgasmo di Danny che mi sborra in bocca scatena il mio, che vengo nella tua mano, e sento anche te venire, solo per il contatto dello strapon e del mio culo.
Mi fai leccare le tue dita impiastricciate del mio sperma, mentre raccolgo con la lingua una goccia di quello di Danny …

Troia

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Mi arrivi alle spalle, testa poggiata a un braccio. Sposti la mano che regge il mio cazzo e te ne impossessi.

Una sensazione strana si impossessa di me, mentre il getto di urina passa dal mio sesso attraverso la tua mano. Ti diverti a orientarlo in giro per la tazza, come a volerne lavare la porcellana.

Ti immagino sorridere: non posso vedere il tuo viso, mentre il tuo capo è appoggiato al mio braccio e mi cingi con un braccio dall’altro lato. Me lo sgrulli con perizia, quando ho finito, ma non sembri intenzionata a mollarlo, anzi. Il calore della tua mano l’ha portato a una mezza erezione: è aumentato di volume, ma non ancora duro. Provvedi tu, spostando la mano avanti e indietro, le dita larghe che lo accarezzano.

Sono nudo, indifeso. Tu indossi il maglione e gli slip, abbigliamento di chi si è alzato da poco, con l’intenzione di non rimanere a lungo fuori dal letto. Mi baci la schiena, il braccio, il torace, fin dove puoi spingere la bocca, senza smettere di tenere il mio cazzo in mano, ormai duro.

L’altra mano mi accarezza il fianco, la natica. La pelle del fianco è così sensibile – è uno dei posti più vulnerabili per il solletico, lo so bene – che quando la sfiori sono percorso da un lungo brivido.

Sollevi il maglione, liberi i seni, e li premi forte contro di me, contro la mia schiena. I tuoi capezzoli turgidi, quasi pungono. Ti sento bollente sul mio corpo. Chiudo gli occhi per un attimo, assaporando il tuo calore piacevole, accogliente; assaporando la sensazione unica di sentirmi tutto nelle tue mani.

La mano libera percorre il mio petto, ora, sfiorando i capezzoli. La apri, la premi su un seno, e mi sento ancora più saldamente nelle tue mani, ancora più incollato con la schiena ai tuoi seni. Ti dedichi, poi, a un mio capezzolo. Non so perché proprio quello, non so perché soltanto quello. E neanche mi interessa, in effetti. Ormai la mia parte animale ha preso il sopravvento su quella razionale, e sono capace soltanto di ascoltare il mio corpo e le sensazioni che mi trasmette attraverso i tuoi polpastrelli.

Ti intingi un dito nella fica e mi ci lucidi il capezzolo. Poi lo pizzichi, osservando, credo, la reazione violenta che provoca sul mio cazzo. Lo pizzichi ancora, quindi, fino a farmi male, fino a quando mi senti gemere di dolore, ma senza arrivare a farmi  chiedere di smettere. L’altra mano stringe saldamente il cazzo, un dito largo che, di tanto in tanto, mi sfiora le palle.

Le tue dita percorrono il mio petto, scendendo, il mio ventre, fino a lambire il cazzo nell’altra mano.

Intingi ancora un dito, forse due, nella fica, e lo porti alle mie labbra. Me le “labelli”. Spingi, poi, l’indice dentro la mia bocca e mi costringi a succhiartelo, a spompinartelo. Intanto la tua fica bagnata si struscia sulle mie natiche. La apri per bene, per meglio lucidarmi il culo, e mi dai anche dei colpi di fica sul culo.

Il tuo dito in bocca, la tua fica che mi scopa … mi sento così troia, nelle tue mani, così troia eppure così maschio, come, forse, non mi sono mai sentito.

Quando sei sazia della mia bocca, torni a intingere il dito nella fica e, stavolta, lo spingi contro il buco del mio culo. Il cazzo sobbalza nella tua mano, il cui ritmo è intanto aumentato. Posso vedere la prima goccia di sperma rendere lucido il frenulo.

Il tuo indice disegna dei cerchi intorno al mio ano, che si rilassa, intanto.

La mia testa cerca la tua, per un appoggio, le mie gambe si allargano, per cercare l’equilibrio (o forse cercano altro?).

Il tuo indice, fra le mie gambe, sfiora il perineo, lo scroto. Mi prendi le palle in mano, mentre l’altra mano mi masturba freneticamente, adesso.

Rallenti, ora, lasci le palle e torni col dito sull’ano. Sento la pressione aumentare graduale, me inesorabile, fino a sentirmi invaso dal dito, mentre l’altra mano mi accarezza il cazzo.

Mi accorgo, quasi sorpreso, di avere tutto il tuo dito nel culo, fino alle nocche. Dura un attimo, il tempo necessario alla tua mano per ritrovare la frenesia sul mio cazzo, la tua fica che si struscia sul culo, le tue labbra che mi baciano ovunque …

 

Dolcezze

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“Una cassatina della pasticceria Bellavita è un’esperienza sensoriale di una tale  intensità che è impossibile descriverla …”

“Bellavista? Esiste davvero?”

“Non Bellavista: Bellavita. Su Corso Garibaldi, nei pressi della Stazione Centrale, quella che a Napoli chiamano “a ferrovia”. Non devi mangiarla: dopo averle dato un morso, la lasci dividere dalla lingua, e la fai scivolare ai suoi lati. Sentirai le tue papille gustative accarezzate dalla sua morbidezza, cullate dalla sua dolcezza e inebriate dal suo sapore. Dopo averla tenuta lì un po’, non saprai come, la sentirai arrivare in gola, mentre ne hai ancora in bocca. Da lì, un’ondata di piacere ti prenderà per il collo e salirà per esploderti nel cervello.”

“ … meglio di un mio pompino?”

Sì, lo ammetto: ci ho dovuto pensare un attimo. Come un coglione, stavo per rispondere che era dura da scegliere, fra un tuo pompino e una cassatina di Bellavita.

Ho risposto, invece: “Mhm, non sono sicuro di ricordare bene: facciamo una prova.”

Ti sei avvicinata ai miei pantaloni, con lo sguardo malandrino, e hai incominciato a sbottonarlo prendendoti tutto il tempo che volevi. I jeans erano già gonfi, fin da quando avevi pronunciato la parola “pompino”.

All’ultimo bottone, le tue dita sfioravano i boxer, gonfi del mio cazzo. Imploravo silenziosamente la tua mano di liberarlo, mentre tu indugiavi ancora, facendo scorrere un’unghia lungo il cazzo che si erge verso l’ombelico. L’unghia smaltata di rosso vermiglio. Rosso zoccola, come lo chiami tu.

Quando la tua mano s’infila nel boxer, afferrandolo, emetto un tale sospiro che ti scompiglio i capelli, quasi. La tua mano stretta intorno al mio cazzo, è come se ce l’avessi dentro, nel petto, nell’addome. Lo hai tirato fuori dall’apertura dei boxer, lasciandomi semiprigioniero dei jeans intorno alle gambe che mi impedivano di muovermi liberamente. Per fortuna avevo il muro vicino alle spalle e, di tanto in tanto, mi ci appoggiavo per sorreggermi.

La tua lingua lo ha sfiorato, come per assaggiarlo. Ti sei allontanata con la testa, lo hai leccato per tutta la sua lunghezza, ti sei allontanata di nuovo. Mi guardavi il cazzo con espressione scettica. Sono stato sicuro che ti stessi vendicando della mia esitazione nel risponderti, poco prima.  Lo hai afferrato con la mano, e hai infilato la lingua sotto la pelle, a cercare la cappella. Sembra impossibile, ma mi sentivo solleticare nonostante tutta l’eccitazione da cui ero pervaso. La tua mano si muoveva, scoprendone la punta, la tua lingua ne inseguiva i movimenti, spingendosi nel foro. L’altra tua mano si è impadronita delle mie palle, accarezzandole dolcemente. Ormai tutto il peso del mio corpo gravava sul muro: le gambe, molli, erano solo un perno. La mano, dalle palle, passava ad accarezzarmi la pancia, a lambirmi un capezzolo, per finire poi col pizzicarlo. Sentivo il cazzo premerti in mano con più forza, a ogni pizzico. Hai aperto la bocca lo hai ingoiato, te ne sei impadronita. Le dita lasciavano campo alle labbra, e infine, quando era tutto nella tua bocca calda, umida, la mano scivolava lungo la gamba. Ho pensato che avrei potuto venire, poi, quando l’hai infilata nei capelli per scoprirti il viso. Mi hai guardato, con la bocca gonfia, e mi hai sorriso. Le tue labbra scivolavano lungo il mio cazzo, e lo vedevo scomparire e poi riemergere dalla tua bocca. Almeno, è ciò che vedevo quando riuscivo a tenere gli occhi aperti. Di tanto in tanto lo lasciavi libero, per leccarlo per tutta la sua lunghezza, nella parte inferiore; lo scoprivi, mi leccavi la cappella, e poi di nuovo tutto dentro.

Mi hai mostrato l’unghia dell’indice della mano destra, poi lo hai fatto scorrere fra le mie gambe, sulle palle, poi lungo il perineo. Sì, un’’unghia rosso zoccola, che mi sfiorava anche l’ano. E la tua bocca non mi dava tregua, intanto.

Ho visto il mio cazzo scomparire interamente nella tua bocca, la cappella solleticata dalle tue tonsille, per poi uscire di nuovo all’aperto. Hai scoperto il glande, e mi hai fatto assaggiare i tuoi denti …

Ero puntellato con la mani e le braccia al muro: ho avuto paura di scivolare a terra, privo di sensi.

L’ho visto sparire di nuovo nella tua bocca, che andava prendendo ritmo sul mio cazzo ormai rosso, la cappella violacea. Mi hai afferrato le natiche con entrambe le mani e la tua testa ha incominciato a muoversi con un ritmo tale che ho capito che avevi deciso che era tempo, adesso.

Tempo di sborrarti in bocca, tempo di scomparire dalla faccia della terra in quell’estasi che forse è la felicità, anche se non riusciamo mai ad afferrarla.

Come quando, poco dopo, un brivido bollente mi percorreva la spina dorsale, partendo dal mio cazzo che ti esplodeva in bocca, fino ad arrivarmi nel cervello, forse addirittura meglio della cassatina …

Appena ho potuto parlare, appena ho recuperato un respiro quasi normale, ti ho sussurrato: “Più tardi ti parlo anche dei cannoli che fa Bellavita …”

 

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