Cinema d’essai

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M3mango e io abbiamo fatto un sogno comune. Eccolo qui sotto (in realtà avevo una pistola puntata alla tempia. O una fica puntata al naso. Insomma, qualcosa del genere)
Questo il link al suo blog:  http://wp.me/p6EGKa-ML

 

 

Avevo letto più recensioni e quel film mi ispirava molto, ma non avevo trovato nessuno con cui andare al cinema. Alla fine avevo deciso di andarci da sola. Non c’era molta gente in giro quella sera e dopo una breve coda alla cassa, avanzavo verso la poltroncina numerata che mi era stata assegnata.

Ti accorgi che quello non è un cinema comune: entra una donna altissima, muscolosa, con un cane al guinzaglio. Strabuzzi gli occhi nel buio del cinema e ti accorgi che il cane, invece, sono io, seminudo e col collare.

Pianti gli occhi negli occhi di lei, quasi per sfida. Lei ti valuta; tu valuti lei. Poi prende una decisione: viene a sedersi accanto a te e io mi accuccio ai suoi piedi. Per un po’ guardiamo il film. Tu, a cui il coraggio non è mai mancato, le posi una mano sulla coscia più vicina a te e lentamente la fai salire su, fino a infilarla sotto la sua gonna. Le tue dita trovano la sua fica già bagnata. Lei dà uno strattone al guinzaglio: sollevo la testa in attesa di ordini e seguo il suo sguardo che va in direzione delle tua fica. Mi metto in ginocchio davanti a te, fra le tue cosce, e lecco i tuoi piedi, con particolare insistenza sul collo del piede. Poi risalgo con la lingua fra le tue cosce, fino ad arrivare ad annusarti gli slip. Ho un’erezione immediata. Sollevi il bacino, sposti gli slip scoprendo la fica e mi premi con forza la nuca fra le cosce. Io, diligente, obbediente, ti lecco fra le labbra, sul clitoride gonfio, lo mordo leggermente. Mi stringi le cosce intorno al collo.

Non capisco se sei un uomo o un cane. Sento il naso bagnato, qualcosa di molto peloso che mi solletica la fica fradicia e il tintinnio del collare che sbatte contro la poltroncina del cinema. Mi pare di essere in un sogno, cerco di ricordare se ho bevuto o fumato prima di arrivare, ma mi pare di no. Sono molto confusa, ho la vista annebbiata, ma soprattutto sono eccitata all’idea che sia un cane a leccarmela per bene. Mi godo il trattamento inaspettato mettendomi comoda, appoggio i tacchi sulla tua schiena e le mie gambe nude avvertono il pelo della tua schiena. Forse sei davvero un cazzo di animale? Ma che importa, dopotutto?

La padrona sembra gradire le mie attenzioni e penso che forse lei vorrebbe che le restituissi il favore. Del resto il cane, cioè tu, sei suo, o no?

Per cui mi riprometto di impegnarmi su di lei, non appena tu hai finito il tuo dovere.

Continuo a leccarti diligentemente. L’odore della tua fica eccitata mi rende famelico: mi nutro dei tuoi umori,. I tuoi tacchi sulla schiena mi fanno impazzire. Mi sento umiliato e al tempo stesso orgoglioso di essere utile alla mia padrona e di riuscire a darti tanto piacere.

La tua mano affonda fra le sue cosce. Da come la muovi, almeno tre dita le sono nella fica. Sembra che le stia scavando dentro. Lei si sbottona la camicia e si strizza un seno. Gemete entrambe.

Aspiro il nettare che sgorga dalla tua fica continuando a succhiare, a leccare e a spompinarti il clitoride. Stringi le gambe intorno al mio collo, quasi soffocandomi.

Ormai siete partite. Lei mi afferra per le orecchie e si mette a cavalcioni su di te. Spinge giù la mia testa e strofina la fica sulla tua.

Io resto in mezzo, le vostre fiche sovrapposte si strusciano, mentre lei ti morde i seni e tu il collo, io lecco il culo ora a te, ora a lei.

C’è qualche altro spettatore nel cinema a cui ormai la poltrona scotta sotto il culo.

Forse il film proiettato non è così interessante, forse noi siamo uno spettacolo migliore, non saprei, sta di fatto che le altre persone in sala si alzano e si avvicinano a noi. Sento i loro occhi e il loro fiato sui nostri corpi avvinghiati, e pian piano anche le loro dita che si insinuano con partecipazione.

La tua padrona alza per un breve intervallo la testa dalle mie tette e sibila una parola incomprensibile, poi torna a dedicarsi a me. Io non capisco che cazzo ha detto, ci rimugino su e poi mi viene un’illuminazione. Ha detto: “Go!”. “Che vorrà mai dire?” mi chiedo. Poi capisco che è un segnale: ha dato il via agli altri clienti che, come in una danza al rallentatore, si incastrano a noi.

Vengono su di voi, vi baciano, qualcuno inizia a leccarle le tette, un altro si fa coraggio, tira fuori il cazzo e glielo struscia sul culo. Poi tu, perversa, indichi me a qualcuno di loro, il più grosso o meglio, quello che lo ha più grosso. Mi afferra per i fianchi, mi allarga le natiche e mi punta il cazzo sull’ano. Ci sputa sopra poi gradualmente me lo spinge dentro. Voi vi aggiustate sulle poltrone per accogliere altri cazzi. Tenete ancora incollate le bocche, ma solo quelle, e due degli spettatori strusciano i loro cazzi sulle vostre rispettive fiche, fino a quando voi, stufe di giocare, li afferrate e ve li spingete dentro

Incliniamo la schiena e ci facciamo stantuffare per bene. Ogni tanto qualcuno si toglie, ma subito qualcun altro lo sostituisce, come una danza, perfettamente sincronizzati. Con la coda dell’occhio ti guardo, protettiva, voglio che tu goda e stia bene.

Intanto lo schermo trasmette il film, incurante di questo groviglio armonico di corpi.

Infatti godo e sto bene: un cazzo enorme mi riempie il culo e un altro la bocca; per sovrammercato vedo le vostre fiche a pochi centimetri dal naso, riempite a loro volta da cazzi che vanno e vengono, sborrano, escono e vengono rimpiazzati da altri freschi. E ciò che mi fa sentire meglio di tutto è il tuo viso indulgente che mi guarda, carico di comprensione e che mi fa sentire protetto. La mia padrona mi accarezza la nuca, intanto che succhia un cazzo con dignità da regina.

All’improvviso si alzano le luci. Il film è finito. Lentamente ci ricomponiamo e torniamo a casa. Chissà cosa c’è in programmazione domani? Potrebbe andar bene finanche un film di Godard.

 

Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Aerosol

slip on face

 

Ti sfili le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe. Ti aiuti ancheggiando, con tipica grazia femminile. Con altrettanta grazia, ti chini a raccoglierle, le stringi nel pugno di una mano e giri intorno a me.
Mi premi gli slip sul naso, avendo cura di far aderire alle narici la parte impregnata degli umori della fica.
Ti premi contro la mia schiena, la tua mano scivola lungo il mio fianco, va verso il centro del mio corpo, mi afferra decisa il cazzo e va lentamente avanti e indietro.
Continui a masturbarmi, così, suggerendomi di respirare la tua eccitazione.
La tua mano, sempre più veloce, sempre più stretta intorno al cazzo, mi porta in breve all’orgasmo.

Nelle ultime settimane, questi gesti hanno assunto la caratteristica del rito: non è passato un giorno senza che la tu mi abbia fatto godere in questo modo.

Oggi, mentre ti sfili le mutandine di pizzo nero, i tuoi occhi hanno una luce diversa. Sembri essere padrona dell’universo e il tuo sguardo sereno quanto deciso.
Le raccogli. Le stringi nel pugno della mano. Giri intorno al mio corpo e me le premi sul naso. Inspiro con voluttà. Il mio cazzo ha una reazione violenta, subitanea.
Il tuo corpo aderisce al mio. Sento i tuoi seni premermi sulla schiena, la tua fica bollente sulle natiche. Con un polpastrello mi sfiori un braccio. Ho un brivido. La tua mano risale lungo il petto, mi sfiori un capezzolo. Lo accarezzi con l’unghia, poi lo pizzichi forte. Il cazzo mi balza su, ancora più forte.
“Inala la mia fica arrapata …”
La tua voce, un sussurro, arriva dritta al cervello, e da qui al sesso.
Mi mordi il lobo di un orecchio, mi baci il collo. Reclino il capo all’indietro, cercando il tuo corpo, la tua testa.
Il calore rassicurante della stanza rende irreale la tempesta di neve che vediamo dalla finestra.
Premi più forte lo slip sulle mie narici, continui ad accarezzarmi e a strusciarti contro la mia schiena e il mio culo, evitando, però, di sfiorare in qualunque modo il cazzo.
Mi guardi negli occhi, attraverso lo specchio. Respiro sempre più forte.
Incolli la bocca a un mio orecchio e mi ordini, decisa: “Sborra, porco!”
Non posso fare altro che arrendermi alla tua volontà superiore, e cedere a un orgasmo squassante, senza che il mio cazzo sia stato mai toccato.
Scivolo a terra ai tuoi piedi, esausto, riuscendo appena a vedere, nel tuo sguardo riflesso, il ritratto della soddisfazione illuminare i tuoi occhi.

Sapio che?

tumblr_nlduahdoSF1r11bhxo1_540Non ne posso più: ancora un’etichetta! Credevo che fosse una mia peculiarità l’essere eccitato da donne intelligenti, invece scopro di essere un sapiosexual. Prima avevo dovuto sopportare l’idea di essere un sub – non subacqueo – dopo decenni in cui ero solo convinto di adorare le donne, magari guardandole dal basso in alto (si vede meglio la fica), restando rapito a guardare “l’origine du monde”; poi di essere un feticista perché mi piace leccare i piedi e averli strusciati sul viso. Non voglio conoscere più nessuna etichetta: mi basta essere un essere umano, magari un porco, un porco a tutto tondo, ma senza adesivi. Un porco senza limiti.
Il legame fra uomo e porco, d’altronde è antico e diffuso: “les cochons, ils ne vieillissent pas tandis que les hommes, quand ils vieillissent, deviennent des cochons”
Devono avermi scambiato per un barattolo di marmellata: lì, l’etichetta serve; non addosso a me!
Io voglio essere libero. Anzi, io sono libero!

“Il pranzo è pronto!” Incedi lentamente verso la mia gabbia col vassoio in mano. Entrando, la tua gonna svolazza. Ho l’acquolina in bocca, sia per il pranzo che per la tua presenza. Aver intravisto l’interno delle tue cosce mi ha provocato un’erezione immediata. Abbandono al suo destino il tablet col quale mi consenti di giocare e di navigare in rete e mi aggrappo alle sbarre come se lì si trovasse la mia salvezza. Dopo aver posato il vassoio sul tavolino, ti accucci per aprire la porticina della mia cuccia. In effetti è una gabbia, ma la chiami cuccia, essendo io la tua cagnetta (orgogliosa di esserlo). I miei occhi percorrono il tuo corpo con una velocità che mi dà il capogiro: dal tuo volto sorridente fino alle tue cosce semichiuse che intravvedo sotto la gonna, poi di nuovo su, si fissano sui tuoi bellissimi occhi.
“Ecco la pappa!” Tre piattini fumanti contengono tre diversi formati di pasta: spaghetti al pomodoro con una cima di basilico al centro, rigatoni con ricotta e pecorino e farfalle con panna. Sei una cuoca bravissima e ne ho sotto gli occhi – e il naso – l’ennesima prova.
Mentre esco dalla gabbia, ti guardo. Sto sbavando, mentre ti liberi di maglietta e gonna e ti sdrai per terra. Prendi il piatto con gli spaghetti, stringi le cosce e lo vuoti sul pube. “Ahia, scottano!”, ridi. Non scotta, ovviamente, come posso notare io stesso afferrando uno spaghetto e risucchiandolo in bocca. Lecco sulla tua pelle gli schizzi di sugo che ho provocato, e poi ne afferro un altro, e un altro ancora …
Poco dopo, mi resta da leccare la tua fica rasata piena di sugo di pomodoro. Diligentemente, te la ripulisco per bene, fino a vederla lucida e imponente. Allarghi le gambe e mi stringi il collo fra le cosce. “Lecca, porco. Guarda che non hai ancora finito …” Molli la presa e mi tuffo a succhiarti la fica. E’ bagnata, viscida e lucida dei tuoi umori. Lecco e deglutisco. Succhio il clitoride, lo aspiro fra le labbra, in bocca e poi lo lascio andare. Spingo la lingua fra le tue labbra, lecco le mie, assaporo la tua fica sempre più buona. Ogni tanto i miei occhi saettano verso i due piatti rimanenti. E un altro, coperto, che immagino possa essere il dolce. Mi passi la mano sulla testa, fino ad arrivare alla nuca. Mi spingi decisamente fra le tue cosce: “Se fai il bravo, potrai finire di mangiare.” Con rinnovato vigore, succhio e lecco ogni parte del tuo pube: l’interno delle cosce, il clitoride, che succhio, lecco e aspiro, le labbra, facendo scorrere la lingua su e giù, il monte di Venere e poi ancora da capo. Il tuo bacino ondeggia sbattendomi sul viso, la tua fica sui denti, la tua mano premuta sempre più forte sulla mia nuca. Le mie mani agganciate al tuo culo, per assorbire i contraccolpi. Sono immerso nella tua fica quando il tuo orgasmo esplode. Le ondate di piacere squassano il tuo bacino tanto da far sbattere il tuo pube sul mio labbro, che incomincia a sanguinare.
Posata sui gomiti, riprendi lentamente un respiro regolare. Quando ti accorgi del sangue sulla mia bocca, mi tiri su e lo lecchi. Mi baci anche, cosa che non accade spesso. Poi spingi decisa la mia testa lontano.
“Hai guadagnato il resto del pranzo. In ginocchio!”
Eseguo, col busto eretto, nella tipica posizione di cagnolino ammaestrato. Ti giri. Infili un rigatone fra le chiappe e me lo porgi. Lo afferro con le labbra direttamente dal tuo culo. Lo mangio, poi ti lecco le natiche e l’ano. Ripeti l’operazione, e anch’io: nuovo rigatone, nuova leccata di culo. Piano piano, il tuo culo è sempre più lucido e il piatto sempre più vuoto. Il mio cazzo è teso come il ramo di un albero. La fame si sta placando, ma soltanto quella. Gli ultimi due rigatoni. Lecco il buco del tuo culo con una tale perizia che neppure i laboratori dell’NCIS ci troverebbero traccia ricotta o di altro.
Intanto pilucchi una farfalla con la panna di tanto in tanto.
Ti guardo, ti ammiro soddisfatto, ti adoro. Scoperchi l’ultimo piatto: ciliegie!
Ne prendi una e la mangi mentre i tuoi occhi mi trapassano. Ne prendi un’altra, allarghi le cosce e la spingi nella fica, che mi spingi sulla bocca inducendomi a posarcela a ventosa. Spingi, e mi lasci scivolare la ciliegia in bocca. Ancora qualcun’altra, sempre imbeccato dalla tua fica che mi nutre, poi ti giri. Mi afferri la testa e le spingi fra le tue natiche. “Ma quanto mi adora la mia cagnetta, eh? Dimmelo, quanto?”
Cerco di prendere fiato per urlarti tutta la mia devozione: “Da morire, Padrona, da morire …”
Una ciliegia, spinta dal tuo indice e pollice, ti entra nel culo. Senza che tu debba parlare, avvicino la bocca e me la deponi fra le labbra. E così per le rimanenti, fin quasi a svuotare anche l’ultimo piatto.
“Avrai sete, immagino …”
Deglutisco a vuoto, prima di annuire. Sei di nuovo di fronte a me, nuda, imponente, Padrona in ogni tua cellula. Allarghi le cose, mi prendi il mento in mano costringendomi ad aprire le bocca e mi pisci in faccia, poi sulla lingua, dissetandomi. Bevo avido il tuo piscio caldo, leccando infine la tua fica grondante e le mie labbra. Mi sorridi soddisfatta. “Bravo il mio cucciolo. Adesso puoi sborrare.” Il dito indice della tua mano destra indica il piatto dove luccica la ciliegia superstite. Afferro il cazzo in mano, puntandolo deciso in quella direzione. I tuoi occhi di fuoco addosso e la tua postura imperiosa, mi fanno sborrare in un attimo. Prendi il frutto, raccogli quanto più sperma possibile nel piatto e me lo porgi. Grato come se ti dovessi la vita, lo mangio, sputando compitamente l’osso nella mano.
“Lo sai, vero, che senza il mio culo moriresti di fame?”
Annuisco, mentre mi accingo a rientrare nella cuccia.

Saldi!

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Sono distrutto. Un intera mattinata dietro di te, come un cagnolino. Anzi, peggio, come un servitore: portare i pacchi, dare consigli – si fa per dire: il mio compito era di assentire – seguirti dietro i tuoi frenetici spostamenti da un negozio all’altro. Camminare camminare camminare …
Sono a pezzi. La parte che soffre di più, però, è il cazzo: duro da ore. A te piace andare in giro senza slip, con quella gonna larga. Anche a me piace vederti, però, averti di fronte al bar mentre accavalli le gambe e mi sorridi malandrina, seguirti mentre il tuo culo mi saltella davanti agli occhi – credo di aver avuto le orbite di fuori come Marty Feldman per ore – venire a dare il mio consenso per OGNI capo intimo che hai provato nei negozi, il tutto senza poterti toccare, mi sta facendo scoppiare.
Arrivati a casa, provo un enorme sollievo. Mi butto sul letto, dopo aver posato i pacchi seguendo le tue rigorose istruzioni, e ti guardo mentre stai pensando a come occupare il tempo che resta di questa giornata di saldi.
Alzi le braccia sopra la testa in un gesto vezzoso che ti rende divinamente bella. In un attimo ho dimenticato tutto il rancore accumulato e ti sto adorando. Anzi, vedere le tue ascelle leggermente sudate mi fa tornare delle energie che non credevo di poter ancora avere. Salto giù dal letto e vendo a ficcarci il naso. Chiudo gli occhi e annuso il tuo prezioso sudore. Sembri godertela: resti immobile a dispensare feromoni. I pantaloni mi scoppiano.
Apro gli occhi, guardo la tua carne lucida di sudore. Alcune goccioline hanno preso forma. Apro la bocca e le raccolgo con la lingua. Ancora, fino a pulirti l’ascella. Non sazio, faccio lo stesso con l’altra.
Davanti allo specchio, ti pavoneggi, giustamente, facendoti aria con la gonna.
“Dio che caldo! Sono tutta sudata.”
E’ troppo: cado in ginocchio ai tuoi piedi. Ti abbraccio le gambe, all’altezza delle ginocchia, stringendole forte. Ci poso la testa sopra, adorante. Te le bacio, le lecco. Scendo fino ai piedi, e lecco anche quelli, senza trascurare la parte superiore delle scarpe. Mi accarezzi la testa, lasciando che la gonna mi ricopra, quando risalgo a leccarti le gambe. Appena allento la presa, ti giri, offrendomi la vista del tuo immenso culo. Non immenso come dimensione, sebbene non sia proprio piccolo, ma immenso per la bellezza e quasi per la sensazione di timore che mi incute. Lo adoro, il tuo meraviglioso culo liscio. Indugio a guardarlo. Bacio le gambe, cercando di rinviare il momento in cui te lo leccherò, come facevo da bambino, quando cercavo di far durare il più a lungo possibile i momenti prima di mangiare il mio dolce preferito. Quando arriva a posare le labbra sulle tue natiche sode, ma allo stesso tempo quasi soffici, mi sembra di svenire. Le accarezzo, le bacio, le lecco. Le allargo, spingendo la lingua verso il centro. Lecco il sudore che si è creato nell’incavo, e finalmente affondo il naso e la bocca fra le tue natiche. Se devo trovare una parola per questo momento, la migliore che trovo è devozione. Sono devoto al tuo culo, in quanto tale e in quanto appartenente a te. Potrei morire, così, con la lingua che ti fruga il buco e il naso stretto fra le tue natiche. Sembri leggermi nella mente, perché stringi i glutei intorno a esso, intrappolandomi quasi.
Le mie mani sfiorano le tue cosce, sul davanti. Ti adoro con tutta la mia essenza, e ti sono grato di poterti leccare il culo. Sono tentato di dirti “grazie, Padrona”, ma mi sento ridicolo a farlo.
Le mani salgono, fino ad arrivare alla tua fica. E’ umida, polposa. Spingo due dita fra le labbra, ti sfioro il clitoride, lo accarezzo con un polpastrello. Annuso il tuo culo, lo lecco, ti lecco il perineo e poi di nuovo l’ano. Sul perineo è scivolata una goccia dalla tua fica. L’afferro con la lingua e la deglutisco come la cosa più preziosa del mondo. Con due dita ti masturbo, la testa affondata dietro di te. Sollevi la gonna, ti giri: vuoi goderti lo spettacolo del tuo maschietto adorante mentre ti lecca la fica. E io non vedo l’ora di farlo, accarezzandoti adesso il culo e le gambe. Lecco il tuo sugo. Gemi appena, mentre ti sfiori i seni attraverso la stoffa. La mia lingua è adesso frenetica: va su e giù fra le labbra, ti lecco il clitoride, te lo succhio come se fosse un piccolo cazzo, il piccolo cazzo della mia grande padrona. Lecco il monte di Venere, l’interno delle cosce, e poi torno fra le labbra. Spingo la lingua dentro. Slinguetto come un cane quando beve. So che ti fa impazzire.
“Bravo, cagnolino, lecca la tua padrona …”
Alzi una gamba e mi posi il piede su una spalla, come a voler stabilire definitivamente i ruoli.
E’ troppo: credo di poter sborrare senza toccarmi, solo realizzando l’idea di quello che sta accadendo. Invece, sono costretto a liberare il cazzo dai pantaloni, essendo diventata intollerabile la pressione contro la stoffa. Tengo lì la mano, accarezzandomelo lentamente, senza smettere di succhiarti la fica grondante.
Il tuo ordine mi arriva sussurrato quanto perentorio: “Non provarci!”
Lascio il cazzo al suo destino e riporto le mani su di te: una sul culo, l’altra sulla coscia che mi tieni sulla spalla. Muovi il bacino verso il mio viso, a un ritmo sempre più frenetico. Mi scopi la faccia.
Mi sbatti la fica sulla bocca, sempre più forte. Nonostante le mie paure, non oso accennare al timore che mi faccia saltare una capsula. Mi posi una mano dietro la nuca, immobilizzandomi fra le tue cosce, mentre praticamente mi sborri in faccia un orgasmo che mi inorgoglisce. Se avessi le labbra disponibili, sono sicuro che avrei un sorriso ebete di soddisfazione, per aver fatto godere tanto la mia padrona.
Qualche minuto dopo, mettendomi due dita sotto al mento, mi fai alzare. “Adesso.”
La tua mano aperta davanti al cazzo, a coppa. L’altra s’insinua fra le mie natiche, mentre mi masturbo. Mi spingi un dito nel culo. “Sborra!”
Non posso fare altro. Finalmente!
Sorridi, mentre mi porti la mano alla bocca per farmi leccare tutto.

Femmina

Sono la tua femmina. Avvolto dalle tue braccia, ho la testa reclinata verso di te. L’appoggio sul tuo viso, fra i tuoi capelli. Le mie mani sono posate sui tuoi bicipiti, e li accarezzano. Mi sento protetto, con te, come se stessi accanto a un pilastro. Il tuo respiro sul collo, le tue tette mi premono contro la schiena e la tua fica mi pulsa sul culo. Le tue braccia vanno su e giù sul mio petto, mi abbracci forte e mi fai sentire tuo.
Muovi piano il bacino, sento il culo inumidirsi per il contatto con la tua fica arrapata. So che, se tu avessi un cazzo, me lo staresti strusciando fra le natiche. I tuoi polpastrelli mi sfiorano una guancia, il collo, poi torni ad abbracciarmi ancora più forte, quasi fino a togliermi il respiro.
Vorrei rimanere così per sempre …
Ma (anche tu lo vorresti, ma forse non reggi più la tensione) ti muovi, mi trascini verso il letto. Anzi, mi giri e mi spingi. Non mi oppongo, seguo languidamente le indicazioni che il tuo corpo mi dà. A pancia giù sul letto, ,mi vieni sopra, e mi strofini la fica sulla schiena, poi sulla nuca, tenendomi la testa fra le mani. Mi fotti la testa, non nel solito senso figurato, modo di dire ormai svuotato di ogni significato per quanto è abusato, ma letteralmente: la tua fica va su e giù sulla mia nuca rasata. L’eccitazione che ti provoca, eccita anche me.
Rotoliamo nel letto. Ora sei tu sulla schiena, e io sul tuo corpo, la nuca sempre oggetto del tuo piacere. Un calore umido mi avvolge, quello della tua fica che sbrodola abbondantemente. Mi avvolgi con le gambe, risalendo con i piedi lungo le mie, fino a fermarli sul cazzo duro, che si erge al centro del mio corpo. I tuoi piedi lo afferrano, in mezzo ai palmi, e mi seghi lentamente, senza smettere di usare la mia testa sulla fica, costringendomi a muoverla per il tuo piacere.
Il mio cazzo, stretto fra i tuoi piedi, lascia emergere sulla punta una prima goccia, quella che annuncia l’imminente arrivo dello sperma. Appena te ne accorgi, muovi con più energia e ritmo i piedi, e anche la fica contro la mia nuca. Mi manca il respiro, sebbene ansimi. Porti le mani sul mio petto e mi pizzichi forte i capezzoli. Sono avvolto da te, dal tuo corpo. Non so più dove sono …
Fino a quando decidi di farmi sborrare, pizzicandomi più forte i capezzoli e segandomi con i piedi fino allo spasimo, e io non posso fare altro che esaudire la tua volontà, guardando estasiato i getti di sperma ricadere sui tuoi piedi, impiastricciati intorno al mio cazzo.

Vedo ancora il mio addome ondeggiare ansimante, quando porti un piede alla volta alla mia bocca, per farmelo leccare. La mia sborra ha un sapore dolcissimo, sui tuoi piedi.

Le tue mani, poco dopo, guidano le mie spalle per farmi girare sul letto, a pancia in giù. Ti impadronisci di nuovo del mio corpo, strusciandomi la fica addosso, sulle gambe, sul culo, sulla schiena. Infine ti fermi sul culo, che lucidi per bene, aprendoci le labbra sopra, inondandomi del suo sugo lattiginoso. Mi afferri per le braccia, strofinando il pube sulle mie natiche, passi una mano sotto il mio corpo, per riempirtela del mio cazzo, che è già in una mezza erezione, e delle palle. E’ una sensazione bellissima, essere completamente tuo, completamente nelle tue mani. I tuo bacino affonda colpi sul mio culo, come se tu davvero avessi un cazzo, come se davvero potessi sfondarmelo. Sento il tuo clitoride turgido insinuarsi fra le natiche, in uno sforzo di volontà che, entrambi ameremmo trasformarsi in realtà …
Mi mordi fra la spalla e il collo, sento i tuoi denti nella carne, la tua carne nella mia. Una mano sul petto, l’altra sull’inguine, il tuo pube sempre più violento, fino a quando ti sento urlare, scaricando tutto il tuo piacere su di me. La tua voce è un rantolo nel mio orecchio. Sono certo che sei convinta di quel che dici, mentre mi sussurri: “Sei mia, troia!!”

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