Viva voce

viva voce

 

Tu lo sapevi fin dall’inizio, dove mi avresti portato.

Fin dalla prima volta in cui hai fissato gli occhi nei miei.

A volte mi chiedo se c’è qualche segnale esteriore da cui si deduce che mi si possa manipolare, visto che, fin dai primi scambi verbali, con me ci provano tutti.

 

“Vorrei vedere una minigonna rossa.”

“Ecco, guardi questa: è bellissima. Stia certo che con questa farà un figurone.”

Ti sto già immaginando ridacchiare silenziosamente. Mi hai costretto a venire a fare questi acquisti mettendoci la faccia. In tasca ho lo smartphone con il vivavoce attivato.

La sfioro con due polpastrelli. E’ così liscia al tocco che involontariamente chiudo gli occhi.

“Sì, la prendo. Vorrei anche uno slip di pizzo nero. Qualcosa di molto sexy …” Una delle due commesse ha le mani appoggiate sul banco, sembra tesa verso il cliente, ma non riesce a essere naturale. Da tutta la sua figura emana un senso di fastidio che automaticamente diventa reciproco. L’altra, quella che mi sta parlando, sembra più empatica, ma forse è solo più brava a vendere.

“… e un reggiseno da abbinarci.”

La ragazza va avanti e indietro, apre cassetti, prende scatole con la cura con cui maneggerebbe delle porcellane di Capodimonte e le poggia sul banco. Apre un reggiseno e uno slip nero.

Non sono del tutto convinto, ma non vedo l’ora di togliermi da questa situazione e li prendo.

“Vorrei anche delle Philippe Matignon nere, autoreggenti. Poi passiamo alle scarpe.”

La ragazza con le mani sul banco non mi sta guardando: è una tomografia assiale computerizzata, quella che i suoi occhi fanno al mio corpo e alla mia anima.

Sto sudando, devo avere il viso rosso e la fronte imperlata. E non è ancora finita. Anzi, il meglio deve ancora venire. Per ogni cosa che prende, la ragazza lascia sul banco più di una misura.

“Un top nero, poi …” Guardo le calze. Quando le tocco, ho un brivido. E stavo sudando …

“Adesso le scarpe .. ne ho visto un paio rosso col tacco alto in vetrina …” Un paio di minuti e appaiono anche le scarpe, proprio quelle che avevo adocchiato entrando.

“Che taglia? Queste sono 37 …”

“Quarantadue” dico in un soffio. La ragazza con le mani sul banco mi sta perforando. Il suo sguardo è solido.

L’altra ha un sorriso che cela a fatica: sta pensando che sta per liberarsi di una misura che non si vende mai. La gelo quando me le porge: “Posso misurarle?”

“C… certo!”

L’altra ha le dita ficcate nel bancone. Se fosse morbido, le sue dita l’avrebbero già sfondato.

Mi siedo sul divanetto, tolgo le scarpe sportive, sfilo i calzini e indosso le décolleté. Mi alzo, faccio due passi incerti. “Sì, vanno bene.”

Tu, stai godendoti tutto lo spettacolo audio attraverso il vivavoce del cellulare. Sono sicuro che ti sia già bagnata.

Vado al banco, mi faccio dare tutto il resto, dopo aver sottolineato che devono essere della mia misura, e chiedo dove sia il camerino. Porto con me lo zaino, dove c’è il resto. Appena dentro, sento le due bisbigliare fitto fitto.

I tuoi ordini erano perentori: devo far sapere alle commesse che gli acquisti sono per me. E’ quella la cosa eccitante. Almeno, per te lo è. Per me anche, ma è soprattutto un severo test per le mie coronarie …

Nel camerino, mi libero dei miei abiti maschili. Indosso le autoreggenti, gli slip, il reggiseno – che riempio con due calzini puliti – poi la gonna, che faccio salire a fatica, sculettando – già mi sento femmina, un po’ … – poi il top. Tiro fuori una parrucca biondo platino, talmente realistica da sembrare fatta di veri capelli. Infine le scarpe. Mi trucco le labbra con un rossetto color “rosso zoccola”, come lo hai definito ridendo mentre me lo porgevi, un po’ di fard qui e là, poi, un bel respiro profondo – devo avere la mano ferma, adesso – matita e mascara. Rinfodero lo specchietto, i trucchi e tutto il resto nello zaino e mi accingo a uscire. Nel camerino, un cazzo di specchio non c’è e mi toccherà esibirmi davanti a quelle due sciacquette. Non ho mai sopportato le commesse: guadagnano una miseria e si sentono delle dive; sbuffano se non prendi la prima cosa che ti propongono, mentre si sperticano in complimenti fuori luogo. Complimenti che si spengono appena mostri di non approvare le loro scelte. Spesso ti parlano male alle spalle; qualche volta anche apertamente. Figuriamoci cosa faranno adesso!

Esco, con lo zaino appeso a una mano, muovendo passi incerti su tacchi così alti. La ragazza che si è occupata di servirmi ha la bocca così aperta che la mascella inferiore è appoggiata sulle sue tette rifatte; l’altra si fa quasi venire il torcicollo per non perdersi lo spettacolo.

Mentre mi guardo allo specchio, unisce le mani, solleva un piede in un gesto che, in altro contesto e fatto da qualcun altro, potrebbe essere delizioso, ed esclama: “Ma sei un amore!”

“Certo”, penso, “certo …”

Quello che vedo nello specchio mi sconcerta. Non sono male, tutto sommato. Quasi mi eccito a guardarmi … Ho il cellulare in mano e penso a te che te la stai godendo un mondo. Ricordo come è nato il tutto e all’improvviso l’eccitazione prende il sopravvento sulla vergogna. Ho un’erezione che vedo premere sulla gonna.

Sculettando, vado al banco a pagare.

“Contanti o carta di credito?”

“Contanti, contanti …” Ci mancherebbe anche che lasciassi loro i miei dati, adesso.

Raccatto lo zaino e mi avvio alla porta, quando mi accorgo di aver lasciato lo smartphone sul banco.

Torno sculettando al banco, prendo il cellulare, poi … infilo la mano nel portafogli, prendo una banconota da dieci euro e la infilo nella scollatura della tipa che non ha fatto altro che guardarmi: “Tieni, carina, comprati un gelato!”

Mi giro sui tacchi e faccio un’uscita da diva.

Tutto era cominciato quando mi avevi fatto indossare i tuoi perizoma: “Dai, è divertente!”

Poi le tue calze, il tuo reggiseno …

Abbiamo appuntamento davanti a un bar. Ti trovo seduta a un tavolo, sorseggiando uno di quei schifosi cocktail che bevi come acqua fresca. Dietro i tuoi impenetrabili occhiali da sole, sono certo che non hai perso un mio passo da quando ho svoltato l’angolo. Solo ora mi accorgo di quanto sia lungo il cammino che ho dovuto fare allo scoperto per attraversare la piazza e arrivare davanti a te.

Mi giro, faccio uno svolazzo – non dev’essere un bello spettacolo, vestito come sono da squinzia di periferia con niente che svolazzi – e mi siedo di fronte a te, a gambe larghe. Scuoti la testa, con rimprovero.

La tua presenza mi aveva rinfrancato e avevo dimenticato di star indossando una minigonna. Di pelle. Rossa.

Invece tu fai scivolare il culo in avanti, infili le cosce fra le mie, facendo sfrigolare le calze le une contro le altre, e mi infili una mano sotto la gonna. Mi sfiori il cazzo che non ha più smesso di essere duro, e mi guardi, con un gesto che adoro, da sopra gli occhiali.

“Che troia …” Mi dici fra i denti.

Sento una stretta all’ano. Forse sono davvero nato per fare la troia, chissà. Mi fai diventare così audace che faccio l’occhiolino a un tipo che esce dal bar del bagno e viene verso di noi. Non mostra di avere un gran cervello, proponendosi con un “Possiamo conoscerci?”, accompagnato da un sorriso a 32 capsule. Il poveretto ordina da bere per tutti. Prendiamo due drink guardando solo il prezzo (che è il più alto del menu), senza avere idea di cosa sia. Io, almeno. Tu, invece, sai sempre tutto. Oltre a sapere sempre cosa farmi fare!

Continuiamo ad armeggiare con gambe e mani sotto il tavolino, facendo arrossire e impazzire il poverino, che sta già pregustando una serata a tre. Ti alzi, invece, mi prendi per mano, mi stampi un bacio in bocca, mi palpi il culo in modo plateale, poi infili la mano sotto la gonna e mi tiri via, urlando un “Grazie, sei stato gentilissimo!” all’indirizzo dello spaesato – oh, lo è, adesso, sapeste quanto! – e filiamo via verso l’albergo.

Lì, poi, mi sei venuta alle spalle, mi hai baciato il collo, sollevato il top per infilarci le mani e infine, mi hai fatto chinare in avanti. A novanta gradi, mi hai sollevato la gonna, strappato gli slip di pizzo nero – accidenti, costavano un botto – e hai inaugurato il tuo nuovo strapon.

Cinema d’essai

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M3mango e io abbiamo fatto un sogno comune. Eccolo qui sotto (in realtà avevo una pistola puntata alla tempia. O una fica puntata al naso. Insomma, qualcosa del genere)
Questo il link al suo blog:  http://wp.me/p6EGKa-ML

 

 

Avevo letto più recensioni e quel film mi ispirava molto, ma non avevo trovato nessuno con cui andare al cinema. Alla fine avevo deciso di andarci da sola. Non c’era molta gente in giro quella sera e dopo una breve coda alla cassa, avanzavo verso la poltroncina numerata che mi era stata assegnata.

Ti accorgi che quello non è un cinema comune: entra una donna altissima, muscolosa, con un cane al guinzaglio. Strabuzzi gli occhi nel buio del cinema e ti accorgi che il cane, invece, sono io, seminudo e col collare.

Pianti gli occhi negli occhi di lei, quasi per sfida. Lei ti valuta; tu valuti lei. Poi prende una decisione: viene a sedersi accanto a te e io mi accuccio ai suoi piedi. Per un po’ guardiamo il film. Tu, a cui il coraggio non è mai mancato, le posi una mano sulla coscia più vicina a te e lentamente la fai salire su, fino a infilarla sotto la sua gonna. Le tue dita trovano la sua fica già bagnata. Lei dà uno strattone al guinzaglio: sollevo la testa in attesa di ordini e seguo il suo sguardo che va in direzione delle tua fica. Mi metto in ginocchio davanti a te, fra le tue cosce, e lecco i tuoi piedi, con particolare insistenza sul collo del piede. Poi risalgo con la lingua fra le tue cosce, fino ad arrivare ad annusarti gli slip. Ho un’erezione immediata. Sollevi il bacino, sposti gli slip scoprendo la fica e mi premi con forza la nuca fra le cosce. Io, diligente, obbediente, ti lecco fra le labbra, sul clitoride gonfio, lo mordo leggermente. Mi stringi le cosce intorno al collo.

Non capisco se sei un uomo o un cane. Sento il naso bagnato, qualcosa di molto peloso che mi solletica la fica fradicia e il tintinnio del collare che sbatte contro la poltroncina del cinema. Mi pare di essere in un sogno, cerco di ricordare se ho bevuto o fumato prima di arrivare, ma mi pare di no. Sono molto confusa, ho la vista annebbiata, ma soprattutto sono eccitata all’idea che sia un cane a leccarmela per bene. Mi godo il trattamento inaspettato mettendomi comoda, appoggio i tacchi sulla tua schiena e le mie gambe nude avvertono il pelo della tua schiena. Forse sei davvero un cazzo di animale? Ma che importa, dopotutto?

La padrona sembra gradire le mie attenzioni e penso che forse lei vorrebbe che le restituissi il favore. Del resto il cane, cioè tu, sei suo, o no?

Per cui mi riprometto di impegnarmi su di lei, non appena tu hai finito il tuo dovere.

Continuo a leccarti diligentemente. L’odore della tua fica eccitata mi rende famelico: mi nutro dei tuoi umori,. I tuoi tacchi sulla schiena mi fanno impazzire. Mi sento umiliato e al tempo stesso orgoglioso di essere utile alla mia padrona e di riuscire a darti tanto piacere.

La tua mano affonda fra le sue cosce. Da come la muovi, almeno tre dita le sono nella fica. Sembra che le stia scavando dentro. Lei si sbottona la camicia e si strizza un seno. Gemete entrambe.

Aspiro il nettare che sgorga dalla tua fica continuando a succhiare, a leccare e a spompinarti il clitoride. Stringi le gambe intorno al mio collo, quasi soffocandomi.

Ormai siete partite. Lei mi afferra per le orecchie e si mette a cavalcioni su di te. Spinge giù la mia testa e strofina la fica sulla tua.

Io resto in mezzo, le vostre fiche sovrapposte si strusciano, mentre lei ti morde i seni e tu il collo, io lecco il culo ora a te, ora a lei.

C’è qualche altro spettatore nel cinema a cui ormai la poltrona scotta sotto il culo.

Forse il film proiettato non è così interessante, forse noi siamo uno spettacolo migliore, non saprei, sta di fatto che le altre persone in sala si alzano e si avvicinano a noi. Sento i loro occhi e il loro fiato sui nostri corpi avvinghiati, e pian piano anche le loro dita che si insinuano con partecipazione.

La tua padrona alza per un breve intervallo la testa dalle mie tette e sibila una parola incomprensibile, poi torna a dedicarsi a me. Io non capisco che cazzo ha detto, ci rimugino su e poi mi viene un’illuminazione. Ha detto: “Go!”. “Che vorrà mai dire?” mi chiedo. Poi capisco che è un segnale: ha dato il via agli altri clienti che, come in una danza al rallentatore, si incastrano a noi.

Vengono su di voi, vi baciano, qualcuno inizia a leccarle le tette, un altro si fa coraggio, tira fuori il cazzo e glielo struscia sul culo. Poi tu, perversa, indichi me a qualcuno di loro, il più grosso o meglio, quello che lo ha più grosso. Mi afferra per i fianchi, mi allarga le natiche e mi punta il cazzo sull’ano. Ci sputa sopra poi gradualmente me lo spinge dentro. Voi vi aggiustate sulle poltrone per accogliere altri cazzi. Tenete ancora incollate le bocche, ma solo quelle, e due degli spettatori strusciano i loro cazzi sulle vostre rispettive fiche, fino a quando voi, stufe di giocare, li afferrate e ve li spingete dentro

Incliniamo la schiena e ci facciamo stantuffare per bene. Ogni tanto qualcuno si toglie, ma subito qualcun altro lo sostituisce, come una danza, perfettamente sincronizzati. Con la coda dell’occhio ti guardo, protettiva, voglio che tu goda e stia bene.

Intanto lo schermo trasmette il film, incurante di questo groviglio armonico di corpi.

Infatti godo e sto bene: un cazzo enorme mi riempie il culo e un altro la bocca; per sovrammercato vedo le vostre fiche a pochi centimetri dal naso, riempite a loro volta da cazzi che vanno e vengono, sborrano, escono e vengono rimpiazzati da altri freschi. E ciò che mi fa sentire meglio di tutto è il tuo viso indulgente che mi guarda, carico di comprensione e che mi fa sentire protetto. La mia padrona mi accarezza la nuca, intanto che succhia un cazzo con dignità da regina.

All’improvviso si alzano le luci. Il film è finito. Lentamente ci ricomponiamo e torniamo a casa. Chissà cosa c’è in programmazione domani? Potrebbe andar bene finanche un film di Godard.

 

Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Il serio problema dell’intolleranza al lattosio

mungitura

 

Ti avvicini fischiettando alla stalla. Indossi un corto camice rosa con colletto e risvolti bianchi, guanti e stivali di gomma in tinta. Camminando, lasci dondolare un secchio di ferro zincato.

Arrivi vicino al giaciglio di paglia su cui dormo e mi dai un colpetto con la punta del piede per svegliarmi. Mezzo addormentato, giro la testa verso di te.
“E’ l’ora della mungitura, Vacca. Tirati su.”
Visto che ho difficoltà a riprendere contatto con la realtà, ci pensi tu con le maniere spicce: mi afferri per i capelli e mi tiri su, apri il camice e mi premi la fica sul naso.
La reazione è immediata: erezione pulsante e sono completamente sveglio e con l’acquolina in bocca.
Sollevo il culo, e rimango con le mani appoggiate alla mangiatoia. Accanto a me, ci sono cinque vacche. Vacche vere, intendo, legate anch’esse con grosse catene.
Sistemi lo sgabello accanto a me, tiri fuori dalla tasca un plug – rosa, ovviamente – e me lo spingi nell’ano senza tanti complimenti. Ti siedi e porti il secchio sotto al mio ventre.
Mi afferri il cazzo con la mano destra e cominci a segarmi o, per meglio dire, a mungermi. Sei di buon umore, ma impaziente: mi accarezzi la schiena, come fai anche con le altre bestie, e mi pizzichi un capezzolo (questo, invece, alle altre bestie non lo fai).
Sento il cazzo strattonato verso il basso sempre più forte. Quando mi ordini, perentoria, di sborrare, mi aggrappo alla mangiatoia per non franare a terra e sborro, senza poterti resistere.
La tua mano rallenta, dando gli ultimi colpi, mentre il tuo sguardo esperto valuta quanto c’è nel secchio.
Mi sistemi la colazione davanti e, mentre mangio, vai a mungere le altre vacche con la mungitrice.
Ogni volta che la vedo ho un tuffo al cuore, pensando con sgomento a cosa succederebbe – o meglio, cosa succederà – quando deciderai di usarla su di me.

Finito di sistemare le “colleghe”, torni a occuparti di me.
“E adesso, Vacca: seconda mungitura!”
Mi sfili il plug dal culo. Indossi uno strapon – rosa – ti posizioni dietro di me e spingi lentamente, fino a farmelo entrare tutto dentro. Le mani sui miei fianchi, mi possiedi con foga, come se dovessi sfogarti di un sovraccarico di testosterone. Lasci andare degli schiaffoni sonori sulle mie natiche, affondando lo strapon fino a sbattermi la fica sul culo. Di tanto in tanto, ti aggiusti una ciocca di capelli ribelle con il dorso della mano.
Continui a stantuffarmi dietro. Mi passi una mano sotto al ventre e mi afferri il cazzo con la mano guantata.
Mi seghi energicamente, fino a farmi sborrare di nuovo nel secchio. Giacché ci sei, continui a montarmi fino a raggiungere l’orgasmo, abbandonandoti sulla mia schiena.
Faccio fatica a reggere il tuo peso e i tuoi colpi. Mi chiedo dove trovi tanta forza un corpo tutto sommato più piccolo del mio. Sei piuttosto piccolina, sebbene muscolosa. Capelli biondi corti, se si esclude un ciuffo in cima.

Ti sfili, riponi lo strapon e ti sistemi il camice. Mentre raccogli il secchio, si sente il rumore di un’auto che si avvicina. La ghiaia del cortile scricchiola sotto i grossi pneumatici del SUV.
Si apre la portiera. Vedo fuoriuscirne una gamba interminabile, in fondo alla quale c’è una scarpa rosso vivo con un tacco altissimo.
Quando viene fuori Magda, l’accogli con un urletto di gioia. Vi abbracciate e vi baciate sulle guance.
Entra con te nella stalla. Mi guarda: “E’ nuovo?”
“Beh, da quando ho scoperto di essere intollerante al lattosio, mi sono dovuta rassegnare a un surrogato. Il latte di soia fa schifo. Non darei niente a base di soia neppure alle mie bestie. Quindi …”
Magda mi sfiora il culo e mi soppesa il pacco, come se davvero fossi una bestia a una fiera.
Guardare quelle gambe, però, mi ha inaspettatamente eccitato di nuovo. Ho il cazzo duro, anche se mi fa male. Un po’ mi vergogno di far vedere di essermi arrapato per una donna che non sia tu, la mia padrona.
La cosa non ti sfugge: “Guardala, la mia Panna, si è eccitata ancora! Forse oggi si può fare una terza mungitura!”
“Panna? Che razza di nome …” Magda ride sonoramente. “Come mai un nome così bizzarro?”
“Perché la sua vita ha un senso solo quando viene montata. Come la panna!”
Ridete di nuovo insieme.
Magda guarda lo strapon: “Posso provarlo?”
“Fai pure, accomodati! Intanto mi preparo per mungerlo.”
Quando sento la punta di gomma puntarmi sull’ano, sono costretto – data l’altezza di Magda – a sollevarmi sulla punta dei piedi. Spinge, senza riguardo, riempendomi di nuovo il culo.
I suoi colpi poderosi rischiano ogni volta di farmi franare a terra. Faccio una fatica immane per reggermi in piedi.
Gemo a ogni botta che ricevo. Tu mi mungi, intanto, puntando il cazzo verso il secchio. La mani di Magda ferme sui miei fianchi sono quasi rassicuranti. Mi fotte senza dar tregua al mio povero culo.
Mi porti di nuovo all’orgasmo, facendomi sborrare nel secchio. Dopo l’ultimo strattone al cazzo, posi il secchio e baci Magda sulla bocca.
Continuate a baciarvi mentre mi monta ancora. Le sbottoni la camicetta e le mordi i capezzoli.
Anche lei gode, dando un estremo colpo di reni che mi fa cadere sulle ginocchia, lasciando fuoriuscire lo strapon.
Raccogli il secchio e vi allontanate tenendovi per mano.
“Hai fatto colazione?”
“Non ancora …”
“Allora la facciamo insieme, dai!”

Ansimando, crollo sul mio pagliericcio.

Il nuovo collare di pelle

collare

Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Vegan!

banana

Mentre vago nell’orto, mi capita spesso di distrarmi: incomincio a guardare il grado di maturazione delle mele, alzo la testa per valutare quante noci raccoglierò quest’anno, mi metto a sbirciare di qua e di là e dimentico cosa stavo facendo.
Accarezzando con lo sguardo le mie coltivazioni, vedo le teste dei carciofi e ricordo cos’ero venuto a fare: a raccoglierne qualcuno per preparare la cena. Armato di coltello, mi infilo fra le lunghe foglie delle loro piante e ne tasto qualcuno.
Sfiorando quelle rotondità, lisce e grosse, mi accorgo che hanno quasi qualcosa di umano. In breve mi intenerisco a tal punto che non ho più il coraggio di tagliarle. Con la coda fra le gambe, scappo come un ladro.
Ripiegherò su una bella bistecca e tanti saluti.
Alcuni minuti più tardi, mentre afferro l’osso a due mani per mangiare gli ultimi pezzi di carne attaccatici, sento la porta aprirsi e mi ricordo della mia ospite!
E’ uno degli inconvenienti di passeggiare nell’orto: si rischia di dimenticare tutto, avvolti come si è nella natura. Avrei dovuto preparare qualcosa anche per lei. Mentre ho l’osso davanti alla bocca atteggiata a sorriso, entra e, senza neppure salutare, mi dice, sarcastica: “Non sapevo che tu fossi un assassino.”
Un sorriso dubbioso mi si è strozzato sul viso, mentre mi chiedevo se stesse scherzando.
“Ti confesso che ho appena rinunciato a un assassinio: ho lasciato vivere un carciofo che mi guardava con i suoi occhioni tristi …”
“Scherzaci, tu: prima o poi voi assassini carnivori dovrete convincervi che avete rovinato il pianeta. Lo sai quanto inquinamento provoca quella bistecca che hai appena finito di mangiare?”
“Se è per quello, credo che la coltivazione della soia da parte delle multinazionali sia molto peggio. Per non parlare poi di come far diventare quei fagioli seitan, tofu e porcherie varie …”
Mi ha interrotto con violenza, urlandomi qualche altra cosa in faccia.
E’ più forte di me, più passa il tempo e meno riesco a tollerare l’intolleranza. Non sopporto più credenti, tifosi, politici e quanti mettono la fede davanti agli uomini.
Ho calato la testa nel piatto e ho taciuto. Lei continuava a snocciolare cifre che avrebbero dovuto farmi sentire in colpa ma che, invece, mi annoiavano soltanto.
Eppure in quei giorni si era creata fra noi una tensione positiva e una complicità che non sapevamo dove ci avrebbe portati.
Tutto crollato su una bistecca.
Trovatasi senza interlocutore, mi ha urlato contro una frase che mai mi sarei aspettato, come se fosse uscita da un pessimo film americano: “Lecca il mio culo vegano!”
Poi …
Poi mi sono sentito in colpa. Io e il maledetto carciofo.
Le ho chiesto scusa. L’ho vista sbollire lentamente.
Le ho sorriso e ho scandito: “Magari …”
Era di fronte a me, gambe larghe e mani sui fianchi. La posa contrastava però con la luce negli occhi, che non era più di aggressività. Mi sono alzato e l’ho abbracciata. Ho sentito i suoi seni premermi sul petto. Il mio cazzo si è timidamente risvegliato. Mi sono lasciato scivolare a terra, ai suoi piedi, e le ho abbracciato le gambe. Ginocchioni, le ho girato intorno, infilato la testa sotto la gonna e le ho davvero leccato il culo.
Dopo qualche secondo, dopo aver lottato con tutto me stesso per non farlo, dopo aver mandato quella cazzo di frase a passeggio per la bocca e per il cervello nel tentativo di non farla uscire, mi sono sentito dire, con voce carica di ironia: “Sa di cicoria”.
Non ho sentito altro che un fruscio, mentre si girava, mi toglieva la gonna dal viso e mi mollava la sberla più forte che abbia preso in vita mia.
La guancia mi bruciava così forte che mi è passata ogni velleità di umorista.
Non sazia, mi ha messo un piede sul viso e mi ha spinto a terra. Sono caduto all’indietro in una posizione piuttosto scomoda, per chi non è allenato: le ginocchia piegate e il corpo steso sulla schiena. Mentre cercavo di riprendere una posizione tollerabile per le mie giunture, mi è saltata addosso. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato fuori il cazzo, sollevato la gonna e incollato la fica sopra. Mi è tornato subito duro. Mi ha letteralmente strappato la camicia. Ha sollevato il bacino, si è impalata sul mio cazzo e ha incominciato una danza forsennata. Le mani strette intorno al mio collo, ho temuto che volesse strozzarmi. Urlando, mi ha liberato il collo e ha preso a schiaffeggiarmi il viso con metodo.
Travolto dalla sua foga, non ho potuto fare a meno di pensare che c’è chi sostiene che mangiare carne renda violenti.
Ho lasciato che questi pensieri restassero tali, però, non azzardandomi a esternarli.
Le sue mani continuavano ad abbattersi sulle mie guance, mentre si è sbottonata la camicia tirando fuori i seni. Me li ha strusciati sul viso, e poi ha piantato le unghie nel mio petto, vicino ai capezzoli.
Non ha dato segni di essersi accorta del mio orgasmo, che è arrivato mentre le sue unghie entravano nella mia carne, subito dopo, continuando a cavalcarmi senza tregua.
Di nuovo le mani strette intorno al mio collo, mi ha morso una spalla fino a farmi urlare di dolore. Mentre urlavo come un agnello ferito, è venuta, coprendo col suo urlo il mio.
Mi si è accasciata addosso. Ansimava, vedevo la sua schiena sollevarsi e abbassarsi su di me. Dove la spalla mi faceva male, sentivo il lenimento di delicati baci. Una sua mano mi accarezzava la fronte.
Si è sfilata dal mio cazzo. Lo ha afferrato con una mano, lo ha stretto e mi ha detto: “Questa è l’unica carne che può entrare nel mio corpo.”

Domenica mattina

strapHo fatto un incubo terribile. Sognavo di inculare Bruno Vespa, mentre lui aveva la testa girata verso di me, come una creatura mostruosa. I suoi nei si allungavano per ghermirmi.
Mi sono svegliato in un lago di sudore. Il lenzuolo attorcigliato intorno al corpo, con cui lottavo per liberarmi. Aperti gli occhi, l’incubo non era ancora finito: mi sono accorto che il sogno mi aveva procurato un’erezione. Il mio cazzo campeggiava in mezzo al corpo, quasi fiero di quello che stava facendo mentre dormivo.
Un sapore amaro mi ha riempito la bocca, mentre stentavo a riprendere contatto con la realtà.
Volgendo la testa in giro per la stanza, ho notato la tua rassicurante presenza. Indossavi reggiseno e reggicalze. Un piede posato su una sedia, stavi tirando su la seconda autoreggente, dandomi le spalle.
“Che sogno del cazzo!” ho detto, spostandomi verso di te.
Hai girato la testa verso di me: “Seh, chissà che sognavi, porcone: guarda là!”, accennando col mento verso la mia erezione.
Mi sono alzato e ti sono venuto alle spalle. Ti ho baciato i capelli, strusciando il cazzo contro il tuo culo. Ti ho infilato una mano fra le cosce, trovandoti bagnata. “E tu, a chi pensavi, a Brad Pitt?”
“Certo, sai quanto mi piace!”. Non è vero, non manchi mai di ripetere quanto non ti piacciano i tipi “lavatini” come lui. Che poi, dopo tanti anni, non sono sicuro di aver capito cosa intendi con quel neologismo oscuro.
Già che ci siamo, entrambi arrapati, ti spingo il cazzo nella fica, che scivola quasi risucchiato. Ti poggio le mani sui fianchi e muovo il bacino. Mi godo lo sbattere delle palle contro il tuo culo. Ti appoggi con le mani al comò, spingendo il culo verso di me. Ti bacio la schiena, infilo il naso fra i tuoi capelli e ti annuso. Mi riempio il naso del tuo odore, del sudore che sale dalle tue ascelle, del profumo lieve dei tuoi capelli appena lavati e del tuo alito senza odore che sembra il più bel profumo del mondo.
Le mie mani salgono lungo i tuoi fianchi, li sfioro col dorso, poi li infilo sotto le ascelle a ti abbranco i seni, infilandole nel reggiseno. Me ne riempio le mani. Ti accarezzo i capezzoli, li premo con i polpastrelli, poi giro intorno alle areole dopo essermi leccato gli indici.
Ti sento un po’ rigida, fatto che contrasta con la tua eccitazione di prima. Non so a cosa attribuirlo, ma ormai non sono più in grado di capire alcunché: il mio bacino spinge e il cazzo stantuffa nella tua fica a un ritmo forsennato. Le mani aggrappate ai tuoi seni, il naso fra i tuoi capelli, la corsa del mio bacino è sempre più corta e rapida. Ti sento gemere. Reclini la testa contro di me. Non sono sicuro che sia un orgasmo, ma il mio arriva lo stesso, trascinato dall’idea di venire insieme.
Resto appeso al tuo corpo, mentre ansimo ancora forte, e mentre si affievolisce l’onda di piacere che mi travolge.
Mi accarezzi il viso e mi baci. Poi scivolo sul letto, a pancia in giù.
Mentre riprendo fiato, guardo nello specchio dell’armadio che ho di fronte. Il naso fra le lenzuola ancora umide del mio sudore – mi torna alla memoria lo schifoso sogno di poco fa – ti vedo finalmente in viso, mentre ti giri.
Il mio sguardo scende lungo il tuo corpo, lungo i tuoi meravigliosi seni su cui ancora vedo i segni delle mie mani e poi fa un balzo verso il centro del tuo corpo: uno strapon, un cazzo di gomma legato più su della tua fica. Lo aggiusti, stringendo le cinghie – ora capisco cos’aveva di strano il tuo reggicalze! – e te lo ritrovi sulla fica. Mi guardi il culo.
“Sai qual è stata la prima cosa che mi è piaciuta di te?”
Trattengo il respiro. Provo a scherzare: “il cervello?”.
“No: quel tuo bel culetto da frocio.”
Chiamato direttamente in causa, il mio ano si contrae con forza.
“Rilassati.”
Facile a dirsi. Ho lo sguardo fisso allo specchio. Infili due dita nella fica, prima di coprirla definitivamente, e recuperi una parte del mio sperma. Lo usi per lubrificare il cazzo di gomma.
Non so se sto battendo qualche record, ma sono in apnea da un bel po’. Mi afferri le natiche con le mani, la divarichi e mi ci strusci lo strapon. Lo premi contro il buco. Con una mano mi accarezzi la schiena, con l’altra tieni dritto il cazzo fra le mie chiappe.
“Tranquillo, so cosa faccio.”
Vorrei chiederti come fai a saperlo, visto che con me è la prima volta. Ma penso che una simile domanda in un momento come questo sia la più inopportuna e taccio. Sempre in apnea.
Che i sub si allenino così?
Spingi lenta ma inesorabile. Sento il culo aprirsi a te. Il cazzo è di nuovo durissimo contro il letto e mi fa un po’ male, ma non ho il coraggio di spostarlo per paura di rompere l’incanto.
Non riesco a vedere cosa accade fra le mie chiappe – sebbene ne abbia altri inequivocabili segni dal mio corpo che mi sembra dilatarsi in ogni sua parte – e i miei occhi sono ipnotizzati dal tuo sguardo sereno, deciso che punta sul mio culo. Non riesco a smettere di guardarti gli occhi. Ho la sensazione che non c’è nulla che potrei fare per farti togliere da lì, al punto in cui sei. Spingi ancora e io mi apro di più.
Hai una mano aperta sulla mia schiena, le dita larghe, che ti serve a tenere l’equilibrio mentre mi inculi.
Il tuo strapon è ormai tutto dentro. Gemo, non so se di piacere o di dolore. Non voglio neanche saperlo, voglio solo che duri il più a lungo possibile. Anzi, vorrei che quel cazzo di gomma diventasse di carne e che tu mi montassi selvaggiamente come uno stallone la sua giumenta. La sola idea mi fa venire un brivido.
Col cazzo tutto dentro il mio culo, il tuo baricentro si sposta e non hai più bisogno della mano per sostenerti. Mi accarezzi la nuca mentre mi chiedi, con dolcezza inaudita: “Tutto bene, tesoro?”
“Mgh.” Sollevo il capo per liberarmi dal lenzuolo sulle labbra e riesco ad articolare un sì.
“Sapevo che eri dotato come troia. Non ricordo da quanto tempo penso a questo momento.” Appena taci, il tuo bacino inizia a muoversi per scoparmi meglio il culo. Sembra impossibile, ma sei ancora più arrapata di poco fa. Immagino che sia lo sfregamento sulla tua fica. Un barlume di intelligenza, poi, mi suggerisce che è tutto nella tua testa, che è tutta da lì che parte la tua eccitazione.
Il movimento del tuo bacino diventa una danza. I tuoi seni fluttuano rapendo il mio sguardo.
Gemi sempre più forte. Sembra quasi che il tuo rantolo abbia un timbro maschile. Le tue mani vanno su e giù sulla mia schiena. Una parola esce dalla tua bocca come un mantra: “Troia. Troia. Troia …”
Abbiamo entrambi la sensazione che le tue parole riescano a operare il miracolo di farmi diventare la tua femmina, la femmina del mio maschione che mi incula con forza. Travolto, sborro sul lenzuolo. Non sembri curartene, forse non te ne sei neanche accorta, presa come sei – lo vedo dalla fissità del tuo sguardo sul mio culo – dall’arte inculatrice di cui sembri essere già padrona.
Dall’irrigidirsi delle tue dita sulla mia schiena, dall’entrare delle tue unghie nella mia carne, capisco che stai per godere. Un rantolo animalesco esce dalla tua bocca, mentre un ghigno ti deforma il viso. Vedo una tua mano portarsi a un seno e ti pizzichi con forza un capezzolo.
E urli ancora, definitiva: “Troiaaaaa!”

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