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L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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Cuscino realistico

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La postina lascia due lettere sul banchetto dell’edicola: “Com’è andata, ieri sera?”
L’edicolante la guarda, serio: “Vuoi mangiare pastina per il resto della vita?”
Sommersa da altre inutili informazioni, emerge dalla mia coscienza la notizia che, ieri sera, la Juventus ha perso col Barcellona. E così riesco a decrittare il dialogo di cui sopra, scoppiando a ridere. Entrambi mi guardano in cagnesco, per opposte ragioni. Bah, mi succede di continuo.
Pago i giornali e mi avvio all’auto, quando mi accorgo di aver dimenticato le chiavi.
Torno su, senza far rumore: potresti esserti riaddormentata. Devono essermi cadute in camera.

Non dormivi, anzi. Sentendoti gemere, mi sono avvicinato di soppiatto alla porta e mi sono messo a spiarti.
Il letto ancora disfatto, il tuo bellissimo culo bianco in mostra, giacevi pancia in giù sulle lenzuola. Stringevi il mio cuscino fra le cosce e ti ci strofinavi sopra. Lo annusavi, e ti sentivo sussurrare il mio nome.
Mi sono talmente eccitato che il cazzo mi faceva male, nei pantaloni. E anche emozionato, a sentirmi chiamare con tanta intensità.
Immobile, però, ho continuato a godermi lo spettacolo del tuo culo che andava su e giù, immaginando il cuscino chiazzarsi della tua eccitazione, immaginando la macchia allargarsi e farsi più profonda.
Trattenendo il respiro, ti ho sentita gemere sempre più forte, fino a quando un grido liberatorio ha accompagnato il tuo orgasmo.
Facendo un passo avanti, ho rivelato la mia presenza, facendoti sobbalzare. Sei diventata rossa in viso, hai impiegato un bel po’ a capire cosa stesse succedendo. Istintivamente ti sei coperta col lenzuolo.
Avanzando verso di te mi sono spogliato, fino a essere completamente nudo, con l’erezione in vista. Ho afferrato il cuscino, affondato il naso nella macchia scura lasciata dalla tua fica e ho aspirato a piene narici, fino a essere folle di eccitazione.
Ti sono saltato addosso, sulla tua schiena liscia, il cazzo che si infilava fra le tue cosce e mi sono stretto a te. Come ripensandoci, invece, sono scivolato fuori dal letto, ti ho tirata a me per i piedi e mi sono spalmato addosso a te. Ti ho afferrato i seni, con le mani aperte e le dita larghe, strofinato il cazzo sulle natiche e baciato la nuca lasciata scoperta dal tuo nuovo taglio di capelli.
Ho avvolto un braccio intorno al tuo petto e lasciato scivolare l’altro lungo il tuo addome, fino a fermare la mano aperta sulla tua fica grondante. Ho spinto un dito dentro, ti ho carezzato il clitoride, l’ho lasciato andare su e giù fra le labbra. Ti ho costretta ad allargare le gambe, strusciato il cazzo sotto la fica. Me lo hai lucidato per bene, poi l’ho spinto dentro, facendoti sobbalzare.
Mordendoti dietro la clavicola e sulla spalla ti stringevo sempre più forte, dando vigorosi colpi del bacino, sempre più a fondo. Ogni affondo era accompagnato da una tua sonora emissione di aria.
“Sì, montami …”
Non c’era altro che potessi dire: non sono più riuscito a controllare i movimenti sempre più frenetici del mio corpo, del mio bacino impazzito, del mio cazzo che pompava dentro di te sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di te, mentre ti sentivo venire di nuovo.
Non credo che oggi andrò più a lavorare.
Chi ha riconosciuto la citazione del titolo può partecipare al Grande concorso “Passa una folle notte d’amore con Pornoscintille!”

Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Aerosol

slip on face

 

Ti sfili le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe. Ti aiuti ancheggiando, con tipica grazia femminile. Con altrettanta grazia, ti chini a raccoglierle, le stringi nel pugno di una mano e giri intorno a me.
Mi premi gli slip sul naso, avendo cura di far aderire alle narici la parte impregnata degli umori della fica.
Ti premi contro la mia schiena, la tua mano scivola lungo il mio fianco, va verso il centro del mio corpo, mi afferra decisa il cazzo e va lentamente avanti e indietro.
Continui a masturbarmi, così, suggerendomi di respirare la tua eccitazione.
La tua mano, sempre più veloce, sempre più stretta intorno al cazzo, mi porta in breve all’orgasmo.

Nelle ultime settimane, questi gesti hanno assunto la caratteristica del rito: non è passato un giorno senza che la tu mi abbia fatto godere in questo modo.

Oggi, mentre ti sfili le mutandine di pizzo nero, i tuoi occhi hanno una luce diversa. Sembri essere padrona dell’universo e il tuo sguardo sereno quanto deciso.
Le raccogli. Le stringi nel pugno della mano. Giri intorno al mio corpo e me le premi sul naso. Inspiro con voluttà. Il mio cazzo ha una reazione violenta, subitanea.
Il tuo corpo aderisce al mio. Sento i tuoi seni premermi sulla schiena, la tua fica bollente sulle natiche. Con un polpastrello mi sfiori un braccio. Ho un brivido. La tua mano risale lungo il petto, mi sfiori un capezzolo. Lo accarezzi con l’unghia, poi lo pizzichi forte. Il cazzo mi balza su, ancora più forte.
“Inala la mia fica arrapata …”
La tua voce, un sussurro, arriva dritta al cervello, e da qui al sesso.
Mi mordi il lobo di un orecchio, mi baci il collo. Reclino il capo all’indietro, cercando il tuo corpo, la tua testa.
Il calore rassicurante della stanza rende irreale la tempesta di neve che vediamo dalla finestra.
Premi più forte lo slip sulle mie narici, continui ad accarezzarmi e a strusciarti contro la mia schiena e il mio culo, evitando, però, di sfiorare in qualunque modo il cazzo.
Mi guardi negli occhi, attraverso lo specchio. Respiro sempre più forte.
Incolli la bocca a un mio orecchio e mi ordini, decisa: “Sborra, porco!”
Non posso fare altro che arrendermi alla tua volontà superiore, e cedere a un orgasmo squassante, senza che il mio cazzo sia stato mai toccato.
Scivolo a terra ai tuoi piedi, esausto, riuscendo appena a vedere, nel tuo sguardo riflesso, il ritratto della soddisfazione illuminare i tuoi occhi.

Il nuovo collare di pelle

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Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Vegan!

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Mentre vago nell’orto, mi capita spesso di distrarmi: incomincio a guardare il grado di maturazione delle mele, alzo la testa per valutare quante noci raccoglierò quest’anno, mi metto a sbirciare di qua e di là e dimentico cosa stavo facendo.
Accarezzando con lo sguardo le mie coltivazioni, vedo le teste dei carciofi e ricordo cos’ero venuto a fare: a raccoglierne qualcuno per preparare la cena. Armato di coltello, mi infilo fra le lunghe foglie delle loro piante e ne tasto qualcuno.
Sfiorando quelle rotondità, lisce e grosse, mi accorgo che hanno quasi qualcosa di umano. In breve mi intenerisco a tal punto che non ho più il coraggio di tagliarle. Con la coda fra le gambe, scappo come un ladro.
Ripiegherò su una bella bistecca e tanti saluti.
Alcuni minuti più tardi, mentre afferro l’osso a due mani per mangiare gli ultimi pezzi di carne attaccatici, sento la porta aprirsi e mi ricordo della mia ospite!
E’ uno degli inconvenienti di passeggiare nell’orto: si rischia di dimenticare tutto, avvolti come si è nella natura. Avrei dovuto preparare qualcosa anche per lei. Mentre ho l’osso davanti alla bocca atteggiata a sorriso, entra e, senza neppure salutare, mi dice, sarcastica: “Non sapevo che tu fossi un assassino.”
Un sorriso dubbioso mi si è strozzato sul viso, mentre mi chiedevo se stesse scherzando.
“Ti confesso che ho appena rinunciato a un assassinio: ho lasciato vivere un carciofo che mi guardava con i suoi occhioni tristi …”
“Scherzaci, tu: prima o poi voi assassini carnivori dovrete convincervi che avete rovinato il pianeta. Lo sai quanto inquinamento provoca quella bistecca che hai appena finito di mangiare?”
“Se è per quello, credo che la coltivazione della soia da parte delle multinazionali sia molto peggio. Per non parlare poi di come far diventare quei fagioli seitan, tofu e porcherie varie …”
Mi ha interrotto con violenza, urlandomi qualche altra cosa in faccia.
E’ più forte di me, più passa il tempo e meno riesco a tollerare l’intolleranza. Non sopporto più credenti, tifosi, politici e quanti mettono la fede davanti agli uomini.
Ho calato la testa nel piatto e ho taciuto. Lei continuava a snocciolare cifre che avrebbero dovuto farmi sentire in colpa ma che, invece, mi annoiavano soltanto.
Eppure in quei giorni si era creata fra noi una tensione positiva e una complicità che non sapevamo dove ci avrebbe portati.
Tutto crollato su una bistecca.
Trovatasi senza interlocutore, mi ha urlato contro una frase che mai mi sarei aspettato, come se fosse uscita da un pessimo film americano: “Lecca il mio culo vegano!”
Poi …
Poi mi sono sentito in colpa. Io e il maledetto carciofo.
Le ho chiesto scusa. L’ho vista sbollire lentamente.
Le ho sorriso e ho scandito: “Magari …”
Era di fronte a me, gambe larghe e mani sui fianchi. La posa contrastava però con la luce negli occhi, che non era più di aggressività. Mi sono alzato e l’ho abbracciata. Ho sentito i suoi seni premermi sul petto. Il mio cazzo si è timidamente risvegliato. Mi sono lasciato scivolare a terra, ai suoi piedi, e le ho abbracciato le gambe. Ginocchioni, le ho girato intorno, infilato la testa sotto la gonna e le ho davvero leccato il culo.
Dopo qualche secondo, dopo aver lottato con tutto me stesso per non farlo, dopo aver mandato quella cazzo di frase a passeggio per la bocca e per il cervello nel tentativo di non farla uscire, mi sono sentito dire, con voce carica di ironia: “Sa di cicoria”.
Non ho sentito altro che un fruscio, mentre si girava, mi toglieva la gonna dal viso e mi mollava la sberla più forte che abbia preso in vita mia.
La guancia mi bruciava così forte che mi è passata ogni velleità di umorista.
Non sazia, mi ha messo un piede sul viso e mi ha spinto a terra. Sono caduto all’indietro in una posizione piuttosto scomoda, per chi non è allenato: le ginocchia piegate e il corpo steso sulla schiena. Mentre cercavo di riprendere una posizione tollerabile per le mie giunture, mi è saltata addosso. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato fuori il cazzo, sollevato la gonna e incollato la fica sopra. Mi è tornato subito duro. Mi ha letteralmente strappato la camicia. Ha sollevato il bacino, si è impalata sul mio cazzo e ha incominciato una danza forsennata. Le mani strette intorno al mio collo, ho temuto che volesse strozzarmi. Urlando, mi ha liberato il collo e ha preso a schiaffeggiarmi il viso con metodo.
Travolto dalla sua foga, non ho potuto fare a meno di pensare che c’è chi sostiene che mangiare carne renda violenti.
Ho lasciato che questi pensieri restassero tali, però, non azzardandomi a esternarli.
Le sue mani continuavano ad abbattersi sulle mie guance, mentre si è sbottonata la camicia tirando fuori i seni. Me li ha strusciati sul viso, e poi ha piantato le unghie nel mio petto, vicino ai capezzoli.
Non ha dato segni di essersi accorta del mio orgasmo, che è arrivato mentre le sue unghie entravano nella mia carne, subito dopo, continuando a cavalcarmi senza tregua.
Di nuovo le mani strette intorno al mio collo, mi ha morso una spalla fino a farmi urlare di dolore. Mentre urlavo come un agnello ferito, è venuta, coprendo col suo urlo il mio.
Mi si è accasciata addosso. Ansimava, vedevo la sua schiena sollevarsi e abbassarsi su di me. Dove la spalla mi faceva male, sentivo il lenimento di delicati baci. Una sua mano mi accarezzava la fronte.
Si è sfilata dal mio cazzo. Lo ha afferrato con una mano, lo ha stretto e mi ha detto: “Questa è l’unica carne che può entrare nel mio corpo.”

Sonata per due mani libere

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Le mani del pianista hanno un potere ipnotico su di me. Guardo le dita picchiare – ma sembrano accarezzarli – sui tasti e le mani incrociarsi nei passaggi più difficili. I miei occhi sono incollati alla tastiera mentre la mia mente vaga inseguendo sogni che non riesco ad afferrare. Per un attimo ho avuto la sensazione di stare per addormentarmi. Ho avuto un soprassalto, rendendomi però conto di quanto non fosse vero: le note appena ascoltate si sovrappongono a quelle che il pianista sta eseguendo adesso, confermandomi che ero ben sveglio, per quanto sognante.

Sono scivolato sulla poltrona della platea del teatro. La mia empatia universale mi spinge a farmi piccolo per non ostacolare i rari spettatori alle mie spalle.

Ogni tanto scavallo e riaccavallo le gambe per evitare che si addormentino. Loro sì che lo farebbero, a differenza della mia testa!

Ogni volta che lo faccio, sento i miei jeans bagnati, diventati adesso anche freddi, del mio recente orgasmo. Non ho potuto togliere il cappotto per evitare l’imbarazzante vista che avrei offerto ai presenti, incluso il pianista, visto che sono nella prima fila.

Le sonate di Beethoven si susseguono, rapendo non solo me, ma tutti gli spettatori presenti, che si scatenano in applausi di ammirazione ogni volta che un brano finisce.

Poco prima, nella bellissima toilette del teatro, avevo lo smartphone in mano.

Quella che era incominciata come un’innocua conversazione con te, per aggiornarti sul programma della serata, era inevitabilmente sfociata in quella che non si può certo definire una chiacchierata sul tempo.

Chiuditi nel bagno e toccati. Voglio che lo fai adesso.”

Potevo dirti di no?

Tiralo fuori, segati e mandami una foto mentre lo stai facendo.”

Ho eseguito, dimenticando di togliere il suono e ascoltando con sgomento il finto scatto della fotocamera, augurandomi che non ci fosse nessuno dietro la porta.

Sei qui, adesso, fra le mie cosce. Su di me, per la più tradizionale delle scopate …”

“ … ti lecco i seni, mentre ti sfioro la fica col cazzo duro. Il mio bacino ha urgenza di te, ma mi trattengo, fingendo indifferenza, mentre la mia cappella lucida accarezza il tuo clitoride. Ti mordo un capezzolo. Chiudi gli occhi, reclinando la testa indietro …”

Smettila di giocare e ficcami quel tuo cazzone dentro! Ho le mani dietro le tue spalle, e le mie unghie segnano la tua pelle. Posso vedere le righe rosse apparire dopo il passaggio delle mie dita …”

“ … premo il cazzo fra le tue labbra fradicie e lo spingo dentro, lentamente, talmente lentamente che le tue unghie arrivano sulle mie natiche per costringermi a un affondo totale, fino alle palle. Gemo. Gemi. Sento le tue unghie nella carne. Mi avvento sulla tua bocca per succhiarti le labbra. Ho voglia di farti male, di morderti. Gemi di nuovo, ma di dolore, adesso, mentre una goccia di sangue aggiunge un sapore ferroso alla mia lingua, già piena del tuo sudore, della tua saliva e del dolce sapore dei tuoi seni.”

Ho una mano sul tuo culo per dettare il ritmo con cui stantuffi dentro di me, e l’altra dietro la tua nuca per avvicinare la tua bocca alla mia. Anch’io sento il mio sangue in bocca e mi eccito ancora di più. Aggancio le caviglie dietro al tuo culo e ti intrappolo. Non puoi far altro che scoparmi fino a quando non sarò io a decidere di liberarti …”

Ti adoro quando sei così troia. Avvicino la bocca a un tuo orecchio, per farti sentire il mio respiro caldo, il rantolo del piacere e ti sussurro “troia”. Tutto il tuo corpo si tende verso di me, attorcigliandosi intorno a me come un serpente …”

<<Ne ha ancora per molto, lì dentro?>>

<<N-no, ho quasi finito …>>

Dio, che figura! Infilo il cazzo nei pantaloni all’insù, nell’unico modo in cui riesco ad occultarlo. Mi sciacquo il viso che immagino rosso come un peperone, infilo il telefono in una tasca e apro.

Non ho il coraggio di guardare negli occhi l’importuno che mi ha strappato a te, mentre mi avvio nel corridoio, verso l’angolo cieco, male illuminato. Il tuo messaggio lampeggia:

Non smettere di stantuffare; non smettere di pompare nella mia fica; non smettere di farmi sbattere i coglioni fra le cosce. Scopami come non hai mai scopato nessuno, posa la testa fra i miei seni e aggrappati a me …”

Una mano premuta sulla patta, mi masturbo mentre ti leggo. E rispondo:

Il mio bacino ha un ritmo frenetico, mentre ti scopo sempre più forte. Sudo, sudi e i nostri sudori si confondono. L’odore del tuo sudore che sale dalle tue ascelle mi fa impazzire. Potrei venire già solo per averti annusata. Passo le mani dietro le tue spalle e ti abbraccio, accorciandomi mentre siamo ormai diventati una cosa sola …”

Vieni, vienimi dentro adesso, sei il mio porco che mi riempie di sborra bollente. Appena sento il tuo cazzo tendersi nell’orgasmo, vengo anch’io. Ci sono. Lo sento, mi aggrappo al culmine del piacere, con gli occhi chiusi, sento il flusso del mio schizzo che come un geiser approda sui tuoi meravigliosi coglioni, scuri morbidi e pelosi e ti bagna, ti bagna, ti bagna.”

La mia mano, frenetica sui jeans, non si ferma che quando sono venuto abbondantemente. Solo adesso realizzo che mi sono sborrato nei pantaloni, a teatro, quando il concerto deve ancora cominciare.

Si apre la porta del bagno. Sento dei passi indecisi, poi, invece, decisi verso di me. Il vecchio, che solo adesso guardo in volto, mi guarda perplesso e mi fa: “Ma se non aveva finito, poteva dirlo!”

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