Chez Zia Dora

sissy

Ora mi metto a piangere.
“Non usciamo più, non ne ho più voglia.” Dopo aver passato più di un’ora per truccarci e vestirci, Abby e io, Penny – le nipotine di Zia Dora – dopo essere riuscite a diventare due troie capaci di spillare 50 euro a qualunque maschio (se ce lo avesse ordinato), la Zia si è abbandonata in poltrona, una gamba sul bracciolo e guarda il televisore spento. Sento che basterebbe un niente per far sgorgare copiose lacrime dai miei occhi. Invece arriva il suo ordine perentorio.
“Passami il telecomando.” Il segno del potere. Glielo porgo. Neppure mi guarda mentre lo prende dalla mia mano. Fa zapping finché non si ferma su una partita di calcio. Dev’essere qualcosa di importante, a giudicare dal tono del commentatore e dal frastuono dello stadio. Se non avessi avuto sufficienti ragioni per odiare il calcio, adesso ne ho una in più.
Sono seduta a terra, con le gambe incrociate, come una bambina imbronciata. Abby finge di cercare un libro nella biblioteca.
Il silenzio fra di noi è assordante quanto i boati dei tifosi. Chissà cosa le è preso. Il fatto è che nessuno di noi due si azzarderà a chiederglielo, sebbene il mio disappunto sia evidente.
Dopo un po’ – ogni tanto la guardo di sottecchi, – la vedo sbadigliare mentre si tocca fra le gambe come se ci tenesse il pacco. Oggi, stranamente, ha indossato una gonna. Continuando a guardare la tv: “Vieni qui, vieni a leccarmi la fica.”
Scomparso il malumore, mi alzo a vado verso di lei. Che, senza neppure girare la testa verso di me, mi ferma: “Non tu. Abby, vieni qui.”
Adesso la odio. Smetto di guardarla, con intenzione, mentre posso immaginare quello che sta succedendo: Abby si accuccia fra le sue cosce, lei solleva la gonna lasciandola ricadere sulla testa della nipotina, con due dita sposta gli slip e le intima di leccargliela. Gli slinguettii di Abby fra le sue cosce sono irritanti. Ho chinato la testa e mi guardo le scarpe.
Per un po’ mi distraggo a guardarle. Sono davvero belle. Delle décolleté che mi fanno sembrare il piede bellissimo. Sembrano piedi di donna. Sono sicuro che, se camminassi così per strada, gli uomini impazzirebbero per me. Risalgo con lo sguardo alla caviglia, i polpacci muscolosi il giusto, le cosce depilate. Sollevo la corta gonna e guardo dove finisce l’autoreggente, la carne premuta dall’elastico – l’ho sempre trovata molto sexy, e ora mi sto eccitando a guardare le mie stesse gambe – non resisto, sollevo la gonna e guardo il mio cazzo gonfiare gli slip rosa di pizzo.
Un gemito di Zia Dora mi riporta alla realtà. Si è alzata in piedi, adesso, e offre la fica da leccare ad Abby. Non le vedo la testa, ovviamente, coperta dalla gonna. Zia Dora preme entrambe le mani sulla nuca di Abby, che quasi soffoca fra le sue cosce, ma non smette di succhiare e leccare.
Guardando la scena, mi sorprendo a deglutire. Come se mi stesse leggendo dentro, come sempre, d’altronde, Zia Dora mi ordina di avvicinarmi. Solleva la gonna sul culo, allontana un attimo Abby, fa scivolare gli slip a terra, se ne libera con un calcio e mi dice, con un’autorità che non ammette repliche: “Leccami il culo, troia.”
Non mi faccio pregare. Prima che abbia finito di pronunciare la frase, sono in ginocchio dietro di lei. Dopo qualche secondo in cui resto in adorazione del culo più bello del mondo, affondo la testa fra le sue natiche. Premo il naso contro l’ano, aspiro a fondo tutti i suoi odori: quello che emerge è un leggero sentore di ammoniaca. Inspiro fino a farmi scoppiare i polmoni. Le mani sui suoi quadricipiti, sto adorando e odorando quel culo. Le mie braccia si incrociano con quelle di Abby, che slinguetta sulla fica. Ho dimenticato l’invidia di poco fa, e mi ritrovo ad abbracciare la cuginetta, mentre la mia lingua lecca le gocce di sudore che imperlano l’incavo fra le natiche di Zia Dora, e poi scende giù e leccarle il buco del culo. Spingo la lingua come se volessi penetrarla, muovo la testa sotto la gonna, scendo e risalgo, annuso, respiro, lecco e lucido la pelle della mia padrona. La mani di Zia Dora, adesso, premono su entrambe le nostre teste, tenendoci schiacciati sulla fica e sul culo. Le ginocchia mi fanno male, ma non mi sognerei mai di dirlo. “Sì … brave, continuate così …”. Il suo incitamento ci rende ancora più frenetiche. Ogni tanto ci scambiamo un furtivo bacio, ma solo perché sappiamo di farle piacere, e poi affondiamo di nuovo fra le sue cosce. Abby è un vero portento con la lingua – ne so qualcosa, e chi mi ha già letto ne ricorda qualcosa – tanto che il respiro di Zia Dora diventa un rantolo, sotto i suoi colpi. Muove il bacino frenetica, ora, e mi arrivano dei colpi dal culo sul viso, sui denti. Quando le mani lasciano le nostre teste per portarsi sui seni, so che sta per arrivare l’orgasmo. Intensifico il mio leccarle il culo. Le mano di Abby nelle mie, siamo incollate al suo bacino, e le nostre teste danzano seguendone il ritmo, mentre Zia Dora gode senza freni.
Prima che il suo respiro torni normale, però, ci afferra per un orecchio e ci tira su, facendoci scivolare lungo il suo corpo. “Fatemi vedere cosa sapete fare con quei cazzetti.”
Ho il cazzo durissimo. Lo spingo fra le natiche, in su, simulando la copula. Abby, davanti, glielo struscia fra le cosce, e poi lo spinge dentro, fino alle palle. Le sento sfiorare le mie, quando affonda.
Vorrei poter fare lo stesso, ma in questa posizione è impossibile. Abbraccio Zia Dora e Abby, e continuo a strusciare il cazzo all’insù fra le sue natiche. Abby le lecca i seni, intanto, senza smettere di pomparle nella fica. Inspiegabilmente, tutta l’umiliazione di poco fa, tutta la devozione che ho per Zia Dora e tutta la mia frustrazione mi esplodono in petto tutte insieme e mi ritrovo ad adorarla. Afferro i suoi seni con le mani aperte, affondandoci le dita e schiaccio la testa contro la sua schiena. E’ il paradiso. Il mio culo non smette di muoversi e sembro davvero il suo cagnetto che si sforza invano di montarla. “Se sborri senza il mio ordine, ne subirai le conseguenza, Penny. Lo sai, vero?”
Lo so, lo so. Senza smettere di muovere il culo come una puttana, senza smettere di strusciarle il cazzo fra le chiappe, l’abbraccio ancora più forte.

Indietro, Jeeves!

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“Ti prego, Jeeves, preparaci un caffè”
“Subito, Signora.” E, rivolgendosi all’ospite: “Lo gradisce normale, Signora, o ha qualche preferenza?”
“Mi fido di te, Jeeves. Gina dice che sei bravissimo.”
“Con permesso, Signore.” Jeeves si avvia verso la cucina.
Gina, padrona di casa, continua a parlare fitto fitto con la sua amica Maria Josè.
Preceduto da un aroma che spinge quest’ultima a chiudere gli occhi per meglio annusarlo, entra Jeeves, reggendo un vassoio d’argento su cui fuma una caffettiera, in mezzo a due tazze e piattini di porcellana di Limoges. Girando abilmente intorno alle poltrone, il maggiordomo posa le tazzine davanti alle signore, versa il caffè, lo zucchera, lo gira e si ferma in attesa.
“Avevi ragione, tesoro, questo caffè mi fa dimenticare persino che oggi mi si sono smagliate le Matignon.”
Gina ride esageratamente, buttando la testa indietro e facendo ondeggiare i lunghi capelli.
Entrambe hanno le gambe accavallate e mettono in mostre belle gambe curate e abbronzate. Maria Josè annuisce verso Gina, muovendo la chioma fulva.
“Puoi andare, Jeeves.”
Quando si chiude la porta alle spalle, per un attimo le donne tacciono. Riecheggia soltanto il rumore dei passi del maggiordomo che si allontana. Le due guardano la porta, come se stessero guardano l’uomo che cammina. Dopo un po’ riprendono a parlare.
Il tono di voce, però, è cambiato: più basso, quasi roco. Gina ha una mano sul ginocchio di Maria Josè e glielo accarezza. Questa deglutisce.
“Sei sicura che è andato via?”
“Vuoi che sia sincera? Credo che tornerà indietro silenziosamente per spiarci dal buco della serratura.” Risata nervosa.
Alza una mano per accarezzarle la guancia, poi si avvicina e le posa delicatamente le labbra sulla bocca. Il silenzio è palpabile.
Maria Josè dischiude la bocca. Prima che siano le lingue a incontrarsi, sono i loro respiri a essere oggetto di scambio. Gina porta una mano dietro il collo di Maria e l’attira verso di sé, baciandola avidamente, adesso. Infila una mano nella camicetta, la fa scivolare lentamente, fino a sfiorare il seno. Lungo l’incavo, poi la sposta per sentire il capezzolo inturgiditi sotto le dita, e poi solleticarle il palmo della mano. A quel punto stringe le dita intorno al seno. Maria geme, inarca la schiena. Le loro bocche sono come ventose. I bottoni cedono uno alla volta al passaggio di dita frenetiche. Maria si abbandona contro la poltrona, mentre Gina le bacia il collo, le succhia il lobo di un orecchio, poi di nuovo il collo. Scende verso i seni, accompagnandosi con le mani. Queste spingono le mammelle verso il centro, e la lingua si insinua fra di esse. Le bacia, le lecca. Bacia i capezzoli, li succhia. Sono turgidi come fragole mature, adesso. Li morde delicatamente. Un filo di saliva resta attaccato a uno di essi, mentre si allontana di qualche centimetro, per meglio guardarli, prima di tornare alla carica. Annusa l’odore di Maria, l’odore della sua eccitazione. Il calore emanato dal suo corpo è profumato. Le mani sui seni, scivola con la bocca sull’addome. Lecca la pelle che incontra, la spinge nell’ombelico, come preludio a ciò che sta per avvenire. La gonna vola via, seguita dalle mutandine. Restano solo le autoreggenti e le scarpe. Maria si puntella con i gomiti sul divano. Le gambe sono tese, i piedi arcuati nel tentativo di tenere l’equilibrio. La bocca di Gina si spinge fra le sue cosce. Annusa, bacia, lecca. L’interno delle cosce, il pube, di nuovo l’ombelico. Maria è quasi tentata di supplicarla di affondare quella cazzo di lingua nella sua fica grondante. In apnea, le sue dita affondano nella pelle della poltrona. Quando finalmente Gina spinge le lingua fra le labbra di Maria, lascia andare tutta l’aria che ha trattenuto in un lungo respiro rumoroso. Le cosce si aprono, la lingua sale e scende fra le labbra, picchietta sul clitoride, i denti scivolano lungo la fica, poi glieli passa sul clitoride, infine lo mordicchia, prima di succhiarlo con veemenza, come se le stesse facendo un pompino. La lingua di nuovo fra le labbra, si spinge dentro fin dove può, leccando tutti gli umori che raccoglie, e inducendo Maria a secernerne ancora e ancora …
Le mani sui fianchi, la bocca sulla fica. Aspira, con la bocca a ventosa. Bacia, lecca, morde ancora. Solleva il capo quanto basta per ammirare Maria Josè in preda agli spasimi.
“Ti prego, non fermarti adesso …”
Dopo qualche secondo di attesa, come se Gina si divertisse a esasperare la sua amica, posa l’indice sul clitoride, premendolo leggermente. Lo porta fra le labbra. Quando è lucido dei suoi umori, lo spinge dentro tutto d’un colpo, facendo fare un balzo al bacino di Maria. Muove il dito avanti e indietro, stimolando zone che conosce fin troppo bene, le pareti, il punto G, le labbra con le nocche …
Due dita, adesso. Frenetiche. Sempre più velocemente, sempre più a fondo. E’ quasi sorpresa quando arriva l’orgasmo di Maria Josè, e deve faticare per assecondare con la mano i movimenti del bacino. Maria Josè ansima, geme, trattiene un urlo a fatica.
Dopo un po’, riprende a respirare quasi normalmente. Gina incombe su di lei, le cosce larghe. Si piega, portando la fica verso la sua bocca. Maria gliela bacia, grata, ma le sfugge subito di bocca, visto che Gina gliela struscia addosso, sul viso, sul naso, poi sui seni, sull’addome, per fermarsi quando arriva fica contro fica. Si gira, in modo da trovarsi con le cosce aperte che consentono un contatto totale, e si struscia con forza contro la fica di Maria, come se stesse scopandola.
“Non trovi che “frottage” sia un termine delizioso?” dice con un sorriso teso, a denti stretti.
Maria Josè annuisce sorridendo, mentre l’agguanta per le natiche per tenerla più stretta a sé.
Il ritmo aumenta, entrambi i bacini ondeggiano. I loro corpi sono lucidi di sudore. L’odore che sale dalle loro fiche e dalle loro ascelle le rende pazze di desiderio. Dita affondate nei glutei, unghie che scorrono lungo i dorsi. E le fiche lucide di eccitazione che si strusciano sempre più forte, sempre più velocemente. E’ Gina a venire per prima, trattenendo un gemito. L’effetto è così intenso che neanche Maria si trattiene e viene con lei, intrappolandola fra le cosce incrociate dietro il suo culo.
Gina si abbandona sul corpo di Maria, posandole la testa sui seni. Asseconda l’ansare dell’amica. Si stringono, si abbracciano con forza.

Gina, che poco prima ha sentito un rumore venire dalla porta, sussurra “Non muoverti, vengo subito!” Si alza e saltella in direzione della finestra. All’improvviso, invece, va alla porta e la apre di scatto, rivelando la presenza di Jeeves inginocchiato e con la mano che regge il cazzo che si ammoscia rapidamente, mentre avvampa.
Gina lo afferra per un orecchio, lo costringe ad alzarsi e lo trascina verso le poltrone.
“Sei un porco!”
“In ginocchio!” Jeeves esegue, rosso in viso, mentre tenta di armeggiare con i calzoni aperti.
Maria Josè si alza, avvicina la fica al suo volto, sfiorandolo con i peli rossi. Porta le mani ai lati del sesso: “E’ questa che volevi vedere? Eccola!”
Allarga le cosce, mettendo bene in mostra la fica aperta. Un getto di urina colpisce violentemente il viso di Jeeves. Il suo cazzo torna prepotentemente duro.
“Guarda, il maschietto si sta arrapando”, ride Gina che, spostatasi dietro di lui, imita Maria Josè pisciandogli in testa.
“Pulisci, adesso!” La fica di Maria e quella di Gina si avvicinano alla bocca di Jeeves, ancora grondanti di urina, e gliele lecca senza fiatare.
Gina gli mette un piede in faccia, e lo spinge dietro.
“Masturbati, porco.”
Jeeves esegue, come ipnotizzato. Il piede di Gina non gli dà tregua: sulla bocca, sugli occhi, scivola giù, fino al cazzo.
Gli offre il collo del piede: “Sborra, maiale!”
Come se non aspettasse altro, Jeeves schizza il suo sperma sul piede.
“Non vorrai mica lasciarmi così?”, dice Gina avvicinandogli il piede alla bocca.
Tira fuori la lingua e lecca tutto il suo sperma, deglutendo più del dovuto.
Infine lo fa finire di schiena a terra, spingendolo con la pianta del piede sul viso.

Alcuni minuti più tardi, quando Maria Josè ha finito di rivestirsi, chiede a Gina:
“Non avrai organizzato tutto di proposito?”
Gina ride rumorosamente, buttando indietro la lunga chioma nera. Senza rispondere.