Il tempo delle H

caffè

Questo racconto è il seguito di MP3, pubblicato qualche settimana addietro, ma può essere letto anche da solo

 

 

“Dopo i quarant’anni, tutti i valori incominciano ad alzarsi; l’unica cosa che dovrebbe alzarsi, invece, incomincia a non alzarsi più!”

I due ridono sonoramente. Nella loro divisa da commessi viaggiatori, abito-camicia-Hogan e tablet sotto al braccio, continuano a parlare come se non avessero bisogno di respirare. Adesso si stanno scambiando informazioni su clienti che non pagano. Uno dei due prende appunti digitando freneticamente sul tablet.

Credevo di essermi distratto dai miei pensieri, quando questi due stronzi mi hanno riportato alle mie preoccupazioni. Gastrite con esofagite in omaggio, PSA: H, colesterolo: H, TSH: H! Ho da poco scoperto che anche la pressione arteriosa è High, accidenti a lei!

Avevo calcolato di dover aspettare un quarto d’ora. Sono passato già quasi venticinque minuti, dall’orario dell’appuntamento. Ho bevuto una lemonsoda, poi ho preso una birra artigianale. Non so cos’altro bere per ingannare l’attesa. Mi do un limite: se non arriva entro mezz’ora, me ne vado. Sì, mezz’ora. Al massimo, quaranta minuti, non uno di più!

Adoro i rumori del bar: il chiacchiericcio dei clienti, il suono dei cucchiaini che girano nelle tazze, le stoviglie che si scontrano e poi sbattono nei lavelli d’acciaio inox, il suono sordo dei filtri del caffè sbattuti, il vapore che sbuffa e le frasi corte dei commessi che servono i clienti.

Sono passati quasi tre quarti d’ora quando la vedo comparire sulla porta. Lo ammetto: non ci speravo più. Continuavo a stare al tavolo per inerzia. Viene dritta verso di me, mi saluta con due baci sulle guance come se ci conoscessimo da tempo, mentre è solo la seconda volta che ci vediamo. Posa il portafogli sul tavolo: “Questo è tuo.”

Lo apro, per pura formalità: so già che dentro non ci troverò che i miei documenti. Lo infilo nella tasca dei pantaloni e le chiedo cosa prende.

Ordino due caffè. Kenon è una garanzia. Per tutto il bar aleggia un profumo di caffè che rasenta la perfezione. La guardo sedersi. Indossa una minigonna di jeans, un top che mette in evidenza i seni, più che coprirli e le immancabili cuffiette nelle orecchie. Mastica una gomma, ma lo fa con grazia.

Sono in imbarazzo, lo ammetto, i rumori del bar, poi, mi costringerebbero a urlare per farmi ascoltare e preferisco tacere. E poi sto incontrando la ragazza che mi ha sfilato il portafogli sull’autobus qualche giorno fa, e questa non è una cosa contemplata dai manuali di conversazione. Arriva il caffè. Lo gusto con un tale piacere che chiudo gli occhi estasiato. Ne bevo sorsi piccolissimi, lasciando che si diffonda in bocca, che solletichi ogni papilla gustativa.

“Buono, vero?”, mi chiede.

“Non credo che possa essere meglio di così”, rispondo.

Mi guarda fisso negli occhi. Di nuovo, come la prima volta sull’autobus, mi costringe a distogliere lo sguardo. “Scommettiamo di sì?”

Allarga le gambe. Con la massima disinvoltura, si infila una mano fra le cosce, la muove un po’, poi la tira fuori, con l’indice puntato. Lo porta nella mia tazzina del caffè, di cui rimane soltanto la schiuma e un fondo colloso, lo intinge e poi me lo posa sulle labbra. Me lo spinge in bocca, fin quasi alle nocche. Mi vergogno così tanto che non riesco ad assaporare, pur sentendo l’odore della sua fica mischiato a quello del caffè. Tira il dito fuori, pulito, lucido della mia saliva, e me lo tiene ancora sotto al naso. Lo annuso e, mio malgrado, chiudo di nuovo gli occhi inspirando a pieni polmoni profumo di fica.

Troppo tardi, guardo in giro per il locale, sperando che nessuno abbia assistito alla scena. Un adolescente, non lontano, abbassa repentinamente gli occhi. E’ rosso come un peperone. Di riflesso, arrossisco anch’io.

“Vediamo che effetto ti faccio …” Mi posa una mano fra le cosce e mi tasta il cazzo, duro, che preme contro i jeans. Resisto a fatica alla tentazione di aggiustarlo. Anche perché, sopra, c’è la sua mano che strofina contro la stoffa. Mi sento in ebollizione. “Mmm, bravo bambino, ma allora un po’ ti piaccio!”

“Vieni, andiamo in bagno …”

Mi trascina verso la toilette del bar. Non mi tiene fisicamente per mano, ma è come se lo facesse. La seguo come imbambolato. So che non dovrei farlo, ma non riesco a non gettare un ultimo sguardo verso il ragazzo dal viso imporporato, che finge di guardare altrove. So già, invece, che ci seguirà con gli occhi fino a che non saremo spariti dietro la porta.

Chiude la porta alle nostre spalle e, senza darmi il tempo di respirare, incolla la bocca alla mia. Si ferma un attimo, prende la gomma da masticare fra le dita, si guarda un po’ intorno e me la infila nel collo, fra la t-shirt e la pelle. Torna a baciarmi con furia, facendomi saettare la lingua in bocca. La cingo, le accarezzo i fianchi, la schiena. Infilo la mani sotto al suo top, non vedo l’ora di toccare quei seni sodi, gonfi, di premere gli indici contro quei capezzoli turgidi che sembrano voler bucare la stoffa di cotone. Si tira su la gonna e si siede sul lavabo. Mi sbottona i pantaloni e mi fa rimbalzare fuori il cazzo. Se lo strofina sulla fica. Lo sento umido, lucido dei suoi umori. Ho le mani piene dei suoi seni, li stringo forte, ci affondo le dita, li massaggio. Le nostre bocche sono incollate, il mio bacino va avanti e indietro per volontà propria, seguendo il cazzo stretto da una sua mano. Le sfilo il top e guardo estasiato i suoi seni. Mi infila le mani nei jeans, affonda le dita nelle mie natiche e mi attira a sé. Le struscio il cazzo sulla fica poi, come se trovasse la strada da solo, scivola dentro tutto, fino alle palle. Si solleva dal lavabo e mi rimane aggrappata addosso. Muove il bacino, io l’assecondo. Sono costretto, a malincuore, a mollare un seno per reggerla. Infilo la mano sotto una sua ascella e la tengo su. L’altra mano resta saldamente aggrappata alla sua tetta: non la lascerei per nessuna ragione al mondo.

I nostri corpi danzano, sempre più frenetici, incollati l’uno all’altro. Mi porta la mani al collo, mi accarezza la nuca, tutto senza smettere di baciarmi e di far ballare il bacino verso il mio. Ogni affondo ha un suono liquido.

Veniamo quasi insieme, gemendo. Il gemito diventa un rantolo, quando le nostre bocche si separano.

Posa i piedi per terra, si riassetta la gonna, dopo che il mio sesso si è sfilato. Recupera la gomma dal mio collo, la mette in bocca e mi sussurra: “Te l’ho già detto che mi piaci?”

Non riesco che ad articolare un misero “Sì”, accompagnato da un sorriso che vorrebbe essere complice, ma forse non è altro che grato.

Apre la porta, esce, la richiude, lasciandomi a ricompormi.

Uscendo, vado a pagare, sapendo che non ci sarà più traccia di lei, a parte le nostre due tazzine che giacciono sconsolate sul tavolo.

Prima di uscire, non resisto dall’annusare per un’ultima volta la mia tazzina.

 

 

Mp3

L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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Sodoma …

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“… e Gomorra è un libro di merda. Vorrebbe essere saggio e romanzo, ma non è né l’uno né l’altro. E’ scritto malissimo, pieno di errori e di refusi, per sovrammercato. E’ brutto. Brutto non solo per gli argomenti trattati – che belli non sono – ma perché è mal scritto, pieno di luoghi comuni sulla Campania e sulla periferia. A un certo punto, dice che le ragazze della periferia di Napoli sono così e cosà: le ragazze di tutte le periferie del mondo sono così! Senza contare che sarebbe meglio dire “alcune” ragazze di periferia, non tutte.”

Il tuo sguardo è carico di scetticismo, mentre mi accarezzi le gambe. Se inginocchiata ai miei piedi, che scendono dal divano. La tua mano sale fino a sfiorare la lampo. Individuato il profilo del mio sesso, ne segui il perimetro col polpastrello. Profilo che, come prevedibile, si modifica subitaneamente.

“A me è piaciuto. Hai ragione sul fatto che parli di cose brutte, ma è la realtà a esserlo. E poi va preso per quello che è: un libro di denuncia.”

“Mah, più ci penso e più mi sembra un libro su commissione. E’ stato tenuto artificialmente in vetta alle classifiche di vendita grazie al continuo susseguirsi di “minacce” allo scrittore, sempre sotto i riflettori. Serviva a far fuori i Casalesi.”

Mi sbottoni la cintura. Tiri giù la lampo e mi accarezzi il cazzo attraverso la stoffa dei boxer. Quando lo afferri con le dita e lo lasci rimbalzare fuori, emetto un sonoro respiro di sollievo.

Il sax di Coltrane racconta la sua meravigliosa versione di Green leaves. La tua mano va su e giù, stringendolo.

“Continua: mi eccita vederti parlare con tanta foga! Mi bagna la figa.”

Ridi, buttando indietro il capo e facendo ondeggiare i capelli. Io mi accontento di sorridere per la riuscita quando becera consonanza, avendo il diaframma occupato a gestire la respirazione che, a causa della tua mano, è diventata corta.

Le tue labbra sfiorano la pelle del glande.

A fatica, dopo aver fatto mente locale, riprendo.

“C’era una bellissima frase di Sciascia in A ciascuno il suo: quando una mafia in dialetto viene tolta di mezzo, è perché ce n’è già una pronta in lingua. Non ricordo le parole esatte, ma questo era il senso.”

Scopri il glande. Lo lecchi, spingi la lingua nel foro. Per un po’ lo lecchi come se fosse un gelato. Mi sento scivolare dai cuscini del divano e sono costretto a puntellarmi con i gomiti.

“Finché i Casalesi si limitavano a occuparsi di droga, di rifiuti e di qualche ammazzatina – come direbbe Montalbano – qua e là, tutto bene. La pace è finita quando hanno voluto fare il grande passo per entrare nella finanza dei grandi: uno zuccherificio, Kerò, una compagnia petrolifera, Ewa, una catena di elettronica, Eldo, e chissà cos’altro. A quel punto è arrivata la mafia vera, quella il cui centro collocherei fra Parigi, Monaco e Zurigo, e sono stati spazzati via. Certo, bisognava dimostrare quanto fossero pericolosi, bisognava metterli sotto i riflettori dei media e fare in modo di crear loro terra bruciata intorno. Ed è quello che è stato fatto, anche, e in buona parte, con Gomorra.”

Stringi la base del cazzo, leccando il glande. Poi afferri i lembi del pantalone. Sollevo il bacino per aiutarti a liberarmene, e lo fai scendere fino alle caviglie. Lì ti fermi, considerando, forse, che ti conviene tenermi semi-prigioniero in quella posa. Non sono più di grado di opporre alcuna obiezione, essendo tutto la mia attenzione presa dalle sensazioni che giungono dal centro del mio corpo. La tua bocca si chiude intorno al cazzo. Scendi fino a farlo arrivare in gola. Il rossetto lascia dei segni sulla pelle. Con una mano mi tieni le palle, come a volerle soppesare, con l’altra mi accarezzi l’interno di una coscia.

La carezza diventa quasi un graffio quando continui a risalire con l’unghia dell’indice, fino a sfiorarmi il buco del culo.

Come se temessi di interrompere la magia col mio silenzio, continuo a parlare, sebbene non del tutto convinto di dire ancora cose sensate.

“Anche le minacce erano funzionali. Saviano è stato minacciato non perché desse fastidio alla camorra, ma per avallare la tesi che i Casalesi fossero pericolosi e andassero stroncati. E non voglio dire che non abbia rischiato davvero la vita: se fosse servito, non avrebbero esitato farlo fuori davvero. Gli immigrati ammazzati da Setola negli ultimi mesi della vicenda fanno parte dello stesso disegno: che interesse ha un malavitoso ad andarsene in giro a uccidere in modo così clamoroso? Ogni volta che accade, è perché è già cominciata la sua parabola discendente; è perché c’è già qualcun altro pronto a prenderne il posto.”

La tua testa ondeggia fra le mie gambe. Vedo solo i tuoi capelli.

Come se mi stessi leggendo il pensiero, li tiri su, raccogliendoli dietro la testa, facendomi vedere il tuo splendido sorriso, la bocca gonfia del mio cazzo e i tuoi occhi, in cui si perdono i residui della mia coscienza.

Sollevo il bacino, come se potessi entrarti ancora di più in bocca. Ti accarezzo la nuca con una mano.

L’unghia che mi sfiorava il perineo gira ora intorno a un capezzolo. Premi forte, me lo pizzichi. Il dolore mi eccita ancora di più. Gemo. Poi ansimo.

La tua mano sale ancora. Mi infili il medio in bocca, costringendomi, in un certo senso, a ricambiare il pompino. L’idea mi sconvolge e sto per sborrare.

Ritenendo che non sia ancora il momento, ti fermi, lasciandomi il cazzo a molleggiare nell’aria, guardandomi intensamente. Porti il dito umettato dalla mia saliva fra le mie natiche e lo premi contro l’ano.

Mi lecchi le palle. Mentre rantolo, sento il tuo dito premere sempre più forte, fino a entrarmi nel culo. Ora, e solo ora, il tuo pompino riprende, con maggior vigore. La mano stretta intorno alla base, le labbra che scivola lungo il cazzo, la tua testa che ondeggia sempre più velocemente.

Spingi il medio dentro di me fino alle nocche.

Sentendo l’anima abbandonarmi, sono travolto dall’orgasmo. Senza aprire la bocca, assecondi i movimenti del bacino, lasciando che si riempia del mio sperma.

Il tuo sguardo è luminoso, mentre deglutisci con una smorfia. In altre occasioni, mi hai detto che ha un sapore aspro. Lecchi l’ultima goccia che sgorga dalla punta, poi ti lecchi le labbra.

“… Gomorra?”

“Chissenefrega dei Casalesi, di Saviano e di Mediaworld!”

Mary Christmas

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Alle due di notte è già abbastanza difficile centrare la tazza del cesso, cercando di controllare il getto ribelle; farlo mentre arriva il rumore improvviso di uno strappo dal salotto, dove non dovrebbe esserci nessuno, lo rende impossibile.
Sono sceso al piano di sotto a pisciare per non svegliare nessuno, infatti. Tiro su pigiama e slip, raccogliendo un pene che è diventato talmente piccolo per lo spavento da sembrare l’idea di se stesso e mi avvio in punta di piedi verso la stanza da cui è venuto il rumore.
Trattengo il respiro. Sebbene la cosa più ovvia sia che qualcun altro della famiglia sia sceso, magari per mangiare qualcosa, penso alle cose peggiori.
Giunto sulla porta, vedo un’ombra muoversi. Gli occhi ormai abituati all’oscurità, vedono una forma chiara, sferica. L’elaborazione del mio cervello ricollega la sagoma a un culo femminile.
Mi strofino gli occhi, pensando che dovrò smetterla di guardare donne nude su tumblr e che le mie sinapsi stanno celermente degenerando.
Rimetto a fuoco: è decisamente un culo femminile. Da dietro le natiche chiare emerge il resto del corpo, in un vestito rosso. Non so come, avverte la mia presenza, si gira e mi guarda.
“Cosa cazzo avete in questo camino? Guarda come mi sono ridotta!” Accende la luce e mi fa vedere la parte posteriore dei suoi pantaloni strappati, mostrandomi di nuovo quel meraviglioso culo.
“M-ma …” balbetto. Mi interrompe: “… chi sono? Non si vede?”
E prosegue: “Quel cornuto di Claus, mio marito, ieri sera ha preso una sbornia colossale, tanto per cambiare. Ed è toccato di nuovo a me andare in giro a distribuire i regali.”
Sto per dar sfogo a tutto il mio adulto scetticismo quando, raccolto il sacco, lo butta rumorosamente sul divano e mi viene vicino, praticamente alitandomi sul viso.
E’ talmente bella che le parole mi muoiono in gola. Il suo alito profuma come un mattino di sole in campagna.
“A proposito: l’alcool l’ha reso anche impotente,” infila una mano nel mio pigiama, stringendomi il pacco fra le dita, “e ho una tale voglia di scopare che potrei farti male!”
La sua manata sul petto mi spinge per terra, dando concretezza alle parole appena pronunciate. Mi posa un piede sul petto, come se fosse la padrona di casa – e del mio corpo. Indossa gli stivali neri che ci si aspetterebbe da Babbo Natale, alias Santa Claus. Se li sfila, uno per volta, usando il piede opposto per farlo. Infila il piede sotto la giacca del pigiama, sollevandola, mentre sale su verso il mio petto. Indugia con le dita su un capezzolo, poi sull’altro. La guardo mordersi le labbra, mentre si spoglia lentamente. Si piega su di me e, mentre si sfila la parte superiore del vestito, mi avvolge il viso con i suoi generosi seni. Le sue mani continuano l’opera dei piedi, spogliandomi e accarezzandomi. Le afferro il culo, arpionandole le natiche con le dita. Perdo ogni controllo, affondando la testa fra le sue tette, leccandogliele, mordendo e succhiando i capezzoli, strisciando la lingua in su e in giù nell’incavo, e poi leccandogliele ancora. Muove il bacino, strofinando la fica sul mio cazzo ormai durissimo. Lo afferra, solleva il culo e si impala, sollevando il busto.
Le mani aperte sul mio petto, ondeggia selvaggiamente, sfiorandomi di continuo il viso con i capelli. Li afferra e se li porta sulla testa, fermandoli dietro le orecchie. Il suo viso è teso, serio. Di tanto in tanto chiude gli occhi, mordendosi le labbra. Affonda le unghie nel mio petto, mi pizzica i capezzoli facendomi inarcare la schiena di piacere. Sollevo il culo per entrarle dentro con più forza. Ogni contatto è rumoroso, il cozzo di due corpi dimentichi di tutto. La accarezzo lentamente, prima, con frenesia, poi.
Siamo ormai senza controllo quando l’orgasmo mi travolge. Mi guarda fisso negli occhi. Non riesco a capire se rapita o delusa.
Quando sento che anche lei gode, squassata da ondate di piacere trattenute da chissà quanto, opto per la prima ipotesi, orgogliosamente.
Si accascia su di me, esausta. Le accarezzo la nuca, i capelli, assecondando con le mani il suo corpo ondeggiante per il respiro ancora affannoso.
Poco dopo, mentre si riveste, mi chiede: “Dove tiene ago e filo la cornu … ehm, tua moglie?”
Glielo indico. “Reggi qui. Dammi una mano così faccio prima.”
La aiuto. Dopo aver rattoppato alle meglio i pantaloni rossi, apre il sacco dei regali.
Sono ancora frastornato. Il viso mi scotta come se avessi la febbre.
Emerge da chissà quale strato della coscienza il ricordo di mio figlio che indirizza a Babbo Natale una richiesta per la PS4. Il pacchetto che esce dal sacco, però, su cui è scritto il suo nome, è troppo piccolo per contenerla.
“Ci dev’essere un errore: in quella scatola non può starci la playstation …”
“Senti, cocco, se vuoi che tuo figlio abbia regali così costosi, compraglieli. Qui ci sono dei cioccolatini. Io più di tanto non posso!”

Sonata per due mani libere

piano

Le mani del pianista hanno un potere ipnotico su di me. Guardo le dita picchiare – ma sembrano accarezzarli – sui tasti e le mani incrociarsi nei passaggi più difficili. I miei occhi sono incollati alla tastiera mentre la mia mente vaga inseguendo sogni che non riesco ad afferrare. Per un attimo ho avuto la sensazione di stare per addormentarmi. Ho avuto un soprassalto, rendendomi però conto di quanto non fosse vero: le note appena ascoltate si sovrappongono a quelle che il pianista sta eseguendo adesso, confermandomi che ero ben sveglio, per quanto sognante.

Sono scivolato sulla poltrona della platea del teatro. La mia empatia universale mi spinge a farmi piccolo per non ostacolare i rari spettatori alle mie spalle.

Ogni tanto scavallo e riaccavallo le gambe per evitare che si addormentino. Loro sì che lo farebbero, a differenza della mia testa!

Ogni volta che lo faccio, sento i miei jeans bagnati, diventati adesso anche freddi, del mio recente orgasmo. Non ho potuto togliere il cappotto per evitare l’imbarazzante vista che avrei offerto ai presenti, incluso il pianista, visto che sono nella prima fila.

Le sonate di Beethoven si susseguono, rapendo non solo me, ma tutti gli spettatori presenti, che si scatenano in applausi di ammirazione ogni volta che un brano finisce.

Poco prima, nella bellissima toilette del teatro, avevo lo smartphone in mano.

Quella che era incominciata come un’innocua conversazione con te, per aggiornarti sul programma della serata, era inevitabilmente sfociata in quella che non si può certo definire una chiacchierata sul tempo.

Chiuditi nel bagno e toccati. Voglio che lo fai adesso.”

Potevo dirti di no?

Tiralo fuori, segati e mandami una foto mentre lo stai facendo.”

Ho eseguito, dimenticando di togliere il suono e ascoltando con sgomento il finto scatto della fotocamera, augurandomi che non ci fosse nessuno dietro la porta.

Sei qui, adesso, fra le mie cosce. Su di me, per la più tradizionale delle scopate …”

“ … ti lecco i seni, mentre ti sfioro la fica col cazzo duro. Il mio bacino ha urgenza di te, ma mi trattengo, fingendo indifferenza, mentre la mia cappella lucida accarezza il tuo clitoride. Ti mordo un capezzolo. Chiudi gli occhi, reclinando la testa indietro …”

Smettila di giocare e ficcami quel tuo cazzone dentro! Ho le mani dietro le tue spalle, e le mie unghie segnano la tua pelle. Posso vedere le righe rosse apparire dopo il passaggio delle mie dita …”

“ … premo il cazzo fra le tue labbra fradicie e lo spingo dentro, lentamente, talmente lentamente che le tue unghie arrivano sulle mie natiche per costringermi a un affondo totale, fino alle palle. Gemo. Gemi. Sento le tue unghie nella carne. Mi avvento sulla tua bocca per succhiarti le labbra. Ho voglia di farti male, di morderti. Gemi di nuovo, ma di dolore, adesso, mentre una goccia di sangue aggiunge un sapore ferroso alla mia lingua, già piena del tuo sudore, della tua saliva e del dolce sapore dei tuoi seni.”

Ho una mano sul tuo culo per dettare il ritmo con cui stantuffi dentro di me, e l’altra dietro la tua nuca per avvicinare la tua bocca alla mia. Anch’io sento il mio sangue in bocca e mi eccito ancora di più. Aggancio le caviglie dietro al tuo culo e ti intrappolo. Non puoi far altro che scoparmi fino a quando non sarò io a decidere di liberarti …”

Ti adoro quando sei così troia. Avvicino la bocca a un tuo orecchio, per farti sentire il mio respiro caldo, il rantolo del piacere e ti sussurro “troia”. Tutto il tuo corpo si tende verso di me, attorcigliandosi intorno a me come un serpente …”

<<Ne ha ancora per molto, lì dentro?>>

<<N-no, ho quasi finito …>>

Dio, che figura! Infilo il cazzo nei pantaloni all’insù, nell’unico modo in cui riesco ad occultarlo. Mi sciacquo il viso che immagino rosso come un peperone, infilo il telefono in una tasca e apro.

Non ho il coraggio di guardare negli occhi l’importuno che mi ha strappato a te, mentre mi avvio nel corridoio, verso l’angolo cieco, male illuminato. Il tuo messaggio lampeggia:

Non smettere di stantuffare; non smettere di pompare nella mia fica; non smettere di farmi sbattere i coglioni fra le cosce. Scopami come non hai mai scopato nessuno, posa la testa fra i miei seni e aggrappati a me …”

Una mano premuta sulla patta, mi masturbo mentre ti leggo. E rispondo:

Il mio bacino ha un ritmo frenetico, mentre ti scopo sempre più forte. Sudo, sudi e i nostri sudori si confondono. L’odore del tuo sudore che sale dalle tue ascelle mi fa impazzire. Potrei venire già solo per averti annusata. Passo le mani dietro le tue spalle e ti abbraccio, accorciandomi mentre siamo ormai diventati una cosa sola …”

Vieni, vienimi dentro adesso, sei il mio porco che mi riempie di sborra bollente. Appena sento il tuo cazzo tendersi nell’orgasmo, vengo anch’io. Ci sono. Lo sento, mi aggrappo al culmine del piacere, con gli occhi chiusi, sento il flusso del mio schizzo che come un geiser approda sui tuoi meravigliosi coglioni, scuri morbidi e pelosi e ti bagna, ti bagna, ti bagna.”

La mia mano, frenetica sui jeans, non si ferma che quando sono venuto abbondantemente. Solo adesso realizzo che mi sono sborrato nei pantaloni, a teatro, quando il concerto deve ancora cominciare.

Si apre la porta del bagno. Sento dei passi indecisi, poi, invece, decisi verso di me. Il vecchio, che solo adesso guardo in volto, mi guarda perplesso e mi fa: “Ma se non aveva finito, poteva dirlo!”

I miei successi con le donne

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Questa piovosa domenica pomeriggio mi ha tolto la voglia di fare qualsiasi cosa.
Sto sul divano, col cazzo in mano. Guardo il programma di Giletti, in attesa che qualche ospite femminile faccia vedere un po’ di coscia per farmi una sega svogliata.
Il grigiore che arriva dalla finestra mi immalinconisce. Come ipnotizzato da quei nuvoloni neri carichi di pioggia, vado con la memoria al passato, e ricordo le donne della mia vita.

Penso alle donne che sono riuscito a sorprendere …

Prepotente, la prima a venirmi in mente è Giorgia. Il suo buonumore era secondo soltanto alla sua mole. Quante risate abbiamo fatto insieme! Mentre le facevo una corte serrata, la sua risata argentina riecheggiava per i vicoli del centro storico, da un bar all’altro, da un ristorante all’altro.
Non dimenticherò mai la sera in cui accettò di salire da me. Eravamo avvinghiati sul letto, ci baciavamo con un’enfasi tale da far scomparire il mondo circostante.
Per la prima volta, la mia mano che si infilava sotto la sua camicetta trovò la strada libera. Avevo un’erezione che i jeans rendevano dolorosa. Per la prima volta, vidi in lei un abbandono totale. “Amore, aspettami un attimo,” le dissi. Conoscendo la sua passione per la cioccolata, volevo farle una sorpresa. Mi precipitai in cucina, mi liberai dei jeans, dei boxer, della maglietta e dell’orologio. Non essendomi mai mancato il senso del teatro, spalancai la porta della camera da letto, facendola sbattere contro la parete. Tutta la sua attenzione era per me. I suoi occhi mi squadrarono pieni di interesse. Ero nudo, con un enorme barattolo di crema gianduia. Avvicinandomi a lei, le sorridevo. Mi batteva forte il cuore, le tempie mi martellavano. Arrivai accanto al letto, quasi poteva toccarmi. Infilai il cazzo nella crema e posai il barattolo sul comodino. Lei, che non si era ancora spogliata, afferrò il barattolo di gianduia, si alzò dal letto e sparì. Non l’ho più vista.

 

… e alle donne che ho fatto soffrire …

Quando rincontrai Silvia, non la trovai affatto cambiata. Era bella e sexy come la ricordavo. Indossava una minigonna che mi fece tornare alla memoria, con un tuffo all’addome, tutto ciò che c’era stato fra di noi.
“Sei stato cattivissimo a mollarmi così!”, mi disse.
Non seppi cosa risponderle: era vero.
Mi prese il mento fra le mani: “Sai quanto mi hai fatto soffrire, eh, lo sai?”
Tentavo invano di farfugliare una risposta in mia difesa, ma l’emozione e i sensi di colpa mi paralizzavano.
“Sai, per quanto tu ti sia comportato in modo infame con me, non posso non ammettere che, dopo di te, nessuno ti ha saputo prendere il tuo posto nel mio cuore.”
Ne ero lusingato, seppure il momento non fosse dei più adatti a pavoneggiarmi.
“Allora, non vuoi dirmi perché sei sparito in quel modo?”
Volevo dirglielo, ma le parole non mi uscirono: dopo tre mesi, il mio corpo si era assuefatto alle frustate di Mistress Silvia, ma la mia prostata non aveva resistito all’aver trattenuto l’orgasmo tanto a lungo ed era gonfia come un melone. Dovetti ricoverarmi d’urgenza.

 

… alle donne con cui ho vissuto le prime esperienze …

Mentre in tv continua a non accadere nulla, guardo la mimica ebete di Giletti – ho opportunamente tolto il volume al televisore – e continuo a pensare alle donne della mia vita. Una contrazione all’addome accompagna la comparsa di Eva nei miei ricordi. Eravamo ancora vergini. Era tanto tempo fa! Provo ancora tanta tenerezza, a pensare ai suoi occhi dolci e inesperti. Dopo che mi aveva negato il rapporto completo per un po’, per via di quegli stupidi pregiudizi sulla verginità che ancora sopravvivevano, grande fu la mia sorpresa quando una sera, guardandomi fisso negli occhi, mi sussurrò: “Che ne dici del culo?”
Annuii, senza pensarci su un attimo, pieno di slancio verso di lei.
“Eva, ti amo, farei qualunque cosa per te.”
“Aspettami un attimo, allora …”
La sua assenza durò davvero un attimo. Quando ricomparve, seminuda, l’enorme strapon che indossava fece scomparire la mia saliva. Non è senza dolore che ancora ripenso alla sua inesperienza!

 

.. e penso alle donne che ho fatto innamorare …

Paola veniva tutte le domeniche mattina a suonare a casa mia. Non so a voi, ma a me i castigatissimi tailleur delle testimoni di Geova hanno sempre arrapato tantissimo. Quando le sue visite domenicali – sue e della sua inseparabile compagna, una con la Torre di guardia sotto al braccio e l’altra con Svegliatevi! – stavano per diventare una consuetudine, quando mi chiamavano per nome con una confidenza che pochi concedono loro, decisi che l’avrei fatta mia. Non fu facile. Parlarle da solo era un’impresa. Dovevamo approfittare dei momenti in cui riuscivamo ad affidare all’amica il compito di fare il caffè, di andare a prendere un bicchiere d’acqua dopo l’altro che non erano mai sufficienti a placare la nostra sete di stare soli.
Incominciai a frequentare il loro gruppo. Conoscevo la Casa del Regno meglio di casa mia. Fui presentato alla famiglia. Con orgoglio, ricordo il momento in cui superai l’esame del padre quando, dopo avermi squadrato a lungo in silenzio, mi abbracciò: “Benvenuto in questa casa, figliolo!”
Le mie richieste sempre più pressanti di contatto, però, si infrangevano sui suoi doveri verso il suo irremovibile Dio: “Sarò tua soltanto dopo il matrimonio.”
Mi rassegnai a sposarla. Mi accorsi di amarla. In fondo un dio vale l’altro, considerando quanti ne abbia visti finora: nessuno.
La cerimonia fu bellissima. Non ho mai visto tanti fiori come quel giorno. Si concluse come quella di altre religioni, abboffandoci senza ritegno.
Stanchi ma felici, ci ritrovammo sul letto nuziale. Le mie orecchie fischiavano ancora per la musica che aveva accompagnato la giornata.
“Tu mi ami, vero?”
Risposi senza esitare: “Ma certo, amore mio!”
“Devo confessarti una cosa: io sono lesbica, e la mia famiglia non mi avrebbe mai consentito di vivere serenamente. Sposata a te, invece, posso continuare ad amare Tina – l’inseparabile amica delle nostre domeniche mattina – ed essere accettata dai miei amici e dai miei familiari. So che capirai.”
Non sono sicuro di aver capito bene, ma le voglio bene e ho accettato le sue condizioni.

Oggi, in questa piovosa domenica pomeriggio, sono rimasto a casa sul divano perché, uscendo con Tina, ha dimenticato di lasciarmi le chiavi.

La postina

Ero sotto la doccia, beato. Segandomi, con te in mente. Una mano stringeva il cazzo, l’altra un capezzolo, pizzicandolo come avresti fatto tu. L’acqua calda rendeva il mio corpo lucido. Quasi me ne innamoravo da me. Stavo pensando a quanto erano fortunate le donne che mi avevano avuto, quando ho sentito il campanello. Sovrastava di un soffio il rumore dell’acqua scrosciante. Imprecando, ho infilato l’accappatoio e sono corso verso la porta. Aspettavo la consegna di un pacco – ordinato da te – e non era il caso di perderlo.
Aprendo la porta, infatti, c’era una postina – una ragazza che non avevo mai visto – con un pacco in mano. Fischiettava una canzone di Tiziano Ferro, di cui non ricordo altro se non che la odiavo, qualche anno fa. Mi ha squadrato dai piedi fino alla cima dei capelli, come per valutare un pomodoro al mercato. Non sono riuscito a capire, dal suo sguardo, se avevo superato l’esame per finire nella sua spesa.
“C’è da firmare qui.”
Avete presente quando trasportate qualcosa di molto delicato e, puntualmente, che sia la tensione che vi blocca, o che esista un apposito reparto lassù che si occupi di rovinarvi le giornate, l’oggetto vi scappa dalle mani distruggendo se stesso e la vostra serenità? Ecco, così mi sentivo io, cercando di coprire la mia nudità, e la mia erezione, stringendomi nell’accappatoio. Che, come avrete immaginato, si è aperto, lasciando intravvedere il mio ancora lucido organo riproduttivo.
“Toh, abbiamo un porco, qui.”, ha detto, mentre firmavo. Mi ha messo il pacco in mano. Ero sicuro ormai di essere più rosso di un pomodoro (forse lo stesso di poco fa). Mi ha afferrato il cazzo, stringendo forte. Ha posato il palmo dell’altra mano sul petto, e mi ha spinto all’interno, richiudendosi la porta alle spalle.
Prima che avessi modo di capire cosa stessa succedendo, mi ha mollato una sberla a mano aperta, senza peraltro mollare il cazzo, la cui erezione vacillava.
“Sei un porco, vero? Ti piace farti vedere così dalle passanti …”
“N-no, non è vero!” Ho farfugliato, continuando a indietreggiare, fino a quando i miei polpacci si sono dovuti arrendere alla pressione del divano. Mi ha spinto ancora, facendomi finire seduto, e mi ha slacciato l’accappatoio.
Con uno strano sorriso sul viso, mi ha preso le mani, dopo avermi liberato di pacco e penna, finite sul divano anch’essi, e se le è portate sui seni. Mi sembrava di sentire la sua voce che mi dava ordini, ma era solo la mia fantasia. Pareva che le poche parole a cui avevo diritto si fossero esaurite.
L’unica cosa che realmente percepivo era il martellare del mio cuore, che lasciava fuori dalla mia portata tutto il resto del mondo.
Ha sollevato la divisa, senza mollare le mie mani, che si sono strette intorno ai suoi seni. Era in piedi davanti a me, seduto, mezzo nudo, ancora bagnato della doccia. Mi sovrastava, inibendo ogni mia reazione.
Si è seduta sulle mia ginocchia, strusciandosi su una gamba, come se le percezioni del suo sesso attraversassero la stoffa. Ha preso una della mie mani e se l’è infilata nei pantaloni. I peli della sua fica erano soffici, sotto il mio palmo. Spinta più giù la mano, le mie dita sono arrivate ad accarezzarle la fica, calda e umida. Ero un oggetto nelle sue mani. Come eseguendo un ordine silenzioso, mi sono avvicinato con la bocca ai suoi seni, e li ho baciati, leccati, e ho fatto scivolare la lingua nell’incavo. Una sua mano mi premeva la nuca, mentre le succhiavo un capezzolo.
Si è alzata, spogliandosi con rapidi gesti e mi ha indicato il tappeto con l’indice. Mi ci sono coricato, sul dorso. Era splendida, in piedi davanti a me, con la fica in direzione del mio sguardo.
Si è seduta sul mio viso, facendomi leccare la fica. Le succhiavo il clitoride, spingevo la lingua fra le labbra, mi sentivo sommerso dal suo odore intenso. Muovendo il bacino, mi sono ritrovato con la lingua che le lambiva l’ano. Sentivo il cazzo durissimo, i capezzoli che mi dolevano. Mi ha preso le mani, portandole ai seni. L’accarezzavo, glieli stringevo forte, pizzicandole i capezzoli duri. Di nuovo la fica in bocca, da leccare, succhiare, baciare …
Me l’ha strusciata sul naso, sugli occhi, sempre senza mollare le mie mani, portandole a passeggio sul suo corpo: sui fianchi, sul culo, di nuovo sui seni. Ha lasciato che me ne occupassi da solo, portando le sue mani sulla mia testa, per meglio costringermi a leccarle la fica.
Scivolando su di me, spalmandomi addosso il suo succo, è arrivata a strusciarsi la fica sul cazzo.
L’ha afferrato e se l’è spinto dentro. Sono rimasto senza respiro, mentre il suo culo atterrava sul mio bacino, poderosamente.
Aveva gli occhi chiusi, pareva ignorarmi, inarcando la testa all’indietro. Poi mi ha guardato, con uno sguardo da padrona. Mi ha schiaffeggiato. Di nuovo, col dorso della stessa mano, sull’altra guancia. E ancora e ancora. Mi sentivo impazzire.
“Non azzardarti a sborrare prima di me, porcello …”. Quasi in un rantolo. L’ultima sberla, la più forte, è arrivata insieme al suo orgasmo. Urlato, squassante. Avevo il cazzo in un lago di suoi umori.
Le sue mani si sono strette intorno al mio collo: “Sborra, adesso.”
Non ho potuto fare altro che obbedire, mentre si accartocciava addosso a me, ansimante.

Qualche minuto più tardi, mentre cercava una sigaretta nei suoi abiti, le ho chiesto: “Come facevi a sapere …”
“… che avrei potuto farti tutto ciò che ti ho fatto?”
“Sì.”
“Ho letto il tuo blog.”postina

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