Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Sì, viaggiare!

“Guarda lì, poi dicono che l’umanità non va migliorando: vent’anni fa, era pieno di cafoni con la Golf e il gomito fuori dal finestrino; adesso è pieno di fighetti in giacca e cravatta sulle Audi.”
Dà un prolungato colpo alla tromba del TIR e l’Audi nera, che stava tentando un sorpasso davanti a noi, rientra come se avesse preso la scossa.
Poco più avanti, altra strombazzata, mentre sorpassa uno di quei furgoni rialzati, tipici dei mobilieri. Prende il baracchino, subito dopo averlo sorpassato, e gli urla: “Paura, eh, con la tua bicicletta?”
Nel nostro gergo, la “bicicletta” è il nome dispregiativo con cui vengono chiamati quei furgoni dagli autisti dei TIR.
E’ il mio primo vero viaggio. Mi hanno affiancato a questo tipo. Sarebbe anche un bell’uomo, se non avesse quell’addome sporgente tipico di chi fa il nostro lavoro da tanti anni.
Appena ci siamo messi in movimento, ai miei timidi tentativi di dialogo che riguardavano il lavoro, ha tagliato corto: “Io guido; tu stai buono lì senza rompere i coglioni. Non ho nessuna intenzione di mettermi a guardarti mentre guidi o, peggio ancora, di farti da balia.”
Il resto del viaggio è proseguito nel mio imbronciato silenzio, rotto dalle sue battute volgari ogni volta che sorpassavamo un’auto guidata da una donna e dalle comunicazioni con i colleghi tramite la ricetrasmittente.
Arrivati all’altezza di Bologna, esce dall’autostrada e si avvia verso la piazzola di sosta di un ristorante. Generosamente, elargisce una rara perla di saggezza: “Da queste parti, non si è sicuri per niente. L’unica cosa da fare è fermarsi qui, dove è pieno di altri autotreni. Ci si protegge gli uni con gli altri.”
Tira fuori una gavetta di alluminio: “Io mangio sempre quello che cucina mia moglie, all’andata. Ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai. Tu vai pure al ristorante.”
Mi sembra una sorta di tradimento. Vado a mangiare qualcosa anch’io. L’atmosfera gioviale del locale, la battutacce dei colleghi e la cucina casalinga servita da un paio di ragazze abituate a sentirne di tutti i colori senza smettere di sorridere e di tenere a bada i clienti, mi rinfranca. Sono quasi gonfio dell’orgoglio di far parte di un gruppo.
Rientro in cabina, per passare la notte, dopo aver fumato una sigaretta. Giorgio russa. Mi allungo sulla branda, senza riuscire a prendere sonno. Appena li chiudo, vedo scorrere davanti ai miei occhi chilometri di autostrada, come in loop.
Il rombo di un autotreno che rallenta e parcheggia. Il vociare allegro dei due autisti che scendono dal camion e si avviano al ristorante. Non parlano né inglese né tedesco. Forse olandesi.
Mi rigiro a pancia in giù. Forse anche Giorgio dev’essersi girato, visto che non russa più.
Sento arrivarmi una sua mano addosso, su una natica. Trattengo il respiro, indeciso se dire o fare qualcosa, o aspettare che la tolga di lì, certo che ci sia finita durante il sonno.
La mano, invece, si muove. Incoraggiato dal mio silenzio, la infila nei miei pantaloni, tastandomi le natiche, e facendo scorrere le dita nel solco che le divide.
Esito. L’indecisione mi è fatale: me lo ritrovo addosso, mentre armeggia con la mia cintura per liberarmi dai calzoni. Ho un’erezione che mi disorienta del tutto, lasciandomi in balia delle sue mani.
Mi solleva il culo, lo sento armeggiare con la zip e poi mi ritrovo il suo cazzo bollente che va su e giù fra le mie natiche. La testa affondata nel cuscino, trattengo il respiro in attesa di quello che farà.
Sento altri rumori confusi, poi l’odore tipico del lubrificante dei profilattici, poi di nuovo il suo cazzo fra le chiappe. Coperto e lubrificato, adesso.
“Stai tranquillo, andrà tutto bene.” mi sussurra all’orecchio, Mi sorprende questa sua delicatezza. E, magicamente, mi rilasso davvero: mi sento sicuro e protetto, fra le sue mani. Sento la sua cappella puntare sull’orifizio. Spingo, come se dovessi cagare, in attesa che il suo cazzo mi entri dentro. E’ grosso. Proporzionato al resto della sua mole. Infilo una mano sotto il mio addome, per tirare su il cazzo duro che mi fa male, premuto sulla branda. Già che ci sono, mi masturbo lentamente, mentre sento il culo aprirsi sulla spinta di Giorgio, che mi grava addosso con tutto il suo peso. Mi sembra di sentire la sua trippa sulla schiena. Forse è solo la mia immaginazione, eppure è come se fosse tutta lì, adagiata nella curva delle mie reni.
Geme, mentre affonda dentro di me. Le mani sui miei fianchi, mi riempie il culo col suo cazzo enorme. Mi mordo le labbra, continuando a segarmi. Vorrei portare l’altra mano a un capezzolo, per pizzicarmelo, ma il suo peso addosso mi inibisce i movimenti.
Sollevo il culo, per assecondare i suoi colpi. Mi sbatte sempre più forte. Sento il suo corpo accarezzarmi le palle a ogni affondo, il suo cazzo riempirmi sempre di più, il suo odore di maschio avvolgermi come in un campo magnetico protettivo. Alcune gocce di sudore, forse dal suo viso, forse dalle sue ascelle, mi cadono sulla nuca.
Mentre mi sto segando ancora, il suo gemito diventa un rantolo. I suoi affondi si fanno più profondi e lenti, sento lo sperma riempire il profilattico nel mio culo, a fiotti.
Vorrei che continuasse ancora, per venire anch’io, ma si sfila e si butta sulla branda a pancia in su, respirando affannosamente.
Muovendomi a fatica – sento tutte le ossa doloranti – mi isso sul suo corpo, posando la testa sul suo petto. Continuo a segarmi in silenzio.
“Togliti: non sopporto queste smancerie da checche.”
Mi allontana con una manata.
“Sarei andato con le mignotte, come facevo prima. Ma ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai.”
Continuo a segarmi, sborrando in un fazzolettino di carta.truck

“Vieni a salvare mia anima”

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vengo a salvare

“E adesso?”
Ho appena finito di salire i tre gradini dello sgabello – certificazione di qualità del prestigioso TUV tedesco: non vorrei incidenti in questo delicato frangente – infilato la testa nel cappio (anche questo realizzato con corda che usano gli scalatori), la mano sinistra sul nodo, pronto a stringere, quando suonano alla porta.
Il primo impulso è quello di dare un calcio allo sgabello. E alla vita con tutti i suoi dannati problemi. Invece sono costretto ad allentare il nodo, sfilare il cappio, scendere con precauzione dallo sgabello – non è il momento di avere un infortunio – e andare a vedere chi è l’estremo, definitivo rompicoglioni che bussa alla mia porta.
Mi è bastato immaginare che qualche zelante vicino potesse vedermi dal buco della serratura, chiamare aiuto e mandare a monte quanto fatto per la mia uscita di scena organizzata con tanta cura, per convincermi a rimandare il tutto di qualche minuto.
Spero.
Dallo spioncino vedo che è una ragazza.
“Mi scusi, sono la nuova inquilina dell’appartamento accanto. Avrebbe del sale? Mi sono appena trasferita e mi sto accorgendo che sono più le cose che mi mancano che …”
Il mio sguardo, tutt’altro che collaborativo, deve averla scoraggiata a finire la frase.
Senza neppure risponderle, mi avvio verso la cucina per darle il maledetto barattolo del sale. Può prenderselo tutto: a me non servirà più.
Incomincio ad aprire i pensili della cucina ma, inaspettatamente, il barattolo non si trova.
Mi giro, grattandomi la testa. La tipa mi ha seguito. E’ dietro di me, con un’espressione mortificata.
Eppure sono sicuro che, dietro quella maschera, si nasconda una montagna di ironia. Tutta vestita di bianco, lunghi boccoli biondi, due tette che si sollevano ogni volta che inspira, se ne sta lì tutta compunta a guardarmi.
Prende in mano la situazione e si mette a cercare per me, mentre resto imbambolato come un coglione. Che è quello che mi è sempre riuscito meglio, nella vita. Non per nulla avevo appena infilato la testa in un cappio, qualche minuto prima.
Si solleva sulla punta dei piedi, per cercare nei pensili in alto. La sua veste si solleva scoprendole le cosce.
“Niente, qui non c’è. Non ricorda quando l’ha usato l’ultima volta? Dio, sono mortificata, chissà cosa stava facendo d’importante e io la importuno con il mio sale. ”
Il mio silenzio non la scoraggia. Sposta barattoli di qua, sbatte pentole di là, ma il sale non viene fuori.
“Importante e importuno.” Si volta e mi sorride. “Adoro queste assonanze. Lei no?”
Oddio, niente di meglio di una poetessa per mettere fine alla mia miserabile vita. E per farmi convincere vieppiù di star facendo la cosa giusta.
Vieppiù. Ecco, mi ha già contagiato!
Setacciato il piano di formica della cucina, tocca ai ripiani in basso. Si china, girandosi a destra e a sinistra. La sua veste, tirata su dalla schiena, le scopre quasi completamente il culo.
Ho un’erezione immediata, divento rosso in viso e il cuore incomincia a pompare all’impazzata. Spero che non si giri adesso. Vorrei morire dalla vergogna. Questa frase, tutt’a un tratto, riprende ad avere il suo rassicurante significato figurato, abbandonando quello letterale che aveva avuto negli ultimi giorni, e che mi aveva spinto sull’orlo del gesto estremo.
Cristo. Gesto estremo. E’ un binomio di una tale banalità che, quasi quasi, ci ripenso e non mi impicco più.
“Mi sembra di vederlo lì in fondo. Questi mobili ad angolo hanno sempre una profondità spaventosa. Non potrebbe aiutarmi?”
Mi avvicino per allungare un braccio oltre il suo corpicino caldo e sono avvolto dal profumo della sua pelle. Senza rendermi conto di quello che sto facendo, mi ritrovo con una mano che risale fra le sue cosce e le labbra posate sul suo collo. Irrigidisco il collo, aspettandomi un manrovescio che non arriva. Anzi, allarga le gambe e lascia strada libera alla mia mano. Le tiro su del tutto la veste, scoprendole il culo. Ho l’acquolina in bocca. Mi prende l’altra mano e se la porta su un seno. Sono avvolto dalla sua sensualità, chiudo gli occhi e la respiro a pieni polmoni. Si solleva un po’, appoggia le mani sul ripiano di formica della cucina e, senza mollare la mia mano stretta intorno al suo seno, strofina il culo contro i miei pantaloni. La sento gemere. Io sono in ebollizione, non so se sto respirando ancora. Mi viene perfino il dubbio che sia morto e che questo sia il sogno che mi traghetta all’inferno.
La mia mano aperta, intanto è risalita fino al centro del suo corpo ed è spalmata contro il suo sesso, umido, caldo e pulsante. Si gira, mi butta le braccia intorno al collo e mi bacia. La sua lingua nella mia bocca mi sorprende, tanta è la foga. Impiego qualche secondo a ritrovare il bandolo della matassa. Poi la mia lingua si avvinghia alla sua, le mie mani diventano frenetiche nel cercare i suoi seni, nello sbottonare il suo abito che scivola a terra ai suoi piedi. Mi sbottona i pantaloni, mi tira fuori il cazzo dai boxer e se lo preme contro il ventre. La stringo. Sento i suoi seni contro il petto, i capezzoli duri, turgidi, contro i miei. Le mani vanno sul suo culo, lungo la schiena. Si gira e si offre a me. Sotto le sue natiche aperte, il richiamo irresistibile della fica grondante. Incrocia i polsi sul culo, e mi ordina: “Legami!”
Leggendo il mio disorientamento, mi fa un cenno col mento verso il cappio al centro della stanza. Eseguo, come un automa. Sciolgo la corda, le lego i polsi e la prendo così. Tutto il cazzo dentro, fino alle palle. La tengo per i fianchi, poi per le mani, mentre le scopo selvaggiamente. Sentirla gemere – lo fa in un modo che mi manda fuori di testa, un po’ come una bambina – mi rende frenetico. Spingo sempre più forte, sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di lei, che urla di piacere.
Le bacio la schiena e il collo, mentre il mio respiro torna lentamente normale. Le sciolgo i polsi. Si tira su la veste. Mi guarda e sorride. Va al tavolino, prende la lettera d’addio che avevo scritto al mondo, strappa senza leggerla tutta la parte scritta, ne conserva un lembo bianco e ci scrive quello che dev’essere il suo numero di cellulare.
Non sono sicuro di sapere quello che sto facendo quando, con gli occhi fissi nei suoi, mi avvio verso il bagno per lavarmi. Continua a seguirmi, fin sulla porta del bagno. Mi spoglio del tutto, tolgo le scarpe. Lei imita i miei gesti, seguendomi fin sulla soglia della doccia.
Metto un piede sul bordo della doccia, scivolo e sbatto la testa contro la parete. Mentre sento la vita scivolare silenziosamente via da me, vedo il suo corpo farsi etereo, per poi svanire, come una nuvola di fumo. Le ultime due immagini che vedo, sono quella che avrebbe visto chi mi avrebbe trovato se mi fossi ucciso, la lettera sul tavolo e il mio corpo appeso a una corda, e quella che invece vedrà adesso.

Spero che Sergio Caputo non si incazzi.

Il nuovo collare di pelle

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Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Domenica mattina

strapHo fatto un incubo terribile. Sognavo di inculare Bruno Vespa, mentre lui aveva la testa girata verso di me, come una creatura mostruosa. I suoi nei si allungavano per ghermirmi.
Mi sono svegliato in un lago di sudore. Il lenzuolo attorcigliato intorno al corpo, con cui lottavo per liberarmi. Aperti gli occhi, l’incubo non era ancora finito: mi sono accorto che il sogno mi aveva procurato un’erezione. Il mio cazzo campeggiava in mezzo al corpo, quasi fiero di quello che stava facendo mentre dormivo.
Un sapore amaro mi ha riempito la bocca, mentre stentavo a riprendere contatto con la realtà.
Volgendo la testa in giro per la stanza, ho notato la tua rassicurante presenza. Indossavi reggiseno e reggicalze. Un piede posato su una sedia, stavi tirando su la seconda autoreggente, dandomi le spalle.
“Che sogno del cazzo!” ho detto, spostandomi verso di te.
Hai girato la testa verso di me: “Seh, chissà che sognavi, porcone: guarda là!”, accennando col mento verso la mia erezione.
Mi sono alzato e ti sono venuto alle spalle. Ti ho baciato i capelli, strusciando il cazzo contro il tuo culo. Ti ho infilato una mano fra le cosce, trovandoti bagnata. “E tu, a chi pensavi, a Brad Pitt?”
“Certo, sai quanto mi piace!”. Non è vero, non manchi mai di ripetere quanto non ti piacciano i tipi “lavatini” come lui. Che poi, dopo tanti anni, non sono sicuro di aver capito cosa intendi con quel neologismo oscuro.
Già che ci siamo, entrambi arrapati, ti spingo il cazzo nella fica, che scivola quasi risucchiato. Ti poggio le mani sui fianchi e muovo il bacino. Mi godo lo sbattere delle palle contro il tuo culo. Ti appoggi con le mani al comò, spingendo il culo verso di me. Ti bacio la schiena, infilo il naso fra i tuoi capelli e ti annuso. Mi riempio il naso del tuo odore, del sudore che sale dalle tue ascelle, del profumo lieve dei tuoi capelli appena lavati e del tuo alito senza odore che sembra il più bel profumo del mondo.
Le mie mani salgono lungo i tuoi fianchi, li sfioro col dorso, poi li infilo sotto le ascelle a ti abbranco i seni, infilandole nel reggiseno. Me ne riempio le mani. Ti accarezzo i capezzoli, li premo con i polpastrelli, poi giro intorno alle areole dopo essermi leccato gli indici.
Ti sento un po’ rigida, fatto che contrasta con la tua eccitazione di prima. Non so a cosa attribuirlo, ma ormai non sono più in grado di capire alcunché: il mio bacino spinge e il cazzo stantuffa nella tua fica a un ritmo forsennato. Le mani aggrappate ai tuoi seni, il naso fra i tuoi capelli, la corsa del mio bacino è sempre più corta e rapida. Ti sento gemere. Reclini la testa contro di me. Non sono sicuro che sia un orgasmo, ma il mio arriva lo stesso, trascinato dall’idea di venire insieme.
Resto appeso al tuo corpo, mentre ansimo ancora forte, e mentre si affievolisce l’onda di piacere che mi travolge.
Mi accarezzi il viso e mi baci. Poi scivolo sul letto, a pancia in giù.
Mentre riprendo fiato, guardo nello specchio dell’armadio che ho di fronte. Il naso fra le lenzuola ancora umide del mio sudore – mi torna alla memoria lo schifoso sogno di poco fa – ti vedo finalmente in viso, mentre ti giri.
Il mio sguardo scende lungo il tuo corpo, lungo i tuoi meravigliosi seni su cui ancora vedo i segni delle mie mani e poi fa un balzo verso il centro del tuo corpo: uno strapon, un cazzo di gomma legato più su della tua fica. Lo aggiusti, stringendo le cinghie – ora capisco cos’aveva di strano il tuo reggicalze! – e te lo ritrovi sulla fica. Mi guardi il culo.
“Sai qual è stata la prima cosa che mi è piaciuta di te?”
Trattengo il respiro. Provo a scherzare: “il cervello?”.
“No: quel tuo bel culetto da frocio.”
Chiamato direttamente in causa, il mio ano si contrae con forza.
“Rilassati.”
Facile a dirsi. Ho lo sguardo fisso allo specchio. Infili due dita nella fica, prima di coprirla definitivamente, e recuperi una parte del mio sperma. Lo usi per lubrificare il cazzo di gomma.
Non so se sto battendo qualche record, ma sono in apnea da un bel po’. Mi afferri le natiche con le mani, la divarichi e mi ci strusci lo strapon. Lo premi contro il buco. Con una mano mi accarezzi la schiena, con l’altra tieni dritto il cazzo fra le mie chiappe.
“Tranquillo, so cosa faccio.”
Vorrei chiederti come fai a saperlo, visto che con me è la prima volta. Ma penso che una simile domanda in un momento come questo sia la più inopportuna e taccio. Sempre in apnea.
Che i sub si allenino così?
Spingi lenta ma inesorabile. Sento il culo aprirsi a te. Il cazzo è di nuovo durissimo contro il letto e mi fa un po’ male, ma non ho il coraggio di spostarlo per paura di rompere l’incanto.
Non riesco a vedere cosa accade fra le mie chiappe – sebbene ne abbia altri inequivocabili segni dal mio corpo che mi sembra dilatarsi in ogni sua parte – e i miei occhi sono ipnotizzati dal tuo sguardo sereno, deciso che punta sul mio culo. Non riesco a smettere di guardarti gli occhi. Ho la sensazione che non c’è nulla che potrei fare per farti togliere da lì, al punto in cui sei. Spingi ancora e io mi apro di più.
Hai una mano aperta sulla mia schiena, le dita larghe, che ti serve a tenere l’equilibrio mentre mi inculi.
Il tuo strapon è ormai tutto dentro. Gemo, non so se di piacere o di dolore. Non voglio neanche saperlo, voglio solo che duri il più a lungo possibile. Anzi, vorrei che quel cazzo di gomma diventasse di carne e che tu mi montassi selvaggiamente come uno stallone la sua giumenta. La sola idea mi fa venire un brivido.
Col cazzo tutto dentro il mio culo, il tuo baricentro si sposta e non hai più bisogno della mano per sostenerti. Mi accarezzi la nuca mentre mi chiedi, con dolcezza inaudita: “Tutto bene, tesoro?”
“Mgh.” Sollevo il capo per liberarmi dal lenzuolo sulle labbra e riesco ad articolare un sì.
“Sapevo che eri dotato come troia. Non ricordo da quanto tempo penso a questo momento.” Appena taci, il tuo bacino inizia a muoversi per scoparmi meglio il culo. Sembra impossibile, ma sei ancora più arrapata di poco fa. Immagino che sia lo sfregamento sulla tua fica. Un barlume di intelligenza, poi, mi suggerisce che è tutto nella tua testa, che è tutta da lì che parte la tua eccitazione.
Il movimento del tuo bacino diventa una danza. I tuoi seni fluttuano rapendo il mio sguardo.
Gemi sempre più forte. Sembra quasi che il tuo rantolo abbia un timbro maschile. Le tue mani vanno su e giù sulla mia schiena. Una parola esce dalla tua bocca come un mantra: “Troia. Troia. Troia …”
Abbiamo entrambi la sensazione che le tue parole riescano a operare il miracolo di farmi diventare la tua femmina, la femmina del mio maschione che mi incula con forza. Travolto, sborro sul lenzuolo. Non sembri curartene, forse non te ne sei neanche accorta, presa come sei – lo vedo dalla fissità del tuo sguardo sul mio culo – dall’arte inculatrice di cui sembri essere già padrona.
Dall’irrigidirsi delle tue dita sulla mia schiena, dall’entrare delle tue unghie nella mia carne, capisco che stai per godere. Un rantolo animalesco esce dalla tua bocca, mentre un ghigno ti deforma il viso. Vedo una tua mano portarsi a un seno e ti pizzichi con forza un capezzolo.
E urli ancora, definitiva: “Troiaaaaa!”

Sonata per due mani libere

piano

Le mani del pianista hanno un potere ipnotico su di me. Guardo le dita picchiare – ma sembrano accarezzarli – sui tasti e le mani incrociarsi nei passaggi più difficili. I miei occhi sono incollati alla tastiera mentre la mia mente vaga inseguendo sogni che non riesco ad afferrare. Per un attimo ho avuto la sensazione di stare per addormentarmi. Ho avuto un soprassalto, rendendomi però conto di quanto non fosse vero: le note appena ascoltate si sovrappongono a quelle che il pianista sta eseguendo adesso, confermandomi che ero ben sveglio, per quanto sognante.

Sono scivolato sulla poltrona della platea del teatro. La mia empatia universale mi spinge a farmi piccolo per non ostacolare i rari spettatori alle mie spalle.

Ogni tanto scavallo e riaccavallo le gambe per evitare che si addormentino. Loro sì che lo farebbero, a differenza della mia testa!

Ogni volta che lo faccio, sento i miei jeans bagnati, diventati adesso anche freddi, del mio recente orgasmo. Non ho potuto togliere il cappotto per evitare l’imbarazzante vista che avrei offerto ai presenti, incluso il pianista, visto che sono nella prima fila.

Le sonate di Beethoven si susseguono, rapendo non solo me, ma tutti gli spettatori presenti, che si scatenano in applausi di ammirazione ogni volta che un brano finisce.

Poco prima, nella bellissima toilette del teatro, avevo lo smartphone in mano.

Quella che era incominciata come un’innocua conversazione con te, per aggiornarti sul programma della serata, era inevitabilmente sfociata in quella che non si può certo definire una chiacchierata sul tempo.

Chiuditi nel bagno e toccati. Voglio che lo fai adesso.”

Potevo dirti di no?

Tiralo fuori, segati e mandami una foto mentre lo stai facendo.”

Ho eseguito, dimenticando di togliere il suono e ascoltando con sgomento il finto scatto della fotocamera, augurandomi che non ci fosse nessuno dietro la porta.

Sei qui, adesso, fra le mie cosce. Su di me, per la più tradizionale delle scopate …”

“ … ti lecco i seni, mentre ti sfioro la fica col cazzo duro. Il mio bacino ha urgenza di te, ma mi trattengo, fingendo indifferenza, mentre la mia cappella lucida accarezza il tuo clitoride. Ti mordo un capezzolo. Chiudi gli occhi, reclinando la testa indietro …”

Smettila di giocare e ficcami quel tuo cazzone dentro! Ho le mani dietro le tue spalle, e le mie unghie segnano la tua pelle. Posso vedere le righe rosse apparire dopo il passaggio delle mie dita …”

“ … premo il cazzo fra le tue labbra fradicie e lo spingo dentro, lentamente, talmente lentamente che le tue unghie arrivano sulle mie natiche per costringermi a un affondo totale, fino alle palle. Gemo. Gemi. Sento le tue unghie nella carne. Mi avvento sulla tua bocca per succhiarti le labbra. Ho voglia di farti male, di morderti. Gemi di nuovo, ma di dolore, adesso, mentre una goccia di sangue aggiunge un sapore ferroso alla mia lingua, già piena del tuo sudore, della tua saliva e del dolce sapore dei tuoi seni.”

Ho una mano sul tuo culo per dettare il ritmo con cui stantuffi dentro di me, e l’altra dietro la tua nuca per avvicinare la tua bocca alla mia. Anch’io sento il mio sangue in bocca e mi eccito ancora di più. Aggancio le caviglie dietro al tuo culo e ti intrappolo. Non puoi far altro che scoparmi fino a quando non sarò io a decidere di liberarti …”

Ti adoro quando sei così troia. Avvicino la bocca a un tuo orecchio, per farti sentire il mio respiro caldo, il rantolo del piacere e ti sussurro “troia”. Tutto il tuo corpo si tende verso di me, attorcigliandosi intorno a me come un serpente …”

<<Ne ha ancora per molto, lì dentro?>>

<<N-no, ho quasi finito …>>

Dio, che figura! Infilo il cazzo nei pantaloni all’insù, nell’unico modo in cui riesco ad occultarlo. Mi sciacquo il viso che immagino rosso come un peperone, infilo il telefono in una tasca e apro.

Non ho il coraggio di guardare negli occhi l’importuno che mi ha strappato a te, mentre mi avvio nel corridoio, verso l’angolo cieco, male illuminato. Il tuo messaggio lampeggia:

Non smettere di stantuffare; non smettere di pompare nella mia fica; non smettere di farmi sbattere i coglioni fra le cosce. Scopami come non hai mai scopato nessuno, posa la testa fra i miei seni e aggrappati a me …”

Una mano premuta sulla patta, mi masturbo mentre ti leggo. E rispondo:

Il mio bacino ha un ritmo frenetico, mentre ti scopo sempre più forte. Sudo, sudi e i nostri sudori si confondono. L’odore del tuo sudore che sale dalle tue ascelle mi fa impazzire. Potrei venire già solo per averti annusata. Passo le mani dietro le tue spalle e ti abbraccio, accorciandomi mentre siamo ormai diventati una cosa sola …”

Vieni, vienimi dentro adesso, sei il mio porco che mi riempie di sborra bollente. Appena sento il tuo cazzo tendersi nell’orgasmo, vengo anch’io. Ci sono. Lo sento, mi aggrappo al culmine del piacere, con gli occhi chiusi, sento il flusso del mio schizzo che come un geiser approda sui tuoi meravigliosi coglioni, scuri morbidi e pelosi e ti bagna, ti bagna, ti bagna.”

La mia mano, frenetica sui jeans, non si ferma che quando sono venuto abbondantemente. Solo adesso realizzo che mi sono sborrato nei pantaloni, a teatro, quando il concerto deve ancora cominciare.

Si apre la porta del bagno. Sento dei passi indecisi, poi, invece, decisi verso di me. Il vecchio, che solo adesso guardo in volto, mi guarda perplesso e mi fa: “Ma se non aveva finito, poteva dirlo!”

Body building

bodybuilding

Adoro il caldo. Adoro sudare. E’ l’unica consolazione che provo mentre sono allungato su una panca a contare incerti sollevamenti del bilanciere. Venti? Mah, devo aver barato: mi sono messo a divagare di proposito per perdere il conto. Quando arrivo a venticinque – la mia buona coscienza mi suggerisce che non siano più di venti, però – decido di mollare.

Provvidenziale, compare nel mio campo visivo un avambraccio che mi aiuta a depositare il bilanciere sul suo supporto. Ansimo come se avessi corso fino allo sfinimento.

Attaccata all’avambraccio c’è Elisa, una delle più assidue della palestra. Adesso, dopo una lunga sessione di pesi, tutti i suoi muscoli sono in rilievo. La pelle lucida, sembra pronta per una sfilata di body-builder.

“Ho mandato a spasso Massimo.”

Non guarda me, ma la sua immagine riflessa in uno dei tanti specchi sparsi per la sala.

“Siamo soli, ragazzo. Quanti ne hai fatti?”

“Cinquanta”, mento, diventando subito rosso in viso.

Non mi ero accorto che non ci fosse nessun altro in palestra.

Gira intorno alla panca. Adesso mi osserva. Sguardo panoramico al mio corpicino che, in confronto al suo, mi sembra ancora più piccolo del solito, per quanto sia di statura nella norma.

Si china verso di me, mi posa le mani addosso, una verso il collo e una verso l’addome. Afferra il mio body, mi solleva e mi allontana dal bilanciere.

Sospeso. Ho paura che il lycra ceda. Costa un sacco, questo accidenti di body firmato, oltre al fatto che rimarrei mezzo nudo.

I suoi pensieri, evidentemente non coincidono con i miei.

Mi posa una manona sul cazzo, e lo strofina. “Vediamo cosa si può fare, qui. Non mi sembra un granché …”

Sono un oggetto nelle sue mani. Anche il mio cazzo, ma lui reagisce bene. Elisa ne sembra soddisfatta.

Sono uno spettatore passivo di quanto fanno lei e il mio sesso.

“Mhm, pare che qualcosa si muova, qui …”

Afferra i lembi della stoffa su una coscia e lo strappa. Con uno strattone deciso, mi lascia scoperto fino all’ombelico. La sua mano sinistra arriva a chiudermi la bocca, mentre stavo cercando di articolare qualche protesta. Poi dicono che chi fa culturismo è stupido: questa mi legge nel pensiero.

Avvicina la bocca al mio cazzo, lo prende in bocca e incomincia a succhiarlo. Con l’altra mano mi regge lo scroto. Beh, sarebbe più corretto dire che se ne impadronisce, massaggiandomi le palle.

Il mio cuore, dopo la fatica dei sollevamenti, non ha avuto tregua, e adesso, l’idea di un pompino mi fa ansimare. Inarco la schiena, chiudo gli occhi e respiro forte.

Non era un pompino. Toglie la bocca di lì e ci si siede. Non era un pompino, era solo funzionale a farmelo diventare duro per usarlo.

Sposta il body, allarga la fica, afferra il cazzo e se lo infila dentro. E’ bagnata, scivola. E’ lucida ovunque.

Lascia cadere le spalline del suo body fino a scoprire i seni. Sembra un’esibizione.

Mi afferra le mani e se le porta sulle tette. Supponendo di non avere alternative, gliele massaggio. Fra l’altro, mi piace farlo. Mi sento posseduto da lei. Ondeggia su di me, come se stesse seguendo un copione. Mi preme le mani sui seni. Le pizzico i capezzoli. Mi sorprende: mi guarda. Per la prima volta ho la sensazione di star facendo l’amore con una persona vera.

Dura poco. Chiude gli occhi, mi posa le mani sul petto e la danza del suo bacino su di me diventa una cavalcata. Respiro affannosamente, un po’ per l’amplesso, un po’ per il suo peso sui polmoni.

Mi bacia, addirittura. Solleva il capo, riportando i capelli all’ordine dietro la testa.

La trovo addirittura bella. Mi pizzica i capezzoli, per un po’, poi torna a posare i palmi aperti sul mio petto. Senza smettere di cavalcarmi. Mi accorgo che controlla anche i muscoli della vagina.

Ho il sospetto che sarà lei a decidere quando avrò l’orgasmo. E sarà funzionale al suo.

Sento una porta che si apre. Dev’essere Massimo. Trattengo il respiro.

Timidamente, la porta si richiude. Evidentemente, il tipo ha capito che era meglio tornare più tardi.

Sento il cazzo stritolato dalla sua vagina. Il sudore cola dal suo corpo e si confonde col mio. Come leggendo un mio desiderio inespresso, alza un braccio e si china fino a offrirmi l’ascella da annusare.

Decisamente, mi legge dentro. E così, mentre annego i sensi nel suo sudore che mi inebria, mi pizzica un capezzolo e, quando lo decide, allenta la presa dei suoi muscoli vaginali per ordinarmi silenziosamente di sborrare. Esattamente quando il suo corpo è squassato dall’orgasmo.

Sento le mie ossa scricchiolare solo l’urto delle ondate di piacere che la scuotono, ma non me ne può fregare di meno, in questo momento.

Pochi secondi sopo, si sfila, si solleva, avvicina il bacino alla mia bocca e mi restituisce lo sperma. Me lo ritrovo tutto fra le labbra, che rifluisce dalla sua fica insieme ai suoi umori.

Seria, mi guarda, mi chiude il naso con indice e pollice e non posso far altro che ingoiare tutto.

Sono un oggetto. Un ninnolo da comodino, ecco come mi sento. Si alza, si aggiusta il body e torna a guardarsi davanti allo specchio.

Aspetta che mi alzi, mi dà una pacca sul culo e si avvia verso gli spogliatoi.

Con le mani a coppa sui genitali per coprirmi, la seguo.

Con già la mano sulla maniglia della porta, mi sento tirare per il body. Il mio corpo rimbalza verso di lei, con le bretelle che fanno da elastico. Mi tira verso lo spogliatoio femminile.

“Sono ancora arrapata.”

Mi posa una mano sul capo, mi spinge verso il basso.

“Inginocchiati.”

Lo dice, ma è superfluo: bastava e sopravanzava la sua mano a indicarmi la via.

Sfila di nuovo il body, ma adesso se ne libera del tutto. Si accarezza il corpo, davanti a me. Per vedere la mia reazione, che è immediata – un’erezione fulminea segue la sua esibizione – o per il puro piacere di farlo?

Allarga le gambe, avvicina la fica al mio viso. “Succhiamelo.”

Le labbra fra le dita, mi mostra un clitoride che è un piccolo cazzo. Dev’essere l’effetto degli ormoni di cui si imbottisce, mi suggerisce il cervello. Scaccio questo pensiero malsano accarezzandomi il cazzo durissimo e fiondandomi a leccarglielo. La punta sembra un minuscolo glande. Lo lecco, ancora fradicio degli umori della precedente scopata. Lo afferro fra le labbra e do il via a un pompino in cui metto tutta la mia passione. Chiudo gli occhi.

Afferro i suoi poderosi glutei con le mani. Mi sento protetto da un corpo così forte. Apro gli occhi e le sorride. Ricambia il sorriso, accarezzandomi il capo.

La mia testa va e viene, succhiando, leccando, mordicchiando. Spingo la lingua fra le labbra.

Torno a succhiare. Ci prendo tanto gusto che vorrei lo avesse più grosso, vorrei che avesse un cazzo vero. Muove il bacino, si tocca le tette. Mi afferra la testa con una mano, schiacciandomi contro la fica, mentre con l’altra si tormenta un capezzolo. Il suo bacino ondeggia sempre più forte verso la mia bocca, e io seguo i suoi movimenti senza mollare il clitoride, senza farlo sfuggire dalle labbra.

Sono alle prese con un vero e proprio pompino. Incavo le guance, succhiando, deglutisco saliva e i suoi umori. La sua eccitazione è tale che è costretta a puntellarsi contro una parete con entrambe le mani. Adesso tutto il suo corpo incombe su di me. Continuo a leccare le labbra, a succhiarglielo sempre più forte, inondato ormai dai suoi umori che sento ovunque sul viso.

Penso che l’odore della sua fica mi rimarrà addosso per giorni. Le mie mani sono aggrappate al suo culo, che danza sempre più forte. Mi sta scopando la bocca come un maschio quando, con un urlo strozzato, gode.

Faccio fatica a contenere la sua esuberanza, ma non mollo il suo clitoride, finché lei, esausta, mi sposta via con decisione. Rimane lì, con le mani appoggiate al muro, respirando affannosamente. Io la guardo fra l’inebetito e il soddisfatto.

Mi sorride.

“Vieni qui!”

Mi alzo. Mi fa girare. Struscia il corpo contro il mio, accarezzandomi le gambe, l’addome, il viso. Una mano si ferma, stretta intorno al cazzo, l’altra si stringe intorno a un capezzolo. Mi sega con decisione. Mi afferra con l’altra mano e mi solleva da terra, senza smettere di segarmi. Mi sembra di essere su una giostra. Non so se ridere, sorridere o limitarmi a godere.

Ride. Mi bacia la testa, le spalle, dopo avermi fatto atterrare. Ma non smette di masturbarmi, la sua mano non mi dà tregua, stringendosi intorno alle palle, poi di nuovo intorno al cazzo.

Fa un passo indietro, tirandomi appresso. Mi induce a posare le mani sul muro, chinandomi in avanti. Una mano stretta al cazzo, l’altra che va in esplorazione del mio culo, mandando in avanscoperta l’indice.

Ci sputa sopra, poi me lo spinge dentro. Il mio corpo ha un sussulto, tendendosi verso l’alto.

Sento il suo alito caldo sulla schiena, un dito che mi penetra a fondo nel culo e l’altra mano che va avanti e indietro sul mio cazzo, coprendo e scoprendo la cappella.

Sfila l’indice, e mi spinge dentro il medio, con il resto del pugno chiuso.

“Godi per la tua Elisa, maschietto …”, mi sussurra in un orecchio, mentre non posso fare altro che ubbidire.

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