Viva voce

viva voce

 

Tu lo sapevi fin dall’inizio, dove mi avresti portato.

Fin dalla prima volta in cui hai fissato gli occhi nei miei.

A volte mi chiedo se c’è qualche segnale esteriore da cui si deduce che mi si possa manipolare, visto che, fin dai primi scambi verbali, con me ci provano tutti.

 

“Vorrei vedere una minigonna rossa.”

“Ecco, guardi questa: è bellissima. Stia certo che con questa farà un figurone.”

Ti sto già immaginando ridacchiare silenziosamente. Mi hai costretto a venire a fare questi acquisti mettendoci la faccia. In tasca ho lo smartphone con il vivavoce attivato.

La sfioro con due polpastrelli. E’ così liscia al tocco che involontariamente chiudo gli occhi.

“Sì, la prendo. Vorrei anche uno slip di pizzo nero. Qualcosa di molto sexy …” Una delle due commesse ha le mani appoggiate sul banco, sembra tesa verso il cliente, ma non riesce a essere naturale. Da tutta la sua figura emana un senso di fastidio che automaticamente diventa reciproco. L’altra, quella che mi sta parlando, sembra più empatica, ma forse è solo più brava a vendere.

“… e un reggiseno da abbinarci.”

La ragazza va avanti e indietro, apre cassetti, prende scatole con la cura con cui maneggerebbe delle porcellane di Capodimonte e le poggia sul banco. Apre un reggiseno e uno slip nero.

Non sono del tutto convinto, ma non vedo l’ora di togliermi da questa situazione e li prendo.

“Vorrei anche delle Philippe Matignon nere, autoreggenti. Poi passiamo alle scarpe.”

La ragazza con le mani sul banco non mi sta guardando: è una tomografia assiale computerizzata, quella che i suoi occhi fanno al mio corpo e alla mia anima.

Sto sudando, devo avere il viso rosso e la fronte imperlata. E non è ancora finita. Anzi, il meglio deve ancora venire. Per ogni cosa che prende, la ragazza lascia sul banco più di una misura.

“Un top nero, poi …” Guardo le calze. Quando le tocco, ho un brivido. E stavo sudando …

“Adesso le scarpe .. ne ho visto un paio rosso col tacco alto in vetrina …” Un paio di minuti e appaiono anche le scarpe, proprio quelle che avevo adocchiato entrando.

“Che taglia? Queste sono 37 …”

“Quarantadue” dico in un soffio. La ragazza con le mani sul banco mi sta perforando. Il suo sguardo è solido.

L’altra ha un sorriso che cela a fatica: sta pensando che sta per liberarsi di una misura che non si vende mai. La gelo quando me le porge: “Posso misurarle?”

“C… certo!”

L’altra ha le dita ficcate nel bancone. Se fosse morbido, le sue dita l’avrebbero già sfondato.

Mi siedo sul divanetto, tolgo le scarpe sportive, sfilo i calzini e indosso le décolleté. Mi alzo, faccio due passi incerti. “Sì, vanno bene.”

Tu, stai godendoti tutto lo spettacolo audio attraverso il vivavoce del cellulare. Sono sicuro che ti sia già bagnata.

Vado al banco, mi faccio dare tutto il resto, dopo aver sottolineato che devono essere della mia misura, e chiedo dove sia il camerino. Porto con me lo zaino, dove c’è il resto. Appena dentro, sento le due bisbigliare fitto fitto.

I tuoi ordini erano perentori: devo far sapere alle commesse che gli acquisti sono per me. E’ quella la cosa eccitante. Almeno, per te lo è. Per me anche, ma è soprattutto un severo test per le mie coronarie …

Nel camerino, mi libero dei miei abiti maschili. Indosso le autoreggenti, gli slip, il reggiseno – che riempio con due calzini puliti – poi la gonna, che faccio salire a fatica, sculettando – già mi sento femmina, un po’ … – poi il top. Tiro fuori una parrucca biondo platino, talmente realistica da sembrare fatta di veri capelli. Infine le scarpe. Mi trucco le labbra con un rossetto color “rosso zoccola”, come lo hai definito ridendo mentre me lo porgevi, un po’ di fard qui e là, poi, un bel respiro profondo – devo avere la mano ferma, adesso – matita e mascara. Rinfodero lo specchietto, i trucchi e tutto il resto nello zaino e mi accingo a uscire. Nel camerino, un cazzo di specchio non c’è e mi toccherà esibirmi davanti a quelle due sciacquette. Non ho mai sopportato le commesse: guadagnano una miseria e si sentono delle dive; sbuffano se non prendi la prima cosa che ti propongono, mentre si sperticano in complimenti fuori luogo. Complimenti che si spengono appena mostri di non approvare le loro scelte. Spesso ti parlano male alle spalle; qualche volta anche apertamente. Figuriamoci cosa faranno adesso!

Esco, con lo zaino appeso a una mano, muovendo passi incerti su tacchi così alti. La ragazza che si è occupata di servirmi ha la bocca così aperta che la mascella inferiore è appoggiata sulle sue tette rifatte; l’altra si fa quasi venire il torcicollo per non perdersi lo spettacolo.

Mentre mi guardo allo specchio, unisce le mani, solleva un piede in un gesto che, in altro contesto e fatto da qualcun altro, potrebbe essere delizioso, ed esclama: “Ma sei un amore!”

“Certo”, penso, “certo …”

Quello che vedo nello specchio mi sconcerta. Non sono male, tutto sommato. Quasi mi eccito a guardarmi … Ho il cellulare in mano e penso a te che te la stai godendo un mondo. Ricordo come è nato il tutto e all’improvviso l’eccitazione prende il sopravvento sulla vergogna. Ho un’erezione che vedo premere sulla gonna.

Sculettando, vado al banco a pagare.

“Contanti o carta di credito?”

“Contanti, contanti …” Ci mancherebbe anche che lasciassi loro i miei dati, adesso.

Raccatto lo zaino e mi avvio alla porta, quando mi accorgo di aver lasciato lo smartphone sul banco.

Torno sculettando al banco, prendo il cellulare, poi … infilo la mano nel portafogli, prendo una banconota da dieci euro e la infilo nella scollatura della tipa che non ha fatto altro che guardarmi: “Tieni, carina, comprati un gelato!”

Mi giro sui tacchi e faccio un’uscita da diva.

Tutto era cominciato quando mi avevi fatto indossare i tuoi perizoma: “Dai, è divertente!”

Poi le tue calze, il tuo reggiseno …

Abbiamo appuntamento davanti a un bar. Ti trovo seduta a un tavolo, sorseggiando uno di quei schifosi cocktail che bevi come acqua fresca. Dietro i tuoi impenetrabili occhiali da sole, sono certo che non hai perso un mio passo da quando ho svoltato l’angolo. Solo ora mi accorgo di quanto sia lungo il cammino che ho dovuto fare allo scoperto per attraversare la piazza e arrivare davanti a te.

Mi giro, faccio uno svolazzo – non dev’essere un bello spettacolo, vestito come sono da squinzia di periferia con niente che svolazzi – e mi siedo di fronte a te, a gambe larghe. Scuoti la testa, con rimprovero.

La tua presenza mi aveva rinfrancato e avevo dimenticato di star indossando una minigonna. Di pelle. Rossa.

Invece tu fai scivolare il culo in avanti, infili le cosce fra le mie, facendo sfrigolare le calze le une contro le altre, e mi infili una mano sotto la gonna. Mi sfiori il cazzo che non ha più smesso di essere duro, e mi guardi, con un gesto che adoro, da sopra gli occhiali.

“Che troia …” Mi dici fra i denti.

Sento una stretta all’ano. Forse sono davvero nato per fare la troia, chissà. Mi fai diventare così audace che faccio l’occhiolino a un tipo che esce dal bar del bagno e viene verso di noi. Non mostra di avere un gran cervello, proponendosi con un “Possiamo conoscerci?”, accompagnato da un sorriso a 32 capsule. Il poveretto ordina da bere per tutti. Prendiamo due drink guardando solo il prezzo (che è il più alto del menu), senza avere idea di cosa sia. Io, almeno. Tu, invece, sai sempre tutto. Oltre a sapere sempre cosa farmi fare!

Continuiamo ad armeggiare con gambe e mani sotto il tavolino, facendo arrossire e impazzire il poverino, che sta già pregustando una serata a tre. Ti alzi, invece, mi prendi per mano, mi stampi un bacio in bocca, mi palpi il culo in modo plateale, poi infili la mano sotto la gonna e mi tiri via, urlando un “Grazie, sei stato gentilissimo!” all’indirizzo dello spaesato – oh, lo è, adesso, sapeste quanto! – e filiamo via verso l’albergo.

Lì, poi, mi sei venuta alle spalle, mi hai baciato il collo, sollevato il top per infilarci le mani e infine, mi hai fatto chinare in avanti. A novanta gradi, mi hai sollevato la gonna, strappato gli slip di pizzo nero – accidenti, costavano un botto – e hai inaugurato il tuo nuovo strapon.

Puttana

crossedlegs

“Tutto qua?”
Mentre conti i soldi, meno di duecento euro, hai una smorfia di disgusto.
“Che me ne faccio di una puttana come te?” Punti gli occhi dritto nei miei. Chino il capo. Avrei voglia di piangere. Ho rimediato solo quattro clienti, tre dei quali passivi che hanno voluto il mio orgasmo. Sono distrutto, mi fanno male le palle e vorrei soltanto immergermi in un bel bagno caldo, magari stretto fra le tue braccia. E invece mi arriva una sberla sul viso. Sento la guancia farsi fuoco. Brucia.
Come mi brucia il culo. L’unico attivo, il quarto, aveva un cazzo enorme. Ho fatto un sacco di moine per farlo sborrare il più in fretta possibile. Mi sentivo squartare.
“Sai che adesso devo punirti?”
Ecco, ci mancava pure questo …
Di solito mi piace stare sulle tue ginocchia, sentire il calore delle tue gambe sotto il mio addome, il cazzo che mi si inturgidisce ogni volta che la tua mano arriva sonoramente sulle mie chiappe. L’altra mano che mi tiene la nuca in una dolce morsa che, di tanto in tanto, diventa carezza.
Chino il capo e ti seguo sulla poltrona. “La sedia dell’educazione”, come la chiami tu. Mi sdraio a pancia in giù sulle tue gambe.
“Voglio provare un’altra posizione. Alzati.”
Sollevi una gamba, io mi sdraio sull’altra e poi la fai scendere a fermarmi, come in una morsa. Mi sollevi la minigonna sul culo. Non c’è bisogno di togliere gli slip: indosso dei tanga invisibili da dietro, e la tua mano parte. Il primo colpo si abbatte sul mio culo facendo vibrare l’aria della stanza. Alterni schiaffi sulla natica lontana ad altri che arrivano giusto in mezzo, facendo tremare il buco del culo e lo scroto.
Il contatto del mio pacco sulla tua coscia è rassicurante e, tutto sommato, mi compensa di tutto quello che è andato storto in questa fredda giornata di tarda primavera. Ci si è messo anche il tempo: di solito, di questa stagione, fa molto caldo. La natica incomincia a bruciare come se mi fossi scottato, ma la tua mano non mi dà tregua.
“La mia puttanella travesta non ne vuole sapere di impegnarsi di più, vero?”
E sbam!, giù altri schiaffi. Lo sai che quando mi chiami così mi eccito e, infatti, nonostante le fatiche della serata, ho una mezza erezione. Il cazzo, però, indurendosi fa male.
Infili una mano fra le mie cosce e lo palpi.
“Che troia sei: più ti punisco e più ti ecciti.” Il dolore alla natica proietta l’immagine di un rossore vivo. Non posso vederlo, ma è come se lo vedessi. Mentre alzi la mano per un altro colpo, mi senti singhiozzare. Non è il dolore a farmi piangere, in effetti, ma un momento di introflessione pessimistica. Mi capitano di questi momenti in cui mi piango addosso pensando alla mia vita meschina. Continui ancora, ovviamente: non sarebbe da padrona fermarsi adesso.
Poco dopo, però, mi tiri giù la gonna e mi prendi in grembo come si fa con un bambino. Tiri fuori un seno e me lo porgi da succhiare. “Su, nutriti, puttanella della mamma.”
Per un attimo mi balena l’idea che potrei sborrare di nuovo, la quarta volta. Devi esserti accorta del lampo nei miei occhi, e del gonfiore nel tanga, perché, severa, mi ricordi che sono in punizione.
“Oggi non sborri. Succhia!”
Ho il tuo capezzolo in bocca e lo succhio come se davvero dovessi nutrirmi di te. Lo lecco, lo succhio e lo bacio. E’ bello, come un lampone. Realizzarlo mi fa immaginare il suo sapore. Ne sento perfino l’odore. Chiudo gli occhi e sogno di essere in un bosco di lamponi e ti tengo per mano. Mi sorridi e c’è il sole.
Li apro e mi accorgo che sorridi davvero. Mi accarezzi la fronte. E’ stupendo. Sono questi i momenti in cui si cancellano tutte le brutte cose, come quelle a cui pensavo poco prima.
Infili un mano sotto la gonna e mi sfiori il cazzo, sempre sorridendo. Lo massaggi, facendolo diventare sempre più duro. Stringi la mano intorno alle palle, da padrona,  mi masturbi, liberandolo dai tanga. Mi fai arrivare fin quasi all’orgasmo, fino a veder comparire una gocciolina di sborra sulla punta, poi ti fermi. “Oggi non sborri.” ribadisci.
Mi fai spostare e, mentre ti apri i pantaloni, mi imponi di inginocchiarti fra le tue cosce. “Lecca!”
Ho l’acquolina in bocca appena vedo comparirmi la tua fica davanti agli occhi. La adoro. Ti adoro.
Infilo la lingua fra le labbra e la faccio saettare con avidità. Non sospettavo di avere ancora tante energie residue, dopo una giornata simile. Invece la visione della tua fica deve avermele fatte tornare. Alzi le gambe, allargandole. Adesso posso arrivare a leccarti anche il culo. L’ordine è tacito, ma sempre un ordine è. Lambisco il buco con la lingua a punta, poi l’affondo fra le labbra, sfiorando la tue pelle tutto intorno. Afferro il clitoride fra le labbra e lo succhio. Ti spompino. Lecco e deglutisco tutta l’eccitazione che ne scaturisce, sempre più copiosa. Apri una mano, mi afferri i capelli sulla fronte e mi spingi con forza contro il tuo pube. Mi sento soffocare, ma continuo a leccartela. Giù, poi, fino al culo, ancora. Spingo la lingua come se potesse entrarti dentro.
“Lecca, troia, non fermarti …”
Non mi fermo, anzi. Lecco con frenesia crescente e non sto pensando alla tua eccitazione, ma soltanto al piacere che mi dà ricevere la tua sborra, come la chiami tu, in bocca e sul viso. Non annunciato, arriva il tuo orgasmo: il tuo pube è squassato da ondate di piacere e me lo sbatti sui denti. Il tuo osso pelvico mi spacca anche un po’ il labbro superiore. Appena posso, alzo gli occhi e ti guardo, ti ammiro: il tuo petto si solleva violentemente, ansimando. Hai l’altra mano stretta intorno a un seno. Intorno alle dita vedo la tua carne sbiancare.
Resto lì, in attesa di disposizioni.
Quando il tuo respiro torna normale, mi spingi un po’ indietro con un piede su una spalla. Ti alzi dalla poltrona e allarghi le gambe intorno al mio corpo. Porti le mani alla fica. Con le dita allarghi le labbra e mi pisci addosso.
“Bevi, troia, bevi il nettare della tua padrona …”
Eseguo.

Più tardi, dopo una sbrigativa doccia – si è fatto troppo tardi per l’agognato bagno – ti raggiungo a letto. Dormi già. Russi anche un po’, ma non te lo dirò mai: sei talmente orgogliosa della tua  femminilità che ti ferirei. E poi tu puniresti me.
Mi infilo sotto le coperte.
Scendo giù.
Fino a ritrovarmi col viso all’altezza delle tue gambe.
Mi aggrappo a una di esse e mi lascio inghiottire da un sonno senza sogni.

Chez Zia Dora

sissy

Ora mi metto a piangere.
“Non usciamo più, non ne ho più voglia.” Dopo aver passato più di un’ora per truccarci e vestirci, Abby e io, Penny – le nipotine di Zia Dora – dopo essere riuscite a diventare due troie capaci di spillare 50 euro a qualunque maschio (se ce lo avesse ordinato), la Zia si è abbandonata in poltrona, una gamba sul bracciolo e guarda il televisore spento. Sento che basterebbe un niente per far sgorgare copiose lacrime dai miei occhi. Invece arriva il suo ordine perentorio.
“Passami il telecomando.” Il segno del potere. Glielo porgo. Neppure mi guarda mentre lo prende dalla mia mano. Fa zapping finché non si ferma su una partita di calcio. Dev’essere qualcosa di importante, a giudicare dal tono del commentatore e dal frastuono dello stadio. Se non avessi avuto sufficienti ragioni per odiare il calcio, adesso ne ho una in più.
Sono seduta a terra, con le gambe incrociate, come una bambina imbronciata. Abby finge di cercare un libro nella biblioteca.
Il silenzio fra di noi è assordante quanto i boati dei tifosi. Chissà cosa le è preso. Il fatto è che nessuno di noi due si azzarderà a chiederglielo, sebbene il mio disappunto sia evidente.
Dopo un po’ – ogni tanto la guardo di sottecchi, – la vedo sbadigliare mentre si tocca fra le gambe come se ci tenesse il pacco. Oggi, stranamente, ha indossato una gonna. Continuando a guardare la tv: “Vieni qui, vieni a leccarmi la fica.”
Scomparso il malumore, mi alzo a vado verso di lei. Che, senza neppure girare la testa verso di me, mi ferma: “Non tu. Abby, vieni qui.”
Adesso la odio. Smetto di guardarla, con intenzione, mentre posso immaginare quello che sta succedendo: Abby si accuccia fra le sue cosce, lei solleva la gonna lasciandola ricadere sulla testa della nipotina, con due dita sposta gli slip e le intima di leccargliela. Gli slinguettii di Abby fra le sue cosce sono irritanti. Ho chinato la testa e mi guardo le scarpe.
Per un po’ mi distraggo a guardarle. Sono davvero belle. Delle décolleté che mi fanno sembrare il piede bellissimo. Sembrano piedi di donna. Sono sicuro che, se camminassi così per strada, gli uomini impazzirebbero per me. Risalgo con lo sguardo alla caviglia, i polpacci muscolosi il giusto, le cosce depilate. Sollevo la corta gonna e guardo dove finisce l’autoreggente, la carne premuta dall’elastico – l’ho sempre trovata molto sexy, e ora mi sto eccitando a guardare le mie stesse gambe – non resisto, sollevo la gonna e guardo il mio cazzo gonfiare gli slip rosa di pizzo.
Un gemito di Zia Dora mi riporta alla realtà. Si è alzata in piedi, adesso, e offre la fica da leccare ad Abby. Non le vedo la testa, ovviamente, coperta dalla gonna. Zia Dora preme entrambe le mani sulla nuca di Abby, che quasi soffoca fra le sue cosce, ma non smette di succhiare e leccare.
Guardando la scena, mi sorprendo a deglutire. Come se mi stesse leggendo dentro, come sempre, d’altronde, Zia Dora mi ordina di avvicinarmi. Solleva la gonna sul culo, allontana un attimo Abby, fa scivolare gli slip a terra, se ne libera con un calcio e mi dice, con un’autorità che non ammette repliche: “Leccami il culo, troia.”
Non mi faccio pregare. Prima che abbia finito di pronunciare la frase, sono in ginocchio dietro di lei. Dopo qualche secondo in cui resto in adorazione del culo più bello del mondo, affondo la testa fra le sue natiche. Premo il naso contro l’ano, aspiro a fondo tutti i suoi odori: quello che emerge è un leggero sentore di ammoniaca. Inspiro fino a farmi scoppiare i polmoni. Le mani sui suoi quadricipiti, sto adorando e odorando quel culo. Le mie braccia si incrociano con quelle di Abby, che slinguetta sulla fica. Ho dimenticato l’invidia di poco fa, e mi ritrovo ad abbracciare la cuginetta, mentre la mia lingua lecca le gocce di sudore che imperlano l’incavo fra le natiche di Zia Dora, e poi scende giù e leccarle il buco del culo. Spingo la lingua come se volessi penetrarla, muovo la testa sotto la gonna, scendo e risalgo, annuso, respiro, lecco e lucido la pelle della mia padrona. La mani di Zia Dora, adesso, premono su entrambe le nostre teste, tenendoci schiacciati sulla fica e sul culo. Le ginocchia mi fanno male, ma non mi sognerei mai di dirlo. “Sì … brave, continuate così …”. Il suo incitamento ci rende ancora più frenetiche. Ogni tanto ci scambiamo un furtivo bacio, ma solo perché sappiamo di farle piacere, e poi affondiamo di nuovo fra le sue cosce. Abby è un vero portento con la lingua – ne so qualcosa, e chi mi ha già letto ne ricorda qualcosa – tanto che il respiro di Zia Dora diventa un rantolo, sotto i suoi colpi. Muove il bacino frenetica, ora, e mi arrivano dei colpi dal culo sul viso, sui denti. Quando le mani lasciano le nostre teste per portarsi sui seni, so che sta per arrivare l’orgasmo. Intensifico il mio leccarle il culo. Le mano di Abby nelle mie, siamo incollate al suo bacino, e le nostre teste danzano seguendone il ritmo, mentre Zia Dora gode senza freni.
Prima che il suo respiro torni normale, però, ci afferra per un orecchio e ci tira su, facendoci scivolare lungo il suo corpo. “Fatemi vedere cosa sapete fare con quei cazzetti.”
Ho il cazzo durissimo. Lo spingo fra le natiche, in su, simulando la copula. Abby, davanti, glielo struscia fra le cosce, e poi lo spinge dentro, fino alle palle. Le sento sfiorare le mie, quando affonda.
Vorrei poter fare lo stesso, ma in questa posizione è impossibile. Abbraccio Zia Dora e Abby, e continuo a strusciare il cazzo all’insù fra le sue natiche. Abby le lecca i seni, intanto, senza smettere di pomparle nella fica. Inspiegabilmente, tutta l’umiliazione di poco fa, tutta la devozione che ho per Zia Dora e tutta la mia frustrazione mi esplodono in petto tutte insieme e mi ritrovo ad adorarla. Afferro i suoi seni con le mani aperte, affondandoci le dita e schiaccio la testa contro la sua schiena. E’ il paradiso. Il mio culo non smette di muoversi e sembro davvero il suo cagnetto che si sforza invano di montarla. “Se sborri senza il mio ordine, ne subirai le conseguenza, Penny. Lo sai, vero?”
Lo so, lo so. Senza smettere di muovere il culo come una puttana, senza smettere di strusciarle il cazzo fra le chiappe, l’abbraccio ancora più forte.

A spasso con Zia Dora

zia dora 2

Sono così preso dalla parte, ormai, che quando mi arriva una tua manata in culo, fra chiappa e gonna corta – davvero troppo corta – faccio un paio di saltelli civettuoli in avanti, ridacchiando.
Siamo pronte: zia Dora e la sua nipotina Penny. Andiamo a caricare Abby e facciamo un giro in città. E’ la nostra prima uscita: sono nervoso come immagino che siano le debuttanti prima dell’omonimo ballo.
Resti nella macchina in moto, davanti alla casa di Abby. Vado io a suonare al campanello. Quasi provo invidia, quando mi compare davanti: truccata alla perfezione, lunga parrucca rossa che contrasta con la mia, nera e lucida; minigonna nera e tacchi vertiginosi. Sembriamo due battone che si avviano al lavoro. Tu, zia Dora, guidi come un autista di autobus in vacanza: lentamente, con un aplomb che fa quasi pensare che possa farlo a occhi chiusi.
Quando scendiamo dalla macchina, è buio. Ci incamminiamo verso il centro, Abby e io a braccetto, e tu qualche passo più dietro. Chiunque penserebbe che sei un uomo: le mani in tasca, ci cammini lentamente alle spalle come se ci stessi controllando. Intanto mi godo le correnti d’aria che mi arrivano sotto la gonna e a cui non sono abituato. Guardo Abby camminare stringendo le cosce e indovino che sta pensando la stessa cosa: quando i nostri sguardi si incrociano, infatti, scoppiamo a ridere. Un po’ in falsetto. Ogni passo ci vede più femmine. Mi giro a guardarti con la sicurezza di cogliere dell’orgoglio nei tuoi occhi.
Ci sediamo davanti a un caffè. “Due frullati alle ragazze e una birra per me.”
Accidenti a te, non credevo che ti saresti spinta fino a farmi bere quella roba che non ho mai sopportato. “Ma zia, ehm, zio …”
Il tuo sguardo mi induce a non insistere. Berrò quel maledetto frullato di chissà cosa.
Accavallo le gambe. Le guardo e ho una mezza erezione a guardarle. “Cazzo, che gnocca, sono!”
Il pensiero va a qualche ora prima, quando mi sono depilato. Anzi, mi hai depilato: hai insistito per farlo tu, con la scusa di avere più esperienza, ma ho il sospetto fondato che lo abbia fatto per il piacere di vedermi soffrire. Per un attimo rivedo il tuo sguardo mentre tiri le strisce con i miei peli attaccati, sguardo soddisfatto, più di godimento che di pietà. La mia pelle si arrossava e tu godevi; i miei peli sparivano e tu ti bagnavi, ne sono certo.
Abby allarga le cosce ogni volta che il giovane cameriere si avvicina. Lo faccio anch’io, prima di accavallare con un ampio movimento della gamba. Il poveretto torna verso il bar rosso come un peperone.
Tu, zia Dora, posi le mani sulle nostre cosce, e le fai risalire fino all’inguine. Ci sfiori il cazzo con l’indice, insisti fino a quando lo senti duro, poi torni a bere la tua birra. Dopo un paio di sorsate, decido che il cazzo di frullato ha già inquinato abbastanza il mio corpo e lo lascio lì. Abby sembra gradirlo, invece. A ogni bevuta, anzi, si lecca compiaciuto le labbra, come una che ha appena finito di fare un pompino, ricevendo la tua approvazione.
Pochi minuti dopo, siamo in un disco pub. Abby e io troieggiamo alla grande, facendo rizzare più di un cazzo, e ricevendo proposte che rifiutiamo con nonchalance. Un ragazzo che sembra abitarci, qui dentro, uno di quelli che chiama per nome il cameriere e sembra conoscere tutti, si mette a ballare di fronte ad Abby, che ti interroga con lo sguardo per sapere fin dove può spingersi. Segui il gioco di sguardi, e mi pare di avvertire nei tuoi occhi un lampo di interesse. Spingi il mento in avanti, come un ordine o un consenso. Abby si scatena. Non so se il tipo ha idea che sia un travestito o meno, ma le si incolla addosso e non la molla. Ogni tanto le sussurra qualcosa all’orecchio, e Abby ride come una pazza. Decido di unirmi alla coppia. Ballo – se così può dirsi – strusciandomi addosso al ragazzo. Abby non sembra ingelosita, per fortuna: ci divertiremo. Dopo un po’, prima che il sudore renda difficile ulteriori avvicinamenti, ci avviamo alla toilette. Tu, Zia Dora, non sembri interressartene, stranamente. Appena chiusa la porta del bagno, la mia bocca è incollata a quella del ragazzo, e le mani di Abby armeggiano intorno al suo cazzo, visibilmente duro. E grosso. Glielo tira fuori e incomincia a succhiarglielo. Le mani del tipo mi palpano ovunque. Rallentano per un attimo quando scopre che sotto la mia maglietta il petto è piatto, ma poi riprendono con più lena a palparmi. Mi artiglia il culo e mi attira a se. Gli lecco il petto, gli mordo i capezzoli. Abby spompina alla grande, una mano stretta intorno al cazzo, e tutto il resto in bocca. Sotto la mia gonna, la mano di Raul, così lo chiama Abby, cerca il mio cazzo duro. Lo stringe, mi sega. Allargo le gambe, appoggiando un piede alla porta. Abby si tocca, mentre continua a succhiarglielo. La tua voce arriva da dietro la porta: “Allora, bimbe, non vorrete mica lasciarmi fuori?” Nemmeno per sogno: c’è spazio per tutti, specie per la nostra … pigmaliona, se così può dirsi. Sposti Abby e ti mette a ucchiare il cazzo di Raul. Abby ti sbottona, infila la testa fra le tue cosce e incomincia a leccarti la fica. Mi chino a baciarla, per sentire il suo sapore dalla bocca di Abby. Mi sposto: ti allargo le natiche e lecco il culo, spingo la lingua fin dove posso, lo annuso e poi lo lecco ancora. Lo adoro, quel culo da padrona. Abby, fra le cosce di Raul, ti lecca la fica e, di tanto in tanto mi bacia. Spompini il povero ragazzo che è appoggiato con la schiena alla porta incredulo e sul punto di venire. Ansimi, sotto il gioco delle nostre due bocche. Ci accarezzi la testa, col rischio di farci saltare le parrucche, nel trambusto. Raul ti sborra in bocca. Lo finisci segandolo, spremendo fino all’ultima goccia di sborra. Un po’ ti esce dalle labbra, ma non è certo questo a impeditrti di chinarti a baciarmi. Arrivo alla tua bocca, lasciando che Abby resti sola li giù, e ci baciamo scambiandoci lo sperma in bocca. Ti lecco la bocca, te la ripulisco. Mi sorridi, mi tiri su e mi accarezzi gli slip, dove il mio cazzo sta per esplodere. Sento il rumore della lingua di Abby fra le tue cosce fradicie. Ti sfili una scarpa, liberi il piede dalla calza e lo infili sotto la mia gonna. Premi il cazzo contro il ventre, e continui a segarmi col piede, fermandoti solo per goderti l’orgasmo che ti squassa, mentre stringi Abby fra le cosce, appoggiando la testa sul petto di Raul. Appena ti riprendi, continui a segarmi con la pianta del piede. Sento Raul interporsi fra me e il muro, sollevarmi gli slip e spingere il suo cazzone di nuovo duro fra le mie natiche. Mi spinge delicatamente in avanti e continua a esercitare una pressione crescente sul mio buchetto, finché non glielo risucchio dentro, quasi. Mi seghi col piede a Raul mi incula. Sto per venire, appoggio le mani da qualche parte, non so su cosa. Abby si tira su baciandoci a turno. Il cazzo di Raul mi riempie mentre ti sborro sul piede. Abby, staccandosi dalla mia bocca, dice: “Adesso dove andiamo?”