Sì, viaggiare!

“Guarda lì, poi dicono che l’umanità non va migliorando: vent’anni fa, era pieno di cafoni con la Golf e il gomito fuori dal finestrino; adesso è pieno di fighetti in giacca e cravatta sulle Audi.”
Dà un prolungato colpo alla tromba del TIR e l’Audi nera, che stava tentando un sorpasso davanti a noi, rientra come se avesse preso la scossa.
Poco più avanti, altra strombazzata, mentre sorpassa uno di quei furgoni rialzati, tipici dei mobilieri. Prende il baracchino, subito dopo averlo sorpassato, e gli urla: “Paura, eh, con la tua bicicletta?”
Nel nostro gergo, la “bicicletta” è il nome dispregiativo con cui vengono chiamati quei furgoni dagli autisti dei TIR.
E’ il mio primo vero viaggio. Mi hanno affiancato a questo tipo. Sarebbe anche un bell’uomo, se non avesse quell’addome sporgente tipico di chi fa il nostro lavoro da tanti anni.
Appena ci siamo messi in movimento, ai miei timidi tentativi di dialogo che riguardavano il lavoro, ha tagliato corto: “Io guido; tu stai buono lì senza rompere i coglioni. Non ho nessuna intenzione di mettermi a guardarti mentre guidi o, peggio ancora, di farti da balia.”
Il resto del viaggio è proseguito nel mio imbronciato silenzio, rotto dalle sue battute volgari ogni volta che sorpassavamo un’auto guidata da una donna e dalle comunicazioni con i colleghi tramite la ricetrasmittente.
Arrivati all’altezza di Bologna, esce dall’autostrada e si avvia verso la piazzola di sosta di un ristorante. Generosamente, elargisce una rara perla di saggezza: “Da queste parti, non si è sicuri per niente. L’unica cosa da fare è fermarsi qui, dove è pieno di altri autotreni. Ci si protegge gli uni con gli altri.”
Tira fuori una gavetta di alluminio: “Io mangio sempre quello che cucina mia moglie, all’andata. Ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai. Tu vai pure al ristorante.”
Mi sembra una sorta di tradimento. Vado a mangiare qualcosa anch’io. L’atmosfera gioviale del locale, la battutacce dei colleghi e la cucina casalinga servita da un paio di ragazze abituate a sentirne di tutti i colori senza smettere di sorridere e di tenere a bada i clienti, mi rinfranca. Sono quasi gonfio dell’orgoglio di far parte di un gruppo.
Rientro in cabina, per passare la notte, dopo aver fumato una sigaretta. Giorgio russa. Mi allungo sulla branda, senza riuscire a prendere sonno. Appena li chiudo, vedo scorrere davanti ai miei occhi chilometri di autostrada, come in loop.
Il rombo di un autotreno che rallenta e parcheggia. Il vociare allegro dei due autisti che scendono dal camion e si avviano al ristorante. Non parlano né inglese né tedesco. Forse olandesi.
Mi rigiro a pancia in giù. Forse anche Giorgio dev’essersi girato, visto che non russa più.
Sento arrivarmi una sua mano addosso, su una natica. Trattengo il respiro, indeciso se dire o fare qualcosa, o aspettare che la tolga di lì, certo che ci sia finita durante il sonno.
La mano, invece, si muove. Incoraggiato dal mio silenzio, la infila nei miei pantaloni, tastandomi le natiche, e facendo scorrere le dita nel solco che le divide.
Esito. L’indecisione mi è fatale: me lo ritrovo addosso, mentre armeggia con la mia cintura per liberarmi dai calzoni. Ho un’erezione che mi disorienta del tutto, lasciandomi in balia delle sue mani.
Mi solleva il culo, lo sento armeggiare con la zip e poi mi ritrovo il suo cazzo bollente che va su e giù fra le mie natiche. La testa affondata nel cuscino, trattengo il respiro in attesa di quello che farà.
Sento altri rumori confusi, poi l’odore tipico del lubrificante dei profilattici, poi di nuovo il suo cazzo fra le chiappe. Coperto e lubrificato, adesso.
“Stai tranquillo, andrà tutto bene.” mi sussurra all’orecchio, Mi sorprende questa sua delicatezza. E, magicamente, mi rilasso davvero: mi sento sicuro e protetto, fra le sue mani. Sento la sua cappella puntare sull’orifizio. Spingo, come se dovessi cagare, in attesa che il suo cazzo mi entri dentro. E’ grosso. Proporzionato al resto della sua mole. Infilo una mano sotto il mio addome, per tirare su il cazzo duro che mi fa male, premuto sulla branda. Già che ci sono, mi masturbo lentamente, mentre sento il culo aprirsi sulla spinta di Giorgio, che mi grava addosso con tutto il suo peso. Mi sembra di sentire la sua trippa sulla schiena. Forse è solo la mia immaginazione, eppure è come se fosse tutta lì, adagiata nella curva delle mie reni.
Geme, mentre affonda dentro di me. Le mani sui miei fianchi, mi riempie il culo col suo cazzo enorme. Mi mordo le labbra, continuando a segarmi. Vorrei portare l’altra mano a un capezzolo, per pizzicarmelo, ma il suo peso addosso mi inibisce i movimenti.
Sollevo il culo, per assecondare i suoi colpi. Mi sbatte sempre più forte. Sento il suo corpo accarezzarmi le palle a ogni affondo, il suo cazzo riempirmi sempre di più, il suo odore di maschio avvolgermi come in un campo magnetico protettivo. Alcune gocce di sudore, forse dal suo viso, forse dalle sue ascelle, mi cadono sulla nuca.
Mentre mi sto segando ancora, il suo gemito diventa un rantolo. I suoi affondi si fanno più profondi e lenti, sento lo sperma riempire il profilattico nel mio culo, a fiotti.
Vorrei che continuasse ancora, per venire anch’io, ma si sfila e si butta sulla branda a pancia in su, respirando affannosamente.
Muovendomi a fatica – sento tutte le ossa doloranti – mi isso sul suo corpo, posando la testa sul suo petto. Continuo a segarmi in silenzio.
“Togliti: non sopporto queste smancerie da checche.”
Mi allontana con una manata.
“Sarei andato con le mignotte, come facevo prima. Ma ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai.”
Continuo a segarmi, sborrando in un fazzolettino di carta.truck

Il nuovo collare di pelle

collare

Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.

Sonata per due mani libere

piano

Le mani del pianista hanno un potere ipnotico su di me. Guardo le dita picchiare – ma sembrano accarezzarli – sui tasti e le mani incrociarsi nei passaggi più difficili. I miei occhi sono incollati alla tastiera mentre la mia mente vaga inseguendo sogni che non riesco ad afferrare. Per un attimo ho avuto la sensazione di stare per addormentarmi. Ho avuto un soprassalto, rendendomi però conto di quanto non fosse vero: le note appena ascoltate si sovrappongono a quelle che il pianista sta eseguendo adesso, confermandomi che ero ben sveglio, per quanto sognante.

Sono scivolato sulla poltrona della platea del teatro. La mia empatia universale mi spinge a farmi piccolo per non ostacolare i rari spettatori alle mie spalle.

Ogni tanto scavallo e riaccavallo le gambe per evitare che si addormentino. Loro sì che lo farebbero, a differenza della mia testa!

Ogni volta che lo faccio, sento i miei jeans bagnati, diventati adesso anche freddi, del mio recente orgasmo. Non ho potuto togliere il cappotto per evitare l’imbarazzante vista che avrei offerto ai presenti, incluso il pianista, visto che sono nella prima fila.

Le sonate di Beethoven si susseguono, rapendo non solo me, ma tutti gli spettatori presenti, che si scatenano in applausi di ammirazione ogni volta che un brano finisce.

Poco prima, nella bellissima toilette del teatro, avevo lo smartphone in mano.

Quella che era incominciata come un’innocua conversazione con te, per aggiornarti sul programma della serata, era inevitabilmente sfociata in quella che non si può certo definire una chiacchierata sul tempo.

Chiuditi nel bagno e toccati. Voglio che lo fai adesso.”

Potevo dirti di no?

Tiralo fuori, segati e mandami una foto mentre lo stai facendo.”

Ho eseguito, dimenticando di togliere il suono e ascoltando con sgomento il finto scatto della fotocamera, augurandomi che non ci fosse nessuno dietro la porta.

Sei qui, adesso, fra le mie cosce. Su di me, per la più tradizionale delle scopate …”

“ … ti lecco i seni, mentre ti sfioro la fica col cazzo duro. Il mio bacino ha urgenza di te, ma mi trattengo, fingendo indifferenza, mentre la mia cappella lucida accarezza il tuo clitoride. Ti mordo un capezzolo. Chiudi gli occhi, reclinando la testa indietro …”

Smettila di giocare e ficcami quel tuo cazzone dentro! Ho le mani dietro le tue spalle, e le mie unghie segnano la tua pelle. Posso vedere le righe rosse apparire dopo il passaggio delle mie dita …”

“ … premo il cazzo fra le tue labbra fradicie e lo spingo dentro, lentamente, talmente lentamente che le tue unghie arrivano sulle mie natiche per costringermi a un affondo totale, fino alle palle. Gemo. Gemi. Sento le tue unghie nella carne. Mi avvento sulla tua bocca per succhiarti le labbra. Ho voglia di farti male, di morderti. Gemi di nuovo, ma di dolore, adesso, mentre una goccia di sangue aggiunge un sapore ferroso alla mia lingua, già piena del tuo sudore, della tua saliva e del dolce sapore dei tuoi seni.”

Ho una mano sul tuo culo per dettare il ritmo con cui stantuffi dentro di me, e l’altra dietro la tua nuca per avvicinare la tua bocca alla mia. Anch’io sento il mio sangue in bocca e mi eccito ancora di più. Aggancio le caviglie dietro al tuo culo e ti intrappolo. Non puoi far altro che scoparmi fino a quando non sarò io a decidere di liberarti …”

Ti adoro quando sei così troia. Avvicino la bocca a un tuo orecchio, per farti sentire il mio respiro caldo, il rantolo del piacere e ti sussurro “troia”. Tutto il tuo corpo si tende verso di me, attorcigliandosi intorno a me come un serpente …”

<<Ne ha ancora per molto, lì dentro?>>

<<N-no, ho quasi finito …>>

Dio, che figura! Infilo il cazzo nei pantaloni all’insù, nell’unico modo in cui riesco ad occultarlo. Mi sciacquo il viso che immagino rosso come un peperone, infilo il telefono in una tasca e apro.

Non ho il coraggio di guardare negli occhi l’importuno che mi ha strappato a te, mentre mi avvio nel corridoio, verso l’angolo cieco, male illuminato. Il tuo messaggio lampeggia:

Non smettere di stantuffare; non smettere di pompare nella mia fica; non smettere di farmi sbattere i coglioni fra le cosce. Scopami come non hai mai scopato nessuno, posa la testa fra i miei seni e aggrappati a me …”

Una mano premuta sulla patta, mi masturbo mentre ti leggo. E rispondo:

Il mio bacino ha un ritmo frenetico, mentre ti scopo sempre più forte. Sudo, sudi e i nostri sudori si confondono. L’odore del tuo sudore che sale dalle tue ascelle mi fa impazzire. Potrei venire già solo per averti annusata. Passo le mani dietro le tue spalle e ti abbraccio, accorciandomi mentre siamo ormai diventati una cosa sola …”

Vieni, vienimi dentro adesso, sei il mio porco che mi riempie di sborra bollente. Appena sento il tuo cazzo tendersi nell’orgasmo, vengo anch’io. Ci sono. Lo sento, mi aggrappo al culmine del piacere, con gli occhi chiusi, sento il flusso del mio schizzo che come un geiser approda sui tuoi meravigliosi coglioni, scuri morbidi e pelosi e ti bagna, ti bagna, ti bagna.”

La mia mano, frenetica sui jeans, non si ferma che quando sono venuto abbondantemente. Solo adesso realizzo che mi sono sborrato nei pantaloni, a teatro, quando il concerto deve ancora cominciare.

Si apre la porta del bagno. Sento dei passi indecisi, poi, invece, decisi verso di me. Il vecchio, che solo adesso guardo in volto, mi guarda perplesso e mi fa: “Ma se non aveva finito, poteva dirlo!”

La casa degli specchi

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“Hai paura?”

Seguita da uno sguardo pieno di malizia e provocazione, questa è una di quelle frasi che lascia poco spazio di manovra. Chi ammetterebbe di averne? Quale maschio, in compagnia di una donna, ammetterebbe di aver paura di entrare nella Casa degli specchi al luna park?

“Ma quale paura! Ero sovrappensiero.”

E’ vero, in effetti: mi ero lasciato prendere dalle fantasie, guardando il mare. Quel colore così indefinito del mare all’imbrunire, quando l’azzurro si confonde nel grigio rendendo difficile distinguere la linea dell’orizzonte, se non fosse per le luci delle barche dei pescatori.

Non sono mai riuscito a guardare il mare a quest’ora, senza pensare alla vita dei marinai, quelli che popolano i romanzi di Conrad o di Simenon.

Mi tieni per mano, tirandomi verso il labirinto degli specchi.

Cerco di andare con la memoria alla mia infanzia per ricordare se ci sono mai entrato. Mica facile! Non riesco a distinguere i miei ricordi da quanto ho visto nei film. Devo ammettere a me stesso che non lo so, se ci sono mai entrato, in uno di quegli affari. Tiro un profondo sospiro di rassegnazione e, rilassando il mio corpo, mi faccio trascinare da te.

“Dai, vedrai che è divertente.”

Difficile guardare la bambina che mi tira per mano con occhi ridenti e pensare che abbia appena compiuto 41 anni.

C’è qualcosa nel tuo sguardo che mi lascia perplesso.

Il sesto senso – so che non esiste, ma mi fa compagnia – mi suggerisce prudenza. Come quando intuisci che si sta tramando uno scherzo alle tue spalle.

Nah, impossibile: siamo lontanissimi da casa, non conosciamo nessuno da queste parti. Destinazione scelta di proposito per non incontrare nessuna conoscenza.

Appena entrati, molli la mia mano, però, e sparisci replicandoti innumerevoli volte, in fogge sempre più contorte. Sento la tua voce farsi più lontana, come se ti stessi dissolvendo in un altra dimensione. L’unica cosa che non cambia è che continui a prendermi per il culo. Ogni tanto le luci si spengono e non vedo più nulla. Dei passi riecheggiano, come se qualcuno stesse correndo. Sembrano i grossolani effetti per terrorizzare gli spettatori dei film horror degli anni Settanta.

Mi sento spaesato, ma sorrido, a beneficio di ipotetici esseri che si stanno divertendo alle mie spalle.

Ora vedo di nuovo. Forse i miei occhi si sono assuefatti al buio. La mia immagine è riflessa in tre specchi. In uno sono io, per come mi conosco; nel secondo, a sinistra, sembro enorme, ingrassato e alto la metà della mia altezza; nel terzo, infine, a destra, sono magro e altissimo.

Mi osservo con curiosità infantile, divertito.

Di nuovo buio. Ho perso le tue tracce, ormai, e non sento più nessun suono. Continuo a camminare a tentoni, sfiorando oggetti freddi. Un lampo illumina il labirinto. Non riesco a focalizzare le immagini davanti ai miei occhi. Mi è parso di scorgere una figura femminile, ma non c’è stato il tempo di mettere a fuoco. Incomincio a sentirmi preoccupato, adesso: nessun suono, nessuna luce, nessuna presenza umana.

Un altro lampo!

Adesso, però, la luce è rimasta. Vedo due gambe femminili, coperte da collant di nylon. Faccio un passo avanti e una gamba viene verso di me. Muovo l’altro piede, e l’immagine fa lo stesso.

Il cuore mi batte nel petto e una velocità preoccupante. Sembra quasi che sia l’unico suono che rimbomba nel locale. Un battito cardiaco sovrasta i miei sensi come una batteria che stia dettando il tempo a un gruppo rock. Ogni movimento che eseguo con le gambe viene ripetuto, simmetricamente, dalle gambe femminili che ho di fronte. Allungo una mano per toccarle e sbatto con le dita contro uno specchio. Uno specchio alto fino al mio bacino. Più su, ancora buio.

Trattengo il respiro, incredulo. In una frazione di secondo, mi rendo conto di cosa devo fare: toccarmi le gambe e tornare alla rassicurante realtà. Semplice, no?

Lo faccio.

La realtà non ha nulla di rassicurante: sfiorandomi le gambe, mi accorgo di star sfiorando due gambe femminili, depilate e fasciate da calze di nylon. Sì, sono calze, non collant, come avevo erroneamente pensato: a una certa altezza, sulla mia coscia, sento chiaramente il segno dell’ispessimento tipico della parte alta dell’autoreggente. Sono in apnea, non so da quanto. Di sicuro, ancora, mentre la mia mano, continuando a risalire lungo il mio corpo, ha incontrato una minigonna. E poi degli slip di pizzo. E poi …

Niente! Dove fino a pochi minuti prima avevo un cazzo, i polpastrelli seguono chiaramente il profilo di una fica. Scosto gli slip e mi accorgo di averla pure bagnata.

Ho sempre davanti agli occhi la sinistra immagine delle due gambe femminili. Non avrei mai immaginato di trovare sinistre due gambe femminili.

Entrambe le mani saltano su, al petto: sotto i palmi, sento due tette che tocco con piacere. E’ quasi rassicurante sapere che il cervello, almeno quello, è ancora maschile, ancora il mio. Indugio a toccarle, più per piacere sessuale che per essere certo che sia vero. Mi sfioro il viso: è liscio. Muovo la testa e segue il fruscio di lunghi capelli, che mi lambiscono il viso. Il mio cuore sembra essersi fermato, la testa si rifiuta di azzardare qualunque pensiero.

Solo le gambe – due belle gambe, devo dire – trovano il coraggio di muoversi. Faccio alcuni passi, e mi ritrovo in una stanza di velluto nero. Nessuno specchio, adesso. Solo un tavolino in mezzo. Mi avvicino, per toccarlo, per avere sotto le mani qualcosa di concreto, di reale.

Senza che abbia avvertito i passi alle mie spalle, sento una presenza dietro di me. Cerco di girare la testa, ma una mano virile mi blocca il mento. Deglutisco, provo a parlare, ma il corpo attaccato a quella mano sibila un autoritario : “Shhhh!”

Le parole mi muoiono in gola.

Una mano mi solleva i capelli, l’altra mi accarezza il collo. Sento due labbra baciarmi.

Mi piace. Chiudo gli occhi, a metà fra la resa e la speranza che, aprendoli, tutto scompaia.

Respiro a fondo. E’ il tuo odore, quello che mi riempie le narici.

Non è il tuo corpo, però: è quello di un maschio quello che mi sfiora standomi alle spalle. Lo avverto dall’altezza, dalla forza delle braccia che cerco a tentoni, e dal rigonfiamento nei pantaloni che mi struscia sul culo. Le tue mani cingono il mio corpo, afferrandomi l’addome, mentre le tue labbra continuano a baciarmi il collo, il viso. Mi mordi il lobo di un orecchio. Reclino la testa all’indietro. Mi afferri le tette e me le stringi forte. Un calore improvviso mi costringe ad allargare le gambe. Mi sollevi la maglietta e infili le mani sotto al reggiseno. Ho caldo, adesso, come se all’improvviso mi si rovesciasse addosso tutto il calore di quella stanza chiusa. Allungo una mano dietro per toccarti, per cercare la tua pelle. Sfioro il tuo viso, con la barba incolta. Ti tocco il petto, al cui centro, una linea di peli scende fino all’ombelico.

Ti spingi verso di me. Mi sollevi la gonna e mi accarezzi il culo. Infili una mano fra le mie cosce, fai scivolare le dita sotto gli slip e ti riempi la mano della mia fica pulsante e bagnata. Muovi le dita, fra le mie labbra, sul clitoride, poi spingi dentro l’indice, fino alla base. Lo tiri fuori, me lo fai leccare. Lo intingi di nuovo, lo lecchi a tua volta, poi lo spingi tutto dentro ancora, e ancora. Divarico le gambe, chino il busto sul tavolino. Il rumore di una chiusura lampo, poi il contatto su una mia coscia della tua carne bollente. Lo sento pulsarmi addosso. Tutto il mio corpo vuole essere posseduto dal tuo.

No, decisamente, non ho più nulla di maschile, adesso. Mentre mi strusci il cazzo fra le cosce, lambendo la fica, non voglio altro che essere scopata nel modo più selvaggio possibile. Le tue mani sollevano del tutto la gonna, scoprendomi il culo. Mi sfili gli slip. Ti aiuto con piccoli movimenti del culo, fino a lasciarli finire a terra. Me ne libero con un calcio, frenetica.

“Ficcamelo dentro, ti prego …”

Sento il dorso del tuo cazzo sfiorarmi le labbra. Muovi il bacino con lentezza esasperante. Mi posi le mani sul fianchi. Ti chini a baciarmi la schiena, il collo, i capelli. Mi allarghi le natiche, strusciandomi il cazzo sul culo. “Basta, scopami!”, mi sorprendo a dire.

Afferri il cazzo e me lo spingi dentro, tutto d’un colpo. Mi sento riempire ed è una sensazione bellissima, come bellissimo è sentirmi la tua troia.

E’ solo un attimo, ma mi ritrovo a pensare di essere la troia della mia donna.

Le tue mani sui fianchi, da padrone, mentre il tuo bacino ondeggia. Sento il cazzo entrare e uscire dal mio corpo, la mia fica in fiamme, per quanto fradicia.

Mi afferri le tette, me le stringi forte. Mugolo. Tu, rantoli. Ho quasi paura che i miei capezzoli, duri come chiodi, possano far male ai palmi delle tue mani. Mi scopi con frenesia, ora, sempre più forte, sempre più a fondo. Il tuo corpo sembra legato al mio da un enorme elastico, che lo fa sbattere sempre più poderosamente contro il mio. Sbrodolo, quando i tuoi denti affondano nella mia spalla. La cosa non fa che eccitarmi ancora di più. Sto per venire, e so che anche tu sei prossimo. Allungo le mani dietro di noi, e affondo le unghie nelle tue chiappe. Il tuo corpo è incollato al mio, il petto sulla mia schiena, e la corsa del tuo cazzo dentro di me si fa sempre più corta, sempre più rapida.

Il primo getto di sperma mi sorprende, bollente. Gemo. Affoghi il rantolo dei tuo orgasmo sul mio collo e quasi mi crolli addosso, mentre vengo squassata da un orgasmo che non avrei mai potuto immaginare.

Per un po’ le tue mani mi accarezzano la testa.

Quando mi riprendo, sono di nuovo solo. Seguo una luce che mi guida verso l’uscita del labirinto degli specchi. Uno di essi mi rimanda l’immagine a cui ero abituano da più di quarant’anni.

Tu, con una faccia da pasqua incredibile, come una bambina che ha appena ottenuto il gelato dai genitori, mi sorridi: “Piaciuto? Te l’avevo detto che ne valeva la pena!”

Sei la solita donna che conosco da oltre quindici anni. Minigonna, maglietta nera e scarpe basse. Qualche capello bianco che cerchi di occultare.

Ho come un peso al petto, però, come un’angoscia senza ragione.

Infilo due dita nel collo della maglietta e cerco di allargarla.

Cerco di sorriderti, a ogni modo.

Forse è stato tutto un sogno.

Il peso al petto non passa, però. Mi sfioro e mi accorgo di avere addosso un reggiseno.

E non è neanche della mia misura.

Fuochi d’artificio

fuochi artificio

I fuochi d’artificio sono bellissimi. Quest’anno il comitato feste ha fatto le cose in grande: sono affacciata al balcone ad ammirare le cascate di luci colorate che illuminano questa calda notte di luglio da almeno dieci minuti. Mi aggiusto il top: c’è un passante che sembra più interessato alle mie tette che allo spettacolo pirotecnico.
Sento i tuoi passi alle spalle. Senza parlare, mi infili una mano nel calzoncino. Le tue dita seguono il solco fra le mie natiche, mi accarezzano l’ano e poi, più giù, la mano si chiude intorno alla mia fica. La sento subito bagnarsi. Sfili la mano e ti sento strusciare il cazzo duro contro il culo. Lo tiri fuori dai pantaloni e me lo strofini fra le cosce. E’ bollente. Lo usi come un pennello per dipingere il mio culo. Inizia a far caldo, da quelle parti.
Il passante – che deve averti visto – ha affrettato il passo verso la piazza e, adesso, sembra essere preso dai fuochi anche lui.
Mi afferri per le ascelle, mi sollevi e mi porti verso il letto. Reclino il capo all’indietro alla ricerca di ulteriore contatto con te: adoro sentirmi così tua, così protetta e, allo stesso tempo usata dalle tue mani. Mi depositi sul letto. Carponi. Mi sfili il top, che sembra così fragile fra le tue manone. Tiri giù il pantaloncino, scoprendomi il culo. Me lo baci. Poi lo lecchi. Alterni baci e leccate dietro le cosce, fra le natiche e sulla schiena. Sento il fruscio dei tuoi abiti che volano sul pavimento.
Ecco. La tua lingua segue la mia colonna vertebrale. Sembri contarne gli anelli. Arrivi fino al collo. Mi sento fradicia fra le cosce, e sembra quasi che la tua saliva sulla schiena possa darmi un po’ di refrigerio. Il tuo cazzo duro mi sbatte sul culo, sulle cosce. Sei sopra di me. Le tue mani mi accarezzano, la lingua continua a leccarmi la schiena. Prendi il cazzo in mano, scopri la cappella e me la strusci addosso, sul culo, fra le cosce, contro la fica. Lo punti sull’ano. Ti fermi, mi vieni sopra, mi afferri forte le tette e me le stringi, pizzicandomi i capezzoli. Chiudo gli occhi per assaporare meglio il contatto con te, come se ogni tuo poro stesse già scopando i pori della mia pelle, toccandoli. Gemo, di piacere e di dolore, mentre le tue mani si stringono ancora di più sui miei seni. I capezzoli, turgidi, mi fanno male. Una tua mano scivola a tormentarmi il clitoride. Mi prendi la fica in mano, come se fosse roba tua. E’ roba tua. Ti stacchi.
Mi afferri le natiche, le divarichi affondandoci le dita. Sento arrivare lo sputo sul mio buchetto insieme al suono che emetti. Il tuo indice inizia a farsi strada, delicatamente. Appena arrivato dentro a metà, lo sfili e spingi dentro il medio. Lo riconosco, il tuo medio, che mi entra dentro fino alle nocche. Insisti, avanti e indietro. Con l’altra mano mi accarezzi la schiena, la fica, il culo. Ho la bocca nel cuscino, le mani che lo arpionano. Sembra quasi che tu voglia continuare così. Sono così eccitata che mi esasperi: “Inculami!”, urlo nel cuscino. Temporeggi ancora, ma solo per il gusto di farmelo ripetere, con maggiore enfasi: “Inculami, basta con quel dito!”
Il dito esce. Ti sento sputare di nuovo. Sul tuo cazzo, stavolta. Il mio corpo è così tuo, ogni mia singola cellula è così tua. Mi sento rilassata ed eccitata al tempo stesso. Sputi ancora. Con l’indice mi spalmi la saliva sull’ano, poi sento la tua cappella bollente premere per entrare. Sono tua. Fottimi il culo. Il tuo cazzo entra gradualmente dentro di me. I miei denti affondano nel cuscino. Credo di averci fatto qualche buco con gli incisivi. Le tue mani si posano sui miei fianchi. Il tuo bacino si muove, avanti, indietro. Ogni molecola del mio corpo ti appartiene. Le stai inculando tutte, possedendo tutte. Ogni affondo è un viaggio. Il tuo bacino che mi sbatte contro il culo, il tuo cazzo che va più a fondo, le tue mani che si stringono più forte sui miei fianchi. Poi scivolano risalendo lungo la mia schiena, fino a fermarsi sulle spalle. Hai più presa, adesso, e il tuo cazzo sembra squartarmi. L’apparire di questa parola alla mia mente, mi suggerisce la prossima cosa da dirti: “Squartami …”
Sembri volerlo fare davvero. Mi monti, poderoso. Il letto cigola sotto i tuoi colpi, le mie stesse ossa sembrano scricchiolare. In uno dei tuoi affondi più violenti – e più graditi – franiamo sul letto.
Col cazzo ancora mezzo dentro il mio culo, non ti scomponi: mi allarghi le natiche e continui a pompare, sempre più forte. Sono tua. Adesso che il tuo corpo aderisce così completamente al mio, ti appartengo. E’ qualcosa che sembra essere ancora più forte del piacere che ricevo dalle poderose stantuffate del tuo cazzo. I tuoi gemiti, sempre più intensi, sono ormai rantoli. Il mio corpo sembra quello di una bambola fra le tue mani, il tuo cazzone mi fotte sempre più forte, sempre più a fondo. Sto perdendo il senso della realtà, sono altrove. In un altrove in cui esisto solo per appartenerti.
“Sborra, riempimi di te …”
Ti rendo furioso. I tuoi affondi sono ormai incontrollati, il tuo bacino mi sbatte addosso con tanta forza che mi mandi in apnea. Senza neanche capire cosa sta succedendo, forse per la fica che struscia sul letto, mentre mi sborri nel culo, godo soffocando l’urlo nel cuscino. Ogni suono scompare sotto il tuo rantolo di piacere nel mio orecchio avido.

Sapio che?

tumblr_nlduahdoSF1r11bhxo1_540Non ne posso più: ancora un’etichetta! Credevo che fosse una mia peculiarità l’essere eccitato da donne intelligenti, invece scopro di essere un sapiosexual. Prima avevo dovuto sopportare l’idea di essere un sub – non subacqueo – dopo decenni in cui ero solo convinto di adorare le donne, magari guardandole dal basso in alto (si vede meglio la fica), restando rapito a guardare “l’origine du monde”; poi di essere un feticista perché mi piace leccare i piedi e averli strusciati sul viso. Non voglio conoscere più nessuna etichetta: mi basta essere un essere umano, magari un porco, un porco a tutto tondo, ma senza adesivi. Un porco senza limiti.
Il legame fra uomo e porco, d’altronde è antico e diffuso: “les cochons, ils ne vieillissent pas tandis que les hommes, quand ils vieillissent, deviennent des cochons”
Devono avermi scambiato per un barattolo di marmellata: lì, l’etichetta serve; non addosso a me!
Io voglio essere libero. Anzi, io sono libero!

“Il pranzo è pronto!” Incedi lentamente verso la mia gabbia col vassoio in mano. Entrando, la tua gonna svolazza. Ho l’acquolina in bocca, sia per il pranzo che per la tua presenza. Aver intravisto l’interno delle tue cosce mi ha provocato un’erezione immediata. Abbandono al suo destino il tablet col quale mi consenti di giocare e di navigare in rete e mi aggrappo alle sbarre come se lì si trovasse la mia salvezza. Dopo aver posato il vassoio sul tavolino, ti accucci per aprire la porticina della mia cuccia. In effetti è una gabbia, ma la chiami cuccia, essendo io la tua cagnetta (orgogliosa di esserlo). I miei occhi percorrono il tuo corpo con una velocità che mi dà il capogiro: dal tuo volto sorridente fino alle tue cosce semichiuse che intravvedo sotto la gonna, poi di nuovo su, si fissano sui tuoi bellissimi occhi.
“Ecco la pappa!” Tre piattini fumanti contengono tre diversi formati di pasta: spaghetti al pomodoro con una cima di basilico al centro, rigatoni con ricotta e pecorino e farfalle con panna. Sei una cuoca bravissima e ne ho sotto gli occhi – e il naso – l’ennesima prova.
Mentre esco dalla gabbia, ti guardo. Sto sbavando, mentre ti liberi di maglietta e gonna e ti sdrai per terra. Prendi il piatto con gli spaghetti, stringi le cosce e lo vuoti sul pube. “Ahia, scottano!”, ridi. Non scotta, ovviamente, come posso notare io stesso afferrando uno spaghetto e risucchiandolo in bocca. Lecco sulla tua pelle gli schizzi di sugo che ho provocato, e poi ne afferro un altro, e un altro ancora …
Poco dopo, mi resta da leccare la tua fica rasata piena di sugo di pomodoro. Diligentemente, te la ripulisco per bene, fino a vederla lucida e imponente. Allarghi le gambe e mi stringi il collo fra le cosce. “Lecca, porco. Guarda che non hai ancora finito …” Molli la presa e mi tuffo a succhiarti la fica. E’ bagnata, viscida e lucida dei tuoi umori. Lecco e deglutisco. Succhio il clitoride, lo aspiro fra le labbra, in bocca e poi lo lascio andare. Spingo la lingua fra le tue labbra, lecco le mie, assaporo la tua fica sempre più buona. Ogni tanto i miei occhi saettano verso i due piatti rimanenti. E un altro, coperto, che immagino possa essere il dolce. Mi passi la mano sulla testa, fino ad arrivare alla nuca. Mi spingi decisamente fra le tue cosce: “Se fai il bravo, potrai finire di mangiare.” Con rinnovato vigore, succhio e lecco ogni parte del tuo pube: l’interno delle cosce, il clitoride, che succhio, lecco e aspiro, le labbra, facendo scorrere la lingua su e giù, il monte di Venere e poi ancora da capo. Il tuo bacino ondeggia sbattendomi sul viso, la tua fica sui denti, la tua mano premuta sempre più forte sulla mia nuca. Le mie mani agganciate al tuo culo, per assorbire i contraccolpi. Sono immerso nella tua fica quando il tuo orgasmo esplode. Le ondate di piacere squassano il tuo bacino tanto da far sbattere il tuo pube sul mio labbro, che incomincia a sanguinare.
Posata sui gomiti, riprendi lentamente un respiro regolare. Quando ti accorgi del sangue sulla mia bocca, mi tiri su e lo lecchi. Mi baci anche, cosa che non accade spesso. Poi spingi decisa la mia testa lontano.
“Hai guadagnato il resto del pranzo. In ginocchio!”
Eseguo, col busto eretto, nella tipica posizione di cagnolino ammaestrato. Ti giri. Infili un rigatone fra le chiappe e me lo porgi. Lo afferro con le labbra direttamente dal tuo culo. Lo mangio, poi ti lecco le natiche e l’ano. Ripeti l’operazione, e anch’io: nuovo rigatone, nuova leccata di culo. Piano piano, il tuo culo è sempre più lucido e il piatto sempre più vuoto. Il mio cazzo è teso come il ramo di un albero. La fame si sta placando, ma soltanto quella. Gli ultimi due rigatoni. Lecco il buco del tuo culo con una tale perizia che neppure i laboratori dell’NCIS ci troverebbero traccia ricotta o di altro.
Intanto pilucchi una farfalla con la panna di tanto in tanto.
Ti guardo, ti ammiro soddisfatto, ti adoro. Scoperchi l’ultimo piatto: ciliegie!
Ne prendi una e la mangi mentre i tuoi occhi mi trapassano. Ne prendi un’altra, allarghi le cosce e la spingi nella fica, che mi spingi sulla bocca inducendomi a posarcela a ventosa. Spingi, e mi lasci scivolare la ciliegia in bocca. Ancora qualcun’altra, sempre imbeccato dalla tua fica che mi nutre, poi ti giri. Mi afferri la testa e le spingi fra le tue natiche. “Ma quanto mi adora la mia cagnetta, eh? Dimmelo, quanto?”
Cerco di prendere fiato per urlarti tutta la mia devozione: “Da morire, Padrona, da morire …”
Una ciliegia, spinta dal tuo indice e pollice, ti entra nel culo. Senza che tu debba parlare, avvicino la bocca e me la deponi fra le labbra. E così per le rimanenti, fin quasi a svuotare anche l’ultimo piatto.
“Avrai sete, immagino …”
Deglutisco a vuoto, prima di annuire. Sei di nuovo di fronte a me, nuda, imponente, Padrona in ogni tua cellula. Allarghi le cose, mi prendi il mento in mano costringendomi ad aprire le bocca e mi pisci in faccia, poi sulla lingua, dissetandomi. Bevo avido il tuo piscio caldo, leccando infine la tua fica grondante e le mie labbra. Mi sorridi soddisfatta. “Bravo il mio cucciolo. Adesso puoi sborrare.” Il dito indice della tua mano destra indica il piatto dove luccica la ciliegia superstite. Afferro il cazzo in mano, puntandolo deciso in quella direzione. I tuoi occhi di fuoco addosso e la tua postura imperiosa, mi fanno sborrare in un attimo. Prendi il frutto, raccogli quanto più sperma possibile nel piatto e me lo porgi. Grato come se ti dovessi la vita, lo mangio, sputando compitamente l’osso nella mano.
“Lo sai, vero, che senza il mio culo moriresti di fame?”
Annuisco, mentre mi accingo a rientrare nella cuccia.

Cleopatra

AQUARIUS LIBRARY“Prostati davanti alla tua Regina!”
Sono ai piedi della mia Padrona. Nudo, faccia a terra e culo in aria. Le mie labbra sfiorano i tuoi stivali di pelle nera e lucida.
Non indossi nient’altro, se non una stola di velluto rosso che ti copre in parte le spalle. Gambe larghe, incombi su di me. Sollevo la testa per ammirarti.
“Ti adoro, Regina. Sono il tuo schiavo devoto e ubbidiente.”
La tua fica è possente, magnifica, immensa. Rasata, mi mette in soggezione, mi intimidisce. Vorrei essere inondato dal bacino della mia Padrona, vorrei che mi inghiottisse e che mi ci perdessi dentro.
Sollevi un piede, lo posi sulla mia nuca e mi schiacci la faccia a terra. Il naso premuto sul pavimento, respiro a fatica con la bocca aperta.
“Ti adoro, Padrona, sapessi quanto!”
Sembra che i miei pensieri ti giungano alle orecchie, che tu sappia quanto di più nascosto pervade la mia anima piena di gratitudine per il dono che mi fai, concedendomi di adorarti e di stare ai tuoi piedi.
“La tua Regina Cleopatra, in nome della dea madre Iside, ti ordina di essere il suo servo fedele. Solleva la testa, ora, e usa la tua umile lingua per darle piacere!”
Oggi è un gran giorno: è l’inizio della mia sconfinata adorazione per te. Se sarò un bravo ragazzo, dedicando tutte le mie forze a soddisfare ogni tuo desiderio, forse un giorno mi concederai di godere anch’io. Fino ad allora, sebbene sarò sempre eccitato fino al limite, mi sarà impedito di sborrare.
La mia erezione struscia sul pavimento, mentre ti lecco gli stivali. Ne sfili uno, e mi premi la pianta del piede sulla nuca, sulle guance, sulla schiena. Sono felice di essere il tuo zerbino. I miei polmoni respirano a fondo, come se la gioia di essere tuo schiavo mi liberasse di un peso. Ti lecco la pianta del piede, poi il collo. Adoro il tuo bellissimo piede. Guardare il collo teso come quello di una ballerina sarebbe sufficiente a procurarmi mille orgasmi. Ti succhio le dita, una alla volta, come una troia ti spompino l’alluce, e poi le altre dita. Pensare di essere la tua troia mi riempie di orgoglio. Sono la tua cagna in calore, ti adoro e ti desidero con tutte le mie forze. Senza rendermene conto, mi ritrovo a uggiolare, tanto sono immedesimato nella parte, mentre strofino le guance sul collo del tuo piede. Mi metti il piede sul viso, premendo forte, come se stessi allontanando un essere molesto. La tua eccitazione è palpabile, il godimento che ti dà usare e abusare di me. Mi concedi di continuare a leccarti. La caviglia, poi lungo la gamba. Allarghi le gambe. La tua fica incombe sulla mia testa. Prendi le labbra con le mani, le allarghi e mi pisci in faccia. Accolgo beato la tua urina, ne bevo un po’, avido. Annuso il vapore che sale accanto alla mia testa. Mi afferri per le orecchie, mi tiri su e mi costringi a leccarti la fica. “Pulisci. Asciuga per bene, non posso sporcare il trono.”
Dopo aver leccato ogni goccia di piscio dalla tua fica, ti siedi. Sei ancora più possente. I tuoi lunghi capelli neri scendono sulle spalle. Una ciocca copre un po’ un seno.
Svelto, mi dedico a leccarti la fica. La mia lingua saetta fra le tue labbra, si spinge dentro fin dove può, lecco il clitoride, lo succhio, ti spompino, vorrei che tu avessi un clitoride così grande da riempirmi la bocca. Deglutisco, ingoio la mia saliva e il tuo sugo dolce e acre insieme. Strofino il naso fra le tue labbra, fino a farlo diventare lucido della tua eccitazione. Il mio culo ondeggia come in un ideale coito che non avverrà. Non oggi, non per il prossimo mese, di sicuro. Poi, chissà …
Al solo pensiero sono inondato d’orgoglio e di incontenibile gioia. Aumenta il ritmo della mia lingua sulla tua fica. Sempre più a fondo, sempre più svelta, sempre più avida …
I tuoi gemiti sono meglio di qualunque orgasmo possa provare.

Qualche giorno dopo, non è mutata la nostra posizione. Giri intorno a me. Allarghi le gambe e mi pisci sul culo.
“Aprilo. Apri quel culo di troia e fatti riempire del piscio della tua Regina.”
Non mi faccio pregare. Qualche istante più tardi, non riesco a contenere i battiti del cuore, quando alcune gocce della tua urina mi escono dal culo, scorrendo lungo le mie gambe. Nel frattempo hai indossato un grosso strapon nero. “Succhialo, troia”.
Sorridendo, lo succhio. Quando ritieni che sia abbastanza, che sia abbastanza lucido di saliva, mi giri intorno.
“Faccia a terra e culo in aria, cagna.”
Eseguo. Ho delle contrazioni all’ano che non riesco a controllare. Le tue mani sapienti se ne occupano. Le tue dita fra le natiche, il palmo dell’altra mano intorno al cazzo e alle palle, sempre pronte a fermarsi prima che io possa godere, mi rilassano a tal punto che, quando mi spingi dentro la punta fredda, non provo nessun dolore. In ginocchio dietro di me, mi fotti il culo grandiosamente. Le tue mani sono posate sui miei fianchi, mentre affondi. Una scivola giù, mi sfiora il cazzo e le palle, il perineo, poi torna sul fianco. Il ritmo aumenta. I colpi diventano poderosi. Il tuo bacino sbatte sul mio culo di troia fino a farmelo diventare bollente. Mi metti una mano su una spalla, per meglio affondare, e mi scopi, con crescente eccitazione di entrambi. Mi sento scoppiare il cazzo. Qualche goccia di sperma sfugge, per la spinta sulla prostata. Mi metto a mugolare come una cagna, fra un gemito e l’altro che accompagna i tuoi colpi. Ti eccita, sempre di più.
Ti slacci lo strapon, me lo lasci piantato nel culo e mi strusci la fica sul viso. Mi scopi la faccia, mani sulla nuca, e mi usi come un oggetto per il tuo piacere.

Trascorsi altri giorni, la mia eccitazione è allo spasimo. Mi basta sentire la tua voce, il tuo odore, avvertire la tua presenza per avere erezioni dolorose quando poderose.
Te lo dico. La tua risposta, lapidaria: “Perché sei la mia puttana e senti il richiamo della Padrona.”
Non posso toccarmi, non posso godere. E’ concesso solo a te, mia Regina.
Con addosso ancora il segno dei tuoi stivali, ancora bagnato del tuo piscio giornaliero, mi sdrai sul letto. Mi leghi i polsi e i piedi. Mi vieni sopra, mi mordi i capezzoli. La tua lingua mi percorre il petto, il collo, il viso. Mi mordi un labbro. Non molli la presa fin quando non sentiamo entrambi il sapore del sangue, del mio sangue. Ti lecchi soddisfatta le labbra. Ti impali su di me e mi cavalchi come un’amazzone. I muscoli della tua fica si stringono intorno al mio cazzo, impedendomi di venire. Solo tu godi, più volte. L’ultima, le tue unghie lasciano dei vistosi segni rossi sul mio petto. Non sazia, ti siedi sul trono, di fronte a me, e ti masturbi con un vibratore, costringendomi a guardarti. Avendo distolto per un attimo lo sguardo, per il dolore al collo, ho preso una sberla in pieno viso. La meritavo.

Oggi è il gran giorno. Sono diventato a pieno titolo il tuo schiavo. Appena ti ho avuta di fronte, ho avuto un’erezione. La sofferenza più grande che io abbia mai provato nella mia inutile vita di servo, è stata nelle ore in cui sono stato privato della tua presenza. Ogni cellula del mio essere ti adora, ogni cellula ha bisogno di te. Quando vorrai concedermelo.
“Se sarai bravo, potrai sborrare. Forse.”
Lecco il pavimento che separa la mia bocca dai tuoi stivali. Li lecco, a cominciare dalla suola. Vedere la tua fica da qui giù è insieme la cosa più bella e la più dolorosa che abbia mai provato. Quando mi concedi di leccartela, di procurarti un orgasmo, sono l’uomo più felice del mondo. Legato al letto, più tardi, credo che potrei morire. Per la tensione, ma anche perché, se lo vorrai, avrò l’orgasmo più intenso della mia vita.

Le gambe e le braccia larghe. Apri la fica e mi pisci addosso. Fai qualche passo, per diffondere la tua urina su tutto il mio corpo. L’ultima, sul cazzo teso verso l’alto. Respiro a bocca aperta, ansimo. Il petto si solleva, facendomi inarcare la schiena. Il piscio fa sollevare il lembo di un grosso cerotto che ho sotto al braccio. Incuriosita, ti avvicini.
“Ti prego, non toglierlo …”
Un lampo attraversa i tuoi occhi: la sfida di fare ciò che ti prego di non fare, e la gioia da mistress che ti procurerà strapparlo via, tirando via i peli e il mio urlo.
Ma è ben altro a preoccuparmi …
L’espressione che si dipinge sul tuo viso appena il cerotto è rimasto nella tua mano è di orrore puro. E l’orrore, per osmosi, avvolge il mio animo.
“Cooooosa?”
“Augusto? Ti sei fatto tatuare il nome di quel porco assassino sul braccio? L’uomo che ha ucciso Cleopatra, l’uomo che ha distrutto il culto di Iside, l’uomo che era più nazista di Hitler?”
“Amore, è successo ieri sera. Ero ubriaco, non so neanche da chi cazzo me lo sono fatto fare.”
Azzardo un sorriso. “Pensa, qualche mese fa, su Wired, ho letto di un tale che si era fatto tatuare una svastica in fronte …”
“Sei uno stronzo. Mi fai schifo.”
Ti alzi e ti allontani dal letto. Mi slacci un polso soltanto.
“Vaffanculo, stronzo.”
Mentre armeggio affannosamente per slegare l’altro polso, ti stai già rivestendo.
“E’ la cosa più schifosa che potessi fare. Sai che ti dico? Vaffanculo. Vaffanculo tu e Augusto. Anzi, vaffanculo tu, Augusto e tutto il bdsm o come cazzo si chiama. Con me hai chiuso.”
“Ma, amore, piaceva anche a te. Anzi, ,mi sono sottomesso a ogni tuo volere, sapendo di renderti felice …”
“Vaffanculo!”
“Non vorrai mica lasciarmi così .. sto scoppiando.”
Mi sorprendo a piangere. Ormai sulla porta, mentre sono freneticamente impegnato a liberare il secondo polso, non facendo altro che aggrovigliarmi sempre di più, ti fermi, mi guardi piena di disprezzo e, lapidaria, mi fai: “Fatti una sega. Stronzo.”

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