Raggi

 

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Era una splendida giornata di sole. I campi di grano viravano dal verde all’oro tutto intorno a me. Continuavo a pedalare senza nessuna logica, alternando sgroppate folli, quasi dei tuffi in discesa, a faticosi zig zag in salita, come tutti gli adolescenti del mondo. E, come a tutti gli adolescenti del mondo, ogni scusa era buona per un’erezione con conseguente sega. Posai un piede a terra, dando uno sguardo panoramico alla natura intorno a me. Non c’era un’anima per chilometri, a giudicare dal silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale. Infilai una mano nei calzoncini, per un rassicurante contatto col mio sesso duro. Una costruzione abbandonata, forse un vecchio pagliaio, attirò la mia attenzione. Camminando con la bici per mano, mi avviai verso di esso. All’interno era pieno di ragnatele. Un aratro arrugginito, che evocava immagini di un passato rurale che non avevo conosciuto, giaceva inutile in un angolo. Qualche balla di paglia stantia qui e là e un forcone inutilizzabile confermavano la mia prima impressione di abbandono. Il cuore mi batteva all’impazzata mentre tendevo l’orecchio alla ricerca di un qualunque rumore che venisse dall’esterno.

Mi abbassai di poco i pantaloncini, tirai fuori il cazzo e incominciai a menarmelo furiosamente. Chiusi gli occhi. Ansimavo, ma cercai di attenuare il suono del mio respiro per cogliere eventuali suoni. Le palpebre chiuse aprirono una finestra sulla piazza del mio paese: Pamela camminava ancheggiando. Teneva l’adorata cagnetta al guinzaglio. La sua scollatura vertiginosa inghiottiva il mio sguardo. Deglutivo ogni volta che la vedevo. E ogni volta correvo a nascondermi, vergognandomi di essermi fatto scoprire. Sussurrai il suo nome.

Aprii gli occhi. La mia mano stringeva il cazzo e andava avanti e indietro scoprendo parte del glande. Tesi l’orecchio: niente, solo le cicale! Pronunciai il suo nome. Lo urlai. E venni, tenendomi a fatica sulle gambe. Guardai i getti del mio sperma spegnersi sulla paglia e poi sul pavimento in terra battuta, sempre più corti, sempre più vicini ai miei piedi. Sentivo la testa scoppiare e le orecchie bollenti. Mentre cercavo di prendere i fazzolettini con la mano pulita, quello che scambiai per un trapestio mi fece sussultare. Paralizzato dallo spavento, vidi, rassicurato, entrare una cagnetta scodinzolante. Sembrava quasi sorridere. Annusando il pavimento, si diresse verso le macchie che avevo appena schizzato. Ne leccò una, la più lontana. Continuando a seguirne il percorso a ritroso, si avvicinava a me, leccando ogni goccia di sperma. Fermo, con i calzoncini semi-calati, il cazzo in mano e l’altra rimasta ferma in tasca sul pacco di fazzolettini, non osavo respirare. Arrivata ai miei piedi, la cagnetta si appoggiò sulle mie gambe ergendosi sulle zampe posteriori. Tirò fuori la lingua seguendo il filo di sperma che colava dalla punta del glande. Paralizzato dallo stupore, il cazzo moscio per lo spavento, guardavo stregato la cagnetta. Quando la sua lingua arrivò a lapparmi il glande fui costretto a chiudere gli occhi. Mi si contrasse il diaframma, come se avessi toccato qualcosa di gelato con una parte sensibile del corpo. Ero combattuto fra la voglia di restare e il dovere di sfuggire a qualcosa che trovavo innaturale. Come stregato, rimasi. La bocca della cagnetta si impadronì gradualmente del mio cazzo, leccandolo e succhiandolo. Mi tornò duro in fretta. Saldamente appoggiata con le zampette anteriori alle mie cosce, la cagnetta me lo succhiava senza tregua. La sua lingua ruvida mi stava facendo impazzire. Avvertivo un leggero dolore alle palle per essere appena venuto.

D’improvviso, mentre stavo per venire di nuovo, la cagnetta si fermò e scivolò giù. Si girò e si mise a sculettarmi davanti. Mi aveva portato al punto in cui non potevo più fermarmi, ormai. Avendo abbandonato ogni residuo di ragione, mi inginocchiai dietro di essa e le sollevai la coda, curioso.

Ero attratto e respinto da quella assurda fichetta. Mi resi conto, in quel momento, che quello era il primo sesso di genere femminile della mia vita. Non so come, ma accadde: mi liberai dei calzoncini, le sollevai la coda e le spinsi dentro il cazzo. Spinsi, spinsi e spinsi ancora. L’abbracciai o, per meglio dire, la cinsi come potevo con le braccia e, inginocchiato dietro di essa, la fottevo preda degli spiriti. Sborrai, gemendo. La cagnetta guaì. Si girò e venne a leccarmi il viso. Ne fui infastidito, ma non fui capace di allontanarla. Mi pulii come potevo, mi ricomposi e uscii in fretta.

Inforcai la bici e presi a pedalare con un ritmo che mi stroncò in pochi minuti. Fui costretto a fermarmi. Ansimando, feci quello che meglio di ogni altra cosa avrei fatto per il resto della vita: mi sentii profondamente in colpa.

 

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Il pensiero di tenerti al guinzaglio mi aveva quasi sfiorato. Ci ho rinunciato per un paio di motivi: non sarebbe stato facile giustificare a qualche zelante rappresentante delle forze dell’ordine perché ti stavo conducendo legata in giro per la città ma, soprattutto, a guardarti mentre mi segui, docile, occhi bassi eppure scodinzolante e felice, è evidente che il guinzaglio che ti lega a me c’è, ed è più forte di qualunque catena zincata.
Per meglio umiliarti – ed esibirti – facciamo una lunga passeggiata per raggiungere il quartiere dove si trovano la maggior parte dei locali notturni. Ne scelgo uno che conosco per la qualità della musica e della bevande. Entro e mi segui fedele. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che sei alle mie spalle, come un’ombra. Mi appoggio con le spalle al bancone e, senza neanche guardare il barman, ordino una bottiglia di Taurasi. Ti accucci ai miei piedi. Ti guardo, e aggiungo: “E un frullato per la mia cagnetta.”
Al sicuro, dietro il suo bancone e dentro la sua uniforme, segnato da una lunga esperienza, il tipo provvede, astenendosi da qualunque commento.
Lascio decantare il vino, guardando in giro per il locale. Una canzone di Iggy Pop, insieme all’alcool che viene servito ai tavoli e al banco, contribuisce a rendere l’atmosfera elettrica. Di fronte a me, una donna che dimostra una trentina d’anni mi guarda con riprovazione. La fisso. Per meglio dire, le faccio sentire addosso il peso del mio sguardo, visto che inforco degli impenetrabili quanto inopportuni occhiali da sole. Non dimostra il minimo imbarazzo, neanche quando ti poso un piede sulla schiena.
Non ce la fa più e sbotta: “Che schifo! Non si vergogna?”
Faccio fare la spola al mio sguardo dalla tua schiena al suo viso, due o tre volte.
Scandendo bene le parole, in modo che possa leggerle dal movimento delle mie labbra, urlo nel frastuono del locale: “Scommetto che vorresti essere al suo posto!”
Tendo il braccio. Il palmo della mano verso l’alto, le punto l’indice contro. “Vieni qui!”, le dico, chiudendo il dito verso il centro della mano, facendole segno di avvicinarsi.
“Perché dovrei?” Il cipiglio e il volto serio, però, contrastano col resto del suo corpo che si muove verso di me di un passo. A dispetto delle apparenze, capisco che, dentro quel tailleur, si nasconde una preda.
Tiro fuori uno dei miei sorrisi più accattivanti e mi avvicino di pochissimo. Giusto quello che serve per arrivare a sfiorarle una guancia col dorso della mano. Si lascia sfiorare poi, come ripensandoci, si scosta, come scottata. Ti faccio un cenno e ti alzi. I tuoi occhi sono costantemente puntati su di me in attesa di ordini.
“Vieni qui”, dico alla tipa, bevi un bicchiere di vino con noi. Sorrido a entrambe e vi presento.
Le sue ultime resistenze svaniscono quando si rende conto che fai tutto di tua spontanea volontà: senza rendersene conto, si ritrova con un bicchiere in mano e lo sorseggia con troppa fretta. Di sicuro non con la prudenza e attenzione che un vino simile meriterebbe. La punirei già solo per quello. Glielo dico, increspando le labbra verso l’alto. Adesso ride, lasciandosi andare. Ha già mandato giù mezzo bicchiere e l’alcool le imporpora le gote.
La erudisco o, per meglio dire, la stordisco col mio sapere in fatto di vini. Le riempio di nuovo il bicchiere, invitandola a chiudere gli occhi e a lasciarsi scivolare il vino ai lati della lingua, a lasciarsi andare ai ricordi di infanzia per far affiorare i profumi da associare a quanto avviene nella sua bocca. “Legno, mi ricorda la bottega di falegnameria di mio zio …”
“Brava! Ma questo non è che l’inizio: c’è ancora tanto da scoprire. Vediamo cos’altro ti dice la tua lingua, la tua memoria …”
Ne approfitto per avvicinarmi al suo orecchio e le sussurro, le ordino: “Vai in bagno!”
Posso immaginare come se lo stessi vedendo la sua fica bagnarsi all’istante. Faccio di meglio: le infilo una mano nei pantaloni, lì, davanti a tutti, davanti alle sue amiche rimaste al bancone che si guardano a bocca aperta, la spingo sotto i suoi slip e la apro sulla sua fica.
E’ fradicia. Posso sentire il calore della sua testa in ebollizione, mentre si gira e si avvia alla toilette.
“Tu aspettami qui”, ti ordino.

“Cosa vuoi farmi?” Appena mi vede entrare nel bagno delle donne, il suo volto in fiamme riesce a malapena ad articolare questo estremo tentativo di difendere il suo orgoglio. La prendo per i fianchi, la costringo a girarsi verso lo specchio, le sbottono i pantaloni, glieli abbasso insieme alle mutandine e le infilo una mano fra le cosce.
“Sbottonati, voglio vederti le tette nello specchio …”
I suoi gesti sono lenti, ma non c’è più nessun tentennamento: si apre la giacca, si sbottona la camicetta e scopre i seni che accarezzo con l’altra mano. Le infilo due dita nella fica, le stuzzico il clitoride. Mi sbottono il pantalone quel tanto che basta a tirar fuori il cazzo e glielo struscio sotto la fica.
“Togli tutto. Voglio vederti nuda.”
Mentre le spingo dentro il cazzo, gemendo, continua a spogliarsi.
E’ completamente persa. Sospetto che vorrebbe vedere entrare in bagno adesso, qualcuno che possa vedere quanto in basso è scesa, quanto grande è la sua umiliazione.
Pari soltanto all’eccitazione che tutto ciò le provoca.
Si libera di tutto. Sorrido guardandola piegare diligentemente i suoi abiti e posarli sul lavabo. Le allargo le cosce con i piedi, costringendola a liberare una gamba dai pantaloni, che restano arrotolati intorno all’altro piede. Appoggia le mani allo specchio e guarda la nostra immagine riflessa nello specchio, mentre le spinte del mio bacino la fanno sussultare. Le afferro i seni e glieli strizzo fino a veder comparire una smorfia di dolore sul suo viso, ma non mi fermo. Avvicino la bocca a un orecchio e le sibilo: “Lo sai cosa sei, vero?”
“Sì”, geme.
“Dillo. Dillo che sei una grandissima troia, una cagna in calore che vuole solo un padrone che la fotta a dovere.”
Ripete, come una brava scolaretta: “sono una grandissima troia, una cagnetta in calore che vuole solo che il mio padrone mi fotta come si deve.” Sembra quasi affranta per non aver saputo ripetere le parole esatte. Le mie mani si abbattono sulle sue natiche, con forza. Le vedo diventare prima bianche, poi rosse. Mi fermo solo quando mi fanno male le mani. Prendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni e ti mando un sms, ordinandoti di raggiungerci.
Quando apri la porta, ci trovi ancora così: lei nuda, davanti a me vestito, col solo cazzo fuori ma che non si vede, infilato com’è nella sua fica.
“Inginocchiati e leccale la fica”
Esegui, senza fiatare. Alla sua umiliazione, adesso si unisce l’imbarazzo. Le afferro i capelli, costringendola a girare la testa verso di me prima, verso il basso per guardarti mentre la lecchi.
“Le mie due cagnette adorate”, articolo, mettendo nella voce tutto l’affetto di cui sono capace.
Continuo a fotterle la fica da dietro fino a quando sborro, aggrappato ai suoi fianchi. C’è ancora qualcosa che la trattiene, ma l’insistere della tua sapiente lingua che le fruga le labbra, lecca il mio sperma che le cola fuori e le morde il clitoride abbatte le sue ultime difese e si lascia andare a un orgasmo devastante. Sfilo il cazzo e la costringo a leccarlo per pulirmelo.
“Adesso baciatevi.” Ti butti, avida del mio sperma, sulle sue labbra, spingendole la lingua in bocca, dopo avergliele leccate. Le prendi il volto fra le mani e continui a baciarla. Vedo che anche lei ci sta prendendo gusto. Accarezzo la testa a entrambe.
“Non è giusto che la mia cagnetta rimanga senza godere, non trovi?” Ti alzi.
Infila la testa sotto la tua gonna e incomincia delicatamente a leccarti la fica. Non c’è voluto neppure il mio ordine esplicito: ha imparato in fretta!. Appoggi la testa al mio petto, mentre ti godi il lavoro della sua lingua sulla fica. Con una mano ti stringo a me, con l’altra le accarezzo la testa, attraverso la stoffa della tua gonna. Le libero la testa, sollevandola, e vi guardo entrambe.
Mentre godi mordendoti le labbra sulla mia camicia, sento di volervi bene.
Vi voglio così bene che mi libero degli occhiali da sole per guardarvi meglio.

Saldi!

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Sono distrutto. Un intera mattinata dietro di te, come un cagnolino. Anzi, peggio, come un servitore: portare i pacchi, dare consigli – si fa per dire: il mio compito era di assentire – seguirti dietro i tuoi frenetici spostamenti da un negozio all’altro. Camminare camminare camminare …
Sono a pezzi. La parte che soffre di più, però, è il cazzo: duro da ore. A te piace andare in giro senza slip, con quella gonna larga. Anche a me piace vederti, però, averti di fronte al bar mentre accavalli le gambe e mi sorridi malandrina, seguirti mentre il tuo culo mi saltella davanti agli occhi – credo di aver avuto le orbite di fuori come Marty Feldman per ore – venire a dare il mio consenso per OGNI capo intimo che hai provato nei negozi, il tutto senza poterti toccare, mi sta facendo scoppiare.
Arrivati a casa, provo un enorme sollievo. Mi butto sul letto, dopo aver posato i pacchi seguendo le tue rigorose istruzioni, e ti guardo mentre stai pensando a come occupare il tempo che resta di questa giornata di saldi.
Alzi le braccia sopra la testa in un gesto vezzoso che ti rende divinamente bella. In un attimo ho dimenticato tutto il rancore accumulato e ti sto adorando. Anzi, vedere le tue ascelle leggermente sudate mi fa tornare delle energie che non credevo di poter ancora avere. Salto giù dal letto e vendo a ficcarci il naso. Chiudo gli occhi e annuso il tuo prezioso sudore. Sembri godertela: resti immobile a dispensare feromoni. I pantaloni mi scoppiano.
Apro gli occhi, guardo la tua carne lucida di sudore. Alcune goccioline hanno preso forma. Apro la bocca e le raccolgo con la lingua. Ancora, fino a pulirti l’ascella. Non sazio, faccio lo stesso con l’altra.
Davanti allo specchio, ti pavoneggi, giustamente, facendoti aria con la gonna.
“Dio che caldo! Sono tutta sudata.”
E’ troppo: cado in ginocchio ai tuoi piedi. Ti abbraccio le gambe, all’altezza delle ginocchia, stringendole forte. Ci poso la testa sopra, adorante. Te le bacio, le lecco. Scendo fino ai piedi, e lecco anche quelli, senza trascurare la parte superiore delle scarpe. Mi accarezzi la testa, lasciando che la gonna mi ricopra, quando risalgo a leccarti le gambe. Appena allento la presa, ti giri, offrendomi la vista del tuo immenso culo. Non immenso come dimensione, sebbene non sia proprio piccolo, ma immenso per la bellezza e quasi per la sensazione di timore che mi incute. Lo adoro, il tuo meraviglioso culo liscio. Indugio a guardarlo. Bacio le gambe, cercando di rinviare il momento in cui te lo leccherò, come facevo da bambino, quando cercavo di far durare il più a lungo possibile i momenti prima di mangiare il mio dolce preferito. Quando arriva a posare le labbra sulle tue natiche sode, ma allo stesso tempo quasi soffici, mi sembra di svenire. Le accarezzo, le bacio, le lecco. Le allargo, spingendo la lingua verso il centro. Lecco il sudore che si è creato nell’incavo, e finalmente affondo il naso e la bocca fra le tue natiche. Se devo trovare una parola per questo momento, la migliore che trovo è devozione. Sono devoto al tuo culo, in quanto tale e in quanto appartenente a te. Potrei morire, così, con la lingua che ti fruga il buco e il naso stretto fra le tue natiche. Sembri leggermi nella mente, perché stringi i glutei intorno a esso, intrappolandomi quasi.
Le mie mani sfiorano le tue cosce, sul davanti. Ti adoro con tutta la mia essenza, e ti sono grato di poterti leccare il culo. Sono tentato di dirti “grazie, Padrona”, ma mi sento ridicolo a farlo.
Le mani salgono, fino ad arrivare alla tua fica. E’ umida, polposa. Spingo due dita fra le labbra, ti sfioro il clitoride, lo accarezzo con un polpastrello. Annuso il tuo culo, lo lecco, ti lecco il perineo e poi di nuovo l’ano. Sul perineo è scivolata una goccia dalla tua fica. L’afferro con la lingua e la deglutisco come la cosa più preziosa del mondo. Con due dita ti masturbo, la testa affondata dietro di te. Sollevi la gonna, ti giri: vuoi goderti lo spettacolo del tuo maschietto adorante mentre ti lecca la fica. E io non vedo l’ora di farlo, accarezzandoti adesso il culo e le gambe. Lecco il tuo sugo. Gemi appena, mentre ti sfiori i seni attraverso la stoffa. La mia lingua è adesso frenetica: va su e giù fra le labbra, ti lecco il clitoride, te lo succhio come se fosse un piccolo cazzo, il piccolo cazzo della mia grande padrona. Lecco il monte di Venere, l’interno delle cosce, e poi torno fra le labbra. Spingo la lingua dentro. Slinguetto come un cane quando beve. So che ti fa impazzire.
“Bravo, cagnolino, lecca la tua padrona …”
Alzi una gamba e mi posi il piede su una spalla, come a voler stabilire definitivamente i ruoli.
E’ troppo: credo di poter sborrare senza toccarmi, solo realizzando l’idea di quello che sta accadendo. Invece, sono costretto a liberare il cazzo dai pantaloni, essendo diventata intollerabile la pressione contro la stoffa. Tengo lì la mano, accarezzandomelo lentamente, senza smettere di succhiarti la fica grondante.
Il tuo ordine mi arriva sussurrato quanto perentorio: “Non provarci!”
Lascio il cazzo al suo destino e riporto le mani su di te: una sul culo, l’altra sulla coscia che mi tieni sulla spalla. Muovi il bacino verso il mio viso, a un ritmo sempre più frenetico. Mi scopi la faccia.
Mi sbatti la fica sulla bocca, sempre più forte. Nonostante le mie paure, non oso accennare al timore che mi faccia saltare una capsula. Mi posi una mano dietro la nuca, immobilizzandomi fra le tue cosce, mentre praticamente mi sborri in faccia un orgasmo che mi inorgoglisce. Se avessi le labbra disponibili, sono sicuro che avrei un sorriso ebete di soddisfazione, per aver fatto godere tanto la mia padrona.
Qualche minuto dopo, mettendomi due dita sotto al mento, mi fai alzare. “Adesso.”
La tua mano aperta davanti al cazzo, a coppa. L’altra s’insinua fra le mie natiche, mentre mi masturbo. Mi spingi un dito nel culo. “Sborra!”
Non posso fare altro. Finalmente!
Sorridi, mentre mi porti la mano alla bocca per farmi leccare tutto.

Un caffè in salotto

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C’è un insieme di suoni che mi fa pensare al bar, al calore di un locale dove si consuma caffè, cappuccini, cornetti. E’ un sottofondo inconfondibile di rumori di cucchiaini, tazzine, bicchieri. Ricordo che, qualche anno fa, c’era un programma alla radio, una specie di feuilleton ambientato in un bar e quell’insieme di suoni, da solo, riusciva a far immergere l’ascoltatore in quell’atmosfera.
Ora, con me protagonista al centro della scena, quei suoni mi mettono a mio agio, e mi fanno sentire a casa, mentre servo il caffè alla mia padrona che ha deciso di ricevere le sue amiche, questo pomeriggio.
Mi ha imposto di indossare un sobrio grembiulino nero. E nient’altro.
Giro intorno al tavolino, versando la bevanda fumante nelle tazzine di porcellana, scelte con gusto ineccepibile dalla padrona di casa (e mia).
Sento gli sguardi di tutte focalizzarsi sul mio culo nudo, anche se parlano delle proprietà cosmetiche di tale crema, molto migliore della tal altra, che ha pure un pessimo INCI, per giunta.
Mi fischiano le orecchie, devo ammetterlo: è la prima volta che vengo esibito come una scimmietta ammaestrata, e la cosa mi eccita e mi preoccupa insieme: non vorrei far fare brutta figura alla mia padrona, che sa sempre cosa mi passa per la testa, anticipa i miei sogni e mi punisce quando lo merito.
Sono sicuro di essere riuscito a renderla orgogliosa della sua troietta (così mi chiama, quando siamo soli).
Qualche risatina nervosa c’è stata, quando sono entrato nella sala, qualche colpo di gomito e un “E’ lui?”, a cui ho sentito rispondere alla donna a cui sono devoto: “Sì. Che ve ne pare?”.
Comodamente immerse nelle poltrone, gambe accavallate – chissà perché tutte indossano gonne corte, tacchi altissimi e calze autoreggenti,, quasi che si fossero accordate prima. Una di loro, molto più alta di me, giocatrice di basket, ha un polso ingessato e mi sono permesso di girarle il caffè dopo averci versato lo zucchero. Ha dei polpacci da maschio. Ho la certezza che abbia un clitoride prominente di due o tre centimetri, una sorta di piccolo cazzo che leccherei volentieri, se la mia padrona mi concedessi di farlo.
“Vieni qui!” Mi muovo velocemente in direzione dell’unica donna che ha la facoltà di darmi ordini.
“Mettiti carponi, bravo cucciolo.”
Eseguo, strofinando le labbra contro i suoi piedi. La tazzina in una mano, mi accarezza la testa con l’altra. “Bravo, lecca.” Lo faccio, con dedizione: lecco il piede – ha sfilato dalla scarpa quello che ciondola libero – infilando la lingua fra le dita. Lecco la pianta, il collo. La mia padrona ha bellissimi piedi, e li lecco con tale passione, quasi a voler dire alle sue amiche: “Visto che piedi?”
Il silenzio che avvolgeva la stanza è rotto dalla caduta del cucchiaino della giocatrice di basket. Eppure mi sembrava di averlo tolto dalla tazzina …
“Me lo fai raccogliere, cara?”
“Vai, cucciolone, vai a raccogliere il cucchiaino a Nadia.”
Vado, sempre a quattro zampe, verso i polpaccioni che al mio arrivo si dischiudono, intrappolando la mia testa in una morsa che mi toglie il respiro.
“Posso provarlo?”
Guardo la padrona in attesa di suoi ordini. Muove leggermente il capo verso il basso.
“Va bene, ma ricordati che è roba mia.”
La cestista posa la tazzina, mi tira la testa verso la sua fica. “Vediamo se è davvero così bravo come dici …”
Non mi ero sbagliato: mi ritrovo sotto le labbra un clitoride grande quasi quanto il mio cazzo a riposo. Lo lecco, lecco le labbra, il pube, sebbene non abbia il buon odore che ha la mia padrona, e glielo succhio. In pratica la spompino. Mi ferma una risata generale che unisce tutte le presenti.
“Basta così, torna qui.” Non a vuoto, però: qualcuno mi appoggia una tazzina sulla schiena e vengo usato come carrello per portarla fino alla mia padrona, che la prende e la posa sul tavolino.
“Adesso vi faccio vedere come reagisce ai miei comandi,” dice con la voce sorridente.
“Avvicinati.” Eseguo, portando l’orecchio all’altezza della sua bocca. Il suo alito profumato mi inebria. Ci sono momenti in cui penso che arriverà il giorno in cui saprò respirare soltanto attraverso lei.
“Porco”, mi sussurra nell’orecchio. Avvampo, perché so che sarà immediatamente visibile l’effetto delle sua parole sul mio corpo. Ritto in piedi, infatti, il grembiulino non riesce a far altro che rendere vistosa una prepotenze erezione.
Le donne sono così divertite dalla scena che si lasciano andare a un applauso, facendomi sentire davvero in imbarazzo, adesso. Sento una mano della padrona che mi accarezza il culo, mi fa girare verso di lei, mi soppesa cazzo e palle come a voler controllare la mercanzia e li scopre a beneficio delle sue amiche. Non avevo mai pensato di essere particolarmente dotato. In effetti i commenti riguardano più la reazione che le dimensioni del mio cazzo.
“Vai a lavare le tazzine, adesso, ché noi dobbiamo parlare di cose serie.”
Sparisco verso la cucina, col mio carico di stoviglie, accompagnato da un brusio di commenti che, neanche riesco a decifrare tanta è la confusione che avvolge il mio cervello.

Più tardi, dopo aver accommiatato le sue amiche, la padrona torna a sedersi sul divano.
“Vieni, adesso. Presto!”
Corro.
Si è sbottonata la camicia, lasciando liberi due seni di una bellezza che mi toglie il fiato. Infatti deglutisco ripetutamente. Ho il cazzo duro, riflesso pavloviano del suo comando, e pieno di speranza mi avvicino a lei. La gonna sollevata lascia libera la sua fica rasata. Le gambe larghe sul divano, il suo sguardo mi ordina di sedermi davanti a lei. Mi siedo, dandole le spalle, sentendo il graditissimo contatto dei suoi seni sulla schiena. Mi accarezza la testa e mi afferra il cazzo. Sembra assaporare la sensazione di possedermi, riempendosi il palmo delle mie palle, schiacciandomi il cazzo contro il ventre e muovendo la mano su e giù.
“Sei stato bravo, oggi. Mi hai fatto fare bella figura con le mie amiche:”
La sua mano si stringe intorno al pene, forte, e va su e giù imperiosamente.
“Brava la mia cagnetta,.”
Sento il corpo immergersi in un’altra dimensione, avvolto da un calore diffuso. Contrazioni all’addome sempre più intense, che si diramano verso la testa e verso il cazzo.
La mano che mi accarezza la testa, di tanto in tanto mi pizzica un capezzolo.
Si aggiusta sul divano, sedendosi comodamente, avvolgendomi ancora di più.
“Sborra adesso.”
La sua mano è una morsa mobile sul cazzo; i suoi denti stringono il lobo di un orecchio.
Schizzi di sperma finiscono sul tavolino dove, poco fa, erano posate le tazzine.