Giugno

fairy-sexy

 

Si nutrono soprattutto di topi, ma anche di piccoli di vipere. La ragione, però, per cui amo in particolar modo i biacchi è la loro propensione ad accoppiarsi ovunque, senza ragionarci su.

Non è infrequente, infatti, incontrarne una coppia che amoreggia in mezzo alla strada, incuranti dei passanti. Anzi, talmente persi da non accorgersi del loro arrivo.

Arrivo a identificarmi in questo lucido serpente nero che, preso dalla smania di accoppiarsi, nei mesi di maggio e giugno non di rado attraversa la strada talmente perso da finire spalmato sull’asfalto da qualche automobilista distratto o imbecille.

Quello che non mi sarei mai aspettato, però, è di trovarmi, adesso, inseguito da un biacco particolarmente aggressivo. Pessima idea, quella di uscire a passeggio in campagna indossando calzoncini, scarpe da tennis e calzino corto; pessima idea, quella di mettermi a correre appena ho visto che mi puntava, forse sentendosi con le spalle al muro. Ma ormai non ho alternativa. E’ talmente vicino alle mie caviglie che, se mi fermassi, sarei alla sua portata.

Non che abbia paura dei biacchi: so che non sono velenosi. Pure, mi dispiacerebbe essere morso, vuoi per l’infezione che sicuramente mi procurerebbe, vuoi per il dolore che non ho mai amato. Su di me.

Avrei dovuto affrontarlo vis à vis, lo so. Tentare di contrastarlo o di dissuaderlo con la scarpa o con un sasso, prima che entrambi prendessimo velocità.

Ora, invece, non mi resta che correre, sperando che si stufi di graffiarsi il ventre sui ciottoli sporgenti di questo asfalto antico.

Sto per fermarmi e arrendermi al mio destino, quando, inaspettatamente, il biacco cambia direzione e sparisce rumorosamente nell’erba alta, poi verso il campo di grano maturo, pronto per essere mietuto. Mi fermo a prendere fiato. Si fa per dire: sono piegato in due, mani sulle cosce, e boccheggio come un pesce fuor d’acqua.

Alzo la testa per guardarmi intorno. Davanti a me, una figura diafana che sembra uscita da una festa di carnevale. Una splendida ragazza, devo ammetterlo, con un vestito azzurrino svolazzante e, nella mano, una bacchetta che finisce con una stella.

“Eccheccazzo”, penso, “datemi il tempo di riprendermi! Chi è questa, adesso?”

“Ciao! Sono una fata dei boschi. Vedo che hai bisogno di aiuto …”

“Beh, se vedo le fate dei boschi, è sicuro che ho bisogno di aiuto”, mi scappa da dire fra i denti.

Guardandola meglio, mi accorgo di poterle vedere attraverso. Non limpidamente, ma il suo corpo è trasparente. Alzo gli occhi e deglutisco, quando il mio sguardo si ferma su un décolleté che sembra lì lì per esplodere.

Muove agile la manina, agitando la bacchetta, ed ecco un “plin!”, il tipico suono delle magie dei film.

“Adesso rilassati, ci pensa la tua fatina ad aiutarti!”

Viene più vicino a me, con un fazzoletto uscito da chissà dove, pulisce l’asfalto davanti ai miei piedi, lo stende per benino e ci si inginocchia. Mentre cerco faticosamente di recuperare la posizione eretta, con le mie pulsazioni che non sono ancora misurabili a orecchio, la guardo posarmi una mano sui pantaloncini, tirarli giù fino a rimanere avvolti intorno ai polpacci. Infila una mano dentro i miei slip e mi tira fuori il sesso, ovviamente poco interessato a quanto sta accadendo intorno a lui. Lo afferra con la mano guantata, lo stringe e lo bacia. Adesso vedo che il mio amico si accorge che quelle attenzioni sono tutte per lui e si sveglia prepotentemente. Mi sembra di guardare la scena dal di fuori, come se la fata e il mio cazzo fossero i protagonisti e io, un semplice spettatore.

Ora che ha una certa consistenza, se lo lascia scivolare in bocca. Sento la sua lingua accarezzarmi il glande dentro la bocca chiusa. Muove la testa, avanti e indietro, succhiandolo di gusto. Si sfila un guanto e mi sfiora lo scroto con l’unghia dell’indice. La mano guantata torna a stringere il mio sesso, che appare e scompare nella sua bocca. Sto boccheggiando di nuovo, anche se per una ragione molto diversa da pochi minuti fa.

Me lo tira fuori, lo guarda, lo bacia. Scopre il glande, talmente turgido da essere ormai quasi viola. Passa la punta della lingua sul foro in punta e penso che questa è davvero una magia. La lingua, adesso aperta, spazza tutta la mia cappella, girandole intorno. Poi mi lecca tutto il sesso, lasciandolo libero della mano per poi, dopo poco, riafferrarlo e segarlo con veemenza. Lo ingoia di nuovo, mentre mi sfiora il perineo e ancora le palle con le unghie dell’altra mano. Sono costretto a mettermi le mani sui fianchi in cerca di una posizione che mi dia un po’ di equilibrio. Sembra decisa a darmi il colpo di grazia, ora: la sua testa ondeggia davanti al mio bacino in modo impressionante, accompagnata dalla mano stretta intorno alla base del mio cazzo. Si ferma un momento, per raccogliere con la punta della lingua la prima goccia di sperma che affiora e poi di nuovo dentro, senza possibilità di fermarsi. Gemo, poi godo in un rantolo. Non si lascia sfuggire una goccia si sperma dalle labbra. Appena mi caccia il cazzo dalla bocca, reggendolo e segandolo ancora lentamente, deglutisce, ingoiando tutto. Poi si passa la lingua sulle labbra. Infine raccoglie le ultime gocce dalla mia cappella scoperta. Mi sorride soddisfatta. Non so fare altro che rispondere allo stesso modo. Vorrei dire qualcosa di intelligente, di definitivo, adatto al momento, ma non mi viene di meglio che chiederle come si chiama.

Si è rialzata, ha raccolto il fazzoletto, scuotendolo per bene. Lo sta ripiegando con cura. Mi accorgo che sta diventando più trasparente, mentre mi grida, allontanandosi: “Il mio nome è …”

“…Ictus, signor … “ Allontana ciò che ha in mano per meglio mettere a fuoco “ …Ventreschi.”

Riprendo coscienza, in quello che ha tutta l’aria di essere un letto di ospedale. Considerando anche che la donna davanti a me indossa un camice bianco e ha la mia cartella clinica in mano.

“L’abbiamo salvata per un pelo. Si può dire che l’abbiamo afferrata per i capelli”, conclude, guardandomi intenzionalmente la testa calva.

 

Alcune precisazioni: non sono mai stato inseguito da un biacco. Tutto sommato, non credo che siano così aggressivi. Nessuna fata si è mai offerta di farmi un pompino. A dire la verità, una volta ne ho incontrata una, ma fui io a tirare in ballo l’argomento. Mi mollò un ceffone e sparì. Senza neppure dirmi il nome. Inutile che vi sforziate a indovinare: non ho preso nessuna sostanza illecita, né prima, né durante, né dopo la stesura del presente racconto. Non ne ho bisogno. E sono anche molto modesto, nevvero?

Zia Dora

tumblr_n3vipsrHSU1r7o08ho1_500Faccio un passo indietro per guardarti. Sei uno splendore: una vera puttana d’alto bordo; una vera zoccola in tailleur. Non resisto: ti sfioro una guancia col dorso della mano – non vorrei sciupare quel trucco che ci è costato tanta fatica! – ti sfioro il busto, per concludere accarezzandoti il fianco fasciato da una minigonna da manager rampante, sotto il cui orlo occhieggiano le autoreggenti.
Ora tocca a me, però. Infilo i collant. Li preferisco alle calze: mi fa impazzire sentire il cazzo duro premuto dal nylon contro il ventre. Mi aiuti ad allacciare il reggiseno imbottito. Ne approfitti per darmi qualche bacio sul collo, come aperitivo. Piego la testa di lato per sentire il contatto con la tua guancia. Faccio risalire lungo le cosce una minigonna di stretch, sculettando. Infine indosso un golfino talmente aderente che non resisto a lisciarmelo con entrambe le mani. Seduto, lascio che sia tu a truccarmi: un fondo di fard sulle guance. Ti sbizzarrisci con gli occhi, esagerando, a mio avviso. Ma è di relativa importanza, visto che devo piacere soltanto a te. Sono io a darmi il rossetto, tocco finale. Umetto le labbra, per distribuirlo in modo uniforme, come ho visto fare tante volte a tante donne. Infine la parrucca: una lunga parrucca nera di cui mi sono innamorato appena l’ho vista in vetrina. Mi sento zoccola. Ancora di più quando mi passi lo specchio. Però, che gnocca …
Quasi all’unisono, le nostre teste si voltano verso il divano, dove “zia” Dora fuma una sigaretta, con una piega al lato della bocca che fa pensare a un sorriso. Ci ha sorpresi entrambi, quando si è presentata vestita da uomo, quando ci aspettavamo una tuta di latex e il frustino.
“Baciatevi, troiette!” Adesso il suo sorriso è evidente, mentre fuma languidamente, con le gambe accavallate. In giacca e cravatta ha un aspetto ancora più da padrona, devo ammetterlo.
Quasi mi dispiace rovinare il rossetto, mentre la mia bocca si avvicina alla tua. Le nostre lingue si rincorrono, si trovano, si lasciano per ritrovarsi ancora, prima nella tua bocca, poi nella mia. Ti arpiono il culo con le mani. Hai un bel culo, femminile. Ti bacio con foga maggiore, pensando a come mi piacerebbe incularti, se “zia” mi concederà di farlo; se “zia” non vorrà farlo lei stessa.
Ci stringiamo. Sento la pressione del tuo cazzo duro contro il mio, attraverso la stoffa. Ti bacio il collo, mentre ti sbottono la giacca del tailleur. Infili la mani sotto la mia gonna, facendomi sentire un brivido nuovo, quando mi accarezzi le cosce e il culo sulle calze. Il mio cazzo pulsa, il cuore ancora di più. Credo di essere rosso in viso, ho caldo. Per riflesso, spoglio te. Ti libero della giacca, la butto a terra, poi sbottono la camicetta. Di tanto in tanto sfioro il gonfiore del tuo cazzo attraverso la stoffa della gonna, infilo la mano sotto per provare il delizioso contatto con la tua pelle dove finisce la calza autoreggente. Dora si alza, camminando sui tacchi. Ci gira intorno. Ti pizzica il culo, stringendo i denti. Il suo viso è teso. Mi accarezza la testa, poi mi tocca il culo. Infila una mano sotto la gonna, da dietro, fino ad avere tutto il mio pacco in mano. Chiudo gli occhi, trattenendo il respiro. Vorrei morire così, nelle sue mani. Mi riporti alla realtà, quando i tuoi denti si chiudono intorno a un mio capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, nella mano di Dora. Che mi bacia il collo, mentre i miei abiti continuano a cadere per terra, per opera tua. Ti sfilo il reggiseno, dopo averti liberato della camicia. A mia volta ti bacio il petto, ti lecco i capezzoli, scendo con la bocca fino all’ombelico. Ti sbottono la gonna, te ne liberi sculettando. Resti con addosso solo le calze e gli slip. Mi chino a leccartelo, dove il cazzo preme contro la stoffa. Dora è dietro di me, strusciandosi contro il mio culo, dopo avermi sollevato la gonna. Godo sapendo quanto ciò la fa godere. Infilo una mano dentro i tuoi slip di pizzo e libero il cazzo. Lo sento mio, duro e lucido nella mia mano. Lo bacio, mentre mi accarezzi la testa. Scopro il glande, lo lecco. Apro la bocca e lascio che le mie labbra lo avvolgano, alzando gli occhi per osservare la reazione sul tuo viso. Chiudi gli occhi e inarchi la testa all’indietro. La mano stretta alla base del cazzo, ti spompino per bene, mettendoci tutta la passione di una novizia. Succhiartelo mi piace sempre di più, sentire il tuo odore di maschio nelle narici, la prima goccia di sborra sulla lingua, il calore della tua carne in bocca …
Le mani di Zia Dora addosso, sul culo, sulla schiena, sulla nuca, sul cazzo. Spinge un dito nel mio culo, mentre sono chino a succhiarti il cazzo. Vedo che fai fatica a reggerti in piedi sui tacchi. Io sto più comodo, in effetti, visto che posso poggiare il culo contro di lei.
“Giù, adesso. Giù entrambe. Voglio vedere come fanno un bel 69 le mie due cagnette.”
Sembravi non aspettare altro. Io mi adatto al tuo corpo che si stende a terra, riprendendo prontamente il tuo cazzo in bocca. Tu cerchi il mio: mi abbassi i collant e te lo fai scivolare tutto in bocca. Sento la cappella sbattere contro il tuo palato. Per un attimo ho paura di sborrare subito, troppo presto. Mi frena il pensiero di quanto farei contrariare Dora, che adoro soddisfare. Sono riportato alla realtà dal rumore di una cerniera. E’ lei, che si apre i pantaloni. Li sfila, togliendo anche i boxer – anche quelli aveva indossato! – si mette sui nostri corpi a gambe larghe, e ci irrora di urina calda. Si muove in avanti, per non scontentare nessuno dei due. Scuote il culo, lasciando cadere le ultime gocce. Guardo la sua fica rasata, possente, che mi mette quasi soggezione, ancora umida, mentre Dora dice, in un rantolo: “siete le mie due troie. Vi piscio in bocca…”
Si libera di una scarpa, e mi accarezza il viso con la pianta del piede. Lascio il tuo cazzo per leccarglielo, poi torno a succhiartelo. Sento che sto per sborrare, e sento che anche tu sei prossimo a riempirmi la bocca. Zia mi afferra la testa, mi costringe a mollarti e mi piazza la fica in bocca, da leccare. Sono avvolto dal sapore acre del suo piscio, misto alle sue secrezioni lattiginose, così copiose da sembrare sborra. “Ti sborro in bocca, troia” mi dice, come se mi avesse letto il pensiero. Me la struscia sul naso, sulla bocca, sugli occhi, ancora sulla bocca. Le succhio il clitoride, lecco avido il suo sugo, che continua a secernere come se fosse il vaso di Pandora. Sento la pressione delle sua mani diventare quasi dolorosa sulla mia testa. Mi afferra le orecchie, le sento bollenti. Mentre la mia lingua affonda fra le sue labbra, il suo bacino mi colpisce forte il viso, squassato dalle ondate dell’orgasmo. Sollevo lo sguardo per vedere le sue enormi tette danzare, il suo meraviglioso viso ansimare.
Si riprende subito e ti ordina di sborrarmi in faccia. Ti alzi. Son in ginocchio davanti a te, e ti lecco il cazzo, segandoti. Il tuo corpo si inarca fino al parossismo, il tuo respiro si fa sempre più corto, fino a quando ricevo gli schizzi caldi della tua sborra sugli occhi, che chiudo per riflesso. Zia Dora si siede cavalcioni su di me, godendosi la scena. Con un cenno della testa, ti ordina di andarle a prendere lo strapon sul divano. Lo indossa. E’ un vero maschio, adesso, con quell’enorme cazzo in tiro davanti a sé, con ancora indosso la giacca e la camicia aperte, che lasciano apparire e scomparire le sue maestose tette. Tenendomi sempre ginocchioni, mi sfiora il culo con l’arnese. Ci sputa sopra, e lo spinge lentamente, ma con decisione. Alza gli occhi nella tua direzione: “Succhia il cazzo a questa puttanella, mentre la inculo.” Ho i brividi, seppure mi senta il viso bollente. Quando il cazzo di gomma mi è entrato tutto dentro, la tua lingua saetta intorno alle mie palle. Poi le accarezzi, prendendomi il cazzo in bocca, tutto, fino ai peli. Dora muove in bacino con ritmo sempre più veloce, e tu sembri sincronizzarti con lei. Chiudo gli occhi, mentre il pavimento sembra sprofondare sotto i miei piedi, riempito da Zia Dora mentre riempio la tua bocca …

Scie chimiche

Sono appoggiato al davanzale della finestra e guardo fuori. Solo il cielo di novembre riesce a essere così terso, di un azzurro assoluto in cui potrei perdermi. Visto che sei al telefono, parlando fitto fitto con chissà chi, lascio vagare i pensieri nel blu. Due aerei solcano il cielo, lasciando una corta scia di vapore. Ricordo quand’ero bambino: guardavo un altro cielo, su cui volavano numerosi già allora, e nessuno si lasciava prendere da astruse teorie di complotti e scie chimiche. Un sorriso mi attraversa il viso, ricordando che, allora, ero convinto che l’aereo fosse composto di tutta la scia bianca, e che questa conteneva i sedili dei passeggeri. Preso dalle memorie, non mi sono accorto che mi sei alle spalle. Il tuo alito sul collo mi riporta alla realtà. Sorrido ma non mi volto verso di te. Assaporo la tua presenza, il tuo calore, dietro di me.
Mi posi le labbra sul collo. Chiudo gli occhi, continuando a vedere il celeste carico di cui mi sono riempito gli occhi. Le tue braccia mi cingono la vita. Sento i tuoi grossi seni premermi contro la schiena, il tuo respiro sul collo, mentre continui a baciarm. Infili una mano sotto la mia maglia, aperta, sul mio petto peloso. Mi accarezzi, mi sfiori un capezzolo, provocandomi un brivido.
Trattengo il respiro, mentre l’altra tua mano scende verso la cintola dei miei jeans, la sfiora, si fa strada dentro la stoffa dura. Espiro sonoramente quando la tua mano arriva al pube, entra negli slip e arriva a sfiorare il cazzo.
Ho ancora gli occhi chiusi, aspetto e bevo ogni tuo gesto. Inarco la schiena per un riflesso condizionato, ma anche per aderire di più a te, al tuo corpo caldo, morbido. Ti sollevi la maglia, sollevi la mia, e incolli i seni alla mia pelle. I tuoi capezzoli duri quasi pungono, in cima ai tuoi seni così morbidi. L’altra mano è arrivata al cazzo. Ancora non è duro: se ne riempie, insieme alle palle. Respiro profondamente, completamente abbandonato nelle tue mani. Sono tuo.
La mano va su e giù. In breve, il cazzo è premuto contro il ventre, duro. I tuoi seni premuti sul dorso. Le tua lingua mi lecca una guancia. Sono in estasi.
Sono in estasi, pur sapendo che è solo l’inizio.
Mi sfili la maglia, continuando a strofinare i seni contro di me. Mi slacci i jeans, ti sento liberare dei tuoi. Torni a incollare il pube al mio culo. Il calore della tua fica umida mi scalda le natiche. Ce la muovi contro, lucidandomeli. La tua mano continua ad andare su e giù sul cazzo. Mi spingi in avanti, sul davanzale, costringendomi a chinarmi. Mi avvolgi col tuo corpo. La testa dietro la mia nuca, mi sussurri “porcello, sei mio”, i seni schiacciati sulla schiena, la fica premuta sul culo. Ho gli occhi chiusi, respiro affannosamente. Il tuo profumo, che respiro a pieni polmoni, misto ormai a quello che sale dall’eccitazione della tua fica, mi ubriaca.
Una mano sul cazzo, l’altra fra le natiche. Un dito mi sfiora il perineo, poi l’ano. Me lo metti in bocca, spingendomelo dentro fino alle nocche, poi torni a tormentarmi il culo. Contraggo l’ano. Quando sento la pressione del tuo medio aumentare, rilasso, facendomelo scivolare dentro. Spingi senza pietà, fino in fondo. Il tuo dito in culo, tutto. Il cazzo nella tua mano. Potrei morire, adesso.
Ma il meglio deve ancora venire. Dopo aver spinto ripetutamente il dito dentro, segandomi delicatamente, lo tiri fuori. Mi afferri il cazzo con una mano e mi ti tiri dietro, come al guinzaglio. Come colta da un pensiero improvviso, ti fermi davanti allo specchio. Eccomi, nudo, e tu dietro di me. La testa che spunta su una mia spalla, le mani sul mio petto, passando sotto le ascelle. Scendono, fino al pube, fino a sfiorarmi il cazzo, tornano tu. Una sul petto, una sul viso, mi accarezzi una guancia. Mi lasci lì, dirigendoti al comodino. Il distacco dal tuo corpo caldo mi provoca un brivido. Torni, dopo aver indossato il cazzo di gomma. Lo strap, come ti piace chiamarlo. Mi spingi in avanti, fino a farmi arrivare carponi. Ti vedo nello specchio, in piedi alle mie spalle, autoritaria, maschia. Ti inginocchi alle mie spalle, senza smettere ti toccarti il cazzo come farebbe un maschio arrapato. Lo vedo già unto: non hai perso tempo, hai urgenza di scoparmi. Lo strusci fra le mie chiappe, indugiando sul buco. Mi accarezzi la schiena, il culo. Non resisti, e mi dai qualche schiaffo sulle natiche. Non fa male, anzi, mi eccita. Sono così eccitato che il tuo cazzo mi entra dentro con relativa facilità. Mi guardi negli occhi attraverso lo specchio, orgogliosa di dominarmi. Hai un rictus che ricorda un sorriso, ma sembra soprattutto soddisfazione. Affondi, con calcolata lentezza, tutto il cazzo dentro di me. Aumenti piano piano il ritmo, con poderose spinte del bacino. C’è qualcosa nel tuo sguardo che mi ti fa credere altrove e mi lascia perplesso.
Sento bussare alla porta, maledicendo chiunque possa avere il pessimo gusto di interromperci.
Tranquilla, invece, ti sento gridare: “Entra, è aperto!”
Arriva Danny, con i jeans e un top molto femminile, che gli lascia scoperti gli addominali. L’ho sempre trovato sexy, ma ora mi imbarazza averlo davanti mentre sono carponi con un cazzo nel culo.
Vi sorridete. Ora capisco a cosa pensavi poco fa. Danny si sbottona i jeans, tenendo il top.
“Dai qualcosa da succhiare alla mia puttanella!”, ti sento dire sorridendo.
Mentre vedo la sua erezione crescergli in mano, le pulsazioni del mio cuore mi assordano. Si avvicina col cazzo al mio viso, strusciandomelo sulle labbra, sugli occhi. Apro la bocca, avido, e lo lecco, dalle palle alla punta. Scopre il glande, lo bacio delicatamente, poi me lo lascio scivolare in bocca. La scena sembra eccitarti non poco, a giudicare dalle poderose spinte del tuo bacino verso il mio culo. Il corpo di Danny è liscio, addirittura più liscio del tuo, anche se non mi sognerei mai di dirtelo. Ora sono in mezzo a una morsa: Danny spinge il bacino offrendomi il suo bel cazzo da succhiare, e tu spingi il tuo strapon nel mio culo. Mi accarezzi la schiena. Di tanto in tanto mi schiaffeggi le natiche, come si vede fare nei film porno. Penso che devi averne visti parecchi, a giudicare anche da come ti muovi, e dalla sicurezza con cui lo fai. Spingi sempre più forte, mentre spompino Danny con voracità. Sento sulla lingua una prima goccia di sperma, e divento ancora più famelico, più zoccola. Mi lascio scivolare il cazzo fino in gola, mentre tu m’inculi senza pietà. Con una mezza acrobazia, riuscite anche a baciarvi, al di sopra del mio corpo sudato.
La tua mano scende sotto il mio corpo, mi accarezza le palle, mi sega dolcemente. La mia bocca è sempre più veloce, il suo cazzo sempre più in fondo, il tuo sempre più veloce, il tuo bacino pompa, la tua mano è frenetica.
L’orgasmo di Danny che mi sborra in bocca scatena il mio, che vengo nella tua mano, e sento anche te venire, solo per il contatto dello strapon e del mio culo.
Mi fai leccare le tue dita impiastricciate del mio sperma, mentre raccolgo con la lingua una goccia di quello di Danny …

Dolcezze

Immagine

“Una cassatina della pasticceria Bellavita è un’esperienza sensoriale di una tale  intensità che è impossibile descriverla …”

“Bellavista? Esiste davvero?”

“Non Bellavista: Bellavita. Su Corso Garibaldi, nei pressi della Stazione Centrale, quella che a Napoli chiamano “a ferrovia”. Non devi mangiarla: dopo averle dato un morso, la lasci dividere dalla lingua, e la fai scivolare ai suoi lati. Sentirai le tue papille gustative accarezzate dalla sua morbidezza, cullate dalla sua dolcezza e inebriate dal suo sapore. Dopo averla tenuta lì un po’, non saprai come, la sentirai arrivare in gola, mentre ne hai ancora in bocca. Da lì, un’ondata di piacere ti prenderà per il collo e salirà per esploderti nel cervello.”

“ … meglio di un mio pompino?”

Sì, lo ammetto: ci ho dovuto pensare un attimo. Come un coglione, stavo per rispondere che era dura da scegliere, fra un tuo pompino e una cassatina di Bellavita.

Ho risposto, invece: “Mhm, non sono sicuro di ricordare bene: facciamo una prova.”

Ti sei avvicinata ai miei pantaloni, con lo sguardo malandrino, e hai incominciato a sbottonarlo prendendoti tutto il tempo che volevi. I jeans erano già gonfi, fin da quando avevi pronunciato la parola “pompino”.

All’ultimo bottone, le tue dita sfioravano i boxer, gonfi del mio cazzo. Imploravo silenziosamente la tua mano di liberarlo, mentre tu indugiavi ancora, facendo scorrere un’unghia lungo il cazzo che si erge verso l’ombelico. L’unghia smaltata di rosso vermiglio. Rosso zoccola, come lo chiami tu.

Quando la tua mano s’infila nel boxer, afferrandolo, emetto un tale sospiro che ti scompiglio i capelli, quasi. La tua mano stretta intorno al mio cazzo, è come se ce l’avessi dentro, nel petto, nell’addome. Lo hai tirato fuori dall’apertura dei boxer, lasciandomi semiprigioniero dei jeans intorno alle gambe che mi impedivano di muovermi liberamente. Per fortuna avevo il muro vicino alle spalle e, di tanto in tanto, mi ci appoggiavo per sorreggermi.

La tua lingua lo ha sfiorato, come per assaggiarlo. Ti sei allontanata con la testa, lo hai leccato per tutta la sua lunghezza, ti sei allontanata di nuovo. Mi guardavi il cazzo con espressione scettica. Sono stato sicuro che ti stessi vendicando della mia esitazione nel risponderti, poco prima.  Lo hai afferrato con la mano, e hai infilato la lingua sotto la pelle, a cercare la cappella. Sembra impossibile, ma mi sentivo solleticare nonostante tutta l’eccitazione da cui ero pervaso. La tua mano si muoveva, scoprendone la punta, la tua lingua ne inseguiva i movimenti, spingendosi nel foro. L’altra tua mano si è impadronita delle mie palle, accarezzandole dolcemente. Ormai tutto il peso del mio corpo gravava sul muro: le gambe, molli, erano solo un perno. La mano, dalle palle, passava ad accarezzarmi la pancia, a lambirmi un capezzolo, per finire poi col pizzicarlo. Sentivo il cazzo premerti in mano con più forza, a ogni pizzico. Hai aperto la bocca lo hai ingoiato, te ne sei impadronita. Le dita lasciavano campo alle labbra, e infine, quando era tutto nella tua bocca calda, umida, la mano scivolava lungo la gamba. Ho pensato che avrei potuto venire, poi, quando l’hai infilata nei capelli per scoprirti il viso. Mi hai guardato, con la bocca gonfia, e mi hai sorriso. Le tue labbra scivolavano lungo il mio cazzo, e lo vedevo scomparire e poi riemergere dalla tua bocca. Almeno, è ciò che vedevo quando riuscivo a tenere gli occhi aperti. Di tanto in tanto lo lasciavi libero, per leccarlo per tutta la sua lunghezza, nella parte inferiore; lo scoprivi, mi leccavi la cappella, e poi di nuovo tutto dentro.

Mi hai mostrato l’unghia dell’indice della mano destra, poi lo hai fatto scorrere fra le mie gambe, sulle palle, poi lungo il perineo. Sì, un’’unghia rosso zoccola, che mi sfiorava anche l’ano. E la tua bocca non mi dava tregua, intanto.

Ho visto il mio cazzo scomparire interamente nella tua bocca, la cappella solleticata dalle tue tonsille, per poi uscire di nuovo all’aperto. Hai scoperto il glande, e mi hai fatto assaggiare i tuoi denti …

Ero puntellato con la mani e le braccia al muro: ho avuto paura di scivolare a terra, privo di sensi.

L’ho visto sparire di nuovo nella tua bocca, che andava prendendo ritmo sul mio cazzo ormai rosso, la cappella violacea. Mi hai afferrato le natiche con entrambe le mani e la tua testa ha incominciato a muoversi con un ritmo tale che ho capito che avevi deciso che era tempo, adesso.

Tempo di sborrarti in bocca, tempo di scomparire dalla faccia della terra in quell’estasi che forse è la felicità, anche se non riusciamo mai ad afferrarla.

Come quando, poco dopo, un brivido bollente mi percorreva la spina dorsale, partendo dal mio cazzo che ti esplodeva in bocca, fino ad arrivarmi nel cervello, forse addirittura meglio della cassatina …

Appena ho potuto parlare, appena ho recuperato un respiro quasi normale, ti ho sussurrato: “Più tardi ti parlo anche dei cannoli che fa Bellavita …”

 

 Immagine