Cuscino realistico

cuscino

La postina lascia due lettere sul banchetto dell’edicola: “Com’è andata, ieri sera?”
L’edicolante la guarda, serio: “Vuoi mangiare pastina per il resto della vita?”
Sommersa da altre inutili informazioni, emerge dalla mia coscienza la notizia che, ieri sera, la Juventus ha perso col Barcellona. E così riesco a decrittare il dialogo di cui sopra, scoppiando a ridere. Entrambi mi guardano in cagnesco, per opposte ragioni. Bah, mi succede di continuo.
Pago i giornali e mi avvio all’auto, quando mi accorgo di aver dimenticato le chiavi.
Torno su, senza far rumore: potresti esserti riaddormentata. Devono essermi cadute in camera.

Non dormivi, anzi. Sentendoti gemere, mi sono avvicinato di soppiatto alla porta e mi sono messo a spiarti.
Il letto ancora disfatto, il tuo bellissimo culo bianco in mostra, giacevi pancia in giù sulle lenzuola. Stringevi il mio cuscino fra le cosce e ti ci strofinavi sopra. Lo annusavi, e ti sentivo sussurrare il mio nome.
Mi sono talmente eccitato che il cazzo mi faceva male, nei pantaloni. E anche emozionato, a sentirmi chiamare con tanta intensità.
Immobile, però, ho continuato a godermi lo spettacolo del tuo culo che andava su e giù, immaginando il cuscino chiazzarsi della tua eccitazione, immaginando la macchia allargarsi e farsi più profonda.
Trattenendo il respiro, ti ho sentita gemere sempre più forte, fino a quando un grido liberatorio ha accompagnato il tuo orgasmo.
Facendo un passo avanti, ho rivelato la mia presenza, facendoti sobbalzare. Sei diventata rossa in viso, hai impiegato un bel po’ a capire cosa stesse succedendo. Istintivamente ti sei coperta col lenzuolo.
Avanzando verso di te mi sono spogliato, fino a essere completamente nudo, con l’erezione in vista. Ho afferrato il cuscino, affondato il naso nella macchia scura lasciata dalla tua fica e ho aspirato a piene narici, fino a essere folle di eccitazione.
Ti sono saltato addosso, sulla tua schiena liscia, il cazzo che si infilava fra le tue cosce e mi sono stretto a te. Come ripensandoci, invece, sono scivolato fuori dal letto, ti ho tirata a me per i piedi e mi sono spalmato addosso a te. Ti ho afferrato i seni, con le mani aperte e le dita larghe, strofinato il cazzo sulle natiche e baciato la nuca lasciata scoperta dal tuo nuovo taglio di capelli.
Ho avvolto un braccio intorno al tuo petto e lasciato scivolare l’altro lungo il tuo addome, fino a fermare la mano aperta sulla tua fica grondante. Ho spinto un dito dentro, ti ho carezzato il clitoride, l’ho lasciato andare su e giù fra le labbra. Ti ho costretta ad allargare le gambe, strusciato il cazzo sotto la fica. Me lo hai lucidato per bene, poi l’ho spinto dentro, facendoti sobbalzare.
Mordendoti dietro la clavicola e sulla spalla ti stringevo sempre più forte, dando vigorosi colpi del bacino, sempre più a fondo. Ogni affondo era accompagnato da una tua sonora emissione di aria.
“Sì, montami …”
Non c’era altro che potessi dire: non sono più riuscito a controllare i movimenti sempre più frenetici del mio corpo, del mio bacino impazzito, del mio cazzo che pompava dentro di te sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di te, mentre ti sentivo venire di nuovo.
Non credo che oggi andrò più a lavorare.
Chi ha riconosciuto la citazione del titolo può partecipare al Grande concorso “Passa una folle notte d’amore con Pornoscintille!”

Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Il serio problema dell’intolleranza al lattosio

mungitura

 

Ti avvicini fischiettando alla stalla. Indossi un corto camice rosa con colletto e risvolti bianchi, guanti e stivali di gomma in tinta. Camminando, lasci dondolare un secchio di ferro zincato.

Arrivi vicino al giaciglio di paglia su cui dormo e mi dai un colpetto con la punta del piede per svegliarmi. Mezzo addormentato, giro la testa verso di te.
“E’ l’ora della mungitura, Vacca. Tirati su.”
Visto che ho difficoltà a riprendere contatto con la realtà, ci pensi tu con le maniere spicce: mi afferri per i capelli e mi tiri su, apri il camice e mi premi la fica sul naso.
La reazione è immediata: erezione pulsante e sono completamente sveglio e con l’acquolina in bocca.
Sollevo il culo, e rimango con le mani appoggiate alla mangiatoia. Accanto a me, ci sono cinque vacche. Vacche vere, intendo, legate anch’esse con grosse catene.
Sistemi lo sgabello accanto a me, tiri fuori dalla tasca un plug – rosa, ovviamente – e me lo spingi nell’ano senza tanti complimenti. Ti siedi e porti il secchio sotto al mio ventre.
Mi afferri il cazzo con la mano destra e cominci a segarmi o, per meglio dire, a mungermi. Sei di buon umore, ma impaziente: mi accarezzi la schiena, come fai anche con le altre bestie, e mi pizzichi un capezzolo (questo, invece, alle altre bestie non lo fai).
Sento il cazzo strattonato verso il basso sempre più forte. Quando mi ordini, perentoria, di sborrare, mi aggrappo alla mangiatoia per non franare a terra e sborro, senza poterti resistere.
La tua mano rallenta, dando gli ultimi colpi, mentre il tuo sguardo esperto valuta quanto c’è nel secchio.
Mi sistemi la colazione davanti e, mentre mangio, vai a mungere le altre vacche con la mungitrice.
Ogni volta che la vedo ho un tuffo al cuore, pensando con sgomento a cosa succederebbe – o meglio, cosa succederà – quando deciderai di usarla su di me.

Finito di sistemare le “colleghe”, torni a occuparti di me.
“E adesso, Vacca: seconda mungitura!”
Mi sfili il plug dal culo. Indossi uno strapon – rosa – ti posizioni dietro di me e spingi lentamente, fino a farmelo entrare tutto dentro. Le mani sui miei fianchi, mi possiedi con foga, come se dovessi sfogarti di un sovraccarico di testosterone. Lasci andare degli schiaffoni sonori sulle mie natiche, affondando lo strapon fino a sbattermi la fica sul culo. Di tanto in tanto, ti aggiusti una ciocca di capelli ribelle con il dorso della mano.
Continui a stantuffarmi dietro. Mi passi una mano sotto al ventre e mi afferri il cazzo con la mano guantata.
Mi seghi energicamente, fino a farmi sborrare di nuovo nel secchio. Giacché ci sei, continui a montarmi fino a raggiungere l’orgasmo, abbandonandoti sulla mia schiena.
Faccio fatica a reggere il tuo peso e i tuoi colpi. Mi chiedo dove trovi tanta forza un corpo tutto sommato più piccolo del mio. Sei piuttosto piccolina, sebbene muscolosa. Capelli biondi corti, se si esclude un ciuffo in cima.

Ti sfili, riponi lo strapon e ti sistemi il camice. Mentre raccogli il secchio, si sente il rumore di un’auto che si avvicina. La ghiaia del cortile scricchiola sotto i grossi pneumatici del SUV.
Si apre la portiera. Vedo fuoriuscirne una gamba interminabile, in fondo alla quale c’è una scarpa rosso vivo con un tacco altissimo.
Quando viene fuori Magda, l’accogli con un urletto di gioia. Vi abbracciate e vi baciate sulle guance.
Entra con te nella stalla. Mi guarda: “E’ nuovo?”
“Beh, da quando ho scoperto di essere intollerante al lattosio, mi sono dovuta rassegnare a un surrogato. Il latte di soia fa schifo. Non darei niente a base di soia neppure alle mie bestie. Quindi …”
Magda mi sfiora il culo e mi soppesa il pacco, come se davvero fossi una bestia a una fiera.
Guardare quelle gambe, però, mi ha inaspettatamente eccitato di nuovo. Ho il cazzo duro, anche se mi fa male. Un po’ mi vergogno di far vedere di essermi arrapato per una donna che non sia tu, la mia padrona.
La cosa non ti sfugge: “Guardala, la mia Panna, si è eccitata ancora! Forse oggi si può fare una terza mungitura!”
“Panna? Che razza di nome …” Magda ride sonoramente. “Come mai un nome così bizzarro?”
“Perché la sua vita ha un senso solo quando viene montata. Come la panna!”
Ridete di nuovo insieme.
Magda guarda lo strapon: “Posso provarlo?”
“Fai pure, accomodati! Intanto mi preparo per mungerlo.”
Quando sento la punta di gomma puntarmi sull’ano, sono costretto – data l’altezza di Magda – a sollevarmi sulla punta dei piedi. Spinge, senza riguardo, riempendomi di nuovo il culo.
I suoi colpi poderosi rischiano ogni volta di farmi franare a terra. Faccio una fatica immane per reggermi in piedi.
Gemo a ogni botta che ricevo. Tu mi mungi, intanto, puntando il cazzo verso il secchio. La mani di Magda ferme sui miei fianchi sono quasi rassicuranti. Mi fotte senza dar tregua al mio povero culo.
Mi porti di nuovo all’orgasmo, facendomi sborrare nel secchio. Dopo l’ultimo strattone al cazzo, posi il secchio e baci Magda sulla bocca.
Continuate a baciarvi mentre mi monta ancora. Le sbottoni la camicetta e le mordi i capezzoli.
Anche lei gode, dando un estremo colpo di reni che mi fa cadere sulle ginocchia, lasciando fuoriuscire lo strapon.
Raccogli il secchio e vi allontanate tenendovi per mano.
“Hai fatto colazione?”
“Non ancora …”
“Allora la facciamo insieme, dai!”

Ansimando, crollo sul mio pagliericcio.

Aerosol

slip on face

 

Ti sfili le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe. Ti aiuti ancheggiando, con tipica grazia femminile. Con altrettanta grazia, ti chini a raccoglierle, le stringi nel pugno di una mano e giri intorno a me.
Mi premi gli slip sul naso, avendo cura di far aderire alle narici la parte impregnata degli umori della fica.
Ti premi contro la mia schiena, la tua mano scivola lungo il mio fianco, va verso il centro del mio corpo, mi afferra decisa il cazzo e va lentamente avanti e indietro.
Continui a masturbarmi, così, suggerendomi di respirare la tua eccitazione.
La tua mano, sempre più veloce, sempre più stretta intorno al cazzo, mi porta in breve all’orgasmo.

Nelle ultime settimane, questi gesti hanno assunto la caratteristica del rito: non è passato un giorno senza che la tu mi abbia fatto godere in questo modo.

Oggi, mentre ti sfili le mutandine di pizzo nero, i tuoi occhi hanno una luce diversa. Sembri essere padrona dell’universo e il tuo sguardo sereno quanto deciso.
Le raccogli. Le stringi nel pugno della mano. Giri intorno al mio corpo e me le premi sul naso. Inspiro con voluttà. Il mio cazzo ha una reazione violenta, subitanea.
Il tuo corpo aderisce al mio. Sento i tuoi seni premermi sulla schiena, la tua fica bollente sulle natiche. Con un polpastrello mi sfiori un braccio. Ho un brivido. La tua mano risale lungo il petto, mi sfiori un capezzolo. Lo accarezzi con l’unghia, poi lo pizzichi forte. Il cazzo mi balza su, ancora più forte.
“Inala la mia fica arrapata …”
La tua voce, un sussurro, arriva dritta al cervello, e da qui al sesso.
Mi mordi il lobo di un orecchio, mi baci il collo. Reclino il capo all’indietro, cercando il tuo corpo, la tua testa.
Il calore rassicurante della stanza rende irreale la tempesta di neve che vediamo dalla finestra.
Premi più forte lo slip sulle mie narici, continui ad accarezzarmi e a strusciarti contro la mia schiena e il mio culo, evitando, però, di sfiorare in qualunque modo il cazzo.
Mi guardi negli occhi, attraverso lo specchio. Respiro sempre più forte.
Incolli la bocca a un mio orecchio e mi ordini, decisa: “Sborra, porco!”
Non posso fare altro che arrendermi alla tua volontà superiore, e cedere a un orgasmo squassante, senza che il mio cazzo sia stato mai toccato.
Scivolo a terra ai tuoi piedi, esausto, riuscendo appena a vedere, nel tuo sguardo riflesso, il ritratto della soddisfazione illuminare i tuoi occhi.

Mary Christmas

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Alle due di notte è già abbastanza difficile centrare la tazza del cesso, cercando di controllare il getto ribelle; farlo mentre arriva il rumore improvviso di uno strappo dal salotto, dove non dovrebbe esserci nessuno, lo rende impossibile.
Sono sceso al piano di sotto a pisciare per non svegliare nessuno, infatti. Tiro su pigiama e slip, raccogliendo un pene che è diventato talmente piccolo per lo spavento da sembrare l’idea di se stesso e mi avvio in punta di piedi verso la stanza da cui è venuto il rumore.
Trattengo il respiro. Sebbene la cosa più ovvia sia che qualcun altro della famiglia sia sceso, magari per mangiare qualcosa, penso alle cose peggiori.
Giunto sulla porta, vedo un’ombra muoversi. Gli occhi ormai abituati all’oscurità, vedono una forma chiara, sferica. L’elaborazione del mio cervello ricollega la sagoma a un culo femminile.
Mi strofino gli occhi, pensando che dovrò smetterla di guardare donne nude su tumblr e che le mie sinapsi stanno celermente degenerando.
Rimetto a fuoco: è decisamente un culo femminile. Da dietro le natiche chiare emerge il resto del corpo, in un vestito rosso. Non so come, avverte la mia presenza, si gira e mi guarda.
“Cosa cazzo avete in questo camino? Guarda come mi sono ridotta!” Accende la luce e mi fa vedere la parte posteriore dei suoi pantaloni strappati, mostrandomi di nuovo quel meraviglioso culo.
“M-ma …” balbetto. Mi interrompe: “… chi sono? Non si vede?”
E prosegue: “Quel cornuto di Claus, mio marito, ieri sera ha preso una sbornia colossale, tanto per cambiare. Ed è toccato di nuovo a me andare in giro a distribuire i regali.”
Sto per dar sfogo a tutto il mio adulto scetticismo quando, raccolto il sacco, lo butta rumorosamente sul divano e mi viene vicino, praticamente alitandomi sul viso.
E’ talmente bella che le parole mi muoiono in gola. Il suo alito profuma come un mattino di sole in campagna.
“A proposito: l’alcool l’ha reso anche impotente,” infila una mano nel mio pigiama, stringendomi il pacco fra le dita, “e ho una tale voglia di scopare che potrei farti male!”
La sua manata sul petto mi spinge per terra, dando concretezza alle parole appena pronunciate. Mi posa un piede sul petto, come se fosse la padrona di casa – e del mio corpo. Indossa gli stivali neri che ci si aspetterebbe da Babbo Natale, alias Santa Claus. Se li sfila, uno per volta, usando il piede opposto per farlo. Infila il piede sotto la giacca del pigiama, sollevandola, mentre sale su verso il mio petto. Indugia con le dita su un capezzolo, poi sull’altro. La guardo mordersi le labbra, mentre si spoglia lentamente. Si piega su di me e, mentre si sfila la parte superiore del vestito, mi avvolge il viso con i suoi generosi seni. Le sue mani continuano l’opera dei piedi, spogliandomi e accarezzandomi. Le afferro il culo, arpionandole le natiche con le dita. Perdo ogni controllo, affondando la testa fra le sue tette, leccandogliele, mordendo e succhiando i capezzoli, strisciando la lingua in su e in giù nell’incavo, e poi leccandogliele ancora. Muove il bacino, strofinando la fica sul mio cazzo ormai durissimo. Lo afferra, solleva il culo e si impala, sollevando il busto.
Le mani aperte sul mio petto, ondeggia selvaggiamente, sfiorandomi di continuo il viso con i capelli. Li afferra e se li porta sulla testa, fermandoli dietro le orecchie. Il suo viso è teso, serio. Di tanto in tanto chiude gli occhi, mordendosi le labbra. Affonda le unghie nel mio petto, mi pizzica i capezzoli facendomi inarcare la schiena di piacere. Sollevo il culo per entrarle dentro con più forza. Ogni contatto è rumoroso, il cozzo di due corpi dimentichi di tutto. La accarezzo lentamente, prima, con frenesia, poi.
Siamo ormai senza controllo quando l’orgasmo mi travolge. Mi guarda fisso negli occhi. Non riesco a capire se rapita o delusa.
Quando sento che anche lei gode, squassata da ondate di piacere trattenute da chissà quanto, opto per la prima ipotesi, orgogliosamente.
Si accascia su di me, esausta. Le accarezzo la nuca, i capelli, assecondando con le mani il suo corpo ondeggiante per il respiro ancora affannoso.
Poco dopo, mentre si riveste, mi chiede: “Dove tiene ago e filo la cornu … ehm, tua moglie?”
Glielo indico. “Reggi qui. Dammi una mano così faccio prima.”
La aiuto. Dopo aver rattoppato alle meglio i pantaloni rossi, apre il sacco dei regali.
Sono ancora frastornato. Il viso mi scotta come se avessi la febbre.
Emerge da chissà quale strato della coscienza il ricordo di mio figlio che indirizza a Babbo Natale una richiesta per la PS4. Il pacchetto che esce dal sacco, però, su cui è scritto il suo nome, è troppo piccolo per contenerla.
“Ci dev’essere un errore: in quella scatola non può starci la playstation …”
“Senti, cocco, se vuoi che tuo figlio abbia regali così costosi, compraglieli. Qui ci sono dei cioccolatini. Io più di tanto non posso!”

Sì, viaggiare!

“Guarda lì, poi dicono che l’umanità non va migliorando: vent’anni fa, era pieno di cafoni con la Golf e il gomito fuori dal finestrino; adesso è pieno di fighetti in giacca e cravatta sulle Audi.”
Dà un prolungato colpo alla tromba del TIR e l’Audi nera, che stava tentando un sorpasso davanti a noi, rientra come se avesse preso la scossa.
Poco più avanti, altra strombazzata, mentre sorpassa uno di quei furgoni rialzati, tipici dei mobilieri. Prende il baracchino, subito dopo averlo sorpassato, e gli urla: “Paura, eh, con la tua bicicletta?”
Nel nostro gergo, la “bicicletta” è il nome dispregiativo con cui vengono chiamati quei furgoni dagli autisti dei TIR.
E’ il mio primo vero viaggio. Mi hanno affiancato a questo tipo. Sarebbe anche un bell’uomo, se non avesse quell’addome sporgente tipico di chi fa il nostro lavoro da tanti anni.
Appena ci siamo messi in movimento, ai miei timidi tentativi di dialogo che riguardavano il lavoro, ha tagliato corto: “Io guido; tu stai buono lì senza rompere i coglioni. Non ho nessuna intenzione di mettermi a guardarti mentre guidi o, peggio ancora, di farti da balia.”
Il resto del viaggio è proseguito nel mio imbronciato silenzio, rotto dalle sue battute volgari ogni volta che sorpassavamo un’auto guidata da una donna e dalle comunicazioni con i colleghi tramite la ricetrasmittente.
Arrivati all’altezza di Bologna, esce dall’autostrada e si avvia verso la piazzola di sosta di un ristorante. Generosamente, elargisce una rara perla di saggezza: “Da queste parti, non si è sicuri per niente. L’unica cosa da fare è fermarsi qui, dove è pieno di altri autotreni. Ci si protegge gli uni con gli altri.”
Tira fuori una gavetta di alluminio: “Io mangio sempre quello che cucina mia moglie, all’andata. Ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai. Tu vai pure al ristorante.”
Mi sembra una sorta di tradimento. Vado a mangiare qualcosa anch’io. L’atmosfera gioviale del locale, la battutacce dei colleghi e la cucina casalinga servita da un paio di ragazze abituate a sentirne di tutti i colori senza smettere di sorridere e di tenere a bada i clienti, mi rinfranca. Sono quasi gonfio dell’orgoglio di far parte di un gruppo.
Rientro in cabina, per passare la notte, dopo aver fumato una sigaretta. Giorgio russa. Mi allungo sulla branda, senza riuscire a prendere sonno. Appena li chiudo, vedo scorrere davanti ai miei occhi chilometri di autostrada, come in loop.
Il rombo di un autotreno che rallenta e parcheggia. Il vociare allegro dei due autisti che scendono dal camion e si avviano al ristorante. Non parlano né inglese né tedesco. Forse olandesi.
Mi rigiro a pancia in giù. Forse anche Giorgio dev’essersi girato, visto che non russa più.
Sento arrivarmi una sua mano addosso, su una natica. Trattengo il respiro, indeciso se dire o fare qualcosa, o aspettare che la tolga di lì, certo che ci sia finita durante il sonno.
La mano, invece, si muove. Incoraggiato dal mio silenzio, la infila nei miei pantaloni, tastandomi le natiche, e facendo scorrere le dita nel solco che le divide.
Esito. L’indecisione mi è fatale: me lo ritrovo addosso, mentre armeggia con la mia cintura per liberarmi dai calzoni. Ho un’erezione che mi disorienta del tutto, lasciandomi in balia delle sue mani.
Mi solleva il culo, lo sento armeggiare con la zip e poi mi ritrovo il suo cazzo bollente che va su e giù fra le mie natiche. La testa affondata nel cuscino, trattengo il respiro in attesa di quello che farà.
Sento altri rumori confusi, poi l’odore tipico del lubrificante dei profilattici, poi di nuovo il suo cazzo fra le chiappe. Coperto e lubrificato, adesso.
“Stai tranquillo, andrà tutto bene.” mi sussurra all’orecchio, Mi sorprende questa sua delicatezza. E, magicamente, mi rilasso davvero: mi sento sicuro e protetto, fra le sue mani. Sento la sua cappella puntare sull’orifizio. Spingo, come se dovessi cagare, in attesa che il suo cazzo mi entri dentro. E’ grosso. Proporzionato al resto della sua mole. Infilo una mano sotto il mio addome, per tirare su il cazzo duro che mi fa male, premuto sulla branda. Già che ci sono, mi masturbo lentamente, mentre sento il culo aprirsi sulla spinta di Giorgio, che mi grava addosso con tutto il suo peso. Mi sembra di sentire la sua trippa sulla schiena. Forse è solo la mia immaginazione, eppure è come se fosse tutta lì, adagiata nella curva delle mie reni.
Geme, mentre affonda dentro di me. Le mani sui miei fianchi, mi riempie il culo col suo cazzo enorme. Mi mordo le labbra, continuando a segarmi. Vorrei portare l’altra mano a un capezzolo, per pizzicarmelo, ma il suo peso addosso mi inibisce i movimenti.
Sollevo il culo, per assecondare i suoi colpi. Mi sbatte sempre più forte. Sento il suo corpo accarezzarmi le palle a ogni affondo, il suo cazzo riempirmi sempre di più, il suo odore di maschio avvolgermi come in un campo magnetico protettivo. Alcune gocce di sudore, forse dal suo viso, forse dalle sue ascelle, mi cadono sulla nuca.
Mentre mi sto segando ancora, il suo gemito diventa un rantolo. I suoi affondi si fanno più profondi e lenti, sento lo sperma riempire il profilattico nel mio culo, a fiotti.
Vorrei che continuasse ancora, per venire anch’io, ma si sfila e si butta sulla branda a pancia in su, respirando affannosamente.
Muovendomi a fatica – sento tutte le ossa doloranti – mi isso sul suo corpo, posando la testa sul suo petto. Continuo a segarmi in silenzio.
“Togliti: non sopporto queste smancerie da checche.”
Mi allontana con una manata.
“Sarei andato con le mignotte, come facevo prima. Ma ho quattro figli da tirare su e i soldi non bastano mai.”
Continuo a segarmi, sborrando in un fazzolettino di carta.truck

“Vieni a salvare mia anima”

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vengo a salvare

“E adesso?”
Ho appena finito di salire i tre gradini dello sgabello – certificazione di qualità del prestigioso TUV tedesco: non vorrei incidenti in questo delicato frangente – infilato la testa nel cappio (anche questo realizzato con corda che usano gli scalatori), la mano sinistra sul nodo, pronto a stringere, quando suonano alla porta.
Il primo impulso è quello di dare un calcio allo sgabello. E alla vita con tutti i suoi dannati problemi. Invece sono costretto ad allentare il nodo, sfilare il cappio, scendere con precauzione dallo sgabello – non è il momento di avere un infortunio – e andare a vedere chi è l’estremo, definitivo rompicoglioni che bussa alla mia porta.
Mi è bastato immaginare che qualche zelante vicino potesse vedermi dal buco della serratura, chiamare aiuto e mandare a monte quanto fatto per la mia uscita di scena organizzata con tanta cura, per convincermi a rimandare il tutto di qualche minuto.
Spero.
Dallo spioncino vedo che è una ragazza.
“Mi scusi, sono la nuova inquilina dell’appartamento accanto. Avrebbe del sale? Mi sono appena trasferita e mi sto accorgendo che sono più le cose che mi mancano che …”
Il mio sguardo, tutt’altro che collaborativo, deve averla scoraggiata a finire la frase.
Senza neppure risponderle, mi avvio verso la cucina per darle il maledetto barattolo del sale. Può prenderselo tutto: a me non servirà più.
Incomincio ad aprire i pensili della cucina ma, inaspettatamente, il barattolo non si trova.
Mi giro, grattandomi la testa. La tipa mi ha seguito. E’ dietro di me, con un’espressione mortificata.
Eppure sono sicuro che, dietro quella maschera, si nasconda una montagna di ironia. Tutta vestita di bianco, lunghi boccoli biondi, due tette che si sollevano ogni volta che inspira, se ne sta lì tutta compunta a guardarmi.
Prende in mano la situazione e si mette a cercare per me, mentre resto imbambolato come un coglione. Che è quello che mi è sempre riuscito meglio, nella vita. Non per nulla avevo appena infilato la testa in un cappio, qualche minuto prima.
Si solleva sulla punta dei piedi, per cercare nei pensili in alto. La sua veste si solleva scoprendole le cosce.
“Niente, qui non c’è. Non ricorda quando l’ha usato l’ultima volta? Dio, sono mortificata, chissà cosa stava facendo d’importante e io la importuno con il mio sale. ”
Il mio silenzio non la scoraggia. Sposta barattoli di qua, sbatte pentole di là, ma il sale non viene fuori.
“Importante e importuno.” Si volta e mi sorride. “Adoro queste assonanze. Lei no?”
Oddio, niente di meglio di una poetessa per mettere fine alla mia miserabile vita. E per farmi convincere vieppiù di star facendo la cosa giusta.
Vieppiù. Ecco, mi ha già contagiato!
Setacciato il piano di formica della cucina, tocca ai ripiani in basso. Si china, girandosi a destra e a sinistra. La sua veste, tirata su dalla schiena, le scopre quasi completamente il culo.
Ho un’erezione immediata, divento rosso in viso e il cuore incomincia a pompare all’impazzata. Spero che non si giri adesso. Vorrei morire dalla vergogna. Questa frase, tutt’a un tratto, riprende ad avere il suo rassicurante significato figurato, abbandonando quello letterale che aveva avuto negli ultimi giorni, e che mi aveva spinto sull’orlo del gesto estremo.
Cristo. Gesto estremo. E’ un binomio di una tale banalità che, quasi quasi, ci ripenso e non mi impicco più.
“Mi sembra di vederlo lì in fondo. Questi mobili ad angolo hanno sempre una profondità spaventosa. Non potrebbe aiutarmi?”
Mi avvicino per allungare un braccio oltre il suo corpicino caldo e sono avvolto dal profumo della sua pelle. Senza rendermi conto di quello che sto facendo, mi ritrovo con una mano che risale fra le sue cosce e le labbra posate sul suo collo. Irrigidisco il collo, aspettandomi un manrovescio che non arriva. Anzi, allarga le gambe e lascia strada libera alla mia mano. Le tiro su del tutto la veste, scoprendole il culo. Ho l’acquolina in bocca. Mi prende l’altra mano e se la porta su un seno. Sono avvolto dalla sua sensualità, chiudo gli occhi e la respiro a pieni polmoni. Si solleva un po’, appoggia le mani sul ripiano di formica della cucina e, senza mollare la mia mano stretta intorno al suo seno, strofina il culo contro i miei pantaloni. La sento gemere. Io sono in ebollizione, non so se sto respirando ancora. Mi viene perfino il dubbio che sia morto e che questo sia il sogno che mi traghetta all’inferno.
La mia mano aperta, intanto è risalita fino al centro del suo corpo ed è spalmata contro il suo sesso, umido, caldo e pulsante. Si gira, mi butta le braccia intorno al collo e mi bacia. La sua lingua nella mia bocca mi sorprende, tanta è la foga. Impiego qualche secondo a ritrovare il bandolo della matassa. Poi la mia lingua si avvinghia alla sua, le mie mani diventano frenetiche nel cercare i suoi seni, nello sbottonare il suo abito che scivola a terra ai suoi piedi. Mi sbottona i pantaloni, mi tira fuori il cazzo dai boxer e se lo preme contro il ventre. La stringo. Sento i suoi seni contro il petto, i capezzoli duri, turgidi, contro i miei. Le mani vanno sul suo culo, lungo la schiena. Si gira e si offre a me. Sotto le sue natiche aperte, il richiamo irresistibile della fica grondante. Incrocia i polsi sul culo, e mi ordina: “Legami!”
Leggendo il mio disorientamento, mi fa un cenno col mento verso il cappio al centro della stanza. Eseguo, come un automa. Sciolgo la corda, le lego i polsi e la prendo così. Tutto il cazzo dentro, fino alle palle. La tengo per i fianchi, poi per le mani, mentre le scopo selvaggiamente. Sentirla gemere – lo fa in un modo che mi manda fuori di testa, un po’ come una bambina – mi rende frenetico. Spingo sempre più forte, sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di lei, che urla di piacere.
Le bacio la schiena e il collo, mentre il mio respiro torna lentamente normale. Le sciolgo i polsi. Si tira su la veste. Mi guarda e sorride. Va al tavolino, prende la lettera d’addio che avevo scritto al mondo, strappa senza leggerla tutta la parte scritta, ne conserva un lembo bianco e ci scrive quello che dev’essere il suo numero di cellulare.
Non sono sicuro di sapere quello che sto facendo quando, con gli occhi fissi nei suoi, mi avvio verso il bagno per lavarmi. Continua a seguirmi, fin sulla porta del bagno. Mi spoglio del tutto, tolgo le scarpe. Lei imita i miei gesti, seguendomi fin sulla soglia della doccia.
Metto un piede sul bordo della doccia, scivolo e sbatto la testa contro la parete. Mentre sento la vita scivolare silenziosamente via da me, vedo il suo corpo farsi etereo, per poi svanire, come una nuvola di fumo. Le ultime due immagini che vedo, sono quella che avrebbe visto chi mi avrebbe trovato se mi fossi ucciso, la lettera sul tavolo e il mio corpo appeso a una corda, e quella che invece vedrà adesso.

Spero che Sergio Caputo non si incazzi.

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