Raggi

 

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Era una splendida giornata di sole. I campi di grano viravano dal verde all’oro tutto intorno a me. Continuavo a pedalare senza nessuna logica, alternando sgroppate folli, quasi dei tuffi in discesa, a faticosi zig zag in salita, come tutti gli adolescenti del mondo. E, come a tutti gli adolescenti del mondo, ogni scusa era buona per un’erezione con conseguente sega. Posai un piede a terra, dando uno sguardo panoramico alla natura intorno a me. Non c’era un’anima per chilometri, a giudicare dal silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale. Infilai una mano nei calzoncini, per un rassicurante contatto col mio sesso duro. Una costruzione abbandonata, forse un vecchio pagliaio, attirò la mia attenzione. Camminando con la bici per mano, mi avviai verso di esso. All’interno era pieno di ragnatele. Un aratro arrugginito, che evocava immagini di un passato rurale che non avevo conosciuto, giaceva inutile in un angolo. Qualche balla di paglia stantia qui e là e un forcone inutilizzabile confermavano la mia prima impressione di abbandono. Il cuore mi batteva all’impazzata mentre tendevo l’orecchio alla ricerca di un qualunque rumore che venisse dall’esterno.

Mi abbassai di poco i pantaloncini, tirai fuori il cazzo e incominciai a menarmelo furiosamente. Chiusi gli occhi. Ansimavo, ma cercai di attenuare il suono del mio respiro per cogliere eventuali suoni. Le palpebre chiuse aprirono una finestra sulla piazza del mio paese: Pamela camminava ancheggiando. Teneva l’adorata cagnetta al guinzaglio. La sua scollatura vertiginosa inghiottiva il mio sguardo. Deglutivo ogni volta che la vedevo. E ogni volta correvo a nascondermi, vergognandomi di essermi fatto scoprire. Sussurrai il suo nome.

Aprii gli occhi. La mia mano stringeva il cazzo e andava avanti e indietro scoprendo parte del glande. Tesi l’orecchio: niente, solo le cicale! Pronunciai il suo nome. Lo urlai. E venni, tenendomi a fatica sulle gambe. Guardai i getti del mio sperma spegnersi sulla paglia e poi sul pavimento in terra battuta, sempre più corti, sempre più vicini ai miei piedi. Sentivo la testa scoppiare e le orecchie bollenti. Mentre cercavo di prendere i fazzolettini con la mano pulita, quello che scambiai per un trapestio mi fece sussultare. Paralizzato dallo spavento, vidi, rassicurato, entrare una cagnetta scodinzolante. Sembrava quasi sorridere. Annusando il pavimento, si diresse verso le macchie che avevo appena schizzato. Ne leccò una, la più lontana. Continuando a seguirne il percorso a ritroso, si avvicinava a me, leccando ogni goccia di sperma. Fermo, con i calzoncini semi-calati, il cazzo in mano e l’altra rimasta ferma in tasca sul pacco di fazzolettini, non osavo respirare. Arrivata ai miei piedi, la cagnetta si appoggiò sulle mie gambe ergendosi sulle zampe posteriori. Tirò fuori la lingua seguendo il filo di sperma che colava dalla punta del glande. Paralizzato dallo stupore, il cazzo moscio per lo spavento, guardavo stregato la cagnetta. Quando la sua lingua arrivò a lapparmi il glande fui costretto a chiudere gli occhi. Mi si contrasse il diaframma, come se avessi toccato qualcosa di gelato con una parte sensibile del corpo. Ero combattuto fra la voglia di restare e il dovere di sfuggire a qualcosa che trovavo innaturale. Come stregato, rimasi. La bocca della cagnetta si impadronì gradualmente del mio cazzo, leccandolo e succhiandolo. Mi tornò duro in fretta. Saldamente appoggiata con le zampette anteriori alle mie cosce, la cagnetta me lo succhiava senza tregua. La sua lingua ruvida mi stava facendo impazzire. Avvertivo un leggero dolore alle palle per essere appena venuto.

D’improvviso, mentre stavo per venire di nuovo, la cagnetta si fermò e scivolò giù. Si girò e si mise a sculettarmi davanti. Mi aveva portato al punto in cui non potevo più fermarmi, ormai. Avendo abbandonato ogni residuo di ragione, mi inginocchiai dietro di essa e le sollevai la coda, curioso.

Ero attratto e respinto da quella assurda fichetta. Mi resi conto, in quel momento, che quello era il primo sesso di genere femminile della mia vita. Non so come, ma accadde: mi liberai dei calzoncini, le sollevai la coda e le spinsi dentro il cazzo. Spinsi, spinsi e spinsi ancora. L’abbracciai o, per meglio dire, la cinsi come potevo con le braccia e, inginocchiato dietro di essa, la fottevo preda degli spiriti. Sborrai, gemendo. La cagnetta guaì. Si girò e venne a leccarmi il viso. Ne fui infastidito, ma non fui capace di allontanarla. Mi pulii come potevo, mi ricomposi e uscii in fretta.

Inforcai la bici e presi a pedalare con un ritmo che mi stroncò in pochi minuti. Fui costretto a fermarmi. Ansimando, feci quello che meglio di ogni altra cosa avrei fatto per il resto della vita: mi sentii profondamente in colpa.

 

Mp3

L’invenzione dell’autobus contribuì in modo importante al miglioramento della mobilità cittadina. D’altro canto, fece anche comparire una delle figure umane più odiate della storia: il “giovane d’oggi che non si alza per far sedere le donne incinte e gli anziani”, figura che non è più scomparsa dagli autobus di tutto il mondo.

In un pullman con tutti i posti a sedere occupati – praticamente vuoto – sono appeso a uno degli appositi supporti. E’ popolato da varia umanità: due anziane amiche con le borsette strette sotto il braccio discutono animatamente dei disagi causati dai ritardi dei mezzi di trasporto; un ambulante indiano, salito con il carretto e tutta la sua mercanzia; un’adolescente con due seni a stento trattenuti da un top striminzito, lo smartphone in mano e le cuffiette alle orecchie. Le gambe accavallate, con il piede che ciondola seguendo il tempo della musica che solo lei ascolta; un vecchio canuto dal mento pronunciato, vestito per bene, che brontola verso la ragazza dello smartphone che lo ignora intensamente; una madre con due figli che non le danno tregua e altri tipi umani come se ne incontrano ogni giorno, senza neppure fermarsi a guardarli.

Senza accorgermene, mi ritrovo a guardare con occhi da ebete – credo – la ragazza dello smartphone, provando una strana empatia per lei, forse a causa degli improperi che le rivolge il vecchio canuto. Mi fissa con uno sguardo freddo e mi costringe a distogliere lo sguardo.

Alla fermata successiva, entra un fiotto di umanità rumoreggiante. Una donna, evitato un borseggio per un pelo, inveisce contro i lestofanti. Questi reagiscono con un’aggressione verbale di una violenza inaudita. Sono quasi tentato di intervenire, quando mi rendo conto, anche a giudicare dal disinteresse con cui gli altri passeggeri guardano alla donna, che è tutto un copione già conosciuto e che si spegnerà a breve. Alla prossima fermata, essendo stati scoperti, i borseggiatori spariranno.

Tutti sanno che la donna avrebbe dovuto limitarsi e tenersi stretta la borsa e tacere. Come tutti.

Mi faccio venire il torcicollo a forza di guardare nella scollatura della ragazza e di distogliere lo sguardo per non farmi beccare.

Adesso siamo pigiati l’uno contro l’altro. In mezzo a tutto quel trambusto, riesco appena a vedere scena che non mi aspettavo: la ragazza dello smartphone si è alzata e ha sibilato al vecchio canuto “Toh, siediti, vecchio bavoso!”

Me la ritrovo alle spalle, appiccicata addosso. Trattengo il respiro quando mi rendo conto della pressione dei suoi seni contro la schiena. E’ la mia fantasia che galoppa o i due chiodi che mi premono nelle costole sono i suoi capezzoli?

Altra fermata. Come previsto, i tre borseggiatori scendono, parlottando fra di loro e lanciando un ultimo insulto alla donna. Sale altra gente, siamo ancora più stretti.

E’ difficile individuare di chi sono i gomiti che mi urtano le costole, eppure ho un sussulto quando sento una mano infilarsi sotto la mia maglietta. Sento due labbra sul collo provenire dalla stessa direzione dei seni. Non ho il coraggio di girarmi, ma sono certo che sia lei.

“Mi piaci, sai?” mi sussurra in un orecchio. La sua mano sale lungo il mio petto, fino a fermarsi aperta sul mio seno. Mi pizzica il capezzolo. Il mio cazzo ha un balzo, sebbene trattenuto dalla stoffa dei pantaloni. La mano scende, poi, lungo il mio addome. Sfiora l’ombelico e infine si infila nei jeans, sulla mia pelle.

Quando mi sfiora il cazzo, chiudo gli occhi, dimenticando perfino dove mi trovo. Le mie ginocchia potrebbero cedere, se non ci fosse la folla a tenermi su. E poi mi accorgo che la ragazza alle mie spalle mi sostiene. Preso com’ero a guardarle le tette, non mi ero accorto che i suoi avambracci sono più possenti dei miei. Guardando il braccio che mi sparisce nei pantaloni, chiudo gli occhi e mi lascio sfuggire un gemito.

Mi afferra il cazzo, lo stringe, lo preme contro il ventre e va su e giù. Prima lentamente, poi sempre più forte. Cerco di darmi un contegno. Sono combattuto fra la sensazione che tutti mi stiano guardando e il rassicurante pensiero che nessuno si stia accorgendo di niente. La mano della ragazza è ormai padrona del mio cazzo e smanetta sempre più forte.

Non è certo avendo trovato posto che la furia censoria del vecchio dalla mascella quadrata si placa: lo sento inveire contro i pantaloni degli adolescenti che, a suo dire, lasciano fuori più culo di quanto ne coprano.

Non arriva a capire che è la sua disapprovazione – la sua e dei suoi coetanei – a rendere così appetibile quella moda.

Poi non lo ascolto più: sento la lingua della ragazza leccarmi il collo, muove il culo dandomi dei colpi sulle natiche. L’altra mano è sul mio petto, le sue unghie incidono la mia pelle scivolando fra i peli del petto. Mi pizzica un capezzolo. Non sono più in me quando mi dà uno strattone deciso e sborro senza ritegno. Soffoco a stento un rantolo.

Sfila la mano dai boxer, la pulisce contro la mia maglietta ma resta incollata alla mia schiena. Alla fermata successiva scende, dopo averti insufflato un “ci vediamo, bello!” in un orecchio.

Non oso muovermi, conscio del fatto che sicuramente i miei jeans devono essere vistosamente chiazzati di scuro.

Resisto a fatica fino alla successiva fermata, quando mi precipito fuori dall’autobus, evitando di guardare chiunque. Tiro fuori la maglietta dai pantaloni, cercando di coprire la macchia. Non sono sorpreso più di tanto, quando, tastandomi, mi accorgo di non avere più il portafogli, che pure avevo messo nella tasca anteriore per precauzione. A sorprendermi, invece, è il bigliettino che ho in tasca, su cui è scritto un numero di cellulare.

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