Cinema d’essai

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M3mango e io abbiamo fatto un sogno comune. Eccolo qui sotto (in realtà avevo una pistola puntata alla tempia. O una fica puntata al naso. Insomma, qualcosa del genere)
Questo il link al suo blog:  http://wp.me/p6EGKa-ML

 

 

Avevo letto più recensioni e quel film mi ispirava molto, ma non avevo trovato nessuno con cui andare al cinema. Alla fine avevo deciso di andarci da sola. Non c’era molta gente in giro quella sera e dopo una breve coda alla cassa, avanzavo verso la poltroncina numerata che mi era stata assegnata.

Ti accorgi che quello non è un cinema comune: entra una donna altissima, muscolosa, con un cane al guinzaglio. Strabuzzi gli occhi nel buio del cinema e ti accorgi che il cane, invece, sono io, seminudo e col collare.

Pianti gli occhi negli occhi di lei, quasi per sfida. Lei ti valuta; tu valuti lei. Poi prende una decisione: viene a sedersi accanto a te e io mi accuccio ai suoi piedi. Per un po’ guardiamo il film. Tu, a cui il coraggio non è mai mancato, le posi una mano sulla coscia più vicina a te e lentamente la fai salire su, fino a infilarla sotto la sua gonna. Le tue dita trovano la sua fica già bagnata. Lei dà uno strattone al guinzaglio: sollevo la testa in attesa di ordini e seguo il suo sguardo che va in direzione delle tua fica. Mi metto in ginocchio davanti a te, fra le tue cosce, e lecco i tuoi piedi, con particolare insistenza sul collo del piede. Poi risalgo con la lingua fra le tue cosce, fino ad arrivare ad annusarti gli slip. Ho un’erezione immediata. Sollevi il bacino, sposti gli slip scoprendo la fica e mi premi con forza la nuca fra le cosce. Io, diligente, obbediente, ti lecco fra le labbra, sul clitoride gonfio, lo mordo leggermente. Mi stringi le cosce intorno al collo.

Non capisco se sei un uomo o un cane. Sento il naso bagnato, qualcosa di molto peloso che mi solletica la fica fradicia e il tintinnio del collare che sbatte contro la poltroncina del cinema. Mi pare di essere in un sogno, cerco di ricordare se ho bevuto o fumato prima di arrivare, ma mi pare di no. Sono molto confusa, ho la vista annebbiata, ma soprattutto sono eccitata all’idea che sia un cane a leccarmela per bene. Mi godo il trattamento inaspettato mettendomi comoda, appoggio i tacchi sulla tua schiena e le mie gambe nude avvertono il pelo della tua schiena. Forse sei davvero un cazzo di animale? Ma che importa, dopotutto?

La padrona sembra gradire le mie attenzioni e penso che forse lei vorrebbe che le restituissi il favore. Del resto il cane, cioè tu, sei suo, o no?

Per cui mi riprometto di impegnarmi su di lei, non appena tu hai finito il tuo dovere.

Continuo a leccarti diligentemente. L’odore della tua fica eccitata mi rende famelico: mi nutro dei tuoi umori,. I tuoi tacchi sulla schiena mi fanno impazzire. Mi sento umiliato e al tempo stesso orgoglioso di essere utile alla mia padrona e di riuscire a darti tanto piacere.

La tua mano affonda fra le sue cosce. Da come la muovi, almeno tre dita le sono nella fica. Sembra che le stia scavando dentro. Lei si sbottona la camicia e si strizza un seno. Gemete entrambe.

Aspiro il nettare che sgorga dalla tua fica continuando a succhiare, a leccare e a spompinarti il clitoride. Stringi le gambe intorno al mio collo, quasi soffocandomi.

Ormai siete partite. Lei mi afferra per le orecchie e si mette a cavalcioni su di te. Spinge giù la mia testa e strofina la fica sulla tua.

Io resto in mezzo, le vostre fiche sovrapposte si strusciano, mentre lei ti morde i seni e tu il collo, io lecco il culo ora a te, ora a lei.

C’è qualche altro spettatore nel cinema a cui ormai la poltrona scotta sotto il culo.

Forse il film proiettato non è così interessante, forse noi siamo uno spettacolo migliore, non saprei, sta di fatto che le altre persone in sala si alzano e si avvicinano a noi. Sento i loro occhi e il loro fiato sui nostri corpi avvinghiati, e pian piano anche le loro dita che si insinuano con partecipazione.

La tua padrona alza per un breve intervallo la testa dalle mie tette e sibila una parola incomprensibile, poi torna a dedicarsi a me. Io non capisco che cazzo ha detto, ci rimugino su e poi mi viene un’illuminazione. Ha detto: “Go!”. “Che vorrà mai dire?” mi chiedo. Poi capisco che è un segnale: ha dato il via agli altri clienti che, come in una danza al rallentatore, si incastrano a noi.

Vengono su di voi, vi baciano, qualcuno inizia a leccarle le tette, un altro si fa coraggio, tira fuori il cazzo e glielo struscia sul culo. Poi tu, perversa, indichi me a qualcuno di loro, il più grosso o meglio, quello che lo ha più grosso. Mi afferra per i fianchi, mi allarga le natiche e mi punta il cazzo sull’ano. Ci sputa sopra poi gradualmente me lo spinge dentro. Voi vi aggiustate sulle poltrone per accogliere altri cazzi. Tenete ancora incollate le bocche, ma solo quelle, e due degli spettatori strusciano i loro cazzi sulle vostre rispettive fiche, fino a quando voi, stufe di giocare, li afferrate e ve li spingete dentro

Incliniamo la schiena e ci facciamo stantuffare per bene. Ogni tanto qualcuno si toglie, ma subito qualcun altro lo sostituisce, come una danza, perfettamente sincronizzati. Con la coda dell’occhio ti guardo, protettiva, voglio che tu goda e stia bene.

Intanto lo schermo trasmette il film, incurante di questo groviglio armonico di corpi.

Infatti godo e sto bene: un cazzo enorme mi riempie il culo e un altro la bocca; per sovrammercato vedo le vostre fiche a pochi centimetri dal naso, riempite a loro volta da cazzi che vanno e vengono, sborrano, escono e vengono rimpiazzati da altri freschi. E ciò che mi fa sentire meglio di tutto è il tuo viso indulgente che mi guarda, carico di comprensione e che mi fa sentire protetto. La mia padrona mi accarezza la nuca, intanto che succhia un cazzo con dignità da regina.

All’improvviso si alzano le luci. Il film è finito. Lentamente ci ricomponiamo e torniamo a casa. Chissà cosa c’è in programmazione domani? Potrebbe andar bene finanche un film di Godard.

 

Sodoma …

sodoma

“… e Gomorra è un libro di merda. Vorrebbe essere saggio e romanzo, ma non è né l’uno né l’altro. E’ scritto malissimo, pieno di errori e di refusi, per sovrammercato. E’ brutto. Brutto non solo per gli argomenti trattati – che belli non sono – ma perché è mal scritto, pieno di luoghi comuni sulla Campania e sulla periferia. A un certo punto, dice che le ragazze della periferia di Napoli sono così e cosà: le ragazze di tutte le periferie del mondo sono così! Senza contare che sarebbe meglio dire “alcune” ragazze di periferia, non tutte.”

Il tuo sguardo è carico di scetticismo, mentre mi accarezzi le gambe. Se inginocchiata ai miei piedi, che scendono dal divano. La tua mano sale fino a sfiorare la lampo. Individuato il profilo del mio sesso, ne segui il perimetro col polpastrello. Profilo che, come prevedibile, si modifica subitaneamente.

“A me è piaciuto. Hai ragione sul fatto che parli di cose brutte, ma è la realtà a esserlo. E poi va preso per quello che è: un libro di denuncia.”

“Mah, più ci penso e più mi sembra un libro su commissione. E’ stato tenuto artificialmente in vetta alle classifiche di vendita grazie al continuo susseguirsi di “minacce” allo scrittore, sempre sotto i riflettori. Serviva a far fuori i Casalesi.”

Mi sbottoni la cintura. Tiri giù la lampo e mi accarezzi il cazzo attraverso la stoffa dei boxer. Quando lo afferri con le dita e lo lasci rimbalzare fuori, emetto un sonoro respiro di sollievo.

Il sax di Coltrane racconta la sua meravigliosa versione di Green leaves. La tua mano va su e giù, stringendolo.

“Continua: mi eccita vederti parlare con tanta foga! Mi bagna la figa.”

Ridi, buttando indietro il capo e facendo ondeggiare i capelli. Io mi accontento di sorridere per la riuscita quando becera consonanza, avendo il diaframma occupato a gestire la respirazione che, a causa della tua mano, è diventata corta.

Le tue labbra sfiorano la pelle del glande.

A fatica, dopo aver fatto mente locale, riprendo.

“C’era una bellissima frase di Sciascia in A ciascuno il suo: quando una mafia in dialetto viene tolta di mezzo, è perché ce n’è già una pronta in lingua. Non ricordo le parole esatte, ma questo era il senso.”

Scopri il glande. Lo lecchi, spingi la lingua nel foro. Per un po’ lo lecchi come se fosse un gelato. Mi sento scivolare dai cuscini del divano e sono costretto a puntellarmi con i gomiti.

“Finché i Casalesi si limitavano a occuparsi di droga, di rifiuti e di qualche ammazzatina – come direbbe Montalbano – qua e là, tutto bene. La pace è finita quando hanno voluto fare il grande passo per entrare nella finanza dei grandi: uno zuccherificio, Kerò, una compagnia petrolifera, Ewa, una catena di elettronica, Eldo, e chissà cos’altro. A quel punto è arrivata la mafia vera, quella il cui centro collocherei fra Parigi, Monaco e Zurigo, e sono stati spazzati via. Certo, bisognava dimostrare quanto fossero pericolosi, bisognava metterli sotto i riflettori dei media e fare in modo di crear loro terra bruciata intorno. Ed è quello che è stato fatto, anche, e in buona parte, con Gomorra.”

Stringi la base del cazzo, leccando il glande. Poi afferri i lembi del pantalone. Sollevo il bacino per aiutarti a liberarmene, e lo fai scendere fino alle caviglie. Lì ti fermi, considerando, forse, che ti conviene tenermi semi-prigioniero in quella posa. Non sono più di grado di opporre alcuna obiezione, essendo tutto la mia attenzione presa dalle sensazioni che giungono dal centro del mio corpo. La tua bocca si chiude intorno al cazzo. Scendi fino a farlo arrivare in gola. Il rossetto lascia dei segni sulla pelle. Con una mano mi tieni le palle, come a volerle soppesare, con l’altra mi accarezzi l’interno di una coscia.

La carezza diventa quasi un graffio quando continui a risalire con l’unghia dell’indice, fino a sfiorarmi il buco del culo.

Come se temessi di interrompere la magia col mio silenzio, continuo a parlare, sebbene non del tutto convinto di dire ancora cose sensate.

“Anche le minacce erano funzionali. Saviano è stato minacciato non perché desse fastidio alla camorra, ma per avallare la tesi che i Casalesi fossero pericolosi e andassero stroncati. E non voglio dire che non abbia rischiato davvero la vita: se fosse servito, non avrebbero esitato farlo fuori davvero. Gli immigrati ammazzati da Setola negli ultimi mesi della vicenda fanno parte dello stesso disegno: che interesse ha un malavitoso ad andarsene in giro a uccidere in modo così clamoroso? Ogni volta che accade, è perché è già cominciata la sua parabola discendente; è perché c’è già qualcun altro pronto a prenderne il posto.”

La tua testa ondeggia fra le mie gambe. Vedo solo i tuoi capelli.

Come se mi stessi leggendo il pensiero, li tiri su, raccogliendoli dietro la testa, facendomi vedere il tuo splendido sorriso, la bocca gonfia del mio cazzo e i tuoi occhi, in cui si perdono i residui della mia coscienza.

Sollevo il bacino, come se potessi entrarti ancora di più in bocca. Ti accarezzo la nuca con una mano.

L’unghia che mi sfiorava il perineo gira ora intorno a un capezzolo. Premi forte, me lo pizzichi. Il dolore mi eccita ancora di più. Gemo. Poi ansimo.

La tua mano sale ancora. Mi infili il medio in bocca, costringendomi, in un certo senso, a ricambiare il pompino. L’idea mi sconvolge e sto per sborrare.

Ritenendo che non sia ancora il momento, ti fermi, lasciandomi il cazzo a molleggiare nell’aria, guardandomi intensamente. Porti il dito umettato dalla mia saliva fra le mie natiche e lo premi contro l’ano.

Mi lecchi le palle. Mentre rantolo, sento il tuo dito premere sempre più forte, fino a entrarmi nel culo. Ora, e solo ora, il tuo pompino riprende, con maggior vigore. La mano stretta intorno alla base, le labbra che scivola lungo il cazzo, la tua testa che ondeggia sempre più velocemente.

Spingi il medio dentro di me fino alle nocche.

Sentendo l’anima abbandonarmi, sono travolto dall’orgasmo. Senza aprire la bocca, assecondi i movimenti del bacino, lasciando che si riempia del mio sperma.

Il tuo sguardo è luminoso, mentre deglutisci con una smorfia. In altre occasioni, mi hai detto che ha un sapore aspro. Lecchi l’ultima goccia che sgorga dalla punta, poi ti lecchi le labbra.

“… Gomorra?”

“Chissenefrega dei Casalesi, di Saviano e di Mediaworld!”

Cuscino realistico

cuscino

La postina lascia due lettere sul banchetto dell’edicola: “Com’è andata, ieri sera?”
L’edicolante la guarda, serio: “Vuoi mangiare pastina per il resto della vita?”
Sommersa da altre inutili informazioni, emerge dalla mia coscienza la notizia che, ieri sera, la Juventus ha perso col Barcellona. E così riesco a decrittare il dialogo di cui sopra, scoppiando a ridere. Entrambi mi guardano in cagnesco, per opposte ragioni. Bah, mi succede di continuo.
Pago i giornali e mi avvio all’auto, quando mi accorgo di aver dimenticato le chiavi.
Torno su, senza far rumore: potresti esserti riaddormentata. Devono essermi cadute in camera.

Non dormivi, anzi. Sentendoti gemere, mi sono avvicinato di soppiatto alla porta e mi sono messo a spiarti.
Il letto ancora disfatto, il tuo bellissimo culo bianco in mostra, giacevi pancia in giù sulle lenzuola. Stringevi il mio cuscino fra le cosce e ti ci strofinavi sopra. Lo annusavi, e ti sentivo sussurrare il mio nome.
Mi sono talmente eccitato che il cazzo mi faceva male, nei pantaloni. E anche emozionato, a sentirmi chiamare con tanta intensità.
Immobile, però, ho continuato a godermi lo spettacolo del tuo culo che andava su e giù, immaginando il cuscino chiazzarsi della tua eccitazione, immaginando la macchia allargarsi e farsi più profonda.
Trattenendo il respiro, ti ho sentita gemere sempre più forte, fino a quando un grido liberatorio ha accompagnato il tuo orgasmo.
Facendo un passo avanti, ho rivelato la mia presenza, facendoti sobbalzare. Sei diventata rossa in viso, hai impiegato un bel po’ a capire cosa stesse succedendo. Istintivamente ti sei coperta col lenzuolo.
Avanzando verso di te mi sono spogliato, fino a essere completamente nudo, con l’erezione in vista. Ho afferrato il cuscino, affondato il naso nella macchia scura lasciata dalla tua fica e ho aspirato a piene narici, fino a essere folle di eccitazione.
Ti sono saltato addosso, sulla tua schiena liscia, il cazzo che si infilava fra le tue cosce e mi sono stretto a te. Come ripensandoci, invece, sono scivolato fuori dal letto, ti ho tirata a me per i piedi e mi sono spalmato addosso a te. Ti ho afferrato i seni, con le mani aperte e le dita larghe, strofinato il cazzo sulle natiche e baciato la nuca lasciata scoperta dal tuo nuovo taglio di capelli.
Ho avvolto un braccio intorno al tuo petto e lasciato scivolare l’altro lungo il tuo addome, fino a fermare la mano aperta sulla tua fica grondante. Ho spinto un dito dentro, ti ho carezzato il clitoride, l’ho lasciato andare su e giù fra le labbra. Ti ho costretta ad allargare le gambe, strusciato il cazzo sotto la fica. Me lo hai lucidato per bene, poi l’ho spinto dentro, facendoti sobbalzare.
Mordendoti dietro la clavicola e sulla spalla ti stringevo sempre più forte, dando vigorosi colpi del bacino, sempre più a fondo. Ogni affondo era accompagnato da una tua sonora emissione di aria.
“Sì, montami …”
Non c’era altro che potessi dire: non sono più riuscito a controllare i movimenti sempre più frenetici del mio corpo, del mio bacino impazzito, del mio cazzo che pompava dentro di te sempre più a fondo, fino a venire, accasciandomi su di te, mentre ti sentivo venire di nuovo.
Non credo che oggi andrò più a lavorare.
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