Quartetto a tre voci

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Appena ho aperto la porta ho sentito puzza di bruciato.
No, nulla che andasse a fuoco ma, vederti in compagnia di due splendidi esemplari di fauna maschile africana, mi ha fatto presentire che, di lì a breve, sarebbe stato il mio culo a bruciare.
Non ho avuto il tempo di finire di salutare che mi hai ordinato di andare a prendervi da bere.
“Ah, e non dimenticare di indossare la nuova uniforme da cameriera che ti ho comprato, le autoreggenti e quelle scarpine nere con i tacchi alti che ami tanto. E nient’altro”, hai aggiunto.
Vi ho lasciato in salotto e sono andato a cambiarmi. Uno dei due stava stantuffando nella tua fica, mentre l’altro si occupava dei tuoi seni, baciandoli, carezzandoli e strizzandoli forte.
A me non lo lasci mai fare. Stantuffarti nella fica, intendo.
Sculettando, sono ricomparso in salotto reggendo un vassoio con quattro bicchieri di vino rosso, senza staccare gli occhi dai culo dei ragazzi, da quei fasci di muscoli che mi facevano venire fame.
Mi hai guardato, severa: “di chi è il quarto bicchiere?”
Ho alzato le spalle, scoraggiato. “Posalo lì.” Ho eseguito. “Avvicinati”. Con una tensione crescente, mi sono avvicinato a te. Mi hai mollato una sberla che mi ha infiammato la guancia. “Cretina!”
Hai offerto da bere ai tuoi invitati, e ne hai preso uno tu stessa, sorseggiando il prezioso vino con sapiente lentezza, assaporandone ogni goccia.
Il quarto bicchiere è finito a rabboccare gli altri tre. Ci hai intinto un indice dentro, poi, e lo hai portato ai capezzoli. Uno dei due ha leccato le gocce di vino, facendoti ridere sonoramente.
L’altro non smetteva di pomparti nella fica. Sembrava una macchina da monta.
Dopo che sei venuta urlando, ha sborrato sul tuo ventre muscoloso. Mi è venuta l’acquolina in bocca a guardare le fasce muscolari del tuo addome. Per una volta, i miei desideri si sono incontrati con i tuoi: “Lecca qui, troia!” Non mi sono fatto pregare, e ho ripulito la tua pelle da ogni goccia della sua sborra lattiginosa.
Hai preso il bicchiere vuoto, poi, ci hai pisciato dentro e me l’hai porto: “Ecco il tuo nettare. Manda giù tutto.”
Ho eseguito. Sono talmente abituato a bere il tuo piscio che mi piace, ormai. Ho leccato le labbra, quando ho finito. Mi guardavate, tutti e tre, e hai dato di gomito a quello di lato, ridendo. Anche loro ridevano, non so se davvero trovassero la scena divertente o se lo facessero solo per compiacerti.
Indicandomi il tavolino basso del salotto, mi hai detto: “Assumi la tua posizione.”
Mi sono messo carponi sul tavolo. In tal modo, ho sentito il vestitino corto salir su, lasciandomi scoperto il culo e mettendo in mostra l’orlo delle autoreggenti. A un tuo cenno, quello dei due che non aveva ancora sborrato, mi è venuto dietro. Ho sentito uno sputo contemporaneo alla sensazione di bagnato sull’ano, poi la sua cappella rovente premermi fra le natiche. Ho cercato di rilassarmi: era grosso davvero, mi avrebbe fatto male. Ho chiuso gli occhi e spinto, lasciando poi che mi entrasse dentro. Devo aver gemuto forte, visto che avete di nuovo riso, dandosi di gomito.
Le mani sulle mie natiche, le dita premute nella carne, e il cazzo che mi sfondava. L’altro, intanto, mi si è messo di fronte, sbattendomi il cazzo sul viso. Ti sei avvicinata, mi hai carezzato la nuca, preso il mento su due dita e indotto ad aprire la bocca. Non ho potuto fare altro, e mi sono ritrovato il cazzo in bocca, fino alle palle. Ho incominciato a succhiarlo, a leccarlo. Gli baciavo la cappella, viola, lucida. L’altro, nella foga di incularmi, mi schiaffeggiava le natiche. Ogni suo affondo mi faceva scricchiolare le ossa. A ogni suo affondo, franavo con la testa sul pube dell’altro, col cazzo che mi affondava sempre di più in gola. Era di nuovo duro, ora. Ci stavo prendendo gusto, con tutta quella carne che entrava e usciva dal mio corpo. Leccavo il cazzo per tutta la sua estensione, gli baciavo la cappella, gli leccavo i coglioni penduli, me li facevo scivolare in bocca, uno alla volta. Mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi verso di lui. Soffocavo a stento conati di vomito, poi lo spompinavo ancora. Tu lo baciavi, gli mordevi i capezzoli. Ogni tuo morso gli faceva balzare il cazzo nella mia bocca. Quello dietro, intanto, gemeva sempre più forte, e pompava senza tregua, squartandomi. Fino a quando mi ha sborrato in culo. Mi sono sentito riempito, farcito, quasi.
“Pulisci, porca”, mi hai ordinato. Quello di fronte si è sfilato, e mi sono ritrovato in bocca il cazzo che avevo in culo. Gliel’ho ripulito per bene, leccandolo come si deve. L’altro mi è venuto dietro, prendendo il suo posto. Me l’ha ficcato dentro senza tanti complimenti, pompando forte da subito. Mi sono accorto che il mio sperma defluiva dal cazzo di sua iniziativa, sulla spinta delle pompate del suo cazzo sulla mia prostata, immagino.
A ogni stantuffata, il filo di sperma di allungava.
Ti sei messa di fronte a me, facendomi leccare la tua fica. Appena ho sentito il tuo sapore, ho sborrato senza ritegno, gemendo, lamentandomi quasi. Mi hai dato due sberle: “Non devi venire senza la mia autorizzazione, lo sai?”
Mi hai sbattuto la fica in faccia, costringendomi a leccartela fino a farti venire. La mia lingua saliva e scendeva fra le tue labbra, ti baciavo il clitoride, te lo mordicchiavo, come so che ti piace, la spingevo dentro, fino a raccogliere ogni goccia dei tuoi umori. Sei venuta rumorosamente, sbattendomi la fica sul naso, sui denti, tenendomi stretto dietro la nuca.
Poi ti sei girata, offrendomi il culo, il tuo magnifico culo. Ansimavo, se avessi potuto sarei venuto di nuovo solo per la gioia di ritrovarmelo così vicino, a portata di lingua. I colpi che ricevevo in culo mi sconquassavano, facendo finire la mia lingua sempre più a fondo nel tuo culo, fino a quando anche il secondo ragazzo mi ha sborrato in culo. L’altro ti stava baciando. Ti ha infilato il cazzo fra le cosce. Leccandoti il culo, me lo ritrovavo ogni volta fra le labbra. Annusavo il tuo culo, riempendomi i polmoni del tuo adorato odore. Tu e il ragazzo di fronte vi sussurravate paroline incomprensibili all’orecchio, ridendo. Sospettavo che lo facessi di proposito per umiliarmi di più, ma ero talmente preso dal tuo culo, dall’adorazione del tuo culo che non esisteva altro, per me, in quel momento, e tutto il mio universo era racchiuso fra le tue natiche.
Il ragazzo che avevi di fronte ti ha ficcato il cazzo dentro e ti scopava forte.
Lo ha tirato fuori all’ultimo momento, solo per sborrarmi in faccia. Mi sono leccato le gocce che avevo a portata di lingua. L’altro, dopo avermi sborrato in culo, senza tirarlo fuori, si è messo a pisciare, riempendomi.
Quando l’ha tirato fuori, siete scoppiati a ridere, guardandomi pisciare dal culo. Poi vi siete messi di fronte a me e mi avete pisciato sul viso. Quando hai finito, mi hai preso il mento fra le mani, mi hai fatto aprire la bocca e hai indirizzato il cazzo che stava pisciando dentro la mia bocca.
Poi mi hai fatto ingoiare tutto.
Ridendo, vi siete allontanati, per andarvi a vestire.
“Noi usciamo. Quando torno, fa’ trovare tutto pulito.”

Il serio problema dell’intolleranza al lattosio

mungitura

 

Ti avvicini fischiettando alla stalla. Indossi un corto camice rosa con colletto e risvolti bianchi, guanti e stivali di gomma in tinta. Camminando, lasci dondolare un secchio di ferro zincato.

Arrivi vicino al giaciglio di paglia su cui dormo e mi dai un colpetto con la punta del piede per svegliarmi. Mezzo addormentato, giro la testa verso di te.
“E’ l’ora della mungitura, Vacca. Tirati su.”
Visto che ho difficoltà a riprendere contatto con la realtà, ci pensi tu con le maniere spicce: mi afferri per i capelli e mi tiri su, apri il camice e mi premi la fica sul naso.
La reazione è immediata: erezione pulsante e sono completamente sveglio e con l’acquolina in bocca.
Sollevo il culo, e rimango con le mani appoggiate alla mangiatoia. Accanto a me, ci sono cinque vacche. Vacche vere, intendo, legate anch’esse con grosse catene.
Sistemi lo sgabello accanto a me, tiri fuori dalla tasca un plug – rosa, ovviamente – e me lo spingi nell’ano senza tanti complimenti. Ti siedi e porti il secchio sotto al mio ventre.
Mi afferri il cazzo con la mano destra e cominci a segarmi o, per meglio dire, a mungermi. Sei di buon umore, ma impaziente: mi accarezzi la schiena, come fai anche con le altre bestie, e mi pizzichi un capezzolo (questo, invece, alle altre bestie non lo fai).
Sento il cazzo strattonato verso il basso sempre più forte. Quando mi ordini, perentoria, di sborrare, mi aggrappo alla mangiatoia per non franare a terra e sborro, senza poterti resistere.
La tua mano rallenta, dando gli ultimi colpi, mentre il tuo sguardo esperto valuta quanto c’è nel secchio.
Mi sistemi la colazione davanti e, mentre mangio, vai a mungere le altre vacche con la mungitrice.
Ogni volta che la vedo ho un tuffo al cuore, pensando con sgomento a cosa succederebbe – o meglio, cosa succederà – quando deciderai di usarla su di me.

Finito di sistemare le “colleghe”, torni a occuparti di me.
“E adesso, Vacca: seconda mungitura!”
Mi sfili il plug dal culo. Indossi uno strapon – rosa – ti posizioni dietro di me e spingi lentamente, fino a farmelo entrare tutto dentro. Le mani sui miei fianchi, mi possiedi con foga, come se dovessi sfogarti di un sovraccarico di testosterone. Lasci andare degli schiaffoni sonori sulle mie natiche, affondando lo strapon fino a sbattermi la fica sul culo. Di tanto in tanto, ti aggiusti una ciocca di capelli ribelle con il dorso della mano.
Continui a stantuffarmi dietro. Mi passi una mano sotto al ventre e mi afferri il cazzo con la mano guantata.
Mi seghi energicamente, fino a farmi sborrare di nuovo nel secchio. Giacché ci sei, continui a montarmi fino a raggiungere l’orgasmo, abbandonandoti sulla mia schiena.
Faccio fatica a reggere il tuo peso e i tuoi colpi. Mi chiedo dove trovi tanta forza un corpo tutto sommato più piccolo del mio. Sei piuttosto piccolina, sebbene muscolosa. Capelli biondi corti, se si esclude un ciuffo in cima.

Ti sfili, riponi lo strapon e ti sistemi il camice. Mentre raccogli il secchio, si sente il rumore di un’auto che si avvicina. La ghiaia del cortile scricchiola sotto i grossi pneumatici del SUV.
Si apre la portiera. Vedo fuoriuscirne una gamba interminabile, in fondo alla quale c’è una scarpa rosso vivo con un tacco altissimo.
Quando viene fuori Magda, l’accogli con un urletto di gioia. Vi abbracciate e vi baciate sulle guance.
Entra con te nella stalla. Mi guarda: “E’ nuovo?”
“Beh, da quando ho scoperto di essere intollerante al lattosio, mi sono dovuta rassegnare a un surrogato. Il latte di soia fa schifo. Non darei niente a base di soia neppure alle mie bestie. Quindi …”
Magda mi sfiora il culo e mi soppesa il pacco, come se davvero fossi una bestia a una fiera.
Guardare quelle gambe, però, mi ha inaspettatamente eccitato di nuovo. Ho il cazzo duro, anche se mi fa male. Un po’ mi vergogno di far vedere di essermi arrapato per una donna che non sia tu, la mia padrona.
La cosa non ti sfugge: “Guardala, la mia Panna, si è eccitata ancora! Forse oggi si può fare una terza mungitura!”
“Panna? Che razza di nome …” Magda ride sonoramente. “Come mai un nome così bizzarro?”
“Perché la sua vita ha un senso solo quando viene montata. Come la panna!”
Ridete di nuovo insieme.
Magda guarda lo strapon: “Posso provarlo?”
“Fai pure, accomodati! Intanto mi preparo per mungerlo.”
Quando sento la punta di gomma puntarmi sull’ano, sono costretto – data l’altezza di Magda – a sollevarmi sulla punta dei piedi. Spinge, senza riguardo, riempendomi di nuovo il culo.
I suoi colpi poderosi rischiano ogni volta di farmi franare a terra. Faccio una fatica immane per reggermi in piedi.
Gemo a ogni botta che ricevo. Tu mi mungi, intanto, puntando il cazzo verso il secchio. La mani di Magda ferme sui miei fianchi sono quasi rassicuranti. Mi fotte senza dar tregua al mio povero culo.
Mi porti di nuovo all’orgasmo, facendomi sborrare nel secchio. Dopo l’ultimo strattone al cazzo, posi il secchio e baci Magda sulla bocca.
Continuate a baciarvi mentre mi monta ancora. Le sbottoni la camicetta e le mordi i capezzoli.
Anche lei gode, dando un estremo colpo di reni che mi fa cadere sulle ginocchia, lasciando fuoriuscire lo strapon.
Raccogli il secchio e vi allontanate tenendovi per mano.
“Hai fatto colazione?”
“Non ancora …”
“Allora la facciamo insieme, dai!”

Ansimando, crollo sul mio pagliericcio.

Aerosol

slip on face

 

Ti sfili le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe. Ti aiuti ancheggiando, con tipica grazia femminile. Con altrettanta grazia, ti chini a raccoglierle, le stringi nel pugno di una mano e giri intorno a me.
Mi premi gli slip sul naso, avendo cura di far aderire alle narici la parte impregnata degli umori della fica.
Ti premi contro la mia schiena, la tua mano scivola lungo il mio fianco, va verso il centro del mio corpo, mi afferra decisa il cazzo e va lentamente avanti e indietro.
Continui a masturbarmi, così, suggerendomi di respirare la tua eccitazione.
La tua mano, sempre più veloce, sempre più stretta intorno al cazzo, mi porta in breve all’orgasmo.

Nelle ultime settimane, questi gesti hanno assunto la caratteristica del rito: non è passato un giorno senza che la tu mi abbia fatto godere in questo modo.

Oggi, mentre ti sfili le mutandine di pizzo nero, i tuoi occhi hanno una luce diversa. Sembri essere padrona dell’universo e il tuo sguardo sereno quanto deciso.
Le raccogli. Le stringi nel pugno della mano. Giri intorno al mio corpo e me le premi sul naso. Inspiro con voluttà. Il mio cazzo ha una reazione violenta, subitanea.
Il tuo corpo aderisce al mio. Sento i tuoi seni premermi sulla schiena, la tua fica bollente sulle natiche. Con un polpastrello mi sfiori un braccio. Ho un brivido. La tua mano risale lungo il petto, mi sfiori un capezzolo. Lo accarezzi con l’unghia, poi lo pizzichi forte. Il cazzo mi balza su, ancora più forte.
“Inala la mia fica arrapata …”
La tua voce, un sussurro, arriva dritta al cervello, e da qui al sesso.
Mi mordi il lobo di un orecchio, mi baci il collo. Reclino il capo all’indietro, cercando il tuo corpo, la tua testa.
Il calore rassicurante della stanza rende irreale la tempesta di neve che vediamo dalla finestra.
Premi più forte lo slip sulle mie narici, continui ad accarezzarmi e a strusciarti contro la mia schiena e il mio culo, evitando, però, di sfiorare in qualunque modo il cazzo.
Mi guardi negli occhi, attraverso lo specchio. Respiro sempre più forte.
Incolli la bocca a un mio orecchio e mi ordini, decisa: “Sborra, porco!”
Non posso fare altro che arrendermi alla tua volontà superiore, e cedere a un orgasmo squassante, senza che il mio cazzo sia stato mai toccato.
Scivolo a terra ai tuoi piedi, esausto, riuscendo appena a vedere, nel tuo sguardo riflesso, il ritratto della soddisfazione illuminare i tuoi occhi.