Nightclubbin’

nihtclubbing

Il pensiero di tenerti al guinzaglio mi aveva quasi sfiorato. Ci ho rinunciato per un paio di motivi: non sarebbe stato facile giustificare a qualche zelante rappresentante delle forze dell’ordine perché ti stavo conducendo legata in giro per la città ma, soprattutto, a guardarti mentre mi segui, docile, occhi bassi eppure scodinzolante e felice, è evidente che il guinzaglio che ti lega a me c’è, ed è più forte di qualunque catena zincata.
Per meglio umiliarti – ed esibirti – facciamo una lunga passeggiata per raggiungere il quartiere dove si trovano la maggior parte dei locali notturni. Ne scelgo uno che conosco per la qualità della musica e della bevande. Entro e mi segui fedele. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che sei alle mie spalle, come un’ombra. Mi appoggio con le spalle al bancone e, senza neanche guardare il barman, ordino una bottiglia di Taurasi. Ti accucci ai miei piedi. Ti guardo, e aggiungo: “E un frullato per la mia cagnetta.”
Al sicuro, dietro il suo bancone e dentro la sua uniforme, segnato da una lunga esperienza, il tipo provvede, astenendosi da qualunque commento.
Lascio decantare il vino, guardando in giro per il locale. Una canzone di Iggy Pop, insieme all’alcool che viene servito ai tavoli e al banco, contribuisce a rendere l’atmosfera elettrica. Di fronte a me, una donna che dimostra una trentina d’anni mi guarda con riprovazione. La fisso. Per meglio dire, le faccio sentire addosso il peso del mio sguardo, visto che inforco degli impenetrabili quanto inopportuni occhiali da sole. Non dimostra il minimo imbarazzo, neanche quando ti poso un piede sulla schiena.
Non ce la fa più e sbotta: “Che schifo! Non si vergogna?”
Faccio fare la spola al mio sguardo dalla tua schiena al suo viso, due o tre volte.
Scandendo bene le parole, in modo che possa leggerle dal movimento delle mie labbra, urlo nel frastuono del locale: “Scommetto che vorresti essere al suo posto!”
Tendo il braccio. Il palmo della mano verso l’alto, le punto l’indice contro. “Vieni qui!”, le dico, chiudendo il dito verso il centro della mano, facendole segno di avvicinarsi.
“Perché dovrei?” Il cipiglio e il volto serio, però, contrastano col resto del suo corpo che si muove verso di me di un passo. A dispetto delle apparenze, capisco che, dentro quel tailleur, si nasconde una preda.
Tiro fuori uno dei miei sorrisi più accattivanti e mi avvicino di pochissimo. Giusto quello che serve per arrivare a sfiorarle una guancia col dorso della mano. Si lascia sfiorare poi, come ripensandoci, si scosta, come scottata. Ti faccio un cenno e ti alzi. I tuoi occhi sono costantemente puntati su di me in attesa di ordini.
“Vieni qui”, dico alla tipa, bevi un bicchiere di vino con noi. Sorrido a entrambe e vi presento.
Le sue ultime resistenze svaniscono quando si rende conto che fai tutto di tua spontanea volontà: senza rendersene conto, si ritrova con un bicchiere in mano e lo sorseggia con troppa fretta. Di sicuro non con la prudenza e attenzione che un vino simile meriterebbe. La punirei già solo per quello. Glielo dico, increspando le labbra verso l’alto. Adesso ride, lasciandosi andare. Ha già mandato giù mezzo bicchiere e l’alcool le imporpora le gote.
La erudisco o, per meglio dire, la stordisco col mio sapere in fatto di vini. Le riempio di nuovo il bicchiere, invitandola a chiudere gli occhi e a lasciarsi scivolare il vino ai lati della lingua, a lasciarsi andare ai ricordi di infanzia per far affiorare i profumi da associare a quanto avviene nella sua bocca. “Legno, mi ricorda la bottega di falegnameria di mio zio …”
“Brava! Ma questo non è che l’inizio: c’è ancora tanto da scoprire. Vediamo cos’altro ti dice la tua lingua, la tua memoria …”
Ne approfitto per avvicinarmi al suo orecchio e le sussurro, le ordino: “Vai in bagno!”
Posso immaginare come se lo stessi vedendo la sua fica bagnarsi all’istante. Faccio di meglio: le infilo una mano nei pantaloni, lì, davanti a tutti, davanti alle sue amiche rimaste al bancone che si guardano a bocca aperta, la spingo sotto i suoi slip e la apro sulla sua fica.
E’ fradicia. Posso sentire il calore della sua testa in ebollizione, mentre si gira e si avvia alla toilette.
“Tu aspettami qui”, ti ordino.

“Cosa vuoi farmi?” Appena mi vede entrare nel bagno delle donne, il suo volto in fiamme riesce a malapena ad articolare questo estremo tentativo di difendere il suo orgoglio. La prendo per i fianchi, la costringo a girarsi verso lo specchio, le sbottono i pantaloni, glieli abbasso insieme alle mutandine e le infilo una mano fra le cosce.
“Sbottonati, voglio vederti le tette nello specchio …”
I suoi gesti sono lenti, ma non c’è più nessun tentennamento: si apre la giacca, si sbottona la camicetta e scopre i seni che accarezzo con l’altra mano. Le infilo due dita nella fica, le stuzzico il clitoride. Mi sbottono il pantalone quel tanto che basta a tirar fuori il cazzo e glielo struscio sotto la fica.
“Togli tutto. Voglio vederti nuda.”
Mentre le spingo dentro il cazzo, gemendo, continua a spogliarsi.
E’ completamente persa. Sospetto che vorrebbe vedere entrare in bagno adesso, qualcuno che possa vedere quanto in basso è scesa, quanto grande è la sua umiliazione.
Pari soltanto all’eccitazione che tutto ciò le provoca.
Si libera di tutto. Sorrido guardandola piegare diligentemente i suoi abiti e posarli sul lavabo. Le allargo le cosce con i piedi, costringendola a liberare una gamba dai pantaloni, che restano arrotolati intorno all’altro piede. Appoggia le mani allo specchio e guarda la nostra immagine riflessa nello specchio, mentre le spinte del mio bacino la fanno sussultare. Le afferro i seni e glieli strizzo fino a veder comparire una smorfia di dolore sul suo viso, ma non mi fermo. Avvicino la bocca a un orecchio e le sibilo: “Lo sai cosa sei, vero?”
“Sì”, geme.
“Dillo. Dillo che sei una grandissima troia, una cagna in calore che vuole solo un padrone che la fotta a dovere.”
Ripete, come una brava scolaretta: “sono una grandissima troia, una cagnetta in calore che vuole solo che il mio padrone mi fotta come si deve.” Sembra quasi affranta per non aver saputo ripetere le parole esatte. Le mie mani si abbattono sulle sue natiche, con forza. Le vedo diventare prima bianche, poi rosse. Mi fermo solo quando mi fanno male le mani. Prendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni e ti mando un sms, ordinandoti di raggiungerci.
Quando apri la porta, ci trovi ancora così: lei nuda, davanti a me vestito, col solo cazzo fuori ma che non si vede, infilato com’è nella sua fica.
“Inginocchiati e leccale la fica”
Esegui, senza fiatare. Alla sua umiliazione, adesso si unisce l’imbarazzo. Le afferro i capelli, costringendola a girare la testa verso di me prima, verso il basso per guardarti mentre la lecchi.
“Le mie due cagnette adorate”, articolo, mettendo nella voce tutto l’affetto di cui sono capace.
Continuo a fotterle la fica da dietro fino a quando sborro, aggrappato ai suoi fianchi. C’è ancora qualcosa che la trattiene, ma l’insistere della tua sapiente lingua che le fruga le labbra, lecca il mio sperma che le cola fuori e le morde il clitoride abbatte le sue ultime difese e si lascia andare a un orgasmo devastante. Sfilo il cazzo e la costringo a leccarlo per pulirmelo.
“Adesso baciatevi.” Ti butti, avida del mio sperma, sulle sue labbra, spingendole la lingua in bocca, dopo avergliele leccate. Le prendi il volto fra le mani e continui a baciarla. Vedo che anche lei ci sta prendendo gusto. Accarezzo la testa a entrambe.
“Non è giusto che la mia cagnetta rimanga senza godere, non trovi?” Ti alzi.
Infila la testa sotto la tua gonna e incomincia delicatamente a leccarti la fica. Non c’è voluto neppure il mio ordine esplicito: ha imparato in fretta!. Appoggi la testa al mio petto, mentre ti godi il lavoro della sua lingua sulla fica. Con una mano ti stringo a me, con l’altra le accarezzo la testa, attraverso la stoffa della tua gonna. Le libero la testa, sollevandola, e vi guardo entrambe.
Mentre godi mordendoti le labbra sulla mia camicia, sento di volervi bene.
Vi voglio così bene che mi libero degli occhiali da sole per guardarvi meglio.

Poltrona presidenziale

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Fra tutte le scelte possibili, questa è stata la peggiore: infilarmi sotto la scrivania quando ho sentito che stava arrivando tuo marito in ufficio.
Non stavamo facendo niente di male, parlavamo soltanto di musica. Ti stavo spiegando chi è Arthur Lee dei Love. Evidentemente, però, siccome entrambi stavamo pensando ad altro, quando tuo marito ti ha annunciato con un messaggio che stava salendo in ufficio, ci siamo sentiti in colpa come se – quell’altro a cui stavamo pensando – lo stessimo facendo davvero. Mi sono inginocchiato per accedere alla tua scrivania, e tu, come se fosse la cosa più ovvia, mi hai fatto strada, facendo scorrere la poltrona sulle rotelle.
Hai ripreso posizione, immergendomi nel buio, e ti sei messa a digitare chissà che.
La tastiera aveva quel suono erotico che hanno quando i tasti hanno un eccellente feedback. Mi sono tornate alla memoria le costose tastiere di Olivetti e di IBM, con i tasti ben definiti, dal suono accattivante.
Fa caldo.
Faceva già caldo mentre ti stavo di fronte, in piedi.
Figuriamoci adesso che ho il naso a due centimetri dal tuo stinco più alto, quello della gamba accavallata sull’altra.
Sarà suggestione sentire l’odore del tuo corpo, della tua pelle, della tua fica?
Tuo marito, intanto, è entrato nella stanza e state mettendo a punto dei problemi da risolvere urgentemente per l’azienda.
Mi sento come uno dei personaggi di Poe, quando parlava di “spirito di perversità”: fare la cosa che il buonsenso sconsiglia di fare, mentre ti sfilo la scarpa e ti bacio il piede.
La frase che stavi pronunciando ne esce strozzata. Allo sguardo interrogativo che tuo marito deve averti rivolto, rispondi con: “Uscendo, passa a comprare il pane: mi sono appena ricordata che siamo rimasti a secco”.
Grugnisce un’affermazione, disturbato dal fatto che una simile inezia possa averti distratta dai seri problemi che ti stava esponendo.
Ti prendo il piede in mano e continuo a baciarlo. Piccoli, lievi baci sul collo.
Poi sulle dita. Giacché ci sono, infilo la lingua fra le dita e mi faccio scivolare l’alluce in bocca, succhiandolo.
Avverto la tensione del tuo corpo, i muscoli delle tue gambe irrigidirsi e la tua posizione sulla sedia farsi scomoda.
Succhio tutte le tue dita, partendo dall’alluce per arrivare al mignolo. Te le spompino una per una.
Sempre con il piede posato sul palmo della mia mano, ti lecco lo stinco, lo bacio. Faccio scivolare le labbra verso l’alto.
Come per aggiustarti sulla sedia, scavalli le gambe, tenendole tuttavia ben strette.
Le mie labbra sono ormai sul tuo ginocchio. Infilo la lingua fra le ginocchia e spingo, come se potesse farsi strada fra di esse.
Non ti sento parlare, ti limiti ad ascoltare il maritino saccente.
Miracolo: le tue gambe si allargano davvero! Come se la mia lingua fosse un cuneo che si fa strada con la forza fra le tue ginocchia. Quando la mia bocca arriva a contatto con la parte interna delle tue cosce, così morbida, così liscia, ho la fronte imperlata di sudore. Sento il sudore scorrermi ovunque, lungo la schiena, sotto le ascelle …
Mi puntello con le mani sulle tue cosce, e mi avvicino alla tua fica, ancora nascosta dagli slip.
Sono avvolto dall’odore della tua eccitazione che, di riflesso, mi procura un’erezione che mi costringe ad aggiustare il cazzo nei calzoni.
Arrivo ad annusartela, la sfioro col naso, poi con le labbra, baciandola attraverso la stoffa.
Non posso vederti, ma immagino che tu stia friggendo sulla sedia.
Incominci a dare segni di insofferenza verso le questioni di vitale importanza che il tuo marito e socio ti sta enunciando. I tuoi mugolii di impazienza, per fargli capire che adesso hai altro da fare nella speranza di procrastinare le cosucce di cui ti sta parlando.
Dal tono della sua voce – non sono molto attento a quello che dice – capisco che si sta innervosendo e che potrebbe venirne fuori una scenata da un momento all’altro.
Infilo indice e medio sotto l’elastico e sposto gli slip. Ti bacio la fica. La annuso, mi riempio i polmoni della tua eccitazione. Intingo la punta della lingua fra le labbra, deglutendo, poi, per ingoiare quanto raccolto.
Ti bacio il clitoride, me lo lascio scivolare in bocca e lo succhio. Infilo ancora la lingua fra le labbra, dall’alto in basso e viceversa. Vedo le tue braccia rigide, con le mani aggrappate ai braccioli della poltrona di pelle modello presidenziale.
Quando ti afferro il clitoride fra gli incisivi, hai quasi un balzo e le tue cosce si stringono intorno alla mia testa.
Nonostante sembri tutto il contrario, avverto il tuo potere, il tuo controllo sulle mie azioni e mi eccito ancora di più. Apro la zip dei jeans e libero il cazzo che mi faceva male da un pezzo. Afferro il tuo piede nudo e lo porto fino a sfiorarlo, per fargli avvertire la sua presenza.
Appena lo senti, me lo premi contro l’addome, muovendo il piede in su e in giù.
Dalla tua fica, sto ormai bevendo la tua eccitazione che scorre come un fiume.
La mia lingua te la spazza: aperta, va su e giù, poi si infila fra le labbra, la spingo come se volersi scoparti con la punta. Ci infilo il naso.
Hai un sobbalzo.
Ti giustifichi in qualche maniera. Tuo marito non ne può più: finalmente s’incazza, ti manda a quel paese e se ne va, minacciando di fare tutto da solo e a modo suo.
Esce sbattendo la porta.
Non si è ancora attutito l’eco del colpo che le tue cosce si aprono completamente, la tua mano s’infila sotto la scrivania, si posa sulla mia nuca e mi spinge con decisione, con violenza, quasi, contro la tua fica, mandandomi in apnea.
Sono costretto ad aprimi un varco puntellando le mani sulle tue ginocchia, anche se serve a poco, tanta è la forza con cui stringi.
Il tuo piede, intanto, non dà tregua al mio cazzo: il palmo scivola su e giù, spremendolo, più che segandolo.
Ogni gesto, tuo o mio, non fa che rilanciare, come in un’ideale partita a poker, fino a farci perdere del tutto il controllo. Ormai gemi senza pudore. Se entrasse qualcuno adesso, lo ignoreresti: rimarresti lì, gambe larghe, occhi chiusi e mano sotto la scrivania, contro la mia nuca.
Incollo la bocca alla tua fica come una ventosa: la aspiro, la succhio, e poi la bacio ancora e la lecco. Il tuo bacino scivola in avanti, offrendomi le tue fessure. Riesco, adesso, a lambirti l’ano con la punta della lingua, dopo aver accarezzato il perineo.
Torno ancora alla fica, come se avessi fiutato il sangue della preda e non potessi mollarla per nessuna ragione al mondo. Il tuo orgasmo arriva improvviso.
Talmente improvviso che il tuo bacino si solleva, sbattendomi sui denti e facendomi sbattere la testa sotto il piano della scrivania.
Stoico, non mollo la presa, con le labbra attaccate al tuo clitoride gonfio, finché non sento che l’onda si affievolisce. Soffochi un urlo fra le mani, che hai provvidenzialmente portato alla bocca.
Il tuo piede dimentica il mio cazzo. Giustamente, penso.
Ma giustamente un cazzo, anche. Lo afferro e ce lo riporto sopra, mentre il tuo respiro tende a tornare regolare. Mi spingi indietro, con l’altro piede sul viso.
Ma non mi allontani, è solo per dare tu il ritmo sul mio cazzo.
Ti lasci scivolare giù, fino ad affacciarti e lasciarmi intravvedere il tuo viso da sotto la scrivania.
Mi guardi fisso negli occhi e, seria, mi dici: “Da qui non esci più.”

Il nuovo collare di pelle

collare

Ti svegliano i nostri gemiti. Apri gli occhi. Fatichi un po’ a renderti conto di dove sei. Vorresti strofinarli ma non puoi perché hai le mani legate dietro la schiena. Sei seduta sulla tua poltrona, il nuovo collare intorno al collo e un guinzaglio che ti immobilizza al cassettone. Chissà cosa sognavi! Adesso, davanti agli occhi hai il mio culo nudo che stantuffa nella fica della tua migliore amica.
Lei si accorge che sei sveglia, ti sorride con un misto di commiserazione e di scherno e affonda le unghie nelle mie chiappe, dove finisce la loro corsa che partiva dalla mia spalla. Geme di piacere, accentuando il movimento con cui inarca la testa all’indietro.
La luce che filtra dalle tende della finestra ci fa trovare in controluce e fai fatica a capirlo, ma quando lei parla tutto diventa chiaro.
“La tua cagnetta si è svegliata” mi dice. Mi giro a guardarti senza smettere di scoparla. Con gli occhi sempre fissi nei tuoi, godo, sborrando a lungo.
Rimango alcuni minuti con la testa fra i suoi seni, respirando affannosamente. Poi mi sfilo, mi alzo e vengo verso di te dicendo:”Adesso tocca a te. ”
Sblocco il guinzaglio e ti tiro verso il letto. Mi segui, docile. Sollevo il braccio, costringendoti a seguirne il movimento. Ti spingo la nuca fra le sue cosce: “su, cagnetta, lecca la mia sborra!”
Esegui, diligentemente, in silenzio. Lappi ogni goccia del mio sperma, ogni traccia del suo piacere, fino a lucidarle per bene la fica rasata. Avendo le mani legate dietro la schiena, il tuo equilibrio è precario. Ti aiuto, tenendoti per i capelli.
“Brava ragazza!”
Le cedo il guinzaglio. Le afferro i piedi. La tua amica si gira. Le strofino il cazzo fra le chiappe mentre si diverte a strattonarti, solo per il gusto di farlo. Le sorrido, Mi sorride. Nessuno di noi due ti degna di uno sguardo. Prendo il prepuzio fra le dita e spingo la punta del cazzo fino a farlo entrare nel suo culo. Continuo a spingere, fino a quando entra tutto. Il mio corpo di adatta al suo, il petto e il ventre incollati alla schiena. Le infilo le braccia sotto il corpo e, con dolcezza, le afferro i seni. Muovo il bacino lentamente. La testa schiacciata fra le sue spalle, spingo di nuovo il cazzo dentro il suo culo. Muove il culo, vogliosa, inducendomi ad aumentare il ritmo. Aggrappato a lei in quella posizione, col culo che danza immagino che, per te, sia come vedere due cani che si accoppiano. Ti guardo: sei seduta sul culo, come una cagnetta; i tuoi occhi seguono con incredibile interesse quello che avviene nel punto di contatto fra il mio pube e il suo culo. Mi sembra – ma forse è solo una mia impressione – che le tue pupille si muovano, come accade agli spettatori di un incontro di tennis. Come se non ti vedessi da anni, ti guardo e ammiro la bellezza del tuo corpo.
Vederti inerme, in nostra balìa, col nuovo collare di pelle legato a una catena che finisce nelle sue mani, mi eccita al punto che devo controllarmi per non venire subito.
“Adesso tocca a te, cagnetta sempre arrapata. Avvicinati!”
Ti alzi. Ti slego le mani.
“Struscia la fica sul mio polpaccio mentre inculo la tua migliore amica, brava ragazza!”
Ti inginocchi dietro di me e ti aggrappi con forza alla mia coscia. Sento subito la tua fica grondante scivolarmi lungo il polpaccio.
Esegui, mentre ti lacrimano gli occhi per l’umiliazione e la fica per il piacere.