La casa degli specchi

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“Hai paura?”

Seguita da uno sguardo pieno di malizia e provocazione, questa è una di quelle frasi che lascia poco spazio di manovra. Chi ammetterebbe di averne? Quale maschio, in compagnia di una donna, ammetterebbe di aver paura di entrare nella Casa degli specchi al luna park?

“Ma quale paura! Ero sovrappensiero.”

E’ vero, in effetti: mi ero lasciato prendere dalle fantasie, guardando il mare. Quel colore così indefinito del mare all’imbrunire, quando l’azzurro si confonde nel grigio rendendo difficile distinguere la linea dell’orizzonte, se non fosse per le luci delle barche dei pescatori.

Non sono mai riuscito a guardare il mare a quest’ora, senza pensare alla vita dei marinai, quelli che popolano i romanzi di Conrad o di Simenon.

Mi tieni per mano, tirandomi verso il labirinto degli specchi.

Cerco di andare con la memoria alla mia infanzia per ricordare se ci sono mai entrato. Mica facile! Non riesco a distinguere i miei ricordi da quanto ho visto nei film. Devo ammettere a me stesso che non lo so, se ci sono mai entrato, in uno di quegli affari. Tiro un profondo sospiro di rassegnazione e, rilassando il mio corpo, mi faccio trascinare da te.

“Dai, vedrai che è divertente.”

Difficile guardare la bambina che mi tira per mano con occhi ridenti e pensare che abbia appena compiuto 41 anni.

C’è qualcosa nel tuo sguardo che mi lascia perplesso.

Il sesto senso – so che non esiste, ma mi fa compagnia – mi suggerisce prudenza. Come quando intuisci che si sta tramando uno scherzo alle tue spalle.

Nah, impossibile: siamo lontanissimi da casa, non conosciamo nessuno da queste parti. Destinazione scelta di proposito per non incontrare nessuna conoscenza.

Appena entrati, molli la mia mano, però, e sparisci replicandoti innumerevoli volte, in fogge sempre più contorte. Sento la tua voce farsi più lontana, come se ti stessi dissolvendo in un altra dimensione. L’unica cosa che non cambia è che continui a prendermi per il culo. Ogni tanto le luci si spengono e non vedo più nulla. Dei passi riecheggiano, come se qualcuno stesse correndo. Sembrano i grossolani effetti per terrorizzare gli spettatori dei film horror degli anni Settanta.

Mi sento spaesato, ma sorrido, a beneficio di ipotetici esseri che si stanno divertendo alle mie spalle.

Ora vedo di nuovo. Forse i miei occhi si sono assuefatti al buio. La mia immagine è riflessa in tre specchi. In uno sono io, per come mi conosco; nel secondo, a sinistra, sembro enorme, ingrassato e alto la metà della mia altezza; nel terzo, infine, a destra, sono magro e altissimo.

Mi osservo con curiosità infantile, divertito.

Di nuovo buio. Ho perso le tue tracce, ormai, e non sento più nessun suono. Continuo a camminare a tentoni, sfiorando oggetti freddi. Un lampo illumina il labirinto. Non riesco a focalizzare le immagini davanti ai miei occhi. Mi è parso di scorgere una figura femminile, ma non c’è stato il tempo di mettere a fuoco. Incomincio a sentirmi preoccupato, adesso: nessun suono, nessuna luce, nessuna presenza umana.

Un altro lampo!

Adesso, però, la luce è rimasta. Vedo due gambe femminili, coperte da collant di nylon. Faccio un passo avanti e una gamba viene verso di me. Muovo l’altro piede, e l’immagine fa lo stesso.

Il cuore mi batte nel petto e una velocità preoccupante. Sembra quasi che sia l’unico suono che rimbomba nel locale. Un battito cardiaco sovrasta i miei sensi come una batteria che stia dettando il tempo a un gruppo rock. Ogni movimento che eseguo con le gambe viene ripetuto, simmetricamente, dalle gambe femminili che ho di fronte. Allungo una mano per toccarle e sbatto con le dita contro uno specchio. Uno specchio alto fino al mio bacino. Più su, ancora buio.

Trattengo il respiro, incredulo. In una frazione di secondo, mi rendo conto di cosa devo fare: toccarmi le gambe e tornare alla rassicurante realtà. Semplice, no?

Lo faccio.

La realtà non ha nulla di rassicurante: sfiorandomi le gambe, mi accorgo di star sfiorando due gambe femminili, depilate e fasciate da calze di nylon. Sì, sono calze, non collant, come avevo erroneamente pensato: a una certa altezza, sulla mia coscia, sento chiaramente il segno dell’ispessimento tipico della parte alta dell’autoreggente. Sono in apnea, non so da quanto. Di sicuro, ancora, mentre la mia mano, continuando a risalire lungo il mio corpo, ha incontrato una minigonna. E poi degli slip di pizzo. E poi …

Niente! Dove fino a pochi minuti prima avevo un cazzo, i polpastrelli seguono chiaramente il profilo di una fica. Scosto gli slip e mi accorgo di averla pure bagnata.

Ho sempre davanti agli occhi la sinistra immagine delle due gambe femminili. Non avrei mai immaginato di trovare sinistre due gambe femminili.

Entrambe le mani saltano su, al petto: sotto i palmi, sento due tette che tocco con piacere. E’ quasi rassicurante sapere che il cervello, almeno quello, è ancora maschile, ancora il mio. Indugio a toccarle, più per piacere sessuale che per essere certo che sia vero. Mi sfioro il viso: è liscio. Muovo la testa e segue il fruscio di lunghi capelli, che mi lambiscono il viso. Il mio cuore sembra essersi fermato, la testa si rifiuta di azzardare qualunque pensiero.

Solo le gambe – due belle gambe, devo dire – trovano il coraggio di muoversi. Faccio alcuni passi, e mi ritrovo in una stanza di velluto nero. Nessuno specchio, adesso. Solo un tavolino in mezzo. Mi avvicino, per toccarlo, per avere sotto le mani qualcosa di concreto, di reale.

Senza che abbia avvertito i passi alle mie spalle, sento una presenza dietro di me. Cerco di girare la testa, ma una mano virile mi blocca il mento. Deglutisco, provo a parlare, ma il corpo attaccato a quella mano sibila un autoritario : “Shhhh!”

Le parole mi muoiono in gola.

Una mano mi solleva i capelli, l’altra mi accarezza il collo. Sento due labbra baciarmi.

Mi piace. Chiudo gli occhi, a metà fra la resa e la speranza che, aprendoli, tutto scompaia.

Respiro a fondo. E’ il tuo odore, quello che mi riempie le narici.

Non è il tuo corpo, però: è quello di un maschio quello che mi sfiora standomi alle spalle. Lo avverto dall’altezza, dalla forza delle braccia che cerco a tentoni, e dal rigonfiamento nei pantaloni che mi struscia sul culo. Le tue mani cingono il mio corpo, afferrandomi l’addome, mentre le tue labbra continuano a baciarmi il collo, il viso. Mi mordi il lobo di un orecchio. Reclino la testa all’indietro. Mi afferri le tette e me le stringi forte. Un calore improvviso mi costringe ad allargare le gambe. Mi sollevi la maglietta e infili le mani sotto al reggiseno. Ho caldo, adesso, come se all’improvviso mi si rovesciasse addosso tutto il calore di quella stanza chiusa. Allungo una mano dietro per toccarti, per cercare la tua pelle. Sfioro il tuo viso, con la barba incolta. Ti tocco il petto, al cui centro, una linea di peli scende fino all’ombelico.

Ti spingi verso di me. Mi sollevi la gonna e mi accarezzi il culo. Infili una mano fra le mie cosce, fai scivolare le dita sotto gli slip e ti riempi la mano della mia fica pulsante e bagnata. Muovi le dita, fra le mie labbra, sul clitoride, poi spingi dentro l’indice, fino alla base. Lo tiri fuori, me lo fai leccare. Lo intingi di nuovo, lo lecchi a tua volta, poi lo spingi tutto dentro ancora, e ancora. Divarico le gambe, chino il busto sul tavolino. Il rumore di una chiusura lampo, poi il contatto su una mia coscia della tua carne bollente. Lo sento pulsarmi addosso. Tutto il mio corpo vuole essere posseduto dal tuo.

No, decisamente, non ho più nulla di maschile, adesso. Mentre mi strusci il cazzo fra le cosce, lambendo la fica, non voglio altro che essere scopata nel modo più selvaggio possibile. Le tue mani sollevano del tutto la gonna, scoprendomi il culo. Mi sfili gli slip. Ti aiuto con piccoli movimenti del culo, fino a lasciarli finire a terra. Me ne libero con un calcio, frenetica.

“Ficcamelo dentro, ti prego …”

Sento il dorso del tuo cazzo sfiorarmi le labbra. Muovi il bacino con lentezza esasperante. Mi posi le mani sul fianchi. Ti chini a baciarmi la schiena, il collo, i capelli. Mi allarghi le natiche, strusciandomi il cazzo sul culo. “Basta, scopami!”, mi sorprendo a dire.

Afferri il cazzo e me lo spingi dentro, tutto d’un colpo. Mi sento riempire ed è una sensazione bellissima, come bellissimo è sentirmi la tua troia.

E’ solo un attimo, ma mi ritrovo a pensare di essere la troia della mia donna.

Le tue mani sui fianchi, da padrone, mentre il tuo bacino ondeggia. Sento il cazzo entrare e uscire dal mio corpo, la mia fica in fiamme, per quanto fradicia.

Mi afferri le tette, me le stringi forte. Mugolo. Tu, rantoli. Ho quasi paura che i miei capezzoli, duri come chiodi, possano far male ai palmi delle tue mani. Mi scopi con frenesia, ora, sempre più forte, sempre più a fondo. Il tuo corpo sembra legato al mio da un enorme elastico, che lo fa sbattere sempre più poderosamente contro il mio. Sbrodolo, quando i tuoi denti affondano nella mia spalla. La cosa non fa che eccitarmi ancora di più. Sto per venire, e so che anche tu sei prossimo. Allungo le mani dietro di noi, e affondo le unghie nelle tue chiappe. Il tuo corpo è incollato al mio, il petto sulla mia schiena, e la corsa del tuo cazzo dentro di me si fa sempre più corta, sempre più rapida.

Il primo getto di sperma mi sorprende, bollente. Gemo. Affoghi il rantolo dei tuo orgasmo sul mio collo e quasi mi crolli addosso, mentre vengo squassata da un orgasmo che non avrei mai potuto immaginare.

Per un po’ le tue mani mi accarezzano la testa.

Quando mi riprendo, sono di nuovo solo. Seguo una luce che mi guida verso l’uscita del labirinto degli specchi. Uno di essi mi rimanda l’immagine a cui ero abituano da più di quarant’anni.

Tu, con una faccia da pasqua incredibile, come una bambina che ha appena ottenuto il gelato dai genitori, mi sorridi: “Piaciuto? Te l’avevo detto che ne valeva la pena!”

Sei la solita donna che conosco da oltre quindici anni. Minigonna, maglietta nera e scarpe basse. Qualche capello bianco che cerchi di occultare.

Ho come un peso al petto, però, come un’angoscia senza ragione.

Infilo due dita nel collo della maglietta e cerco di allargarla.

Cerco di sorriderti, a ogni modo.

Forse è stato tutto un sogno.

Il peso al petto non passa, però. Mi sfioro e mi accorgo di avere addosso un reggiseno.

E non è neanche della mia misura.

Fuochi d’artificio

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I fuochi d’artificio sono bellissimi. Quest’anno il comitato feste ha fatto le cose in grande: sono affacciata al balcone ad ammirare le cascate di luci colorate che illuminano questa calda notte di luglio da almeno dieci minuti. Mi aggiusto il top: c’è un passante che sembra più interessato alle mie tette che allo spettacolo pirotecnico.
Sento i tuoi passi alle spalle. Senza parlare, mi infili una mano nel calzoncino. Le tue dita seguono il solco fra le mie natiche, mi accarezzano l’ano e poi, più giù, la mano si chiude intorno alla mia fica. La sento subito bagnarsi. Sfili la mano e ti sento strusciare il cazzo duro contro il culo. Lo tiri fuori dai pantaloni e me lo strofini fra le cosce. E’ bollente. Lo usi come un pennello per dipingere il mio culo. Inizia a far caldo, da quelle parti.
Il passante – che deve averti visto – ha affrettato il passo verso la piazza e, adesso, sembra essere preso dai fuochi anche lui.
Mi afferri per le ascelle, mi sollevi e mi porti verso il letto. Reclino il capo all’indietro alla ricerca di ulteriore contatto con te: adoro sentirmi così tua, così protetta e, allo stesso tempo usata dalle tue mani. Mi depositi sul letto. Carponi. Mi sfili il top, che sembra così fragile fra le tue manone. Tiri giù il pantaloncino, scoprendomi il culo. Me lo baci. Poi lo lecchi. Alterni baci e leccate dietro le cosce, fra le natiche e sulla schiena. Sento il fruscio dei tuoi abiti che volano sul pavimento.
Ecco. La tua lingua segue la mia colonna vertebrale. Sembri contarne gli anelli. Arrivi fino al collo. Mi sento fradicia fra le cosce, e sembra quasi che la tua saliva sulla schiena possa darmi un po’ di refrigerio. Il tuo cazzo duro mi sbatte sul culo, sulle cosce. Sei sopra di me. Le tue mani mi accarezzano, la lingua continua a leccarmi la schiena. Prendi il cazzo in mano, scopri la cappella e me la strusci addosso, sul culo, fra le cosce, contro la fica. Lo punti sull’ano. Ti fermi, mi vieni sopra, mi afferri forte le tette e me le stringi, pizzicandomi i capezzoli. Chiudo gli occhi per assaporare meglio il contatto con te, come se ogni tuo poro stesse già scopando i pori della mia pelle, toccandoli. Gemo, di piacere e di dolore, mentre le tue mani si stringono ancora di più sui miei seni. I capezzoli, turgidi, mi fanno male. Una tua mano scivola a tormentarmi il clitoride. Mi prendi la fica in mano, come se fosse roba tua. E’ roba tua. Ti stacchi.
Mi afferri le natiche, le divarichi affondandoci le dita. Sento arrivare lo sputo sul mio buchetto insieme al suono che emetti. Il tuo indice inizia a farsi strada, delicatamente. Appena arrivato dentro a metà, lo sfili e spingi dentro il medio. Lo riconosco, il tuo medio, che mi entra dentro fino alle nocche. Insisti, avanti e indietro. Con l’altra mano mi accarezzi la schiena, la fica, il culo. Ho la bocca nel cuscino, le mani che lo arpionano. Sembra quasi che tu voglia continuare così. Sono così eccitata che mi esasperi: “Inculami!”, urlo nel cuscino. Temporeggi ancora, ma solo per il gusto di farmelo ripetere, con maggiore enfasi: “Inculami, basta con quel dito!”
Il dito esce. Ti sento sputare di nuovo. Sul tuo cazzo, stavolta. Il mio corpo è così tuo, ogni mia singola cellula è così tua. Mi sento rilassata ed eccitata al tempo stesso. Sputi ancora. Con l’indice mi spalmi la saliva sull’ano, poi sento la tua cappella bollente premere per entrare. Sono tua. Fottimi il culo. Il tuo cazzo entra gradualmente dentro di me. I miei denti affondano nel cuscino. Credo di averci fatto qualche buco con gli incisivi. Le tue mani si posano sui miei fianchi. Il tuo bacino si muove, avanti, indietro. Ogni molecola del mio corpo ti appartiene. Le stai inculando tutte, possedendo tutte. Ogni affondo è un viaggio. Il tuo bacino che mi sbatte contro il culo, il tuo cazzo che va più a fondo, le tue mani che si stringono più forte sui miei fianchi. Poi scivolano risalendo lungo la mia schiena, fino a fermarsi sulle spalle. Hai più presa, adesso, e il tuo cazzo sembra squartarmi. L’apparire di questa parola alla mia mente, mi suggerisce la prossima cosa da dirti: “Squartami …”
Sembri volerlo fare davvero. Mi monti, poderoso. Il letto cigola sotto i tuoi colpi, le mie stesse ossa sembrano scricchiolare. In uno dei tuoi affondi più violenti – e più graditi – franiamo sul letto.
Col cazzo ancora mezzo dentro il mio culo, non ti scomponi: mi allarghi le natiche e continui a pompare, sempre più forte. Sono tua. Adesso che il tuo corpo aderisce così completamente al mio, ti appartengo. E’ qualcosa che sembra essere ancora più forte del piacere che ricevo dalle poderose stantuffate del tuo cazzo. I tuoi gemiti, sempre più intensi, sono ormai rantoli. Il mio corpo sembra quello di una bambola fra le tue mani, il tuo cazzone mi fotte sempre più forte, sempre più a fondo. Sto perdendo il senso della realtà, sono altrove. In un altrove in cui esisto solo per appartenerti.
“Sborra, riempimi di te …”
Ti rendo furioso. I tuoi affondi sono ormai incontrollati, il tuo bacino mi sbatte addosso con tanta forza che mi mandi in apnea. Senza neanche capire cosa sta succedendo, forse per la fica che struscia sul letto, mentre mi sborri nel culo, godo soffocando l’urlo nel cuscino. Ogni suono scompare sotto il tuo rantolo di piacere nel mio orecchio avido.