Puttana

crossedlegs

“Tutto qua?”
Mentre conti i soldi, meno di duecento euro, hai una smorfia di disgusto.
“Che me ne faccio di una puttana come te?” Punti gli occhi dritto nei miei. Chino il capo. Avrei voglia di piangere. Ho rimediato solo quattro clienti, tre dei quali passivi che hanno voluto il mio orgasmo. Sono distrutto, mi fanno male le palle e vorrei soltanto immergermi in un bel bagno caldo, magari stretto fra le tue braccia. E invece mi arriva una sberla sul viso. Sento la guancia farsi fuoco. Brucia.
Come mi brucia il culo. L’unico attivo, il quarto, aveva un cazzo enorme. Ho fatto un sacco di moine per farlo sborrare il più in fretta possibile. Mi sentivo squartare.
“Sai che adesso devo punirti?”
Ecco, ci mancava pure questo …
Di solito mi piace stare sulle tue ginocchia, sentire il calore delle tue gambe sotto il mio addome, il cazzo che mi si inturgidisce ogni volta che la tua mano arriva sonoramente sulle mie chiappe. L’altra mano che mi tiene la nuca in una dolce morsa che, di tanto in tanto, diventa carezza.
Chino il capo e ti seguo sulla poltrona. “La sedia dell’educazione”, come la chiami tu. Mi sdraio a pancia in giù sulle tue gambe.
“Voglio provare un’altra posizione. Alzati.”
Sollevi una gamba, io mi sdraio sull’altra e poi la fai scendere a fermarmi, come in una morsa. Mi sollevi la minigonna sul culo. Non c’è bisogno di togliere gli slip: indosso dei tanga invisibili da dietro, e la tua mano parte. Il primo colpo si abbatte sul mio culo facendo vibrare l’aria della stanza. Alterni schiaffi sulla natica lontana ad altri che arrivano giusto in mezzo, facendo tremare il buco del culo e lo scroto.
Il contatto del mio pacco sulla tua coscia è rassicurante e, tutto sommato, mi compensa di tutto quello che è andato storto in questa fredda giornata di tarda primavera. Ci si è messo anche il tempo: di solito, di questa stagione, fa molto caldo. La natica incomincia a bruciare come se mi fossi scottato, ma la tua mano non mi dà tregua.
“La mia puttanella travesta non ne vuole sapere di impegnarsi di più, vero?”
E sbam!, giù altri schiaffi. Lo sai che quando mi chiami così mi eccito e, infatti, nonostante le fatiche della serata, ho una mezza erezione. Il cazzo, però, indurendosi fa male.
Infili una mano fra le mie cosce e lo palpi.
“Che troia sei: più ti punisco e più ti ecciti.” Il dolore alla natica proietta l’immagine di un rossore vivo. Non posso vederlo, ma è come se lo vedessi. Mentre alzi la mano per un altro colpo, mi senti singhiozzare. Non è il dolore a farmi piangere, in effetti, ma un momento di introflessione pessimistica. Mi capitano di questi momenti in cui mi piango addosso pensando alla mia vita meschina. Continui ancora, ovviamente: non sarebbe da padrona fermarsi adesso.
Poco dopo, però, mi tiri giù la gonna e mi prendi in grembo come si fa con un bambino. Tiri fuori un seno e me lo porgi da succhiare. “Su, nutriti, puttanella della mamma.”
Per un attimo mi balena l’idea che potrei sborrare di nuovo, la quarta volta. Devi esserti accorta del lampo nei miei occhi, e del gonfiore nel tanga, perché, severa, mi ricordi che sono in punizione.
“Oggi non sborri. Succhia!”
Ho il tuo capezzolo in bocca e lo succhio come se davvero dovessi nutrirmi di te. Lo lecco, lo succhio e lo bacio. E’ bello, come un lampone. Realizzarlo mi fa immaginare il suo sapore. Ne sento perfino l’odore. Chiudo gli occhi e sogno di essere in un bosco di lamponi e ti tengo per mano. Mi sorridi e c’è il sole.
Li apro e mi accorgo che sorridi davvero. Mi accarezzi la fronte. E’ stupendo. Sono questi i momenti in cui si cancellano tutte le brutte cose, come quelle a cui pensavo poco prima.
Infili un mano sotto la gonna e mi sfiori il cazzo, sempre sorridendo. Lo massaggi, facendolo diventare sempre più duro. Stringi la mano intorno alle palle, da padrona,  mi masturbi, liberandolo dai tanga. Mi fai arrivare fin quasi all’orgasmo, fino a veder comparire una gocciolina di sborra sulla punta, poi ti fermi. “Oggi non sborri.” ribadisci.
Mi fai spostare e, mentre ti apri i pantaloni, mi imponi di inginocchiarti fra le tue cosce. “Lecca!”
Ho l’acquolina in bocca appena vedo comparirmi la tua fica davanti agli occhi. La adoro. Ti adoro.
Infilo la lingua fra le labbra e la faccio saettare con avidità. Non sospettavo di avere ancora tante energie residue, dopo una giornata simile. Invece la visione della tua fica deve avermele fatte tornare. Alzi le gambe, allargandole. Adesso posso arrivare a leccarti anche il culo. L’ordine è tacito, ma sempre un ordine è. Lambisco il buco con la lingua a punta, poi l’affondo fra le labbra, sfiorando la tue pelle tutto intorno. Afferro il clitoride fra le labbra e lo succhio. Ti spompino. Lecco e deglutisco tutta l’eccitazione che ne scaturisce, sempre più copiosa. Apri una mano, mi afferri i capelli sulla fronte e mi spingi con forza contro il tuo pube. Mi sento soffocare, ma continuo a leccartela. Giù, poi, fino al culo, ancora. Spingo la lingua come se potesse entrarti dentro.
“Lecca, troia, non fermarti …”
Non mi fermo, anzi. Lecco con frenesia crescente e non sto pensando alla tua eccitazione, ma soltanto al piacere che mi dà ricevere la tua sborra, come la chiami tu, in bocca e sul viso. Non annunciato, arriva il tuo orgasmo: il tuo pube è squassato da ondate di piacere e me lo sbatti sui denti. Il tuo osso pelvico mi spacca anche un po’ il labbro superiore. Appena posso, alzo gli occhi e ti guardo, ti ammiro: il tuo petto si solleva violentemente, ansimando. Hai l’altra mano stretta intorno a un seno. Intorno alle dita vedo la tua carne sbiancare.
Resto lì, in attesa di disposizioni.
Quando il tuo respiro torna normale, mi spingi un po’ indietro con un piede su una spalla. Ti alzi dalla poltrona e allarghi le gambe intorno al mio corpo. Porti le mani alla fica. Con le dita allarghi le labbra e mi pisci addosso.
“Bevi, troia, bevi il nettare della tua padrona …”
Eseguo.

Più tardi, dopo una sbrigativa doccia – si è fatto troppo tardi per l’agognato bagno – ti raggiungo a letto. Dormi già. Russi anche un po’, ma non te lo dirò mai: sei talmente orgogliosa della tua  femminilità che ti ferirei. E poi tu puniresti me.
Mi infilo sotto le coperte.
Scendo giù.
Fino a ritrovarmi col viso all’altezza delle tue gambe.
Mi aggrappo a una di esse e mi lascio inghiottire da un sonno senza sogni.

11 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. menteminima
    Giu 28, 2015 @ 11:20:07

    Hai da fare nei prossimi giorni?

    Rispondi

  2. agatagrop
    Giu 29, 2015 @ 11:10:10

    Che c’entra una non può essere femminile e russare 😛

    Rispondi

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