Amazzoni!

amazon “Non sborrare … per nessuna ragione al mondo!” I puntini di sospensione sono assolutamente inadeguati a rendere l’idea del lunghissimo tempo che impiegò a pronunciare la frase, del lunghissimo tempo che impiegò la sua lingua a percorrere il mio cazzo, dalla base alla punta. La lingua a punta seguiva le venature del mio cazzo, dalle palle al frenulo, e poi alla cappella. Potevo contare le sue papille gustative. Con una mano si portò i lunghi capelli biondi dietro l’orecchio, per scoprirsi il viso e piantare nel mio i suoi occhi chiari. Le efelidi la rendevano bella come una dea. Una divinità norrena. Mi sentivo in paradiso. “Sarai ripagato per il tuo sacrificio, tesoro: quando ti farò godere, dopo una così lunga astinenza, sarà un’esplosione di piacere che ricorderai per tutta la vita.” Su questo devo darle ragione. Assolutamente. Sono passati molti anni da quel giorno. La mia vita non è più stata la stessa e ha preso direzioni che non avrei mai immaginato, ma non dimenticherò neppure un fotogramma dell’ideale film conservato nella mia memoria, di quei giorni. La mano stretta intorno al cazzo, l’altra che esercitava una leggera pressione con l’unghia lungo il mio perineo, e la lingua a dare il cambio a entrambe. Sentivo che sarei potuto morire così ed essere traslato direttamente in paradiso. Il giorno dopo, Alexandra raddoppiò le sue premure per me, e temetti di non riuscire a esaudire il suo desiderio di trattenere ancora l’orgasmo. Avevo attraversato tutto il mondo alla ricerca di territori e popoli sconosciuti; ero sopravvissuto alle situazioni più difficili in Africa, nell’Estremo Oriente e in Sud America. Non avrei mai immaginato di dover vivere l’avventura che, più di tutte, avrebbe segnato la mia vita, nella civile Europa, quasi al suo estremo limite settentrionale. Avevo sentito vagheggiare di una misteriosa tribù di amazzoni che ancora sopravviveva nella contea della Scania, nel sud della Svezia, e mi ci recai con un manipolo di coraggiosi, quanto collaudati, collaboratori. Dopo essere riusciti a scovare il villaggio – dove effettivamente una tribù di donne di favolosa bellezza girava a seno nudo, nonostante il clima poco clemente – grazie alle mie esperienza e conoscenza della lingua, riuscimmo a farci accettare dalle scontrose donne. Dopo alcuni giorni di interviste e scambi di opinioni, ci ritrovammo, i miei uomini e io, nella situazione di cui sopra. L’unico fatto che mi aveva reso inquieto era la sparizione della guida che ci aveva condotti fin lì, ma potete ben immaginare che avessi poco a crucciarmene, preso com’ero dall’esplorare il mondo carico di mistero e di erotismo in cui ero avvolto. I seni di Alexandra mi scivolavano sul petto. Erano così grossi che temetti di soffocare quando me li ritrovai sul viso. Inseguivo con la lingua ora un capezzolo ora l’altro, per baciarli, leccarli e mordicchiarli. Mi sorrideva, maliziosa, poi scendeva ad accogliere il mio cazzo duro da ore, ormai, fra quelle deliziose colline morbide. E ancora, di tanto in tanto, la preghiera di non sborrare. “Non sarà che qualche giorno. So quanto sarà … duro, per te,” e mi fece l’occhiolino, “ma proverai qualcosa che non hai mai provato in vita tua.” Non avevo nessun mezzo per difendermi e, devo ammetterlo, nessuna voglia di contraddirla, per quanto la sofferenza fosse enorme. Dopo quattro giorni, divenne impossibile dormire sul ventre: la mia erezione era ormai perenne. Alexandra passava ore a stuzzicarmi, a portarmi allo spasimo per poi negarsi. Non mi aveva ancora fatto, non dico toccare, ma neppure vedere la fica. Di notte, se riuscivo a chiudere gli occhi per dormire, facevo terribili incubi in cui il mio sperma trattenuto inacidiva all’interno del mio corpo. Quando incontravo i miei compagni di avventura, mi raccontavano più o meno le stesse cose. La notte successiva accadde qualcosa che modificò il clima sereno in cui avevamo vissuto fino ad allora. Benjamin, il più debole di noi, non reggendo alla pressione, si stava masturbando per porre fine alla deliziosa tortura cui eravamo stati sottoposti. Una delle amazzoni lo sorprese. Gli mollò una serie spaventosa di sberle, lo prese a calci nei coglioni e infine gli legò le mani dietro la schiena. A tutti noi vennero legati i polsi, a causa di quanto accaduto. Alexandra, mortificata, eseguì su di me lo sgradito compito. Mi legò con dolcezza, non tralasciando di baciarmi la schiena, il culo, le spalle, il petto, tanto che le ero quasi grato per averlo fatto. Venni ricompensato da rinnovate attenzioni verso il mio corpo, più tardi. Accarezzò il mio cazzo e lo scroto con una dolcezza ancora maggiore, se possibile, di quella che mi aveva usata fino a quel momento. I miei capezzoli subirono tormenti inenarrabili: li sfiorava con l’unghia, li mordeva, li stringeva fra indice e pollice fino a farmi gemere di dolore misto a piacere. Sentivo, in quei minuti, di esserle devoto e ubbidiente, a prescindere dallo stato di inferiorità fisica in cui mi trovavo. Sentivo che avrei potuto dare la vita per lei, sottopormi a qualunque tormento per renderla orgogliosa e felice di me. Sentivo, insomma, che avrei potuto fare qualunque cosa mi chiedesse. Nei giorni seguenti, mangiai dalle sue mani, pisciai, col cazzo – sempre duro come marmo – tenuto fra le sue dita, mi addormentai col capo adagiato fra i suoi seni e fui continuamente eccitato dalle sue attenzioni. La sua lingua non trascurò neppure una cellula della mia pelle; le sue dita non dimenticarono di esplorare niente di me, neppure i padiglioni auricolari, le narici, le piante dei piedi, e neppure l’ano, che fu penetrato in più di un’occasione. Non lo avrei mai creduto possibile, ma il suo indice che mi entrava nel buco del culo mi procurava un’eccitazione che faceva tendere il mio corpo verso il cielo e, solo grazie alla sua abilità, riuscii a non godere. Non ricordo da quanti giorni fossimo in Scania, ormai. Quando Alexandra compariva sull’uscio della mia stanza, il mio cazzo, per riflesso, aveva un sussulto., e arrivava al massimo dell’erezione, con tutte le vene in rilievo. Io sentivo l’acquolina in bocca, come se dovessi accingermi a mangiare. Mentre mi baciava il collo, mi sussurrò: “Oggi è il gran giorno. Stasera potremo finalmente godere di tutti i sacrifici sopportati.” Ebbi un tale tuffo al cuore che temetti di morire. Ebbi verso di lei un tale slancio di gratitudine che mi si bagnarono gli occhi. Mi baciò le palpebre chiuse e, datomi un colpetto sui testicoli, si congedò. La mia cappella era costantemente lucida di eccitazione. Sentivo, per giunta, una devozione totale per quella che ormai consideravo la mia donna. Essere dipeso da lei, in quei giorni, mi aveva reso docile e devoto al punto che la sola idea della sua esistenza mi rendeva orgoglioso e felice. Realizzare l’idea di essere suo era la sensazione più bella che avessi mai provato nella mia vita. E sì che ne avevo provate! Venne la sera, il fresco mi provocò brividi di quella che mi parve una febbre erotica. Alexandra, più bella che mai, entrò in compagnia di una sua amica. Mi baciò. Sentivo che la sua amica mi succhiava il cazzo, delicatamente. Mentre Alex mi porgeva i seni da succhiare, mi sentii avvolgere dalla bocca della sua amica. La cappella le sfiorava la gola e mi contorcevo dal piacere. Mentre l’amica mi accarezzava delicatamente le palle, Alexandra mi porse un grosso calice, dopo averne bevuto un sorso. “Bevi.” Mi guardava con un tale sguardo che, se mi avesse detto “Buttati”, sull’orlo di un precipizio, avrei eseguito all’istante. “Bevilo tutto. Vedrai, sarà fantastico.” Dopo qualche istante, la testa mi girava, avevo dei crampi allo stomaco. Mi sentivo fluttuare, come se il mio corpo non avesse più peso. Le sensazioni erano amplificate, ogni volta che una delle due sfiorava la mia pelle, era come se fossero state mille mani a farlo. Alexandra era sul mio viso, con la bocca e con i seni; l’amica armeggiava intorno al mio pube. La mia donna mi sorrise, si scansò e mi disse: “Guarda, adesso.” Vedevo l’altra, con una mano stretta intorno al cazzo e l’altra ai testicoli. Tirò fuori un piccolo coltello affilatissimo. Avrei dovuto essere preoccupato, ma era come se la scena si svolgesse al di fuori di me e io non ne fossi che un disinteressato spettatore. Mentre Alexandra, dietro la mia testa, mi immobilizzava le braccia, l’altra incise il mio scroto. Tirò fuori con molta attenzione i testicoli, e li recise uno alla volta. Quello che mi avevano fatto bere non mi permetteva di rendermi conto dell’orrore di ciò che mi accadeva. Avevo come l’impressione di potermi mettere a ridere di quello che vedevo, fuori dal mio corpo. Li depose delicatamente in un piattino, poi, con ago e filo, ricucì la pelle. Fui condotto fuori. Sotto il cielo stellato, bruciavano enormi roghi. Cataste di legna altissime celebravano l’arrivo della bella stagione. Era la notte di S. Giovanni. Le amazzoni, ebbre di potere e di bevande, mandavano al cielo urla terribili. Io mi sentivo in colpa per i miei compagni, che avevo condotti a un destino così triste. Qua e là, fuochi più piccoli segnavano la presenza di arrosti. L’odore di carne stordiva e bruciava le narici. Alexandra, con i miei coglioni infilati su uno spiedo, guardava il fuoco come incantata. Senza girare la testa verso di me, ebbe la bontà di spiegarmi: “Questo è il sacrificio alla Dea. Pretende che le siano dati testicoli al massimo della capienza, che siano stati portati allo spasimo senza godere per giorni. Perdonami se non te ne offro”, concluse, con uno sguardo maligno, mentre ne addentava uno. Fu come se affondasse di nuovo il coltello nella mia carne. amazzone ferita Non so per quanti giorni vissi fra la vita e la morte, preda di febbri e delirio. Ricordo le visite di Alexandra, che non aveva più nulla della dolcezza dei giorni precedenti, che veniva a nutrirmi e disinfettare la ferita. In qualche raro momento di lucidità, mi chiedevo perché mi tenessero ancora in vita. E il perché di tanta violenza. Ero pieno di rabbia e di sensi di colpa. Cercavo di immaginare in che cosa avessi potuto offenderla e precipitavo di nuovo nell’incubo di un sonno senza riposo. Quando mi fui ripreso, fui vestito di una corta tunica scoperta sul didietro. Era una sorta di minigonna con un grosso spacco sul culo. Non serviva a molto nelle fresche notti della breve estate scandinava. Uscito dal mio alloggio, feci un giro per il villaggio. Avevo la sensazione che la mia libertà fosse assolutamente fittizia, sentivo continuamente sguardi addosso. Ogni volta che un’amazzone mi incontrava, rideva a mi palpava il culo. Qualcuna più sfacciata mi dava delle ampie pacche sulle natiche. Debilitato dalla malattia, muovevo passi incerti costantemente alla ricerca di un appoggio. Alcune amazzoni si muovevano a cavallo. Davanti alle case, vidi che c’erano delle assi di legno che immaginai servissero a legarveli, come nei film sul vecchio West. Fui costretto a ricredermi poco dopo che Alexandra mi fu comparsa davanti, cavalcando un bel baio. “Bene, vedo che sei guarito.” Senza scendere da cavallo, mi mise un piede nudo sul viso, lasciandosi andare a una risata sguaiata di cui non l’avrei creduta capace. Con la pianta del piede, mi sfiorò il petto, fermandosi su un capezzolo. Poi, fattasi seria, mi infilò l’alluce in bocca, inducendomi a succhiarmelo. Saltò giù dal cavallo. “Mi fai arrapare, maschietta!” Contrariamente a quanto mi aspettavo, non lo legò alle assi, lasciandolo a pascolare liberamente. Alle assi, invece, fece segno a me, col mento di appoggiarmici con le mani. Eseguii, sapendo di non avere scelta. Si pose dietro di me, tirò fuori da sotto il gonnellino un cazzo enorme, grosso almeno il doppio del mio, e me lo sbatté ripetutamente sulle natiche. “Apri le cosce, maschietta!” Con due calci sulle caviglie, mi fece allargare le gambe. Poco dopo, mi ritrovavo nel culo un cazzo talmente grosso che non avrei mai immaginato che potesse entrarci. La mani sulle mie spalle, mi possedeva con foga. Le sue spinte mi fecero finire in più di un’occasione con i denti sul legno. “Mai una maschietta che riesca a sostenere i miei colpi …” si lamentò. Impiegò un tempo lunghissimo a godere. Sentivo il culo dolere e bruciare. La sentii gemere, mentre si accasciava sulla mia schiena e venivo riempito di interminabili fiotti di sperma. Rimase lì per un po’, ignorandomi completamente. Quando si fu ripresa, lo tirò fuori, mi fece girare e mi intimò di pulirglielo. Fui costretto a lucidarglielo per bene, rimuovendo ogni traccia del suo sperma e di quanto aveva tirato fuori dal mio corpo. Finito il mio compito, mi resi conto di amare quell’enorme cazzo attaccato a quel bellissimo corpo, per quanto lo sguardo di Alexandra fosse una maschera di severità. Mi gettai ai suoi piedi e mi aggrappai ai suoi polpacci. “Ti prego, tienimi con te …” Piangevo. Mi pose una mano sul capo, come lo avrebbe fatto un pastore col suo cane, e mi disse: “Tu sei mia, maschietta. Sappilo. Come tutte le altre castrate del villaggio, però, potrai essere usata da tutte le padrone. Ma solo dietro la mia autorizzazione, altrimenti sarai punita severamente.” Non riuscii a dire altro che “Grazie …”

28 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. colpoditacco
    Giu 23, 2015 @ 21:39:41

    Ma è una storia terribile 😮😮

    Rispondi

  2. agatagrop
    Giu 25, 2015 @ 15:39:18

    Le Amazzoni ce accettatono grazie alle mie esperienza e “conoscenza della lingua”, riuscimmo a farci accettare dalle scontrose donne. Io interpreto maliziosamente… Oh c’è un errore di battitura: scesa invece di scena almomento topico dello zack zack

    Rispondi

  3. Alice
    Ago 06, 2015 @ 11:04:03

    Finale imprevedibile davvero… Anche se il titolo avrebbe dovuto accendere una lampadina in effetti.
    Bello anche il nome della protagonista, conosco anch’io una bionda e nordica Alexandra 😛

    Rispondi

  4. Alice
    Ago 06, 2015 @ 13:29:23

    Avevo un blog, l’ho dovuto chiudere ed ora il link del mio Nick rimanda al sito “serio”. Cose che capitano…
    Alexandra io? No… Solo amazzone 😛

    Rispondi

    • pornoscintille
      Ago 06, 2015 @ 13:30:59

      Ho visto. Spiegami tu cosa devo fare, anche per mail 🙂
      Quindi l’amazzone sei tu? Wow! 🙂

      Rispondi

      • Alice
        Ago 06, 2015 @ 13:34:26

        Che bello… Tu inventi una storia e da qualche parte la protagonista si materializza 🙂
        Io sono meno cruenta… Però giuro d’avere un bisturi in borsetta 😀

      • pornoscintille
        Ago 06, 2015 @ 13:36:58

        Ahahaha, allora devo stare attento a cosa invento! Non riesco a immaginare cosa faccia una donna incruenta con un bisturi in borsetta, anche se sto facendo dei ripescaggi nella filmografia di Dario Argento …

      • Alice
        Ago 06, 2015 @ 13:40:22

        È una sicurezza… Come la copertina di Linus. Per ora mai usato…

      • pornoscintille
        Ago 06, 2015 @ 14:00:49

        … e spero che tale rimanga, inutilizzato. Anche perché ricevere la copertina di Linus in faccia fa un altro effetto 🙂

  5. Alice
    Ago 06, 2015 @ 14:02:20

    Ah Ahahah certamente… Serve solo per difesa personale 😛

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