Ricambi

“Guarda, Mario, io sono convinto – e molti economisti mi danno ragione – che, una volta raggiunto il fondo, non si può che risalire …”
Mario lo ascolta distrattamente. Nel negozio di ricambi rimbomba, attraverso un pessimo impianto stereo, una bella canzone di Paolo Conte. Per il signor Mainolfi, titolare dell’attività dal 1970, è un problema relativo, sordo com’è.
“Io ne ho vista di gente passare qui dentro. Mi basta vederli entrare, i clienti, per capire se spenderanno o meno. Quando mi chiedono a che ora chiudo, per ripassare, so già che non ripasseranno.”
Mario si guarda bene dall’interromperlo: costerebbe troppa fatica. Dovrebbe urlare per sovrastare il cantante di Alessandria e la sordità del signor Mainolfi.
Questi somiglia a Vittorio De Sica o, meglio, a uno dei personaggi di polverosa nobiltà che ha interpretato spesso. Ha il labbro superiore increspato, quasi un ghigno ma, tutto sommato, emana da tutta la sua persona un fascino d’altri tempi. Mario guarda l’orologio: quindici minuti di ritardo, può andar bene così. Getta un ultimo sguardo sul locale enorme, male illuminato, dove una specie di tuttofare che sembra il servo di una pièce teatrale spolvera blister di colla dagli improbabili effetti miracolosi. La polvere e l’abbandono regnano sovrani.
Il signor Mainolfi, indicando con la testa il fornitissimo reparto di modellini, continua: “Sono quelli a tenermi ancora qui. Solo per la passione che ho per quei modellini – lo sai che alcuni costano più di cinquecento euro? – solo per quella passione non ho ancora chiuso e continuo a stare qui dentro. E comunque, guardare la gente che entra non smetterà mai di affascinarmi …”
Stringendo il pacchetto sotto il braccio, Mario gli porge la mano per accommiatarsi calorosamente.
Venti minuti di ritardo sono perfetti. Gira l’angolo, dove sa che Anna lo aspetta impaziente in macchina. Se tardasse oltre la mezz’ora, rischierebbe di perderla, invece deve tenerla entro limiti che la portino al parossismo, senza tuttavia scoraggiarla. La immagina in preda alle più oscure paure, temendo che lui l’abbia abbandonata, paure che si alternano alla speranza, in un turbinio di emozioni che non fanno che caricarla, stringerle in diaframma in una morsa e renderla nervosa e inquieta. La vede, infatti, tesa sul volante, con la testa che gira a spazzare l’incrocio alla ricerca della sua sagoma. Si morde le pellicine delle dita. Una volta l’ha anche rimproverata per questo e, già che c’era, anche punita.
Appena lo vede, i suoi occhi brillano di gioia. Se lui non fosse già lì, è certo che scenderebbe dall’auto per corrergli incontro scodinzolando. Gli salta al collo, lo bacia, gli tocca le gambe come se fosse la reliquia di un santo poi, relativamente calma, mette in moto e parte.
Negli ultimi mesi, ogni volta che le ha consentito di avere un orgasmo, Anna ha avuto il naso e la lingua fra le sue natiche.
Poco più tardi, in camera, dopo averla fatta spogliare e inginocchiare, Mario si gira e, sbottonandosi soltanto i pantaloni, le impone di leccargli il culo. Fa caldo, sono sudati entrambi. Dev’essere per questo, per il diffondersi nelle narici l’uno dell’altro che l’eccitazione è così forte che Anna ha un orgasmo appena infila la lingua fra le sue natiche, appena ha inalato il suo odore di maschio padrone. Mario è sollevato di trovarsi di spalle, così non sarà evidente la sua soddisfazione. Non lo avrebbe creduto possibile, quando ha incominciato la disciplina.
“Sei venuta senza il mio consenso. Sai che adesso devo punirti?” La sua voce è calma, bassa.
Sul viso di Anna, ancora ansante e rossa per l’orgasmo, appaiono contemporaneamente dispiacere ed eccitazione, ancora. Dispiacere per averlo deluso; eccitazione perché sta pregustando il momento in cui sarà punita, finalmente.
Mario si gira. “Leccami le palle.”
Anna lo fa, diligentemente. Avvicina una guancia al cazzo duro di Mario e ce la strofina contro, come se gli facesse le fusa. Mentre lo fa, chiude gli occhi. D’improvviso, come se si fosse ricordata qual è il suo compito, riprende a leccare le palle, dalla base del cazzo fino al perineo, fino a lambire l’ano.
“Giù, adesso, faccia a terra e culo in aria!”
Anna esegue. Mario, liberatosi di una scarpa, le sfiora il culo col piede nudo, poi la schiena, infine le schiaccia la testa facendola finire col viso sul pavimento. Anna ha un brivido per il contatto con la ceramica. Il piede effettua il percorso a ritroso, con l’alluce che le sfiora la schiena, per poi finire a solleticarle la fica grondante eccitazione. “Non muoverti.”
Torna dopo pochi secondi. Anna sente il rumore di un accendino. Ha un brivido, più intenso, adesso. Trattiene il respiro. Quando sente la prima goccia arrivarle sulla schiena, ha un sussulto.
“Zitta!” In apnea, riceve la seconda goccia. Immagina la sua pelle diventare prima rossa, poi coprirsi di bolle, man mano che le gocce le arrivano addosso. A un certo punto ha come la sensazione di essersi liberata di una paura ignota, e gode al contatto di ogni goccia che cade. Non le sembra neanche più che scotti. “Girati, adesso.”
Quello che appare ai suoi occhi la sconcerta: Mario ha l’accendino spento in una mano e un contenitore d’olio nell’altra. Si lascia andare a una rara risata che riempie il silenzio della stanza. “Scommetto che lo hai sentito bollente, vero?” Anna è frastornata. Era olio, freddo, al più tiepido. Non sa se credere ai suoi occhi o alla sua pelle, si rende conto che la sua fantasia ha talmente dilatato i suoi sensi da farle provare un dolore che non esisteva. Si sfiora la schiena col dorso della mano e trova soltanto delle macchie d’unto. I suoi occhi sono così colmi di gratitudine al suo padrone che si riempiono di lacrime. “Girati, adesso, stenditi sulla schiena.”
Mario, che aveva ancora addosso i pantaloni, se ne libera. La sovrasta. Allarga le gambe, prende il cazzo duro il mano, lo indirizza verso il viso di Anna e piscia. Le irrora gli occhi, la bocca, i seni, giù, fino alla fica. Si china su di lei, le tappa il naso con indice e pollice e, appena apre la bocca, le infila il cazzo in bocca pisciando ancora. Rimane così, inducendola a succhiarle il cazzo. Le strofina il culo sul collo, sui seni, offrendole il cazzo in bocca e ritraendolo. Glielo strofina sugli occhi, sulle labbra, la cappella lucida sulle palpebre chiuse. Afferra il cazzo e glielo picchia sulle guance, schiaffeggiandola. Si alza. “Vai al tavolo, braccia e gambe larghe.” Le infila un collare borchiato munito di catena. Col guinzaglio in mano, tirando il collo di Anna a sé, le strofina il cazzo fra le natiche, poi sotto la fica. “Oggi non credo che avrai il mio cazzo dentro. Sei stata disubbidiente.”
Mentre la sente gemere di disappunto, fatica a trattenere l’orgasmo. Il cazzo è durissimo, lucido. Una goccia di sperma brilla in cima. Lo afferra e le picchia le grandi labbra, sbattendoglielo fra le cosce. Ogni tanto dà uno strattone al guinzaglio. Le sfiora la schiena con le unghie. Gode a guardare l’effetto pelle d’oca. Si avvicina e, spinge col bacino. Il cazzo in su, fra le natiche di Anna, simula di scoparla. Guarda il cazzo emergere dal culo di lei. E’ costretto a fermarsi. Tira il guinzaglio imponendole di girarsi. Le infila un piede fra le cosce, spinge l’alluce nella fica. La scopa così, per pochi secondi, poi strofina il piede sotto la fica fradicia di umori. “Guarda che hai fatto, mi hai sporcato il piede …” Glielo porge e lei lo lecca diligentemente, fino a togliere ogni traccia.
Le prende i capezzoli fra le dita, stringendoglieli forte. Vede la pelle intorno sbiancare. Anna mi morde le labbra per non urlare di dolore, eppure sente l’orgasmo montarle di nuovo. Si trattiene a stento: non vuole deluderlo di ancora.
Mario la lascia e va a sedersi in poltrona. “Vieni.” Sulle sue ginocchia, con Anna a pancia in giù, inizia una sessione di sculacciate. Lento, inesorabile, metodico, Mario le arrossa il culo fino a sentire la mano dolorante. Le afferra forte un seno, strizzandoglielo, senza smettere di sculacciarla. Anna si arrende al secondo orgasmo della giornata, entrambi senza nessun contatto con la fica.
Mario sembra furioso, la costringe ad alzarsi, le impone di nuovo il tavolo, gambe e braccia larghe.
Dietro di lei, le spinge il cazzo dentro con forza e incomincia a montarla con frenesia. Le mani sulle spalle, spinge fino alle palle, fino a venirle dentro, fino a svenirle addosso.
Ripromettendosi di far passare molto tempo prima che accada di nuovo, le urla all’orecchio uno strozzato “Ti … amo …”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: