Puttana

crossedlegs

“Tutto qua?”
Mentre conti i soldi, meno di duecento euro, hai una smorfia di disgusto.
“Che me ne faccio di una puttana come te?” Punti gli occhi dritto nei miei. Chino il capo. Avrei voglia di piangere. Ho rimediato solo quattro clienti, tre dei quali passivi che hanno voluto il mio orgasmo. Sono distrutto, mi fanno male le palle e vorrei soltanto immergermi in un bel bagno caldo, magari stretto fra le tue braccia. E invece mi arriva una sberla sul viso. Sento la guancia farsi fuoco. Brucia.
Come mi brucia il culo. L’unico attivo, il quarto, aveva un cazzo enorme. Ho fatto un sacco di moine per farlo sborrare il più in fretta possibile. Mi sentivo squartare.
“Sai che adesso devo punirti?”
Ecco, ci mancava pure questo …
Di solito mi piace stare sulle tue ginocchia, sentire il calore delle tue gambe sotto il mio addome, il cazzo che mi si inturgidisce ogni volta che la tua mano arriva sonoramente sulle mie chiappe. L’altra mano che mi tiene la nuca in una dolce morsa che, di tanto in tanto, diventa carezza.
Chino il capo e ti seguo sulla poltrona. “La sedia dell’educazione”, come la chiami tu. Mi sdraio a pancia in giù sulle tue gambe.
“Voglio provare un’altra posizione. Alzati.”
Sollevi una gamba, io mi sdraio sull’altra e poi la fai scendere a fermarmi, come in una morsa. Mi sollevi la minigonna sul culo. Non c’è bisogno di togliere gli slip: indosso dei tanga invisibili da dietro, e la tua mano parte. Il primo colpo si abbatte sul mio culo facendo vibrare l’aria della stanza. Alterni schiaffi sulla natica lontana ad altri che arrivano giusto in mezzo, facendo tremare il buco del culo e lo scroto.
Il contatto del mio pacco sulla tua coscia è rassicurante e, tutto sommato, mi compensa di tutto quello che è andato storto in questa fredda giornata di tarda primavera. Ci si è messo anche il tempo: di solito, di questa stagione, fa molto caldo. La natica incomincia a bruciare come se mi fossi scottato, ma la tua mano non mi dà tregua.
“La mia puttanella travesta non ne vuole sapere di impegnarsi di più, vero?”
E sbam!, giù altri schiaffi. Lo sai che quando mi chiami così mi eccito e, infatti, nonostante le fatiche della serata, ho una mezza erezione. Il cazzo, però, indurendosi fa male.
Infili una mano fra le mie cosce e lo palpi.
“Che troia sei: più ti punisco e più ti ecciti.” Il dolore alla natica proietta l’immagine di un rossore vivo. Non posso vederlo, ma è come se lo vedessi. Mentre alzi la mano per un altro colpo, mi senti singhiozzare. Non è il dolore a farmi piangere, in effetti, ma un momento di introflessione pessimistica. Mi capitano di questi momenti in cui mi piango addosso pensando alla mia vita meschina. Continui ancora, ovviamente: non sarebbe da padrona fermarsi adesso.
Poco dopo, però, mi tiri giù la gonna e mi prendi in grembo come si fa con un bambino. Tiri fuori un seno e me lo porgi da succhiare. “Su, nutriti, puttanella della mamma.”
Per un attimo mi balena l’idea che potrei sborrare di nuovo, la quarta volta. Devi esserti accorta del lampo nei miei occhi, e del gonfiore nel tanga, perché, severa, mi ricordi che sono in punizione.
“Oggi non sborri. Succhia!”
Ho il tuo capezzolo in bocca e lo succhio come se davvero dovessi nutrirmi di te. Lo lecco, lo succhio e lo bacio. E’ bello, come un lampone. Realizzarlo mi fa immaginare il suo sapore. Ne sento perfino l’odore. Chiudo gli occhi e sogno di essere in un bosco di lamponi e ti tengo per mano. Mi sorridi e c’è il sole.
Li apro e mi accorgo che sorridi davvero. Mi accarezzi la fronte. E’ stupendo. Sono questi i momenti in cui si cancellano tutte le brutte cose, come quelle a cui pensavo poco prima.
Infili un mano sotto la gonna e mi sfiori il cazzo, sempre sorridendo. Lo massaggi, facendolo diventare sempre più duro. Stringi la mano intorno alle palle, da padrona,  mi masturbi, liberandolo dai tanga. Mi fai arrivare fin quasi all’orgasmo, fino a veder comparire una gocciolina di sborra sulla punta, poi ti fermi. “Oggi non sborri.” ribadisci.
Mi fai spostare e, mentre ti apri i pantaloni, mi imponi di inginocchiarti fra le tue cosce. “Lecca!”
Ho l’acquolina in bocca appena vedo comparirmi la tua fica davanti agli occhi. La adoro. Ti adoro.
Infilo la lingua fra le labbra e la faccio saettare con avidità. Non sospettavo di avere ancora tante energie residue, dopo una giornata simile. Invece la visione della tua fica deve avermele fatte tornare. Alzi le gambe, allargandole. Adesso posso arrivare a leccarti anche il culo. L’ordine è tacito, ma sempre un ordine è. Lambisco il buco con la lingua a punta, poi l’affondo fra le labbra, sfiorando la tue pelle tutto intorno. Afferro il clitoride fra le labbra e lo succhio. Ti spompino. Lecco e deglutisco tutta l’eccitazione che ne scaturisce, sempre più copiosa. Apri una mano, mi afferri i capelli sulla fronte e mi spingi con forza contro il tuo pube. Mi sento soffocare, ma continuo a leccartela. Giù, poi, fino al culo, ancora. Spingo la lingua come se potesse entrarti dentro.
“Lecca, troia, non fermarti …”
Non mi fermo, anzi. Lecco con frenesia crescente e non sto pensando alla tua eccitazione, ma soltanto al piacere che mi dà ricevere la tua sborra, come la chiami tu, in bocca e sul viso. Non annunciato, arriva il tuo orgasmo: il tuo pube è squassato da ondate di piacere e me lo sbatti sui denti. Il tuo osso pelvico mi spacca anche un po’ il labbro superiore. Appena posso, alzo gli occhi e ti guardo, ti ammiro: il tuo petto si solleva violentemente, ansimando. Hai l’altra mano stretta intorno a un seno. Intorno alle dita vedo la tua carne sbiancare.
Resto lì, in attesa di disposizioni.
Quando il tuo respiro torna normale, mi spingi un po’ indietro con un piede su una spalla. Ti alzi dalla poltrona e allarghi le gambe intorno al mio corpo. Porti le mani alla fica. Con le dita allarghi le labbra e mi pisci addosso.
“Bevi, troia, bevi il nettare della tua padrona …”
Eseguo.

Più tardi, dopo una sbrigativa doccia – si è fatto troppo tardi per l’agognato bagno – ti raggiungo a letto. Dormi già. Russi anche un po’, ma non te lo dirò mai: sei talmente orgogliosa della tua  femminilità che ti ferirei. E poi tu puniresti me.
Mi infilo sotto le coperte.
Scendo giù.
Fino a ritrovarmi col viso all’altezza delle tue gambe.
Mi aggrappo a una di esse e mi lascio inghiottire da un sonno senza sogni.

Amazzoni!

amazon “Non sborrare … per nessuna ragione al mondo!” I puntini di sospensione sono assolutamente inadeguati a rendere l’idea del lunghissimo tempo che impiegò a pronunciare la frase, del lunghissimo tempo che impiegò la sua lingua a percorrere il mio cazzo, dalla base alla punta. La lingua a punta seguiva le venature del mio cazzo, dalle palle al frenulo, e poi alla cappella. Potevo contare le sue papille gustative. Con una mano si portò i lunghi capelli biondi dietro l’orecchio, per scoprirsi il viso e piantare nel mio i suoi occhi chiari. Le efelidi la rendevano bella come una dea. Una divinità norrena. Mi sentivo in paradiso. “Sarai ripagato per il tuo sacrificio, tesoro: quando ti farò godere, dopo una così lunga astinenza, sarà un’esplosione di piacere che ricorderai per tutta la vita.” Su questo devo darle ragione. Assolutamente. Sono passati molti anni da quel giorno. La mia vita non è più stata la stessa e ha preso direzioni che non avrei mai immaginato, ma non dimenticherò neppure un fotogramma dell’ideale film conservato nella mia memoria, di quei giorni. La mano stretta intorno al cazzo, l’altra che esercitava una leggera pressione con l’unghia lungo il mio perineo, e la lingua a dare il cambio a entrambe. Sentivo che sarei potuto morire così ed essere traslato direttamente in paradiso. Il giorno dopo, Alexandra raddoppiò le sue premure per me, e temetti di non riuscire a esaudire il suo desiderio di trattenere ancora l’orgasmo. Avevo attraversato tutto il mondo alla ricerca di territori e popoli sconosciuti; ero sopravvissuto alle situazioni più difficili in Africa, nell’Estremo Oriente e in Sud America. Non avrei mai immaginato di dover vivere l’avventura che, più di tutte, avrebbe segnato la mia vita, nella civile Europa, quasi al suo estremo limite settentrionale. Avevo sentito vagheggiare di una misteriosa tribù di amazzoni che ancora sopravviveva nella contea della Scania, nel sud della Svezia, e mi ci recai con un manipolo di coraggiosi, quanto collaudati, collaboratori. Dopo essere riusciti a scovare il villaggio – dove effettivamente una tribù di donne di favolosa bellezza girava a seno nudo, nonostante il clima poco clemente – grazie alle mie esperienza e conoscenza della lingua, riuscimmo a farci accettare dalle scontrose donne. Dopo alcuni giorni di interviste e scambi di opinioni, ci ritrovammo, i miei uomini e io, nella situazione di cui sopra. L’unico fatto che mi aveva reso inquieto era la sparizione della guida che ci aveva condotti fin lì, ma potete ben immaginare che avessi poco a crucciarmene, preso com’ero dall’esplorare il mondo carico di mistero e di erotismo in cui ero avvolto. I seni di Alexandra mi scivolavano sul petto. Erano così grossi che temetti di soffocare quando me li ritrovai sul viso. Inseguivo con la lingua ora un capezzolo ora l’altro, per baciarli, leccarli e mordicchiarli. Mi sorrideva, maliziosa, poi scendeva ad accogliere il mio cazzo duro da ore, ormai, fra quelle deliziose colline morbide. E ancora, di tanto in tanto, la preghiera di non sborrare. “Non sarà che qualche giorno. So quanto sarà … duro, per te,” e mi fece l’occhiolino, “ma proverai qualcosa che non hai mai provato in vita tua.” Non avevo nessun mezzo per difendermi e, devo ammetterlo, nessuna voglia di contraddirla, per quanto la sofferenza fosse enorme. Dopo quattro giorni, divenne impossibile dormire sul ventre: la mia erezione era ormai perenne. Alexandra passava ore a stuzzicarmi, a portarmi allo spasimo per poi negarsi. Non mi aveva ancora fatto, non dico toccare, ma neppure vedere la fica. Di notte, se riuscivo a chiudere gli occhi per dormire, facevo terribili incubi in cui il mio sperma trattenuto inacidiva all’interno del mio corpo. Quando incontravo i miei compagni di avventura, mi raccontavano più o meno le stesse cose. La notte successiva accadde qualcosa che modificò il clima sereno in cui avevamo vissuto fino ad allora. Benjamin, il più debole di noi, non reggendo alla pressione, si stava masturbando per porre fine alla deliziosa tortura cui eravamo stati sottoposti. Una delle amazzoni lo sorprese. Gli mollò una serie spaventosa di sberle, lo prese a calci nei coglioni e infine gli legò le mani dietro la schiena. A tutti noi vennero legati i polsi, a causa di quanto accaduto. Alexandra, mortificata, eseguì su di me lo sgradito compito. Mi legò con dolcezza, non tralasciando di baciarmi la schiena, il culo, le spalle, il petto, tanto che le ero quasi grato per averlo fatto. Venni ricompensato da rinnovate attenzioni verso il mio corpo, più tardi. Accarezzò il mio cazzo e lo scroto con una dolcezza ancora maggiore, se possibile, di quella che mi aveva usata fino a quel momento. I miei capezzoli subirono tormenti inenarrabili: li sfiorava con l’unghia, li mordeva, li stringeva fra indice e pollice fino a farmi gemere di dolore misto a piacere. Sentivo, in quei minuti, di esserle devoto e ubbidiente, a prescindere dallo stato di inferiorità fisica in cui mi trovavo. Sentivo che avrei potuto dare la vita per lei, sottopormi a qualunque tormento per renderla orgogliosa e felice di me. Sentivo, insomma, che avrei potuto fare qualunque cosa mi chiedesse. Nei giorni seguenti, mangiai dalle sue mani, pisciai, col cazzo – sempre duro come marmo – tenuto fra le sue dita, mi addormentai col capo adagiato fra i suoi seni e fui continuamente eccitato dalle sue attenzioni. La sua lingua non trascurò neppure una cellula della mia pelle; le sue dita non dimenticarono di esplorare niente di me, neppure i padiglioni auricolari, le narici, le piante dei piedi, e neppure l’ano, che fu penetrato in più di un’occasione. Non lo avrei mai creduto possibile, ma il suo indice che mi entrava nel buco del culo mi procurava un’eccitazione che faceva tendere il mio corpo verso il cielo e, solo grazie alla sua abilità, riuscii a non godere. Non ricordo da quanti giorni fossimo in Scania, ormai. Quando Alexandra compariva sull’uscio della mia stanza, il mio cazzo, per riflesso, aveva un sussulto., e arrivava al massimo dell’erezione, con tutte le vene in rilievo. Io sentivo l’acquolina in bocca, come se dovessi accingermi a mangiare. Mentre mi baciava il collo, mi sussurrò: “Oggi è il gran giorno. Stasera potremo finalmente godere di tutti i sacrifici sopportati.” Ebbi un tale tuffo al cuore che temetti di morire. Ebbi verso di lei un tale slancio di gratitudine che mi si bagnarono gli occhi. Mi baciò le palpebre chiuse e, datomi un colpetto sui testicoli, si congedò. La mia cappella era costantemente lucida di eccitazione. Sentivo, per giunta, una devozione totale per quella che ormai consideravo la mia donna. Essere dipeso da lei, in quei giorni, mi aveva reso docile e devoto al punto che la sola idea della sua esistenza mi rendeva orgoglioso e felice. Realizzare l’idea di essere suo era la sensazione più bella che avessi mai provato nella mia vita. E sì che ne avevo provate! Venne la sera, il fresco mi provocò brividi di quella che mi parve una febbre erotica. Alexandra, più bella che mai, entrò in compagnia di una sua amica. Mi baciò. Sentivo che la sua amica mi succhiava il cazzo, delicatamente. Mentre Alex mi porgeva i seni da succhiare, mi sentii avvolgere dalla bocca della sua amica. La cappella le sfiorava la gola e mi contorcevo dal piacere. Mentre l’amica mi accarezzava delicatamente le palle, Alexandra mi porse un grosso calice, dopo averne bevuto un sorso. “Bevi.” Mi guardava con un tale sguardo che, se mi avesse detto “Buttati”, sull’orlo di un precipizio, avrei eseguito all’istante. “Bevilo tutto. Vedrai, sarà fantastico.” Dopo qualche istante, la testa mi girava, avevo dei crampi allo stomaco. Mi sentivo fluttuare, come se il mio corpo non avesse più peso. Le sensazioni erano amplificate, ogni volta che una delle due sfiorava la mia pelle, era come se fossero state mille mani a farlo. Alexandra era sul mio viso, con la bocca e con i seni; l’amica armeggiava intorno al mio pube. La mia donna mi sorrise, si scansò e mi disse: “Guarda, adesso.” Vedevo l’altra, con una mano stretta intorno al cazzo e l’altra ai testicoli. Tirò fuori un piccolo coltello affilatissimo. Avrei dovuto essere preoccupato, ma era come se la scena si svolgesse al di fuori di me e io non ne fossi che un disinteressato spettatore. Mentre Alexandra, dietro la mia testa, mi immobilizzava le braccia, l’altra incise il mio scroto. Tirò fuori con molta attenzione i testicoli, e li recise uno alla volta. Quello che mi avevano fatto bere non mi permetteva di rendermi conto dell’orrore di ciò che mi accadeva. Avevo come l’impressione di potermi mettere a ridere di quello che vedevo, fuori dal mio corpo. Li depose delicatamente in un piattino, poi, con ago e filo, ricucì la pelle. Fui condotto fuori. Sotto il cielo stellato, bruciavano enormi roghi. Cataste di legna altissime celebravano l’arrivo della bella stagione. Era la notte di S. Giovanni. Le amazzoni, ebbre di potere e di bevande, mandavano al cielo urla terribili. Io mi sentivo in colpa per i miei compagni, che avevo condotti a un destino così triste. Qua e là, fuochi più piccoli segnavano la presenza di arrosti. L’odore di carne stordiva e bruciava le narici. Alexandra, con i miei coglioni infilati su uno spiedo, guardava il fuoco come incantata. Senza girare la testa verso di me, ebbe la bontà di spiegarmi: “Questo è il sacrificio alla Dea. Pretende che le siano dati testicoli al massimo della capienza, che siano stati portati allo spasimo senza godere per giorni. Perdonami se non te ne offro”, concluse, con uno sguardo maligno, mentre ne addentava uno. Fu come se affondasse di nuovo il coltello nella mia carne. amazzone ferita Non so per quanti giorni vissi fra la vita e la morte, preda di febbri e delirio. Ricordo le visite di Alexandra, che non aveva più nulla della dolcezza dei giorni precedenti, che veniva a nutrirmi e disinfettare la ferita. In qualche raro momento di lucidità, mi chiedevo perché mi tenessero ancora in vita. E il perché di tanta violenza. Ero pieno di rabbia e di sensi di colpa. Cercavo di immaginare in che cosa avessi potuto offenderla e precipitavo di nuovo nell’incubo di un sonno senza riposo. Quando mi fui ripreso, fui vestito di una corta tunica scoperta sul didietro. Era una sorta di minigonna con un grosso spacco sul culo. Non serviva a molto nelle fresche notti della breve estate scandinava. Uscito dal mio alloggio, feci un giro per il villaggio. Avevo la sensazione che la mia libertà fosse assolutamente fittizia, sentivo continuamente sguardi addosso. Ogni volta che un’amazzone mi incontrava, rideva a mi palpava il culo. Qualcuna più sfacciata mi dava delle ampie pacche sulle natiche. Debilitato dalla malattia, muovevo passi incerti costantemente alla ricerca di un appoggio. Alcune amazzoni si muovevano a cavallo. Davanti alle case, vidi che c’erano delle assi di legno che immaginai servissero a legarveli, come nei film sul vecchio West. Fui costretto a ricredermi poco dopo che Alexandra mi fu comparsa davanti, cavalcando un bel baio. “Bene, vedo che sei guarito.” Senza scendere da cavallo, mi mise un piede nudo sul viso, lasciandosi andare a una risata sguaiata di cui non l’avrei creduta capace. Con la pianta del piede, mi sfiorò il petto, fermandosi su un capezzolo. Poi, fattasi seria, mi infilò l’alluce in bocca, inducendomi a succhiarmelo. Saltò giù dal cavallo. “Mi fai arrapare, maschietta!” Contrariamente a quanto mi aspettavo, non lo legò alle assi, lasciandolo a pascolare liberamente. Alle assi, invece, fece segno a me, col mento di appoggiarmici con le mani. Eseguii, sapendo di non avere scelta. Si pose dietro di me, tirò fuori da sotto il gonnellino un cazzo enorme, grosso almeno il doppio del mio, e me lo sbatté ripetutamente sulle natiche. “Apri le cosce, maschietta!” Con due calci sulle caviglie, mi fece allargare le gambe. Poco dopo, mi ritrovavo nel culo un cazzo talmente grosso che non avrei mai immaginato che potesse entrarci. La mani sulle mie spalle, mi possedeva con foga. Le sue spinte mi fecero finire in più di un’occasione con i denti sul legno. “Mai una maschietta che riesca a sostenere i miei colpi …” si lamentò. Impiegò un tempo lunghissimo a godere. Sentivo il culo dolere e bruciare. La sentii gemere, mentre si accasciava sulla mia schiena e venivo riempito di interminabili fiotti di sperma. Rimase lì per un po’, ignorandomi completamente. Quando si fu ripresa, lo tirò fuori, mi fece girare e mi intimò di pulirglielo. Fui costretto a lucidarglielo per bene, rimuovendo ogni traccia del suo sperma e di quanto aveva tirato fuori dal mio corpo. Finito il mio compito, mi resi conto di amare quell’enorme cazzo attaccato a quel bellissimo corpo, per quanto lo sguardo di Alexandra fosse una maschera di severità. Mi gettai ai suoi piedi e mi aggrappai ai suoi polpacci. “Ti prego, tienimi con te …” Piangevo. Mi pose una mano sul capo, come lo avrebbe fatto un pastore col suo cane, e mi disse: “Tu sei mia, maschietta. Sappilo. Come tutte le altre castrate del villaggio, però, potrai essere usata da tutte le padrone. Ma solo dietro la mia autorizzazione, altrimenti sarai punita severamente.” Non riuscii a dire altro che “Grazie …”

Ricambi

“Guarda, Mario, io sono convinto – e molti economisti mi danno ragione – che, una volta raggiunto il fondo, non si può che risalire …”
Mario lo ascolta distrattamente. Nel negozio di ricambi rimbomba, attraverso un pessimo impianto stereo, una bella canzone di Paolo Conte. Per il signor Mainolfi, titolare dell’attività dal 1970, è un problema relativo, sordo com’è.
“Io ne ho vista di gente passare qui dentro. Mi basta vederli entrare, i clienti, per capire se spenderanno o meno. Quando mi chiedono a che ora chiudo, per ripassare, so già che non ripasseranno.”
Mario si guarda bene dall’interromperlo: costerebbe troppa fatica. Dovrebbe urlare per sovrastare il cantante di Alessandria e la sordità del signor Mainolfi.
Questi somiglia a Vittorio De Sica o, meglio, a uno dei personaggi di polverosa nobiltà che ha interpretato spesso. Ha il labbro superiore increspato, quasi un ghigno ma, tutto sommato, emana da tutta la sua persona un fascino d’altri tempi. Mario guarda l’orologio: quindici minuti di ritardo, può andar bene così. Getta un ultimo sguardo sul locale enorme, male illuminato, dove una specie di tuttofare che sembra il servo di una pièce teatrale spolvera blister di colla dagli improbabili effetti miracolosi. La polvere e l’abbandono regnano sovrani.
Il signor Mainolfi, indicando con la testa il fornitissimo reparto di modellini, continua: “Sono quelli a tenermi ancora qui. Solo per la passione che ho per quei modellini – lo sai che alcuni costano più di cinquecento euro? – solo per quella passione non ho ancora chiuso e continuo a stare qui dentro. E comunque, guardare la gente che entra non smetterà mai di affascinarmi …”
Stringendo il pacchetto sotto il braccio, Mario gli porge la mano per accommiatarsi calorosamente.
Venti minuti di ritardo sono perfetti. Gira l’angolo, dove sa che Anna lo aspetta impaziente in macchina. Se tardasse oltre la mezz’ora, rischierebbe di perderla, invece deve tenerla entro limiti che la portino al parossismo, senza tuttavia scoraggiarla. La immagina in preda alle più oscure paure, temendo che lui l’abbia abbandonata, paure che si alternano alla speranza, in un turbinio di emozioni che non fanno che caricarla, stringerle in diaframma in una morsa e renderla nervosa e inquieta. La vede, infatti, tesa sul volante, con la testa che gira a spazzare l’incrocio alla ricerca della sua sagoma. Si morde le pellicine delle dita. Una volta l’ha anche rimproverata per questo e, già che c’era, anche punita.
Appena lo vede, i suoi occhi brillano di gioia. Se lui non fosse già lì, è certo che scenderebbe dall’auto per corrergli incontro scodinzolando. Gli salta al collo, lo bacia, gli tocca le gambe come se fosse la reliquia di un santo poi, relativamente calma, mette in moto e parte.
Negli ultimi mesi, ogni volta che le ha consentito di avere un orgasmo, Anna ha avuto il naso e la lingua fra le sue natiche.
Poco più tardi, in camera, dopo averla fatta spogliare e inginocchiare, Mario si gira e, sbottonandosi soltanto i pantaloni, le impone di leccargli il culo. Fa caldo, sono sudati entrambi. Dev’essere per questo, per il diffondersi nelle narici l’uno dell’altro che l’eccitazione è così forte che Anna ha un orgasmo appena infila la lingua fra le sue natiche, appena ha inalato il suo odore di maschio padrone. Mario è sollevato di trovarsi di spalle, così non sarà evidente la sua soddisfazione. Non lo avrebbe creduto possibile, quando ha incominciato la disciplina.
“Sei venuta senza il mio consenso. Sai che adesso devo punirti?” La sua voce è calma, bassa.
Sul viso di Anna, ancora ansante e rossa per l’orgasmo, appaiono contemporaneamente dispiacere ed eccitazione, ancora. Dispiacere per averlo deluso; eccitazione perché sta pregustando il momento in cui sarà punita, finalmente.
Mario si gira. “Leccami le palle.”
Anna lo fa, diligentemente. Avvicina una guancia al cazzo duro di Mario e ce la strofina contro, come se gli facesse le fusa. Mentre lo fa, chiude gli occhi. D’improvviso, come se si fosse ricordata qual è il suo compito, riprende a leccare le palle, dalla base del cazzo fino al perineo, fino a lambire l’ano.
“Giù, adesso, faccia a terra e culo in aria!”
Anna esegue. Mario, liberatosi di una scarpa, le sfiora il culo col piede nudo, poi la schiena, infine le schiaccia la testa facendola finire col viso sul pavimento. Anna ha un brivido per il contatto con la ceramica. Il piede effettua il percorso a ritroso, con l’alluce che le sfiora la schiena, per poi finire a solleticarle la fica grondante eccitazione. “Non muoverti.”
Torna dopo pochi secondi. Anna sente il rumore di un accendino. Ha un brivido, più intenso, adesso. Trattiene il respiro. Quando sente la prima goccia arrivarle sulla schiena, ha un sussulto.
“Zitta!” In apnea, riceve la seconda goccia. Immagina la sua pelle diventare prima rossa, poi coprirsi di bolle, man mano che le gocce le arrivano addosso. A un certo punto ha come la sensazione di essersi liberata di una paura ignota, e gode al contatto di ogni goccia che cade. Non le sembra neanche più che scotti. “Girati, adesso.”
Quello che appare ai suoi occhi la sconcerta: Mario ha l’accendino spento in una mano e un contenitore d’olio nell’altra. Si lascia andare a una rara risata che riempie il silenzio della stanza. “Scommetto che lo hai sentito bollente, vero?” Anna è frastornata. Era olio, freddo, al più tiepido. Non sa se credere ai suoi occhi o alla sua pelle, si rende conto che la sua fantasia ha talmente dilatato i suoi sensi da farle provare un dolore che non esisteva. Si sfiora la schiena col dorso della mano e trova soltanto delle macchie d’unto. I suoi occhi sono così colmi di gratitudine al suo padrone che si riempiono di lacrime. “Girati, adesso, stenditi sulla schiena.”
Mario, che aveva ancora addosso i pantaloni, se ne libera. La sovrasta. Allarga le gambe, prende il cazzo duro il mano, lo indirizza verso il viso di Anna e piscia. Le irrora gli occhi, la bocca, i seni, giù, fino alla fica. Si china su di lei, le tappa il naso con indice e pollice e, appena apre la bocca, le infila il cazzo in bocca pisciando ancora. Rimane così, inducendola a succhiarle il cazzo. Le strofina il culo sul collo, sui seni, offrendole il cazzo in bocca e ritraendolo. Glielo strofina sugli occhi, sulle labbra, la cappella lucida sulle palpebre chiuse. Afferra il cazzo e glielo picchia sulle guance, schiaffeggiandola. Si alza. “Vai al tavolo, braccia e gambe larghe.” Le infila un collare borchiato munito di catena. Col guinzaglio in mano, tirando il collo di Anna a sé, le strofina il cazzo fra le natiche, poi sotto la fica. “Oggi non credo che avrai il mio cazzo dentro. Sei stata disubbidiente.”
Mentre la sente gemere di disappunto, fatica a trattenere l’orgasmo. Il cazzo è durissimo, lucido. Una goccia di sperma brilla in cima. Lo afferra e le picchia le grandi labbra, sbattendoglielo fra le cosce. Ogni tanto dà uno strattone al guinzaglio. Le sfiora la schiena con le unghie. Gode a guardare l’effetto pelle d’oca. Si avvicina e, spinge col bacino. Il cazzo in su, fra le natiche di Anna, simula di scoparla. Guarda il cazzo emergere dal culo di lei. E’ costretto a fermarsi. Tira il guinzaglio imponendole di girarsi. Le infila un piede fra le cosce, spinge l’alluce nella fica. La scopa così, per pochi secondi, poi strofina il piede sotto la fica fradicia di umori. “Guarda che hai fatto, mi hai sporcato il piede …” Glielo porge e lei lo lecca diligentemente, fino a togliere ogni traccia.
Le prende i capezzoli fra le dita, stringendoglieli forte. Vede la pelle intorno sbiancare. Anna mi morde le labbra per non urlare di dolore, eppure sente l’orgasmo montarle di nuovo. Si trattiene a stento: non vuole deluderlo di ancora.
Mario la lascia e va a sedersi in poltrona. “Vieni.” Sulle sue ginocchia, con Anna a pancia in giù, inizia una sessione di sculacciate. Lento, inesorabile, metodico, Mario le arrossa il culo fino a sentire la mano dolorante. Le afferra forte un seno, strizzandoglielo, senza smettere di sculacciarla. Anna si arrende al secondo orgasmo della giornata, entrambi senza nessun contatto con la fica.
Mario sembra furioso, la costringe ad alzarsi, le impone di nuovo il tavolo, gambe e braccia larghe.
Dietro di lei, le spinge il cazzo dentro con forza e incomincia a montarla con frenesia. Le mani sulle spalle, spinge fino alle palle, fino a venirle dentro, fino a svenirle addosso.
Ripromettendosi di far passare molto tempo prima che accada di nuovo, le urla all’orecchio uno strozzato “Ti … amo …”