Silvia

sil

Gli spifferi che fanno vibrare rumorosamente gli infissi fanno fare un salto indietro di trent’anni alla mia memoria. Abituato al silenzio del mio appartamento insonorizzato, quei suoni a volte sinistri, a volte giocosi, fanno sì che il paesaggio che vedo dalla finestra sia lo stesso di quand’ero bambino.
A casa del nonno per l’ultimo saluto, sono risucchiato sai ricordi.
Guardo il campo di grano di un giallo vivo, dove le spighe del Saragolla, dalle tipiche teste reclinate, ondeggiano al vento, e mi sembra di vederlo ancora con gli occhi con cui lo guardavo da piccolo.
Il nonno si è ostinato a non cambiare varietà di grano fino all’ultimo, fino all’ultimo giro col trattore di qualche mese fa.
Il naso incollato ai vetri, guardo me bambino correre sull’aia, infilarmi fra le spighe alte più di un uomo adulto, e far danni di ogni sorta, insieme alla mia cuginetta Silvia.
Silvia. Non la vedo da allora, da trent’anni fa. Chissà com’è diventata? La immagino bellissima. Lo era allora, una bellissima bambina, non può che essere diventata una bellissima donna.
I nostri genitori ci rimproveravano di continuo, quando venivano a intimarci di scendere dagli ulivi, quando uno dei due teneva l’altro in equilibrio sul pozzo per vedere cosa c’era dentro, quando ci perdevamo fra il grano per ore …

Più tardi, mentre bighellono davanti a casa, la vedo arrivare. Sento che è lei, la riconosco dagli occhi, profondi, con un velo di furbizia. Non ho il coraggio di fare ciò che il mio corpo vorrebbe: mettermi a correrle incontro per abbracciarla. Ci avviciniamo lentamente, come increduli, lasciando che un sorriso si diffonda sul viso come una macchia d’olio sull’acqua, per finire in un abbraccio da togliere il respiro. Più la stringo fra le braccia, più mi accorgo di quanto mi sia mancata. Dopo averci presentati, mentre il marito scarica la macchina, ci avviamo verso il campo di grano.
Non riusciamo più a passarci sotto, però, se non chinando la testa. Ci rinunciamo, e gli giriamo intorno. Poco a poco le parole tornano a essere fiume, un fiume che si gonfia di ricordi e di cose nuove da raccontarci. Silvia si mette a correre verso il grano, ridendo. La inseguo, fingo di acchiapparla, infine l’afferro per i fianchi e cadiamo in ginocchio nell’ombra del Saragolla. I nostri respiri si confondono, il suo seno, sollevato dal respiro, magnetizza il mio sguardo, le mie labbra, come dotate di volontà propria, vanno verso il suo collo e infine s’incollano alla sua bocca.
Mentre le lingue s’intrecciano e le salive cambiano bocca, sappiamo che i trent’anni trascorsi lontani sono cancellati, dimenticati. Le mie mani sono frenetiche mentre le sbottono la camicetta e si infilano sotto il reggiseno. Prendo il seno in mano, lo stringo forte. Sento pulsare il capezzolo turgido sotto il palmo, mentre l’altra mano risale lungo la gonna, portandola su. Le accarezzo la coscia, poi verso l’interno. Torno all’esterno, sul culo, seguo con l’indice il perimetro degli slip. Arrivo fra le cosce. Poso il palmo aperto sulla fica. Ci separa solo il leggero tessuto delle mutandine. La sento pulsare. I miei battiti cardiaci sono così forti da far scomparire i canti fuori orario del gallo, il frinire assordante delle cicale e ogni suono che fino a un attimo prima riecheggiava per la campagna. Silvia mi bacia il collo, il viso, torna a baciarmi in bocca, sussurra il mio nome all’orecchio, con un tono che sembra disperato. Mi sbottona i pantaloni e libera il mio cazzo duro. Lo afferra, lo tasta, come a volerne saggiare la consistenza o a volerne imprimere le forme nella memoria, e se lo struscia sulla fica che intanto ho liberato dagli slip. Affondo la bocca fra i suoi seni e poi, guidato dalla sua mano, il cazzo scivola nella sua fica. Spingo il bacino in avanti fino a quando non sento le palle sbattere contro di lei. I nostri bacini danzano senza tregua, le mani toccano ogni centimetro di pelle del viso, come se fossimo ciechi, e poi di tutto il resto del corpo, sempre più libero di indumenti, sempre più sudato. Le generose cicale coprono il mugolio con quale Silvia gode e il mio ansimare che si spegne fra i suoi seni.
Inopportuno, dopo essere stato sommerso per tutto questo tempo, arriva come un film il ricordo del giorno in cui ci separarono.
Ci scoprì sua madre. Eravamo entrambi nudi. Silvia, davanti a me, con la mani legate dietro la schiena. Io, con una timida erezione, alle tue spalle, con in mano un frustino improvvisato con non ricordo cosa. Le sberle che presi furono una panacea per i miei sensi di colpa, che altrimenti non avrei sopportato. Fu tratta in salvo e non la vidi più. Ciò che sua madre non sapeva, o non voleva sapere, era che a impormi di legarle le mani era stata Silvia.
Il giorno successivo, il funerale, i saluti con i parenti e i conoscenti del paese, frasi di circostanza, ricordi di ogni episodio della vita del nonno, di quando affisse sul muro di casa un enorme cartello con la scritta “Fatevi i cazzi vostri!”, fra gli altri, che gli fecero guadagnare la reputazione di burbero genio cui molti preferivano dar ragione senza discutere, non ci lasciarono che l’occasione di qualche sguardo furtivo, in cui dovemmo soffocare più di un sorriso.
Non lo avrei creduto possibile ma, quando il marito di Silvia si mise in macchina per andare a visitare il monastero di S. Giovanni, trovai quasi simpatico l’uomo che aveva potuto viverle accanto al posto mio. Albeggiava. Mi stavo radendo. Per l’emozione, mi tagliai sopra il pomo d’Adamo.
Dopo colazione, girando per la casa ormai vuota alla ricerca di ricordi del passato – “Ricordi che qui c’era il vaso che facesti cadere mentre seguivi il cane?” – e annusando gli odori che, più della vista, li facevano tornare a galla, arrivammo fino allo studio. Mi persi nell’enorme ritratto appeso alla parete. Un paesaggio di scarso valore artistico, ma ne ripercorsi ogni linea, alla ricerca di quelle tracciate dalla mia fantasia di bambino. Quando girai la testa verso la scrivania, era lì. La gonna sollevata sul culo, le autoreggenti tirate su, che lasciavano biancheggiare la carne delle cosce, e le braccia larghe sul mobile. Il cazzo rispose in modo violento. Lo tirai fuori, avvicinandomi. Strusciai la cappella all’interno delle cosce, verso su, lambendo gli slip, e poi verso giù, sull’altra gamba. Le abbassai le mutandine quasi con violenza, strofinando il culo col cazzo duro, poi sotto la fica. Lo guardai, lucido dei suoi umori. La sentivo fremere a ogni contatto.
“… e ficcamelo dentro, stronzo!” Come preda di una di quelle illuminazioni di cui non si conosce la provenienza, fui sicuro che era altro che voleva. Mi spostai di lato e lasciai andare la mano. Non si mosse, confermando quanto avessi ragione. I miei occhi erano incollati alla sua natica, sui cui si faceva più vivo il rosso del disegno dalla mia mano. Lascia partire un altro colpo. E poi un altro, e un altro ancora. Gemeva. Fui quasi geloso del fatto che avrebbe potuto godere così, da sola, senza il mio cazzo dentro. Quasi con rabbia, glielo strusciavo fra le cosce, fra le labbra fradice e sull’ano, per poi tornare a schiaffeggiarle le natiche con forza. Ero rapito da lei, da quello che stava facendo e da quello che stava tirando fuori da me. Non avrei mai immaginato di poterlo fare. Il suo culo era ormai bollente. Le mani mi facevano male. Le spinsi il cazzo nella fica e venni quasi subito, aggrappato alle sue tette. Rimanemmo così per lunghi minuti, nel silenzio assoluto della casa vuota.
Separatici, si buttò ai miei piedi, nuda. Le afferrai per i capelli, fino a farle arrivare col viso all’altezza del cazzo. Era di nuovo duro. “Leccami le palle”. Non aspettava altro. La lingua saettava dallo scroto al perineo, mi leccava il buco del culo, come a volerlo lucidare. Si lasciava scivolare le palle in bocca, una alla volta, succhiandole delicatamente, mi baciava l’interno delle cosce, poi lo scroto, il cazzo.
I suoi capelli in mano, la costrinsi a guardarmi negli occhi. Mi sentivo autoritario. “Adoralo. Adora il mio cazzo!”
Sì, lo adorava, lo guardava implorante, come se la sua vita dipendesse da lui. “Succhialo, adesso. Ma non provare a farmi venire senza la mia autorizzazione, altrimenti sarai punita.”
Nei suoi occhi, solo un’immensa gratitudine. Ero quasi certo che volesse anche essere punita …
La sua bocca avvolse il mio cazzo come una morbidissima fica. La sua testa andava avanti e indietro con perizia, come se leggesse dentro ogni mio desiderio. Scopriva la cappella, la baciava, la mano mi accarezzava le palle, e la bocca tornava ad avvolgerlo come il più prezioso dei foderi. Con la mano dietro la nuca, le imposi il ritmo. Le scopavo la bocca, muovendo il bacino, sbattendoglielo sul viso. Sborrando, la costrinsi a tenerlo ancora in bocca. Represse un conato di vomito, inspirando a fondo, e poi deglutì, mandando giù tutto. Tirando fuori il cazzo, una goccia di sperma le finì sulle labbra. La raccolsi con l’indice e la costrinsi a leccarlo.
“Non mi hai ubbidito. Sei una pessima ragazza, Silvietta.”
Il cazzo ancora duro davanti al tuo viso, le pisciai in faccia.
Ci baciammo con violenza per non so quanto tempo.

Dopo pranzo, eravamo nelle camere da letto. Passammo ore a guardare uno scatolone di foto trovate su un armadio. Poi, come attratti irresistibilmente, finimmo sul letto. Le legai polsi e caviglie. Incombevo su di lei, beandomi del suo sguardo carico di adorazione. Mi facevo quasi paura. Posai un piede sulla sua fica nuda. Lo muovevo su e giù. “Guarda cos’hai fatto: mi hai bagnato il piede con la tua fichetta sbrodolante. Lecca!”
La pianta del piede sulla sua bocca, leccò diligentemente. Scivolava lungo il suo corpo. L’alluce indugiava sui capezzoli turgidi, poi scivolava sotto i seni, sul ventre, lambendo l’ombelico. Di nuovo sulla fica, la masturbavo col tallone. Spinsi l’alluce dentro, scopandola lentamente. Poi il piede sul pube, frenetico, fino a farla godere ancora.

Liberai caviglie a polsi e la feci girare. Rimase stesa, come se ci fossero ancora corde a tenerla immobilizzata. Sfioravo il suo corpo col mio, strusciandole il cazzo sulla pelle, come se fosse un balsamo per le sue stanche membra. Sollevandomi, la sentii gemere come mai era accaduto. Guardando in giù, vidi la mia collanina che le sfiorava la schiena. Vedere il metallo scorrere sulla sua pelle fu troppo. Ebbi paura di me. Le sollevai il bacino, strusciando il cazzo contro il suo ano. La mano sulla fica, la masturbavo selvaggiamente. Appena seppi di poterlo fare, spinsi il cazzo, inculandola, padrone di lei, del suo corpo e della sua anima. Poco dopo, sborravo, ossessionato dal pensiero del metallo che scivolava sul suo corpo.

30 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. colpoditacco
    Mag 26, 2015 @ 21:07:10

    Solo il culo del tipo della foto vale la pena di legge il post 😀 😀
    Finalmente un uomo più autoritario… 🙂

    Rispondi

  2. pornoscintille
    Mag 29, 2015 @ 13:18:58

    Come ho fatto a perdermi il commento che hai scritto? Fammi spazio …

    Rispondi

  3. Alice
    Ago 06, 2015 @ 13:44:51

    Il mio primo bacio lo diedi da bambina a mio cugino. Ed era suo anche il primo pisellino che vidi. Non fece testo però, quando da grande ne vidi uno VERO mi tesi conto che era molto diverso dal suo.
    I cugini servono a quello… No?

    Rispondi

  4. Vivienne La Nuit
    Ago 08, 2015 @ 22:09:44

    e tu chi saresti? Sir Edmund? O il Divin Marchese? 😉

    Rispondi

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