Le scarpe di zia Ida

tumblr_nm388ndMrZ1sjp7kqo2_250

“Come ho potuto commettere un simile errore?”
Quando ha aperto la porta, la zia mi ha visto con i calzoni calati, il cazzo ancora duro che cercavo di nascondere, appena sfilato da una delle sue scarpe.
Ero sicuro di aver chiuso la porta. Invece, per la fretta di fiondarmi ad annusare le scarpe di zia Ida, non ho controllato di aver girato la chiave.
Mi trovavo nell’antibagno della sua casa. Qualche geniale progettista aveva ritenuto che anche i bagni delle case private dovessero essere forniti di antibagno, per qualche oscura ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi. Il bagno di casa mia aveva avuto lo stesso triste destino. Il risultato di tanto mal riposto genio consisteva nel fatto che qualunque ospite, prima di entrare nella toilette di una delle nostre case, dovesse attraversare uno stanzino in cui si trovava, nella migliore delle ipotesi, il cesto dei panni sporchi e la lavatrice. Nella peggiore, una confusione di biancheria sporca sparsa ovunque, essendo le famiglie dotate di numerosi figli adolescenti.
Nel antibagno della zia, poi, troneggiava una scarpiera. Curioso come sanno essere tutti i ragazzi, e io forse più della media, avevo già sbirciato in giro per la casa, incluso un ripostiglio nel seminterrato in cui avrei passato le ore, e che conteneva anche la collezione di dischi di mio padre e dei suoi fratelli. Ancora rimpiango di aver lasciato lì, per fare chissà quale oscura fine, un 45 giri originale dei Deep Purple e il preziosissimo Hot love di Mark Bolan insieme ai T. Rex.
Un po’ meno rimpiango lo sganassone che presi dallo zio quando mi trovò lì, immerso nella polvere, rimproverandomi di infilare in naso anche in culo a qualche santo di cui non ricordo il nome.
Quel giorno, in una delle tante occasioni in cui la famiglia si riuniva, avevo lungamente sognato guardando ciondolare il piede di zia Ida seduta, gambe incrociate. Il piede lasciava penzolare uno zoccolo di legno. Non penzolava, invece, il mio cazzo talmente duro da far negli slip e causandomi non pochi imbarazzi nei movimenti. Poco alla volta il mio pensiero si era focalizzato sulla scarpiera, in cui avevo adocchiato varie paia di scarpe della zia, fino a diventare un’ossessione. Andato in bagno per la terza volta, sorridendo forzatamente a qualcuno che aveva fatto qualche battuta sulla tenuta del mio intestino. Avevo trovato finalmente il coraggio di impadronirmi delle preziose calzature, superando gli immensi sensi di colpa che mi avevano paralizzato nei precedenti due tentativi.
Chiuso – almeno così credevo – nel bagno, avevo preso una delle décolleté come una reliquia. La tenevo in mano come se fosse di vetro. L’avvicinai al naso. Fui avvolto da un delicato odore di piedi che immediatamente mi fece andare il sangue alla testa. La mia mano corse ad aggiustare il cazzo negli slip, liberandolo verso l’alto. Superate le iniziali esitazioni, poggiai il naso sulla pianta, dove maggiore era il contatto con il piede della zia, e dove una sorta di magnetismo sembrava essere rimasto impresso sulla pelle.
Aspirando a pieni polmoni, incominciai a masturbarmi. Combattuto fra il dilemma di ogni ex chierichetto, di un paradiso dei sensi e l’eterna dannazione dell’inferno a esso susseguente, andai oltre, leccando le tracce di quello che sognavo fosse il sudore dei piedi della mia amata zia. Portai la scarpa all’altezza dell’inguine e infilai il cazzo fra la pianta e i laccetti in pelle. La stavo praticamente scopando, occhi chiusi, sognando ogni centimetro di epidermide della zia che avessi visto da che avessi memoria di me, e di lei. Le sue gambe, con evidenti i puntini rossi della depilazione, che ancora non conoscevo, ma che mi eccitavano e a cui dovevo molti sogni erotici. Il suo décolleté: ero come pervaso dall’illusione che, ogni volta che si fosse chinata in avanti, io sarei stato lì a sbirciare i suoi seni. Il culo, che avevo visto qualche volta al mare. Avevo stampato in mente il momento in cui, alzatasi dalla sdraio, avevo potuto ammirarlo col costume scivolato fra le natiche. Sentivo l’orgasmo arrivare. Pensai che avrei sborrato nella scarpa, tanto poi l’avrei ripulita per bene prima di sistemarla per far sparire ogni traccia del mio passaggio.
Fu in quell’istante che la porta si aprì.

L’erezione scomparve all’istante. La scarpa mi cadde di mano. Cercavo di coprirmi l’inguine, di tirare su i calzoni, in una frenesia di movimenti che mi rendeva ulteriormente impacciato. Lo sguardo severo della zia mi faceva vedere immagini fosche del mio immediato futuro, e drammatiche per quanto riguardava il mio futuro in genere.
Il terrore di essere trascinato davanti a tutti in quello stato per essere messo alla berlina mi paralizzava. Furono pochi secondi, ma vidi scorrere davanti ai miei occhi una tale quantità di immagini che durarono ore, mesi, anni. Mi vidi sbeffeggiato da tutti. Un barlume di speranza veniva in mio soccorso augurandomi che la zia mi mollasse due sberle e non dicesse nulla agli altri, per poi essere subito trascinato nell’abisso: mi vedevo anziano, con un malandato cappotto in cui mi nascondevo più che ripararmi, additato dai passanti “Guardate, è quello che si masturbava con le scarpe della zia!”
Mi si avvicinò, mi afferrò un orecchio e mi tirò su, fin quasi a farmi arrivare all’altezza del suo viso. In pratica ero sollevato da terra. La testa mi scottava. L’orecchio sembrava doversi staccare dal resto del corpo da un momento all’altro. Più di tutto, però, ad avvolgere tutto il mio corpo era la vergogna e i sensi di colpa.
Si avviò verso la porta, trascinandomi; poi, come presa da un pensiero improvviso, si fermò.
“Ho in mente un’idea migliore, per questo porco in nuce.” Credo che disse così: solo più tardi, associai quella frase oscura e minacciosa a un significato che ancora non conoscevo.
Chiuse la porta a chiave, sempre tenendo stretto il mio orecchio. Lo sentivo rovente. Eppure, in fondo alla mia anima, ero contento di questo contatto fisico con la bellissima zia, seppure fosse quanto di più lontano da ciò che avevo fantasticato fino a quel giorno.
“Visto che ti piacciono le mie scarpe …”
Si sfilò uno degli zoccoli di legno e mi lo incollò al viso. Tutto, la vergogna, la paura, il terrore che erano stati i padroni dei miei ultimi minuti, scomparvero dietro una valanga di eccitazione. Inalai l’afrore dei suoi piedi come il più prezioso dei profumi. Prepotente, sentii il cazzo cercare una via d’uscita dagli slip che a fatica avevo tirato su. “Guardatelo come si eccita, lo sporcaccione!”
“Lecca!” Eseguii, più grato che impaurito, ormai. Tutto quanto era stato orrore divenne sogno. Mi vidi nelle pose più stravaganti in giro per il mondo al suo braccio, suo fedele amante, servitore e padrone. Con la calzatura premuta sul naso, ero in cima al mondo. Leccavo e annusavo.
Fui tentato di portare una mano all’inguine, ma mi trattenne il suo sguardo ancora severo. Fu lei a sorprendermi: posò il piede sul mio slip e lo mosse in su e in giù. Bastarono due movimenti e sentii le gambe cedere. Sborrai, bagnandomi il cotone e in parte il ventre. Fui costretto ad appoggiarmi al muro. L’allontanarsi dello zoccolo dal suo viso e l’arrivo fulmineo di una sberla fu tutt’uno, ma non ero in condizioni di notare la differenza. Credo, anzi, che non fece che aumentare il mio benessere, facendo scomparire i sensi di colpa che incominciavano ad affiorare mentre diventava palpabile l’umidità in cui mi sentivo avvolto. Aprì la porta e sparì, senza aggiungere una sola parola.

Più tardi, quando mi ero opportunamente ripulito, fatto sparire in qualche pattumiera gli slip sporchi, lavato abbondantemente il viso con acqua fredda onde attutire il rossore e il bollore ancora padroni di me, feci la mia timida ricomparsa nel salone, dove stava per essere servita la torta di pan di Spagna a strati, ricoperta di panna. Era davvero panna: non erano ancora venuti i tempi degli ossimori come la “panna vegetale” o la “pelle sintetica”.
Vidi la zia seduta accanto allo zio. Dalla posizione in cui mi trovavo, ero l’unico a poter vedere la sua mano infilata fra le cosce del marito, ondeggiare leggermente. Osservavo la scena con segreta soddisfazione. Sentivo con certezza di avere una parte di merito in ciò che stava accadendo e in ciò che sarebbe accaduto più tardi. Soddisfazione, tuttavia, che combatteva aspramente con pugnalate di gelosia.

10 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. agatagrop
    Apr 30, 2015 @ 15:53:37

    Quante zie che hai!

    Rispondi

  2. Rossano
    Mag 07, 2015 @ 11:28:12

    Nipote fetisch……zia very hot

    Rispondi

  3. witait
    Mag 08, 2015 @ 12:35:55

    Amore ti ho nominato guarda e rispondi

    Rispondi

  4. alicerobertohot
    Mag 12, 2015 @ 11:42:32

    Carino, complimenti

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: