Dammi asilo

Etichette

A lungo ho pensato di essere eterosessuale. Fino a quando, di preciso, non lo ricordo più. Fu il giorno, però, in cui vidi il video del concerto The Stones in the park, prima apparizione dei Rolling Stones dopo la scomparsa di Brian Jones. Mick Jagger, capelli fluenti, camicia settecentesca bianca e jeans a zampa d’elefante, era bello come un dio. Efebico, carismatico e mefistofelico (se qualcuno trova uno degli aggettivi in contraddizione con gli altri, che vada a leggere la biografia dei Beatles). Seguirono poi, nella mia vita, le apparizioni di Marc Bolan, prima, e di Antonio Miozzi, poi, ma questa è un’altra storia.
Rimane il fatto che, da quel giorno, se proprio dovessi compiere la stupida azione di dare un’etichetta alle mie preferenze sessuali, mi definirei “eterosessuale con delle qualificate eccezioni”.
Non mi manca la buona compagnia, fra l’altro: un protagonista di Hair – uno dei musical più visti della storia, e se non l’avete visto correte a farlo – durante la visita militare, per togliere dall’imbarazzo il militare che voleva sapere se fosse omosessuale, rispondeva: “Andrei a letto con Mick Jagger, ma non mi piacciono gli uomini, se è quello che vuole sapere”.
Pete Townsend, chitarrista e leader insieme a Roger Daltrey degli Who, non ha mai nascosto di essere turbato dalla sensualità di Mick Jagger.
Sfumando verso il lato prettamente musicale, Patty Smith ammise che in più di un’occasione aveva pensato a togliersi la vita. “Quello che mi ha sempre trattenuto”, aggiunse, “fu che avrei perso il prossimo disco degli Stones”.

Lascia che sanguini

Let il bleed, più di ogni altro, è il disco che consacra definitivamente i Rolling Stones come la band più importante della musica rock, sul finire degli anni ’60, quando il rock è diventato adulto, smussando parte dell’onda d’urto che lo aveva accompagnato con le prime apparizioni di Elvis Presley sui palchi americani nell’incontro con la cultura europea. Let it blleed rappresenta una sintesi perfetta fra tutto quello che circolava nell’ambiente del pop e del rock in quel periodo turbolento. Molto più del Let it be dei Beatles di cui scimmiotta il titolo. Il rock’n’roll, il country e la musica popolare europea sono fusi e raccolti e sublimati nei solchi di questo – al suo apparire in vinile, nel 1969 – capolavoro ineguagliato.
Fin dalle prime note, si sente che Mick Jagger e Keith Richards hanno fatto un salto di qualità importantissimo, chiudendosi alle spalle le infantili filastrocche di Let’s spend the night together, le immature note di Satisfaction, sebbene immortali quanto rinnegate da Richards, e i primi approcci al blues che aveva folgorato più di un musicista europeo, in quegli anni. Arrivato dopo il bellissimo Beggar’s banquet, rischia di farlo apparire insapore, per quanto è succoso. Fin dalle prime note di Gimme shelter, si capisce di aver a che fare con qualcosa di grande: un brano che non dimostra affatto i suoi quarant’anni, un brano che fa sognare, solletica il cervello e fa stringere le spalle nelle braccia con la speranza che qualcuno ci dia davvero “asilo”. Vorrei evitare il rischio di diventare epico, anche perché è troppo facile parlare di un disco per il quale abbiamo avuto tanto tempo per digerirlo, ma Gimme shelter è uno di quei brani che ascolterei a ripetizione per ore, uno di quei brani che sembrano sempre troppo corti quando finiscono, uno di quei brani che mi fa pensare, mentre lo ascolto, sempre che riesca a pensare, sfuggendo al piacere di abbandonarmi completamente a esso, che se Dio esiste, ha la faccia di Mick Jagger e che se la trinità esiste, è composta da Jagger-Richards-Jones.

Segue la cover di Love in vain, tributo, omaggio, celebrazione di Robert Johnson, la leggenda del blues. Gli Stones ne dilatano i tempi, ne ammorbidiscono le forme, quasi a voler evitare di misurarsi col maestro. Ne fanno altro, e lo fanno benissimo.

Poi, la versione originale di quello che diventerà, successivamente, Honky tonk women: Country honk. Nella loro carriera, gli Stones hanno sempre cercato di inserire nei loro album pezzi country, come a volersi costruire un background americano. Il più delle volte – si pensi a Sweet Virginia e al brano di cui stiamo parlando – con risultati grandiosi. Country honk sembra uscire dalla penna – e dal violino – di un cowboy in una sera d’estate, mentre le mandrie pascolano alla luce della luna. Ovviamente parla di tutt’altro: di un bordello dove, presumibilmente, si suonava del blues.

Subito dopo, a scuotere l’ascoltatore arriva il giro di basso “cardiaco” di Live with me. La batteria, dopo pochi secondi, ne sottolinea l’enfasi. Infine, chitarra, piano e voce tutti insieme per dare corpo a uno dei pezzi più tosti dell’album, a uno dei pezzi più tosti della loro carriera. A dispetto degli anni passati, che non sono riusciti a depositarci sopra neanche un granello di polvere. Per non farci mancare niente, è il sax a dare un sapore soul, sul finale.

Let it bleed, che dà il titolo all’album, chiude la prima facciata. Pezzo ipnotico, sognante.

Non aspettatevi pause (mi prendo il tempo di girare il disco, come si faceva una volta. Come pare che si faccia di nuovo, se è vero che c’è una riscoperta del vinile).

Midnight rambler, con la chitarra e la voce sottolineate dall’armonica, è avvolgente, finisce in un vortice di emozioni – torbide? – che l’inizio non lasciava sospettare. Ecco cosa sanno fare gli Stones del blues.

You got the silver è il primo pezzo interamente cantato da Keith Richards. Così ben riuscito che, da qui in poi, non ne mancherà mai almeno uno, negli album successivi. Il tempo di “barcarole” viene accompagnato e scompaginato dall’autoharp suonato da Brian Jones, che ne detta quasi il respiro, sulla voce calda quanto sottovalutata di Keith.

Arriva poi l’altro brano che mi manda in brodo in giuggiole, insieme a Gimme shelter: Monkey man. Il pezzo è perfetto, chitarra, batteria, pianoforte: un amalgama perfetto. Ma è la voce di Jagger a raggiungere vette insospettate nel finale, con un falsetto strozzato che toglie il fiato, che fa venir voglia di rimettere subito il pezzo dall’inizio. Se mi chiedessero trenta euro per un disco pieno di Monkey man e Gimme shelter, lo comprerei senza pensarci.

Per chiudere, un pezzo che lascia sbalorditi: un coro di ragazzini che canta You can’t always get what you want, a cappella, lascia il posto alla chitarra acustica e al corno. Poi arriva la voce, in crescendo. Lunghissimo – sfiora i sette minuti e mezzo di durata – quando le lunghe cavalcate del prog ancora dovevano arrivare. Forse per dimostrare che i ragazzi che non trovavano Satisfaction era cresciuti. Forse perché, come vuole la leggenda, ispirati dalla frase di un barista che in tal modo rispose alla richiesta di Jagger di avere una bibita che non era in grado di fornirgli. Qualunque sia la genesi del brano, You can’t always get what you want è favoloso. Anzi, quei cori da chiesa lo rendono addirittura celestiale.

Conclusioni

Visto che siamo in chiesa, ne approfitto per fare outing: Dio esiste, ho una candela sempre accesa davanti alla sua immagine nella mia camera. Ha da poco compiuto sessantanove anni, un ghigno sempre più satanico e ha scritto la storia del rock insieme a Keith Richards.
Vi risparmio la biografia dei Rolling Stones: è molto probabile che la conosciate già. Se non la conoscete, non fatelo sapere a nessuno, ma ponete rimedio al più presto. Se siete convinti che i Beatles siano stati meglio degli Stones, come mai siete arrivati a leggere fino a qui? Via, subito a letto con She loves you (yeah yeah yeah). The rolling stones – Let it bleed – 1969

Lato A
1. Gimme Shelter – 4:30
2. Love in Vain (Robert Johnson) – 4:19
3. Country Honk – 3:07
4. Live With Me – 3:33
5. Let It Bleed – 5:27
Lato B
1. Midnight Rambler – 6:52
2. You Got The Silver – 2:50
3. Monkey Man – 4:11
4. You Can’t Always Get What You Want – 7:28

letitbleedNon è un racconto erotico, lo so, ma credo che sia la cosa più erotica che abbia mai scritto

51 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. colpoditacco
    Apr 21, 2015 @ 16:15:52

    Questo post è decisamente fuori dal tuo genere!

    Rispondi

  2. Vivienne La Nuit
    Apr 21, 2015 @ 17:12:25

    … and I like it! 😉

    Rispondi

  3. Vivienne La Nuit
    Apr 21, 2015 @ 17:20:03

    …anche se il mio preferito è Sticky Fingers… ma non mi dispiace neppure il “tardo” Some Girls 😉

    Rispondi

    • pornoscintille
      Apr 21, 2015 @ 17:52:12

      A me non dispiace niente, neppure i mugugni di Keith o di Mick mente si radono 🙂 Beh, scegliere fra Let it bleed, Sticky finger, Exile e vari altri non è facile. Ma poi, perché scegliere? Ascoltiamoli tutti, no? 😉

      Rispondi

      • Vivienne La Nuit
        Apr 21, 2015 @ 18:01:53

        …non è che era un pretesto per avviare una piacevole conversazione “rockettara!?” (detto inter nos, Exile… forse merita più di tutti comunque!) 😉

      • pornoscintille
        Apr 21, 2015 @ 18:07:16

        Ogni momento è quello buono per una conversazione rockettara (o per una conversazione sensuale; ) ) Io davvero non saprei scegliere. Per entrambe le cose :)))

  4. Vivienne La Nuit
    Apr 21, 2015 @ 18:26:05

    Giusto! Dobbiamo solo scegliere, in effetti!!! :)))

    Rispondi

  5. meo..... laura
    Apr 23, 2015 @ 00:11:25

    Ogni tipo di musica è emozione
    Movimenti
    Erotismo……

    Marcello

    Rispondi

  6. melodiestonate
    Apr 26, 2015 @ 06:03:06

    Sono d’accordo con meo, io trovo di un erotismo pazzesco la canzone che ho nel mio blog, mi fa perdere la testa! 🙂

    Rispondi

    • pornoscintille
      Apr 26, 2015 @ 06:59:44

      Esatto! A radiotre – la radio più seria che abbiamo – qualche anno fa fecero una trasmissione in cui il pubblico interagiva per eleggere il brano musicale più erotico. 🙂 Ricordo che ci fu chi propose la Suite n. 1 per violoncello di Bach. A ragione.

      Rispondi

  7. 321Clic
    Lug 16, 2015 @ 11:18:30

    Sai scrivere bene, conosci la musica vera, Pazienza e Moebius… I miei complimenti.
    Bel posto, questo.

    Rispondi

  8. chezliza
    Giu 16, 2016 @ 14:35:52

    Amazing post.😊

    Rispondi

  9. Tati
    Giu 25, 2016 @ 21:02:15

    Ma che bellezza queste righe !
    Sarà tra i prossimi vinili… 😉

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: