I miei successi con le donne

tumblr_nka8ieXTlV1unobzho1_500

Questa piovosa domenica pomeriggio mi ha tolto la voglia di fare qualsiasi cosa.
Sto sul divano, col cazzo in mano. Guardo il programma di Giletti, in attesa che qualche ospite femminile faccia vedere un po’ di coscia per farmi una sega svogliata.
Il grigiore che arriva dalla finestra mi immalinconisce. Come ipnotizzato da quei nuvoloni neri carichi di pioggia, vado con la memoria al passato, e ricordo le donne della mia vita.

Penso alle donne che sono riuscito a sorprendere …

Prepotente, la prima a venirmi in mente è Giorgia. Il suo buonumore era secondo soltanto alla sua mole. Quante risate abbiamo fatto insieme! Mentre le facevo una corte serrata, la sua risata argentina riecheggiava per i vicoli del centro storico, da un bar all’altro, da un ristorante all’altro.
Non dimenticherò mai la sera in cui accettò di salire da me. Eravamo avvinghiati sul letto, ci baciavamo con un’enfasi tale da far scomparire il mondo circostante.
Per la prima volta, la mia mano che si infilava sotto la sua camicetta trovò la strada libera. Avevo un’erezione che i jeans rendevano dolorosa. Per la prima volta, vidi in lei un abbandono totale. “Amore, aspettami un attimo,” le dissi. Conoscendo la sua passione per la cioccolata, volevo farle una sorpresa. Mi precipitai in cucina, mi liberai dei jeans, dei boxer, della maglietta e dell’orologio. Non essendomi mai mancato il senso del teatro, spalancai la porta della camera da letto, facendola sbattere contro la parete. Tutta la sua attenzione era per me. I suoi occhi mi squadrarono pieni di interesse. Ero nudo, con un enorme barattolo di crema gianduia. Avvicinandomi a lei, le sorridevo. Mi batteva forte il cuore, le tempie mi martellavano. Arrivai accanto al letto, quasi poteva toccarmi. Infilai il cazzo nella crema e posai il barattolo sul comodino. Lei, che non si era ancora spogliata, afferrò il barattolo di gianduia, si alzò dal letto e sparì. Non l’ho più vista.

 

… e alle donne che ho fatto soffrire …

Quando rincontrai Silvia, non la trovai affatto cambiata. Era bella e sexy come la ricordavo. Indossava una minigonna che mi fece tornare alla memoria, con un tuffo all’addome, tutto ciò che c’era stato fra di noi.
“Sei stato cattivissimo a mollarmi così!”, mi disse.
Non seppi cosa risponderle: era vero.
Mi prese il mento fra le mani: “Sai quanto mi hai fatto soffrire, eh, lo sai?”
Tentavo invano di farfugliare una risposta in mia difesa, ma l’emozione e i sensi di colpa mi paralizzavano.
“Sai, per quanto tu ti sia comportato in modo infame con me, non posso non ammettere che, dopo di te, nessuno ti ha saputo prendere il tuo posto nel mio cuore.”
Ne ero lusingato, seppure il momento non fosse dei più adatti a pavoneggiarmi.
“Allora, non vuoi dirmi perché sei sparito in quel modo?”
Volevo dirglielo, ma le parole non mi uscirono: dopo tre mesi, il mio corpo si era assuefatto alle frustate di Mistress Silvia, ma la mia prostata non aveva resistito all’aver trattenuto l’orgasmo tanto a lungo ed era gonfia come un melone. Dovetti ricoverarmi d’urgenza.

 

… alle donne con cui ho vissuto le prime esperienze …

Mentre in tv continua a non accadere nulla, guardo la mimica ebete di Giletti – ho opportunamente tolto il volume al televisore – e continuo a pensare alle donne della mia vita. Una contrazione all’addome accompagna la comparsa di Eva nei miei ricordi. Eravamo ancora vergini. Era tanto tempo fa! Provo ancora tanta tenerezza, a pensare ai suoi occhi dolci e inesperti. Dopo che mi aveva negato il rapporto completo per un po’, per via di quegli stupidi pregiudizi sulla verginità che ancora sopravvivevano, grande fu la mia sorpresa quando una sera, guardandomi fisso negli occhi, mi sussurrò: “Che ne dici del culo?”
Annuii, senza pensarci su un attimo, pieno di slancio verso di lei.
“Eva, ti amo, farei qualunque cosa per te.”
“Aspettami un attimo, allora …”
La sua assenza durò davvero un attimo. Quando ricomparve, seminuda, l’enorme strapon che indossava fece scomparire la mia saliva. Non è senza dolore che ancora ripenso alla sua inesperienza!

 

.. e penso alle donne che ho fatto innamorare …

Paola veniva tutte le domeniche mattina a suonare a casa mia. Non so a voi, ma a me i castigatissimi tailleur delle testimoni di Geova hanno sempre arrapato tantissimo. Quando le sue visite domenicali – sue e della sua inseparabile compagna, una con la Torre di guardia sotto al braccio e l’altra con Svegliatevi! – stavano per diventare una consuetudine, quando mi chiamavano per nome con una confidenza che pochi concedono loro, decisi che l’avrei fatta mia. Non fu facile. Parlarle da solo era un’impresa. Dovevamo approfittare dei momenti in cui riuscivamo ad affidare all’amica il compito di fare il caffè, di andare a prendere un bicchiere d’acqua dopo l’altro che non erano mai sufficienti a placare la nostra sete di stare soli.
Incominciai a frequentare il loro gruppo. Conoscevo la Casa del Regno meglio di casa mia. Fui presentato alla famiglia. Con orgoglio, ricordo il momento in cui superai l’esame del padre quando, dopo avermi squadrato a lungo in silenzio, mi abbracciò: “Benvenuto in questa casa, figliolo!”
Le mie richieste sempre più pressanti di contatto, però, si infrangevano sui suoi doveri verso il suo irremovibile Dio: “Sarò tua soltanto dopo il matrimonio.”
Mi rassegnai a sposarla. Mi accorsi di amarla. In fondo un dio vale l’altro, considerando quanti ne abbia visti finora: nessuno.
La cerimonia fu bellissima. Non ho mai visto tanti fiori come quel giorno. Si concluse come quella di altre religioni, abboffandoci senza ritegno.
Stanchi ma felici, ci ritrovammo sul letto nuziale. Le mie orecchie fischiavano ancora per la musica che aveva accompagnato la giornata.
“Tu mi ami, vero?”
Risposi senza esitare: “Ma certo, amore mio!”
“Devo confessarti una cosa: io sono lesbica, e la mia famiglia non mi avrebbe mai consentito di vivere serenamente. Sposata a te, invece, posso continuare ad amare Tina – l’inseparabile amica delle nostre domeniche mattina – ed essere accettata dai miei amici e dai miei familiari. So che capirai.”
Non sono sicuro di aver capito bene, ma le voglio bene e ho accettato le sue condizioni.

Oggi, in questa piovosa domenica pomeriggio, sono rimasto a casa sul divano perché, uscendo con Tina, ha dimenticato di lasciarmi le chiavi.

Cleopatra

AQUARIUS LIBRARY“Prostati davanti alla tua Regina!”
Sono ai piedi della mia Padrona. Nudo, faccia a terra e culo in aria. Le mie labbra sfiorano i tuoi stivali di pelle nera e lucida.
Non indossi nient’altro, se non una stola di velluto rosso che ti copre in parte le spalle. Gambe larghe, incombi su di me. Sollevo la testa per ammirarti.
“Ti adoro, Regina. Sono il tuo schiavo devoto e ubbidiente.”
La tua fica è possente, magnifica, immensa. Rasata, mi mette in soggezione, mi intimidisce. Vorrei essere inondato dal bacino della mia Padrona, vorrei che mi inghiottisse e che mi ci perdessi dentro.
Sollevi un piede, lo posi sulla mia nuca e mi schiacci la faccia a terra. Il naso premuto sul pavimento, respiro a fatica con la bocca aperta.
“Ti adoro, Padrona, sapessi quanto!”
Sembra che i miei pensieri ti giungano alle orecchie, che tu sappia quanto di più nascosto pervade la mia anima piena di gratitudine per il dono che mi fai, concedendomi di adorarti e di stare ai tuoi piedi.
“La tua Regina Cleopatra, in nome della dea madre Iside, ti ordina di essere il suo servo fedele. Solleva la testa, ora, e usa la tua umile lingua per darle piacere!”
Oggi è un gran giorno: è l’inizio della mia sconfinata adorazione per te. Se sarò un bravo ragazzo, dedicando tutte le mie forze a soddisfare ogni tuo desiderio, forse un giorno mi concederai di godere anch’io. Fino ad allora, sebbene sarò sempre eccitato fino al limite, mi sarà impedito di sborrare.
La mia erezione struscia sul pavimento, mentre ti lecco gli stivali. Ne sfili uno, e mi premi la pianta del piede sulla nuca, sulle guance, sulla schiena. Sono felice di essere il tuo zerbino. I miei polmoni respirano a fondo, come se la gioia di essere tuo schiavo mi liberasse di un peso. Ti lecco la pianta del piede, poi il collo. Adoro il tuo bellissimo piede. Guardare il collo teso come quello di una ballerina sarebbe sufficiente a procurarmi mille orgasmi. Ti succhio le dita, una alla volta, come una troia ti spompino l’alluce, e poi le altre dita. Pensare di essere la tua troia mi riempie di orgoglio. Sono la tua cagna in calore, ti adoro e ti desidero con tutte le mie forze. Senza rendermene conto, mi ritrovo a uggiolare, tanto sono immedesimato nella parte, mentre strofino le guance sul collo del tuo piede. Mi metti il piede sul viso, premendo forte, come se stessi allontanando un essere molesto. La tua eccitazione è palpabile, il godimento che ti dà usare e abusare di me. Mi concedi di continuare a leccarti. La caviglia, poi lungo la gamba. Allarghi le gambe. La tua fica incombe sulla mia testa. Prendi le labbra con le mani, le allarghi e mi pisci in faccia. Accolgo beato la tua urina, ne bevo un po’, avido. Annuso il vapore che sale accanto alla mia testa. Mi afferri per le orecchie, mi tiri su e mi costringi a leccarti la fica. “Pulisci. Asciuga per bene, non posso sporcare il trono.”
Dopo aver leccato ogni goccia di piscio dalla tua fica, ti siedi. Sei ancora più possente. I tuoi lunghi capelli neri scendono sulle spalle. Una ciocca copre un po’ un seno.
Svelto, mi dedico a leccarti la fica. La mia lingua saetta fra le tue labbra, si spinge dentro fin dove può, lecco il clitoride, lo succhio, ti spompino, vorrei che tu avessi un clitoride così grande da riempirmi la bocca. Deglutisco, ingoio la mia saliva e il tuo sugo dolce e acre insieme. Strofino il naso fra le tue labbra, fino a farlo diventare lucido della tua eccitazione. Il mio culo ondeggia come in un ideale coito che non avverrà. Non oggi, non per il prossimo mese, di sicuro. Poi, chissà …
Al solo pensiero sono inondato d’orgoglio e di incontenibile gioia. Aumenta il ritmo della mia lingua sulla tua fica. Sempre più a fondo, sempre più svelta, sempre più avida …
I tuoi gemiti sono meglio di qualunque orgasmo possa provare.

Qualche giorno dopo, non è mutata la nostra posizione. Giri intorno a me. Allarghi le gambe e mi pisci sul culo.
“Aprilo. Apri quel culo di troia e fatti riempire del piscio della tua Regina.”
Non mi faccio pregare. Qualche istante più tardi, non riesco a contenere i battiti del cuore, quando alcune gocce della tua urina mi escono dal culo, scorrendo lungo le mie gambe. Nel frattempo hai indossato un grosso strapon nero. “Succhialo, troia”.
Sorridendo, lo succhio. Quando ritieni che sia abbastanza, che sia abbastanza lucido di saliva, mi giri intorno.
“Faccia a terra e culo in aria, cagna.”
Eseguo. Ho delle contrazioni all’ano che non riesco a controllare. Le tue mani sapienti se ne occupano. Le tue dita fra le natiche, il palmo dell’altra mano intorno al cazzo e alle palle, sempre pronte a fermarsi prima che io possa godere, mi rilassano a tal punto che, quando mi spingi dentro la punta fredda, non provo nessun dolore. In ginocchio dietro di me, mi fotti il culo grandiosamente. Le tue mani sono posate sui miei fianchi, mentre affondi. Una scivola giù, mi sfiora il cazzo e le palle, il perineo, poi torna sul fianco. Il ritmo aumenta. I colpi diventano poderosi. Il tuo bacino sbatte sul mio culo di troia fino a farmelo diventare bollente. Mi metti una mano su una spalla, per meglio affondare, e mi scopi, con crescente eccitazione di entrambi. Mi sento scoppiare il cazzo. Qualche goccia di sperma sfugge, per la spinta sulla prostata. Mi metto a mugolare come una cagna, fra un gemito e l’altro che accompagna i tuoi colpi. Ti eccita, sempre di più.
Ti slacci lo strapon, me lo lasci piantato nel culo e mi strusci la fica sul viso. Mi scopi la faccia, mani sulla nuca, e mi usi come un oggetto per il tuo piacere.

Trascorsi altri giorni, la mia eccitazione è allo spasimo. Mi basta sentire la tua voce, il tuo odore, avvertire la tua presenza per avere erezioni dolorose quando poderose.
Te lo dico. La tua risposta, lapidaria: “Perché sei la mia puttana e senti il richiamo della Padrona.”
Non posso toccarmi, non posso godere. E’ concesso solo a te, mia Regina.
Con addosso ancora il segno dei tuoi stivali, ancora bagnato del tuo piscio giornaliero, mi sdrai sul letto. Mi leghi i polsi e i piedi. Mi vieni sopra, mi mordi i capezzoli. La tua lingua mi percorre il petto, il collo, il viso. Mi mordi un labbro. Non molli la presa fin quando non sentiamo entrambi il sapore del sangue, del mio sangue. Ti lecchi soddisfatta le labbra. Ti impali su di me e mi cavalchi come un’amazzone. I muscoli della tua fica si stringono intorno al mio cazzo, impedendomi di venire. Solo tu godi, più volte. L’ultima, le tue unghie lasciano dei vistosi segni rossi sul mio petto. Non sazia, ti siedi sul trono, di fronte a me, e ti masturbi con un vibratore, costringendomi a guardarti. Avendo distolto per un attimo lo sguardo, per il dolore al collo, ho preso una sberla in pieno viso. La meritavo.

Oggi è il gran giorno. Sono diventato a pieno titolo il tuo schiavo. Appena ti ho avuta di fronte, ho avuto un’erezione. La sofferenza più grande che io abbia mai provato nella mia inutile vita di servo, è stata nelle ore in cui sono stato privato della tua presenza. Ogni cellula del mio essere ti adora, ogni cellula ha bisogno di te. Quando vorrai concedermelo.
“Se sarai bravo, potrai sborrare. Forse.”
Lecco il pavimento che separa la mia bocca dai tuoi stivali. Li lecco, a cominciare dalla suola. Vedere la tua fica da qui giù è insieme la cosa più bella e la più dolorosa che abbia mai provato. Quando mi concedi di leccartela, di procurarti un orgasmo, sono l’uomo più felice del mondo. Legato al letto, più tardi, credo che potrei morire. Per la tensione, ma anche perché, se lo vorrai, avrò l’orgasmo più intenso della mia vita.

Le gambe e le braccia larghe. Apri la fica e mi pisci addosso. Fai qualche passo, per diffondere la tua urina su tutto il mio corpo. L’ultima, sul cazzo teso verso l’alto. Respiro a bocca aperta, ansimo. Il petto si solleva, facendomi inarcare la schiena. Il piscio fa sollevare il lembo di un grosso cerotto che ho sotto al braccio. Incuriosita, ti avvicini.
“Ti prego, non toglierlo …”
Un lampo attraversa i tuoi occhi: la sfida di fare ciò che ti prego di non fare, e la gioia da mistress che ti procurerà strapparlo via, tirando via i peli e il mio urlo.
Ma è ben altro a preoccuparmi …
L’espressione che si dipinge sul tuo viso appena il cerotto è rimasto nella tua mano è di orrore puro. E l’orrore, per osmosi, avvolge il mio animo.
“Cooooosa?”
“Augusto? Ti sei fatto tatuare il nome di quel porco assassino sul braccio? L’uomo che ha ucciso Cleopatra, l’uomo che ha distrutto il culto di Iside, l’uomo che era più nazista di Hitler?”
“Amore, è successo ieri sera. Ero ubriaco, non so neanche da chi cazzo me lo sono fatto fare.”
Azzardo un sorriso. “Pensa, qualche mese fa, su Wired, ho letto di un tale che si era fatto tatuare una svastica in fronte …”
“Sei uno stronzo. Mi fai schifo.”
Ti alzi e ti allontani dal letto. Mi slacci un polso soltanto.
“Vaffanculo, stronzo.”
Mentre armeggio affannosamente per slegare l’altro polso, ti stai già rivestendo.
“E’ la cosa più schifosa che potessi fare. Sai che ti dico? Vaffanculo. Vaffanculo tu e Augusto. Anzi, vaffanculo tu, Augusto e tutto il bdsm o come cazzo si chiama. Con me hai chiuso.”
“Ma, amore, piaceva anche a te. Anzi, ,mi sono sottomesso a ogni tuo volere, sapendo di renderti felice …”
“Vaffanculo!”
“Non vorrai mica lasciarmi così .. sto scoppiando.”
Mi sorprendo a piangere. Ormai sulla porta, mentre sono freneticamente impegnato a liberare il secondo polso, non facendo altro che aggrovigliarmi sempre di più, ti fermi, mi guardi piena di disprezzo e, lapidaria, mi fai: “Fatti una sega. Stronzo.”