Indietro, Jeeves!

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“Ti prego, Jeeves, preparaci un caffè”
“Subito, Signora.” E, rivolgendosi all’ospite: “Lo gradisce normale, Signora, o ha qualche preferenza?”
“Mi fido di te, Jeeves. Gina dice che sei bravissimo.”
“Con permesso, Signore.” Jeeves si avvia verso la cucina.
Gina, padrona di casa, continua a parlare fitto fitto con la sua amica Maria Josè.
Preceduto da un aroma che spinge quest’ultima a chiudere gli occhi per meglio annusarlo, entra Jeeves, reggendo un vassoio d’argento su cui fuma una caffettiera, in mezzo a due tazze e piattini di porcellana di Limoges. Girando abilmente intorno alle poltrone, il maggiordomo posa le tazzine davanti alle signore, versa il caffè, lo zucchera, lo gira e si ferma in attesa.
“Avevi ragione, tesoro, questo caffè mi fa dimenticare persino che oggi mi si sono smagliate le Matignon.”
Gina ride esageratamente, buttando la testa indietro e facendo ondeggiare i lunghi capelli.
Entrambe hanno le gambe accavallate e mettono in mostre belle gambe curate e abbronzate. Maria Josè annuisce verso Gina, muovendo la chioma fulva.
“Puoi andare, Jeeves.”
Quando si chiude la porta alle spalle, per un attimo le donne tacciono. Riecheggia soltanto il rumore dei passi del maggiordomo che si allontana. Le due guardano la porta, come se stessero guardano l’uomo che cammina. Dopo un po’ riprendono a parlare.
Il tono di voce, però, è cambiato: più basso, quasi roco. Gina ha una mano sul ginocchio di Maria Josè e glielo accarezza. Questa deglutisce.
“Sei sicura che è andato via?”
“Vuoi che sia sincera? Credo che tornerà indietro silenziosamente per spiarci dal buco della serratura.” Risata nervosa.
Alza una mano per accarezzarle la guancia, poi si avvicina e le posa delicatamente le labbra sulla bocca. Il silenzio è palpabile.
Maria Josè dischiude la bocca. Prima che siano le lingue a incontrarsi, sono i loro respiri a essere oggetto di scambio. Gina porta una mano dietro il collo di Maria e l’attira verso di sé, baciandola avidamente, adesso. Infila una mano nella camicetta, la fa scivolare lentamente, fino a sfiorare il seno. Lungo l’incavo, poi la sposta per sentire il capezzolo inturgiditi sotto le dita, e poi solleticarle il palmo della mano. A quel punto stringe le dita intorno al seno. Maria geme, inarca la schiena. Le loro bocche sono come ventose. I bottoni cedono uno alla volta al passaggio di dita frenetiche. Maria si abbandona contro la poltrona, mentre Gina le bacia il collo, le succhia il lobo di un orecchio, poi di nuovo il collo. Scende verso i seni, accompagnandosi con le mani. Queste spingono le mammelle verso il centro, e la lingua si insinua fra di esse. Le bacia, le lecca. Bacia i capezzoli, li succhia. Sono turgidi come fragole mature, adesso. Li morde delicatamente. Un filo di saliva resta attaccato a uno di essi, mentre si allontana di qualche centimetro, per meglio guardarli, prima di tornare alla carica. Annusa l’odore di Maria, l’odore della sua eccitazione. Il calore emanato dal suo corpo è profumato. Le mani sui seni, scivola con la bocca sull’addome. Lecca la pelle che incontra, la spinge nell’ombelico, come preludio a ciò che sta per avvenire. La gonna vola via, seguita dalle mutandine. Restano solo le autoreggenti e le scarpe. Maria si puntella con i gomiti sul divano. Le gambe sono tese, i piedi arcuati nel tentativo di tenere l’equilibrio. La bocca di Gina si spinge fra le sue cosce. Annusa, bacia, lecca. L’interno delle cosce, il pube, di nuovo l’ombelico. Maria è quasi tentata di supplicarla di affondare quella cazzo di lingua nella sua fica grondante. In apnea, le sue dita affondano nella pelle della poltrona. Quando finalmente Gina spinge le lingua fra le labbra di Maria, lascia andare tutta l’aria che ha trattenuto in un lungo respiro rumoroso. Le cosce si aprono, la lingua sale e scende fra le labbra, picchietta sul clitoride, i denti scivolano lungo la fica, poi glieli passa sul clitoride, infine lo mordicchia, prima di succhiarlo con veemenza, come se le stesse facendo un pompino. La lingua di nuovo fra le labbra, si spinge dentro fin dove può, leccando tutti gli umori che raccoglie, e inducendo Maria a secernerne ancora e ancora …
Le mani sui fianchi, la bocca sulla fica. Aspira, con la bocca a ventosa. Bacia, lecca, morde ancora. Solleva il capo quanto basta per ammirare Maria Josè in preda agli spasimi.
“Ti prego, non fermarti adesso …”
Dopo qualche secondo di attesa, come se Gina si divertisse a esasperare la sua amica, posa l’indice sul clitoride, premendolo leggermente. Lo porta fra le labbra. Quando è lucido dei suoi umori, lo spinge dentro tutto d’un colpo, facendo fare un balzo al bacino di Maria. Muove il dito avanti e indietro, stimolando zone che conosce fin troppo bene, le pareti, il punto G, le labbra con le nocche …
Due dita, adesso. Frenetiche. Sempre più velocemente, sempre più a fondo. E’ quasi sorpresa quando arriva l’orgasmo di Maria Josè, e deve faticare per assecondare con la mano i movimenti del bacino. Maria Josè ansima, geme, trattiene un urlo a fatica.
Dopo un po’, riprende a respirare quasi normalmente. Gina incombe su di lei, le cosce larghe. Si piega, portando la fica verso la sua bocca. Maria gliela bacia, grata, ma le sfugge subito di bocca, visto che Gina gliela struscia addosso, sul viso, sul naso, poi sui seni, sull’addome, per fermarsi quando arriva fica contro fica. Si gira, in modo da trovarsi con le cosce aperte che consentono un contatto totale, e si struscia con forza contro la fica di Maria, come se stesse scopandola.
“Non trovi che “frottage” sia un termine delizioso?” dice con un sorriso teso, a denti stretti.
Maria Josè annuisce sorridendo, mentre l’agguanta per le natiche per tenerla più stretta a sé.
Il ritmo aumenta, entrambi i bacini ondeggiano. I loro corpi sono lucidi di sudore. L’odore che sale dalle loro fiche e dalle loro ascelle le rende pazze di desiderio. Dita affondate nei glutei, unghie che scorrono lungo i dorsi. E le fiche lucide di eccitazione che si strusciano sempre più forte, sempre più velocemente. E’ Gina a venire per prima, trattenendo un gemito. L’effetto è così intenso che neanche Maria si trattiene e viene con lei, intrappolandola fra le cosce incrociate dietro il suo culo.
Gina si abbandona sul corpo di Maria, posandole la testa sui seni. Asseconda l’ansare dell’amica. Si stringono, si abbracciano con forza.

Gina, che poco prima ha sentito un rumore venire dalla porta, sussurra “Non muoverti, vengo subito!” Si alza e saltella in direzione della finestra. All’improvviso, invece, va alla porta e la apre di scatto, rivelando la presenza di Jeeves inginocchiato e con la mano che regge il cazzo che si ammoscia rapidamente, mentre avvampa.
Gina lo afferra per un orecchio, lo costringe ad alzarsi e lo trascina verso le poltrone.
“Sei un porco!”
“In ginocchio!” Jeeves esegue, rosso in viso, mentre tenta di armeggiare con i calzoni aperti.
Maria Josè si alza, avvicina la fica al suo volto, sfiorandolo con i peli rossi. Porta le mani ai lati del sesso: “E’ questa che volevi vedere? Eccola!”
Allarga le cosce, mettendo bene in mostra la fica aperta. Un getto di urina colpisce violentemente il viso di Jeeves. Il suo cazzo torna prepotentemente duro.
“Guarda, il maschietto si sta arrapando”, ride Gina che, spostatasi dietro di lui, imita Maria Josè pisciandogli in testa.
“Pulisci, adesso!” La fica di Maria e quella di Gina si avvicinano alla bocca di Jeeves, ancora grondanti di urina, e gliele lecca senza fiatare.
Gina gli mette un piede in faccia, e lo spinge dietro.
“Masturbati, porco.”
Jeeves esegue, come ipnotizzato. Il piede di Gina non gli dà tregua: sulla bocca, sugli occhi, scivola giù, fino al cazzo.
Gli offre il collo del piede: “Sborra, maiale!”
Come se non aspettasse altro, Jeeves schizza il suo sperma sul piede.
“Non vorrai mica lasciarmi così?”, dice Gina avvicinandogli il piede alla bocca.
Tira fuori la lingua e lecca tutto il suo sperma, deglutendo più del dovuto.
Infine lo fa finire di schiena a terra, spingendolo con la pianta del piede sul viso.

Alcuni minuti più tardi, quando Maria Josè ha finito di rivestirsi, chiede a Gina:
“Non avrai organizzato tutto di proposito?”
Gina ride rumorosamente, buttando indietro la lunga chioma nera. Senza rispondere.

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