Il primogenito

marchesa

“Allora, Anto’, arriva questo primogenito?”
Masticando una foglia di menta, il marchese guardava il corpo sudato di Antonio che zappava sotto il sole. Il cavallo era immobile, come il suo cavaliere, e muoveva solo le narici, di tanto in tanto.
Gli stivali lucidi brillavano al sole. Il frustino pendeva al suo fianco, come per caso. Lo aveva usato spesso, più sugli uomini che sui cavalli, a cui teneva molto. Qualche volte anche su una donna recalcitrante, ma raramente: di solito bastava la sua presenza ad inibire qualunque velleità di ribellione.
Sulle braccia sudate del contadino, le vene pulsavano in rilievo. Sollevò appena il capo: “Si vede che il Signore non vuole, marchese.”
Il viso impassibile non bastava a nascondere il disappunto per non essere stato chiamato Signor Marchese, come facevano tutti.
Sollevò il mento, in direzione del campo. “Come andrà il raccolto?”
“Non bene: credo che raccoglieremo poco.”
“A me sembra il contrario, a giudicare da quel che vedo. Un centinaio di moggi, come minimo.”
Antonio lo guardò torvo. Se avesse parlato, non sarebbe riuscito a trattenere la rabbia.
“Scordati che io faccia un figlio per fargli spezzare la schiena sulla terra, come faccio io, per te e per quei porci dei tuoi eredi, pezzo di merda. Piuttosto lo strozzo con le mie mani, se proprio dovesse arrivare”, stava pensando.
“Ho bisogno di verdura. Fa in modo che sia nella mia cucina prima del tramonto.” Antonio rispose tenendo fisso lo sguardo negli occhi del marchese. Non c’era bisogno di altre parole.

Alcune ore più tardi, la schiena curva sotto il fascio di verdure, camminava verso il castello. Se non fosse stato per quello che rappresentava, non si poteva certo dire che fosse brutto, anzi. Le quattro torri merlate erano imponenti. D’altronde, il marchese aveva poco a che fare con la sua realizzazione, affidata a ottimi architetti e muratori.

Le serve lo fecero entrare in cucina. Raramente davano confidenza ai contadini: si sentivano di rango superiore e non lo nascondevano.
La marchesa si trovò a passare per la cucina, per controllare che tutto procedesse bene.
“Vieni qui, tu con quelle verdure!”
Antonio la seguì. La donna guardò soddisfatta il raccolto, ordinandogli con lo sguardo di aprire i mazzi per verificarne la freschezza. Ancora più soddisfatta, ammirava i bicipiti e gli addominali dell’uomo. “Vieni con me, ho un lavoro da farti fare. Lascia pure le verdure alle serve e seguimi.”
Ancheggiando, lo precedette lungo un corridoio che pareva non finire mai. Attraversarono un tale numero di stanze che Antonio era sicuro di non riuscire a trovare la via del ritorno senza una guida. Mobili lucidi arricchiti di intarsi e fregi; arazzi che rappresentavano scene di caccia alle pareti; tende e tappeti ovunque. Non ne aveva mai visti. Alzò gli occhi al soffitto di legno, ricco di dipinti con scene agresti. I contadini rappresentati non avevano nulla in comune con quelli che conosceva. Sembravano nobili travestiti.

Non incontrarono nessuno. Arrivarono a una camera da letto. Lo sfarzo e i profumi che inondavano la stanza lo ubriacarono. La marchesa si chiuse la porta alle spalle e lo spinse con le spalle al muro. Le sue mani esploravano il suo petto, mentre lo guardava stringendo le labbra. Antonio era paralizzato, tranne che per una parte del suo corpo che era fin troppo viva e pulsante.
Lei se n’era già accorta, premendogli il bacino contro. Gli sfilò la camicia, baciandogli il petto, il collo, le braccia. Sembrava non esserne mai sazia. Le accarezzava e le baciava. Antonio pensò al marchese. Si chiese cosa trovasse la donna in lui. Quando gli infilò una mano nei calzoni, afferrandogli il sesso turgido, smise di chiedersi alcunché. Le afferrò il viso e la baciò con foga. La liberò dagli abiti, senza neanche rendersene conto, e affondò la testa fra i suoi seni morbidi, profumati e accoglienti. La mano della donna, artigliata al suo cazzo, andava su e giù. Avidi di baci, le loro bocche erano come ventose.
Lo trascinò con sé verso il letto. Si adagiò sul suo corpo, salendovi sopra. Si liberarono degli abiti residui. Lui la guardava, i gomiti poggiati sul letto, il cazzo duro in vista. Appena nuda, gli si avventò addosso. Afferrò il sesso e se lo indirizzò nella fica. Iniziò a cavalcarlo, ansimando e facendo dondolare i seni, quando si chinava verso di lui per baciarlo. Lui glieli leccava, li baciava, succhiava i capezzoli turgidi, duri come more immature. La fica strusciava sul suo bacino.
“Quando stai per venire, tiralo fuori.” Senza smettere di cavalcarlo. La sua fica addosso lo faceva impazzire. Le strizzò i seni fino a vederli diventare bianchi intorno alle dita.
Non rispose. Lasciò i seni, e affondò le dita nelle natiche. La immobilizzò su di sé. Inarcò il bacino e si lasciò andare, sborrandole dentro. Non sentiva le sue ingiurie, mentre pensava sorridendo:”Forse il primogenito per il marchese arriverà …”

35 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Dolci Pensieri
    Gen 02, 2015 @ 18:31:16

    Mi hai reso felice! Nella moltitudine di racconti che vorrebbero essere erotici finalmente uno degno di essere definito tale. MI PIACE.

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  2. agatagrop
    Gen 04, 2015 @ 20:14:20

    AHahha, certo che sì. L’ho rivisto da poco 😉

    Rispondi

  3. pattykor122
    Nov 04, 2015 @ 14:03:20

    Bello veramente bello, erootico , il finale poi… Wow !

    Rispondi

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