Indietro, Jeeves!

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“Ti prego, Jeeves, preparaci un caffè”
“Subito, Signora.” E, rivolgendosi all’ospite: “Lo gradisce normale, Signora, o ha qualche preferenza?”
“Mi fido di te, Jeeves. Gina dice che sei bravissimo.”
“Con permesso, Signore.” Jeeves si avvia verso la cucina.
Gina, padrona di casa, continua a parlare fitto fitto con la sua amica Maria Josè.
Preceduto da un aroma che spinge quest’ultima a chiudere gli occhi per meglio annusarlo, entra Jeeves, reggendo un vassoio d’argento su cui fuma una caffettiera, in mezzo a due tazze e piattini di porcellana di Limoges. Girando abilmente intorno alle poltrone, il maggiordomo posa le tazzine davanti alle signore, versa il caffè, lo zucchera, lo gira e si ferma in attesa.
“Avevi ragione, tesoro, questo caffè mi fa dimenticare persino che oggi mi si sono smagliate le Matignon.”
Gina ride esageratamente, buttando la testa indietro e facendo ondeggiare i lunghi capelli.
Entrambe hanno le gambe accavallate e mettono in mostre belle gambe curate e abbronzate. Maria Josè annuisce verso Gina, muovendo la chioma fulva.
“Puoi andare, Jeeves.”
Quando si chiude la porta alle spalle, per un attimo le donne tacciono. Riecheggia soltanto il rumore dei passi del maggiordomo che si allontana. Le due guardano la porta, come se stessero guardano l’uomo che cammina. Dopo un po’ riprendono a parlare.
Il tono di voce, però, è cambiato: più basso, quasi roco. Gina ha una mano sul ginocchio di Maria Josè e glielo accarezza. Questa deglutisce.
“Sei sicura che è andato via?”
“Vuoi che sia sincera? Credo che tornerà indietro silenziosamente per spiarci dal buco della serratura.” Risata nervosa.
Alza una mano per accarezzarle la guancia, poi si avvicina e le posa delicatamente le labbra sulla bocca. Il silenzio è palpabile.
Maria Josè dischiude la bocca. Prima che siano le lingue a incontrarsi, sono i loro respiri a essere oggetto di scambio. Gina porta una mano dietro il collo di Maria e l’attira verso di sé, baciandola avidamente, adesso. Infila una mano nella camicetta, la fa scivolare lentamente, fino a sfiorare il seno. Lungo l’incavo, poi la sposta per sentire il capezzolo inturgiditi sotto le dita, e poi solleticarle il palmo della mano. A quel punto stringe le dita intorno al seno. Maria geme, inarca la schiena. Le loro bocche sono come ventose. I bottoni cedono uno alla volta al passaggio di dita frenetiche. Maria si abbandona contro la poltrona, mentre Gina le bacia il collo, le succhia il lobo di un orecchio, poi di nuovo il collo. Scende verso i seni, accompagnandosi con le mani. Queste spingono le mammelle verso il centro, e la lingua si insinua fra di esse. Le bacia, le lecca. Bacia i capezzoli, li succhia. Sono turgidi come fragole mature, adesso. Li morde delicatamente. Un filo di saliva resta attaccato a uno di essi, mentre si allontana di qualche centimetro, per meglio guardarli, prima di tornare alla carica. Annusa l’odore di Maria, l’odore della sua eccitazione. Il calore emanato dal suo corpo è profumato. Le mani sui seni, scivola con la bocca sull’addome. Lecca la pelle che incontra, la spinge nell’ombelico, come preludio a ciò che sta per avvenire. La gonna vola via, seguita dalle mutandine. Restano solo le autoreggenti e le scarpe. Maria si puntella con i gomiti sul divano. Le gambe sono tese, i piedi arcuati nel tentativo di tenere l’equilibrio. La bocca di Gina si spinge fra le sue cosce. Annusa, bacia, lecca. L’interno delle cosce, il pube, di nuovo l’ombelico. Maria è quasi tentata di supplicarla di affondare quella cazzo di lingua nella sua fica grondante. In apnea, le sue dita affondano nella pelle della poltrona. Quando finalmente Gina spinge le lingua fra le labbra di Maria, lascia andare tutta l’aria che ha trattenuto in un lungo respiro rumoroso. Le cosce si aprono, la lingua sale e scende fra le labbra, picchietta sul clitoride, i denti scivolano lungo la fica, poi glieli passa sul clitoride, infine lo mordicchia, prima di succhiarlo con veemenza, come se le stesse facendo un pompino. La lingua di nuovo fra le labbra, si spinge dentro fin dove può, leccando tutti gli umori che raccoglie, e inducendo Maria a secernerne ancora e ancora …
Le mani sui fianchi, la bocca sulla fica. Aspira, con la bocca a ventosa. Bacia, lecca, morde ancora. Solleva il capo quanto basta per ammirare Maria Josè in preda agli spasimi.
“Ti prego, non fermarti adesso …”
Dopo qualche secondo di attesa, come se Gina si divertisse a esasperare la sua amica, posa l’indice sul clitoride, premendolo leggermente. Lo porta fra le labbra. Quando è lucido dei suoi umori, lo spinge dentro tutto d’un colpo, facendo fare un balzo al bacino di Maria. Muove il dito avanti e indietro, stimolando zone che conosce fin troppo bene, le pareti, il punto G, le labbra con le nocche …
Due dita, adesso. Frenetiche. Sempre più velocemente, sempre più a fondo. E’ quasi sorpresa quando arriva l’orgasmo di Maria Josè, e deve faticare per assecondare con la mano i movimenti del bacino. Maria Josè ansima, geme, trattiene un urlo a fatica.
Dopo un po’, riprende a respirare quasi normalmente. Gina incombe su di lei, le cosce larghe. Si piega, portando la fica verso la sua bocca. Maria gliela bacia, grata, ma le sfugge subito di bocca, visto che Gina gliela struscia addosso, sul viso, sul naso, poi sui seni, sull’addome, per fermarsi quando arriva fica contro fica. Si gira, in modo da trovarsi con le cosce aperte che consentono un contatto totale, e si struscia con forza contro la fica di Maria, come se stesse scopandola.
“Non trovi che “frottage” sia un termine delizioso?” dice con un sorriso teso, a denti stretti.
Maria Josè annuisce sorridendo, mentre l’agguanta per le natiche per tenerla più stretta a sé.
Il ritmo aumenta, entrambi i bacini ondeggiano. I loro corpi sono lucidi di sudore. L’odore che sale dalle loro fiche e dalle loro ascelle le rende pazze di desiderio. Dita affondate nei glutei, unghie che scorrono lungo i dorsi. E le fiche lucide di eccitazione che si strusciano sempre più forte, sempre più velocemente. E’ Gina a venire per prima, trattenendo un gemito. L’effetto è così intenso che neanche Maria si trattiene e viene con lei, intrappolandola fra le cosce incrociate dietro il suo culo.
Gina si abbandona sul corpo di Maria, posandole la testa sui seni. Asseconda l’ansare dell’amica. Si stringono, si abbracciano con forza.

Gina, che poco prima ha sentito un rumore venire dalla porta, sussurra “Non muoverti, vengo subito!” Si alza e saltella in direzione della finestra. All’improvviso, invece, va alla porta e la apre di scatto, rivelando la presenza di Jeeves inginocchiato e con la mano che regge il cazzo che si ammoscia rapidamente, mentre avvampa.
Gina lo afferra per un orecchio, lo costringe ad alzarsi e lo trascina verso le poltrone.
“Sei un porco!”
“In ginocchio!” Jeeves esegue, rosso in viso, mentre tenta di armeggiare con i calzoni aperti.
Maria Josè si alza, avvicina la fica al suo volto, sfiorandolo con i peli rossi. Porta le mani ai lati del sesso: “E’ questa che volevi vedere? Eccola!”
Allarga le cosce, mettendo bene in mostra la fica aperta. Un getto di urina colpisce violentemente il viso di Jeeves. Il suo cazzo torna prepotentemente duro.
“Guarda, il maschietto si sta arrapando”, ride Gina che, spostatasi dietro di lui, imita Maria Josè pisciandogli in testa.
“Pulisci, adesso!” La fica di Maria e quella di Gina si avvicinano alla bocca di Jeeves, ancora grondanti di urina, e gliele lecca senza fiatare.
Gina gli mette un piede in faccia, e lo spinge dietro.
“Masturbati, porco.”
Jeeves esegue, come ipnotizzato. Il piede di Gina non gli dà tregua: sulla bocca, sugli occhi, scivola giù, fino al cazzo.
Gli offre il collo del piede: “Sborra, maiale!”
Come se non aspettasse altro, Jeeves schizza il suo sperma sul piede.
“Non vorrai mica lasciarmi così?”, dice Gina avvicinandogli il piede alla bocca.
Tira fuori la lingua e lecca tutto il suo sperma, deglutendo più del dovuto.
Infine lo fa finire di schiena a terra, spingendolo con la pianta del piede sul viso.

Alcuni minuti più tardi, quando Maria Josè ha finito di rivestirsi, chiede a Gina:
“Non avrai organizzato tutto di proposito?”
Gina ride rumorosamente, buttando indietro la lunga chioma nera. Senza rispondere.

Saldi!

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Sono distrutto. Un intera mattinata dietro di te, come un cagnolino. Anzi, peggio, come un servitore: portare i pacchi, dare consigli – si fa per dire: il mio compito era di assentire – seguirti dietro i tuoi frenetici spostamenti da un negozio all’altro. Camminare camminare camminare …
Sono a pezzi. La parte che soffre di più, però, è il cazzo: duro da ore. A te piace andare in giro senza slip, con quella gonna larga. Anche a me piace vederti, però, averti di fronte al bar mentre accavalli le gambe e mi sorridi malandrina, seguirti mentre il tuo culo mi saltella davanti agli occhi – credo di aver avuto le orbite di fuori come Marty Feldman per ore – venire a dare il mio consenso per OGNI capo intimo che hai provato nei negozi, il tutto senza poterti toccare, mi sta facendo scoppiare.
Arrivati a casa, provo un enorme sollievo. Mi butto sul letto, dopo aver posato i pacchi seguendo le tue rigorose istruzioni, e ti guardo mentre stai pensando a come occupare il tempo che resta di questa giornata di saldi.
Alzi le braccia sopra la testa in un gesto vezzoso che ti rende divinamente bella. In un attimo ho dimenticato tutto il rancore accumulato e ti sto adorando. Anzi, vedere le tue ascelle leggermente sudate mi fa tornare delle energie che non credevo di poter ancora avere. Salto giù dal letto e vendo a ficcarci il naso. Chiudo gli occhi e annuso il tuo prezioso sudore. Sembri godertela: resti immobile a dispensare feromoni. I pantaloni mi scoppiano.
Apro gli occhi, guardo la tua carne lucida di sudore. Alcune goccioline hanno preso forma. Apro la bocca e le raccolgo con la lingua. Ancora, fino a pulirti l’ascella. Non sazio, faccio lo stesso con l’altra.
Davanti allo specchio, ti pavoneggi, giustamente, facendoti aria con la gonna.
“Dio che caldo! Sono tutta sudata.”
E’ troppo: cado in ginocchio ai tuoi piedi. Ti abbraccio le gambe, all’altezza delle ginocchia, stringendole forte. Ci poso la testa sopra, adorante. Te le bacio, le lecco. Scendo fino ai piedi, e lecco anche quelli, senza trascurare la parte superiore delle scarpe. Mi accarezzi la testa, lasciando che la gonna mi ricopra, quando risalgo a leccarti le gambe. Appena allento la presa, ti giri, offrendomi la vista del tuo immenso culo. Non immenso come dimensione, sebbene non sia proprio piccolo, ma immenso per la bellezza e quasi per la sensazione di timore che mi incute. Lo adoro, il tuo meraviglioso culo liscio. Indugio a guardarlo. Bacio le gambe, cercando di rinviare il momento in cui te lo leccherò, come facevo da bambino, quando cercavo di far durare il più a lungo possibile i momenti prima di mangiare il mio dolce preferito. Quando arriva a posare le labbra sulle tue natiche sode, ma allo stesso tempo quasi soffici, mi sembra di svenire. Le accarezzo, le bacio, le lecco. Le allargo, spingendo la lingua verso il centro. Lecco il sudore che si è creato nell’incavo, e finalmente affondo il naso e la bocca fra le tue natiche. Se devo trovare una parola per questo momento, la migliore che trovo è devozione. Sono devoto al tuo culo, in quanto tale e in quanto appartenente a te. Potrei morire, così, con la lingua che ti fruga il buco e il naso stretto fra le tue natiche. Sembri leggermi nella mente, perché stringi i glutei intorno a esso, intrappolandomi quasi.
Le mie mani sfiorano le tue cosce, sul davanti. Ti adoro con tutta la mia essenza, e ti sono grato di poterti leccare il culo. Sono tentato di dirti “grazie, Padrona”, ma mi sento ridicolo a farlo.
Le mani salgono, fino ad arrivare alla tua fica. E’ umida, polposa. Spingo due dita fra le labbra, ti sfioro il clitoride, lo accarezzo con un polpastrello. Annuso il tuo culo, lo lecco, ti lecco il perineo e poi di nuovo l’ano. Sul perineo è scivolata una goccia dalla tua fica. L’afferro con la lingua e la deglutisco come la cosa più preziosa del mondo. Con due dita ti masturbo, la testa affondata dietro di te. Sollevi la gonna, ti giri: vuoi goderti lo spettacolo del tuo maschietto adorante mentre ti lecca la fica. E io non vedo l’ora di farlo, accarezzandoti adesso il culo e le gambe. Lecco il tuo sugo. Gemi appena, mentre ti sfiori i seni attraverso la stoffa. La mia lingua è adesso frenetica: va su e giù fra le labbra, ti lecco il clitoride, te lo succhio come se fosse un piccolo cazzo, il piccolo cazzo della mia grande padrona. Lecco il monte di Venere, l’interno delle cosce, e poi torno fra le labbra. Spingo la lingua dentro. Slinguetto come un cane quando beve. So che ti fa impazzire.
“Bravo, cagnolino, lecca la tua padrona …”
Alzi una gamba e mi posi il piede su una spalla, come a voler stabilire definitivamente i ruoli.
E’ troppo: credo di poter sborrare senza toccarmi, solo realizzando l’idea di quello che sta accadendo. Invece, sono costretto a liberare il cazzo dai pantaloni, essendo diventata intollerabile la pressione contro la stoffa. Tengo lì la mano, accarezzandomelo lentamente, senza smettere di succhiarti la fica grondante.
Il tuo ordine mi arriva sussurrato quanto perentorio: “Non provarci!”
Lascio il cazzo al suo destino e riporto le mani su di te: una sul culo, l’altra sulla coscia che mi tieni sulla spalla. Muovi il bacino verso il mio viso, a un ritmo sempre più frenetico. Mi scopi la faccia.
Mi sbatti la fica sulla bocca, sempre più forte. Nonostante le mie paure, non oso accennare al timore che mi faccia saltare una capsula. Mi posi una mano dietro la nuca, immobilizzandomi fra le tue cosce, mentre praticamente mi sborri in faccia un orgasmo che mi inorgoglisce. Se avessi le labbra disponibili, sono sicuro che avrei un sorriso ebete di soddisfazione, per aver fatto godere tanto la mia padrona.
Qualche minuto dopo, mettendomi due dita sotto al mento, mi fai alzare. “Adesso.”
La tua mano aperta davanti al cazzo, a coppa. L’altra s’insinua fra le mie natiche, mentre mi masturbo. Mi spingi un dito nel culo. “Sborra!”
Non posso fare altro. Finalmente!
Sorridi, mentre mi porti la mano alla bocca per farmi leccare tutto.

A spasso con Zia Dora

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Sono così preso dalla parte, ormai, che quando mi arriva una tua manata in culo, fra chiappa e gonna corta – davvero troppo corta – faccio un paio di saltelli civettuoli in avanti, ridacchiando.
Siamo pronte: zia Dora e la sua nipotina Penny. Andiamo a caricare Abby e facciamo un giro in città. E’ la nostra prima uscita: sono nervoso come immagino che siano le debuttanti prima dell’omonimo ballo.
Resti nella macchina in moto, davanti alla casa di Abby. Vado io a suonare al campanello. Quasi provo invidia, quando mi compare davanti: truccata alla perfezione, lunga parrucca rossa che contrasta con la mia, nera e lucida; minigonna nera e tacchi vertiginosi. Sembriamo due battone che si avviano al lavoro. Tu, zia Dora, guidi come un autista di autobus in vacanza: lentamente, con un aplomb che fa quasi pensare che possa farlo a occhi chiusi.
Quando scendiamo dalla macchina, è buio. Ci incamminiamo verso il centro, Abby e io a braccetto, e tu qualche passo più dietro. Chiunque penserebbe che sei un uomo: le mani in tasca, ci cammini lentamente alle spalle come se ci stessi controllando. Intanto mi godo le correnti d’aria che mi arrivano sotto la gonna e a cui non sono abituato. Guardo Abby camminare stringendo le cosce e indovino che sta pensando la stessa cosa: quando i nostri sguardi si incrociano, infatti, scoppiamo a ridere. Un po’ in falsetto. Ogni passo ci vede più femmine. Mi giro a guardarti con la sicurezza di cogliere dell’orgoglio nei tuoi occhi.
Ci sediamo davanti a un caffè. “Due frullati alle ragazze e una birra per me.”
Accidenti a te, non credevo che ti saresti spinta fino a farmi bere quella roba che non ho mai sopportato. “Ma zia, ehm, zio …”
Il tuo sguardo mi induce a non insistere. Berrò quel maledetto frullato di chissà cosa.
Accavallo le gambe. Le guardo e ho una mezza erezione a guardarle. “Cazzo, che gnocca, sono!”
Il pensiero va a qualche ora prima, quando mi sono depilato. Anzi, mi hai depilato: hai insistito per farlo tu, con la scusa di avere più esperienza, ma ho il sospetto fondato che lo abbia fatto per il piacere di vedermi soffrire. Per un attimo rivedo il tuo sguardo mentre tiri le strisce con i miei peli attaccati, sguardo soddisfatto, più di godimento che di pietà. La mia pelle si arrossava e tu godevi; i miei peli sparivano e tu ti bagnavi, ne sono certo.
Abby allarga le cosce ogni volta che il giovane cameriere si avvicina. Lo faccio anch’io, prima di accavallare con un ampio movimento della gamba. Il poveretto torna verso il bar rosso come un peperone.
Tu, zia Dora, posi le mani sulle nostre cosce, e le fai risalire fino all’inguine. Ci sfiori il cazzo con l’indice, insisti fino a quando lo senti duro, poi torni a bere la tua birra. Dopo un paio di sorsate, decido che il cazzo di frullato ha già inquinato abbastanza il mio corpo e lo lascio lì. Abby sembra gradirlo, invece. A ogni bevuta, anzi, si lecca compiaciuto le labbra, come una che ha appena finito di fare un pompino, ricevendo la tua approvazione.
Pochi minuti dopo, siamo in un disco pub. Abby e io troieggiamo alla grande, facendo rizzare più di un cazzo, e ricevendo proposte che rifiutiamo con nonchalance. Un ragazzo che sembra abitarci, qui dentro, uno di quelli che chiama per nome il cameriere e sembra conoscere tutti, si mette a ballare di fronte ad Abby, che ti interroga con lo sguardo per sapere fin dove può spingersi. Segui il gioco di sguardi, e mi pare di avvertire nei tuoi occhi un lampo di interesse. Spingi il mento in avanti, come un ordine o un consenso. Abby si scatena. Non so se il tipo ha idea che sia un travestito o meno, ma le si incolla addosso e non la molla. Ogni tanto le sussurra qualcosa all’orecchio, e Abby ride come una pazza. Decido di unirmi alla coppia. Ballo – se così può dirsi – strusciandomi addosso al ragazzo. Abby non sembra ingelosita, per fortuna: ci divertiremo. Dopo un po’, prima che il sudore renda difficile ulteriori avvicinamenti, ci avviamo alla toilette. Tu, Zia Dora, non sembri interressartene, stranamente. Appena chiusa la porta del bagno, la mia bocca è incollata a quella del ragazzo, e le mani di Abby armeggiano intorno al suo cazzo, visibilmente duro. E grosso. Glielo tira fuori e incomincia a succhiarglielo. Le mani del tipo mi palpano ovunque. Rallentano per un attimo quando scopre che sotto la mia maglietta il petto è piatto, ma poi riprendono con più lena a palparmi. Mi artiglia il culo e mi attira a se. Gli lecco il petto, gli mordo i capezzoli. Abby spompina alla grande, una mano stretta intorno al cazzo, e tutto il resto in bocca. Sotto la mia gonna, la mano di Raul, così lo chiama Abby, cerca il mio cazzo duro. Lo stringe, mi sega. Allargo le gambe, appoggiando un piede alla porta. Abby si tocca, mentre continua a succhiarglielo. La tua voce arriva da dietro la porta: “Allora, bimbe, non vorrete mica lasciarmi fuori?” Nemmeno per sogno: c’è spazio per tutti, specie per la nostra … pigmaliona, se così può dirsi. Sposti Abby e ti mette a ucchiare il cazzo di Raul. Abby ti sbottona, infila la testa fra le tue cosce e incomincia a leccarti la fica. Mi chino a baciarla, per sentire il suo sapore dalla bocca di Abby. Mi sposto: ti allargo le natiche e lecco il culo, spingo la lingua fin dove posso, lo annuso e poi lo lecco ancora. Lo adoro, quel culo da padrona. Abby, fra le cosce di Raul, ti lecca la fica e, di tanto in tanto mi bacia. Spompini il povero ragazzo che è appoggiato con la schiena alla porta incredulo e sul punto di venire. Ansimi, sotto il gioco delle nostre due bocche. Ci accarezzi la testa, col rischio di farci saltare le parrucche, nel trambusto. Raul ti sborra in bocca. Lo finisci segandolo, spremendo fino all’ultima goccia di sborra. Un po’ ti esce dalle labbra, ma non è certo questo a impeditrti di chinarti a baciarmi. Arrivo alla tua bocca, lasciando che Abby resti sola li giù, e ci baciamo scambiandoci lo sperma in bocca. Ti lecco la bocca, te la ripulisco. Mi sorridi, mi tiri su e mi accarezzi gli slip, dove il mio cazzo sta per esplodere. Sento il rumore della lingua di Abby fra le tue cosce fradicie. Ti sfili una scarpa, liberi il piede dalla calza e lo infili sotto la mia gonna. Premi il cazzo contro il ventre, e continui a segarmi col piede, fermandoti solo per goderti l’orgasmo che ti squassa, mentre stringi Abby fra le cosce, appoggiando la testa sul petto di Raul. Appena ti riprendi, continui a segarmi con la pianta del piede. Sento Raul interporsi fra me e il muro, sollevarmi gli slip e spingere il suo cazzone di nuovo duro fra le mie natiche. Mi spinge delicatamente in avanti e continua a esercitare una pressione crescente sul mio buchetto, finché non glielo risucchio dentro, quasi. Mi seghi col piede a Raul mi incula. Sto per venire, appoggio le mani da qualche parte, non so su cosa. Abby si tira su baciandoci a turno. Il cazzo di Raul mi riempie mentre ti sborro sul piede. Abby, staccandosi dalla mia bocca, dice: “Adesso dove andiamo?”

Il primogenito

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“Allora, Anto’, arriva questo primogenito?”
Masticando una foglia di menta, il marchese guardava il corpo sudato di Antonio che zappava sotto il sole. Il cavallo era immobile, come il suo cavaliere, e muoveva solo le narici, di tanto in tanto.
Gli stivali lucidi brillavano al sole. Il frustino pendeva al suo fianco, come per caso. Lo aveva usato spesso, più sugli uomini che sui cavalli, a cui teneva molto. Qualche volte anche su una donna recalcitrante, ma raramente: di solito bastava la sua presenza ad inibire qualunque velleità di ribellione.
Sulle braccia sudate del contadino, le vene pulsavano in rilievo. Sollevò appena il capo: “Si vede che il Signore non vuole, marchese.”
Il viso impassibile non bastava a nascondere il disappunto per non essere stato chiamato Signor Marchese, come facevano tutti.
Sollevò il mento, in direzione del campo. “Come andrà il raccolto?”
“Non bene: credo che raccoglieremo poco.”
“A me sembra il contrario, a giudicare da quel che vedo. Un centinaio di moggi, come minimo.”
Antonio lo guardò torvo. Se avesse parlato, non sarebbe riuscito a trattenere la rabbia.
“Scordati che io faccia un figlio per fargli spezzare la schiena sulla terra, come faccio io, per te e per quei porci dei tuoi eredi, pezzo di merda. Piuttosto lo strozzo con le mie mani, se proprio dovesse arrivare”, stava pensando.
“Ho bisogno di verdura. Fa in modo che sia nella mia cucina prima del tramonto.” Antonio rispose tenendo fisso lo sguardo negli occhi del marchese. Non c’era bisogno di altre parole.

Alcune ore più tardi, la schiena curva sotto il fascio di verdure, camminava verso il castello. Se non fosse stato per quello che rappresentava, non si poteva certo dire che fosse brutto, anzi. Le quattro torri merlate erano imponenti. D’altronde, il marchese aveva poco a che fare con la sua realizzazione, affidata a ottimi architetti e muratori.

Le serve lo fecero entrare in cucina. Raramente davano confidenza ai contadini: si sentivano di rango superiore e non lo nascondevano.
La marchesa si trovò a passare per la cucina, per controllare che tutto procedesse bene.
“Vieni qui, tu con quelle verdure!”
Antonio la seguì. La donna guardò soddisfatta il raccolto, ordinandogli con lo sguardo di aprire i mazzi per verificarne la freschezza. Ancora più soddisfatta, ammirava i bicipiti e gli addominali dell’uomo. “Vieni con me, ho un lavoro da farti fare. Lascia pure le verdure alle serve e seguimi.”
Ancheggiando, lo precedette lungo un corridoio che pareva non finire mai. Attraversarono un tale numero di stanze che Antonio era sicuro di non riuscire a trovare la via del ritorno senza una guida. Mobili lucidi arricchiti di intarsi e fregi; arazzi che rappresentavano scene di caccia alle pareti; tende e tappeti ovunque. Non ne aveva mai visti. Alzò gli occhi al soffitto di legno, ricco di dipinti con scene agresti. I contadini rappresentati non avevano nulla in comune con quelli che conosceva. Sembravano nobili travestiti.

Non incontrarono nessuno. Arrivarono a una camera da letto. Lo sfarzo e i profumi che inondavano la stanza lo ubriacarono. La marchesa si chiuse la porta alle spalle e lo spinse con le spalle al muro. Le sue mani esploravano il suo petto, mentre lo guardava stringendo le labbra. Antonio era paralizzato, tranne che per una parte del suo corpo che era fin troppo viva e pulsante.
Lei se n’era già accorta, premendogli il bacino contro. Gli sfilò la camicia, baciandogli il petto, il collo, le braccia. Sembrava non esserne mai sazia. Le accarezzava e le baciava. Antonio pensò al marchese. Si chiese cosa trovasse la donna in lui. Quando gli infilò una mano nei calzoni, afferrandogli il sesso turgido, smise di chiedersi alcunché. Le afferrò il viso e la baciò con foga. La liberò dagli abiti, senza neanche rendersene conto, e affondò la testa fra i suoi seni morbidi, profumati e accoglienti. La mano della donna, artigliata al suo cazzo, andava su e giù. Avidi di baci, le loro bocche erano come ventose.
Lo trascinò con sé verso il letto. Si adagiò sul suo corpo, salendovi sopra. Si liberarono degli abiti residui. Lui la guardava, i gomiti poggiati sul letto, il cazzo duro in vista. Appena nuda, gli si avventò addosso. Afferrò il sesso e se lo indirizzò nella fica. Iniziò a cavalcarlo, ansimando e facendo dondolare i seni, quando si chinava verso di lui per baciarlo. Lui glieli leccava, li baciava, succhiava i capezzoli turgidi, duri come more immature. La fica strusciava sul suo bacino.
“Quando stai per venire, tiralo fuori.” Senza smettere di cavalcarlo. La sua fica addosso lo faceva impazzire. Le strizzò i seni fino a vederli diventare bianchi intorno alle dita.
Non rispose. Lasciò i seni, e affondò le dita nelle natiche. La immobilizzò su di sé. Inarcò il bacino e si lasciò andare, sborrandole dentro. Non sentiva le sue ingiurie, mentre pensava sorridendo:”Forse il primogenito per il marchese arriverà …”