Solleone

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Alzo gli occhi dal libro e mi accorgo che in spiaggia non c’è più nessuno. Dev’essere una di quelle spiagge senza tedesche, ceche o polacche: incredibile che non ci sia nessuna di loro ad arrostire sotto il solleone! Pensandoci meglio, una tedesca c’è: ha i capelli neri e un nome italiano, però. Accanto all’ombrellone che protegge me e il mio Simenon, ci sei tu, Silvia, sdraiata sulla pancia, reggiseni slacciato, i cui lembi giacciono accanto ai tuoi seni schiacciati sul telo da mare, unta di crema e occhiali da sole infilati nei capelli. Neri.
I miei occhi vagano sulla tua pelle lucida, si soffermano a esaminare goccioline di sudore che la imperlano qui e là, accarezzano i tuoi seni, scendono fino al culo, in mezzo al quale lo slip, già striminzito di suo, è stato infilato per permettere un’abbronzatura omogenea. Scendono sulle gambe, i piedi. Risalgono di nuovo fino al culo e lì si fermano. Ho un’erezione che mi fa dimenticare che avevo il broncio con te per essere stato costretto a mangiare un panino in spiaggia. Come un tedesco.
D’istinto, accavallo le gambe e mi guardo intorno: i lettini sono tutti vuoti, i teli di spugna stesi al sole, giacciono abbandonati come se tutta la popolazione che li occupava rumorosamente fino a pochi minuti prima fosse dovuta scappare via, o fosse stata risucchiata da un’astronave aliena.
Solo, a pochi metri, un uomo di mezza età si è addormentato e, di tanto in tanto, russa riuscendo a essere più rumoroso delle onde che si frangono sulla spiaggia. I suoi occhi sono protetti da un paio di occhiali da sole fuori moda. Provo quasi pena per lui a vederlo cuocere sotto questo sole d’agosto.
Mi avvicino a te e, senza sapere se i miei movimenti sono dettati dalla voglia di vendicarmi o dall’eccitazione, ti sfioro la schiena, fino al culo. Con due dita seguo il contorno del costume. Do un’occhiata interrogativa al dormiente, che tale appare ancora, e infilo la mano fra le natiche. Il movimento di sorpresa delle tue natiche mi comunica che non dormi. Anzi, allarghi le gambe per permettere alla mia mano di arrivare fino alla fica. A ogni buon conto, alzi la testa, dai uno sguardo panoramico alla spiaggia e ti fermi con gli occhi a interrogare i miei. Mi sforzo di essere inespressivo quanto rassicurante, mentre i miei polpastrelli sono arrivati ai peli e ti sento pulsare contro il palmo. Devi sentirti a tuo agio, a giudicare da come sposti il bacino per consentire alla mia mano di spadroneggiare sulla tua fica. Spingo un dito fra le labbra e ti trovo giù umida. Il rischio di essere visti, sebbene l’unico presente dorma profondamente, anziché scoraggiarmi, mi rende audace: porto la mano alla bocca per saggiare il sapore della tua eccitazione. La tua mano destra, si muove lentamente verso di me, fino a stringere, attraverso la stoffa del costume, il mio cazzo duro. Le tue dita strette si muovono su e giù. Mi sollevo un po’, poso le labbra sul tuo collo e le lascio scivolare socchiuse lungo la schiena. Ti lecco la parte di seno visibile, la bacio. Ho stretta nella mano la tua fica umida, di nuovo. Muovo un dito fra le labbra, lo lubrifico, e lo sposto fino al clitoride su cui lo premo con forza, e poi lo tormento girandoci intorno come se volessi ipnotizzarlo.
Sollevi il bacino. Uno sguardo da entrambi verso l’uomo che dorme: in quella posizione, adesso, non puoi più fingere di dormire. La tua mano mi attira verso di te, tirandomi per il cazzo. Lo struscio contro una coscia. Ti giri, con la schiena contro di me, dando modo alla mia mano di agire liberamente sulla tua fica. Spingo un dito dentro. Scivola, facile. L’altra mano ti afferra un seno, che non ti sei preoccupata di coprire. Mi sento un giocoliere: un indice gira intorno al clitoride; l’altro intorno a un capezzolo. Ti succhio il collo, con l’intenzione di lasciarti un succhiotto vistoso. Reclini in capo, avvolgendomi con i capelli. Struscio il cazzo contro il tuo culo. La tua mano arriva in suo soccorso, liberandolo dal costume, poi si ferma su una mia natica per aiutarmi a spingere il bacino contro il tuo. I nostri sguardi apprensivi verso il tipo, che continua a dormire dietro i suoi occhiali da sole, si fanno più frequenti ma meno preoccupati: i nostri corpi e le nostre menti sono prese da altro.
Ti sposti. Sei sulla schiena. Ti vengo sopra. I seni splendidi che guardano i miei occhi. E’ più probabile il contrario, ma che importa. Strofino il cazzo contro la fica. Muovendo il bacino su e giù, quasi come se fosse casuale, mi ritrovo dentro di te. Gemo. Gemi. Espelliamo tutta l’aria che avevamo nei polmoni. Poi respiriamo di nuovo, mentre entro ed esco da te, lentamente. Incomincio a dubitare che l’omino dorma davvero, quando vedo il suo costume sollevarsi a rivelare un’erezione prepotente. Mentre le mie palle lambiscono le tue cosce, affondandoti dentro, mi attraversa l’idea che sia sveglio e che non osi muoversi per non rivelarlo.
Tutto sommato, non fa che rendere la cosa più eccitante. Devi aver capito tutto, dopo aver seguito il movimento dei miei occhi, come se stessi leggendo i miei pensieri. La tua risposta è l’affondo delle unghie nelle mie natiche, mentre mi sorridi, ansimando. Ti lecco il collo, le tette. Le bacio, succhio i capezzoli, ora l’uno ora l’altro. E pompo dentro di te con foga crescente. Mi accarezzi il viso, la schiena, infine affondi ancora le unghie nel mio culo. Insinui un dito nel costume, e mi sfiori il perineo. Sai che questo abbatterà le mie ultime difese. Anche tu, però, sei prossima all’orgasmo. L’uomo che, ormai è chiaro, non dorme più, è irrigidito: tutti i suoi muscoli sono tesi nello sforzo di non muoversi. La sua erezione è evidente. Affondo la testa sul tuo collo, mentre vengo furiosamente. I mio bacino viene travolto dal tuo orgasmo. I nostri respiri sono assordanti. Ho persino dimenticato che siamo sulla spiaggia.
“Nonna, cosa fanno quei signori?”
Una sessantenne, tostata, più che abbronzata, tiene per mano un bambino di quattro o cinque anni. Ha i capelli corti, come si conviene a una donna della sua età. Il pareo, come si fa tornando in spiaggia o andandone via. Lo sguardo fisso su di noi, sebbene, attraverso gli occhiali da sole, mi sembra che indugi in particolare sul mio culo. Mentre si passa la lingua sulle labbra, strattona il nipote: “Vieni via, Ambrogino!”
Mentre finalmente il signore accanto è libero di muoversi per aggiustarsi gli organi riproduttivi, la nostra immobilità è rotta sollo dall’ondeggiare dei nostri petti ansanti.
Non è tanto l’essere stati scoperti in quella posa, però, a turbarmi: possibile che io, ragazzo poco più che quarantenne, sembri un “signore”?

5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. agatagrop
    Ago 13, 2014 @ 12:23:46

    Ahhh, finalmente ho avuto tempo di leggere!! Mamma mia, questi ragazzoni sono dei maiali (1) e non vogliono proprio crescere (2)

    Rispondi

  2. colpoditacco
    Feb 27, 2015 @ 23:21:47

    Molto interessante ma la tedesca e il mare un po’ un luogo comune… ahahah 😛 comunque fa accalorare anche a febbraio

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