I tuoi piedi

 

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Ti ho sborrato sui piedi. Il grosso sul piede destro; qualche goccia sul sinistro. Il sorriso che avevi sul viso è sfumato, fino a indurirsi.
Hai allungato il sinistro fino al mio viso, e te lo sei pulito sulla guancia. Hai allungato l’altro verso la mia bocca, inarcando la pianta come solo le ballerine sanno fare e mi hai ordinato: “Lecca!”
L’inconsistenza di un attimo ha visto passare il mio orgoglioso spirito di contadino appenninico. Se tu fossi stata un’altra, sarebbe stato lui a impadronirsi di me. Invece …
… invece, fingendo anch’io uno sguardo serio, la cui serietà era dovuta soltanto all’eccitazione che tornava prepotente, ho diligentemente leccato il collo del tuo piede, ripulendolo di ogni traccia di sperma, lasciandolo lucido della mia saliva. Ho anche capito perché molte donne non vogliono ingoiare: non è che lo sperma sia poi così appetibile!
Quando i miei occhi hanno di nuovo incontrato i tuoi, ho avuto il sospetto che tu stessi assaporando un’inattesa sensazione di potere. Ho scacciato il pensiero, considerando che mi era tornata, prepotente, l’erezione, mentre ancora ti leccavo. Col piede, hai giocato un po’ col mio cazzo. Poi l’hai premuto sul ventre, verso l’altro, pianta sull’asta e tallone sulle palle. In piedi di fronte a te, che eri seduta sul letto, ho fatto fatica a reggermi, puntellato sulle gambe. Cercavo un appoggio che non c’era, alle mie spalle, per fronteggiare la pressione della tua gamba tesa e le mie, invece, molli.
Andavi su e giù, segandomi. Il cazzo mi faceva un po’ male, ancora, non avendo avuto tregua. Un dolore sovrastato dalle endorfine che il mio cervello sparava con vigore in tutto il corpo, insieme ad altre sostanze. Potevo quasi sentirle percorrermi le vene, il sistema nervoso, fin dentro le ossa.
L’altro piede, me l’hai portato al petto, giocando con le dita su un capezzolo. Ho come avuto la sensazione di vedere un sorriso attraversarti il volto, mentre ti avvicinavi con la testa, lasciando andare le gambe. Hai soppesato le palle con una mano, con l’altra mi hai scoperto il glande. Ci hai picchiettato con la lingua sopra, facendomi soffrire i piaceri del paradiso. Leccata al frenulo, altra alla cappella, girandoci intorno. Ricopertala, hai proseguito baciandomi la punta. Mentre lo tenevi stretto in mano, l’hai lasciato scivolare in bocca, risucchiandolo tutto, lasciando che la mano si occupasse delle palle, mentre con l’altra mi accarezzavi il culo. Sapevo, senza vederlo, che le tue unghie affilatissime mi lasciano scie rosa scuso sulle natiche. L’indice s’insinuava fra le natiche, provocandomi un brivido mentre l’unghia sfiorava l’ano, e poi il perineo, fino alle palle, quasi a congiungersi con l’altra tua mano. Guardavo il cazzo sparire nella tua bocca per poi riapparire. Chiudevo gli occhi, mentre la tua unghia mi sfiorava di nuovo l’ano, premendoci contro, come se volessi infilarmi un dito dentro. Come se? In effetti, dopo un po’, la tua unghia era tutta nel mio culo. Ero in apnea per il piacere e per il timore che mi graffiassi. Tutti i muscoli del mio corpo erano tesi in modo parossistico. Il tuo dito affondava nel culo, il cazzo nella bocca. Ho dovuto posare una mano sul tuo capo per non cadere. L’hai respinta, mi hai fatto girare e, alle mie spalle, mentre sentivo il tuo respiro sul collo e le tue tette premermi sulla schiena, con la mano mi segavi dolcemente. L’unghia è tornata a tormentare l’ano, poi a spingere. In breve, uno dei tuoi indici spariva nel mio culo. Ho visto la nostra immagine nello specchio: sembrava che la mia erezione fosse dovuta al fatto che il tuo dito, dal culo, potesse arrivare fino a riempirmi il cazzo. Concentrandomi a guardare una mosca che saltava da un punto all’altro dello specchio, sono riuscito a ritardare l’orgasmo. Ho sentito i tuoi denti affondare nella carne di una mia natica, dopo un po’. La sensazione di essere completamente nelle tue mani era stravolgente. Hai tolto il dito dal culo, lasciato che la mano salisse lungo l’addome, il petto … L’altra non smetteva di segarmi, ormai con un ritmo insostenibile. Hai giunto pollice e indice su un capezzolo e mi hai pizzicato forte con le unghie. Le variazioni imposte dalla tua mano al mio cazzo hanno finalmente avuto la meglio, dandomi, nel giro di pochi minuti, un secondo orgasmo devastante. Lo sperma è andato a incollarsi sullo specchio, dove poco prima saltellava la mosca. Chissà dov’era finita, adesso.
Respirando a fatica, ti ho detto: “Da lì non se ne parla proprio di leccarlo …”
Sei scoppiata a ridere. Lo avrei fatto anch’io, se ne avessi avuto la forza.

Puttanella

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“Merda!”
Continuo a sculettare sulla stradina buia, fingendo di ignorare i lazzi dei quattro ragazzoti che mi urlano oscenità dall’auto che mi segue lentamente accanto al marciapiedi.
Guardo dritto, femmina quanto più posso: non so come reagirebbero se dovessero accorgersi che sono un uomo.
E pensare che, finora, la serata si era svolta come pensavamo. Ci stavamo divertendo come pazzi, fino a poco fa. L’ora abbondante passata a farmi diventare una donna: mi hai aiutato a depilarmi le gambe, a vestirmi e truccarmi come una puttana di strada – lo ammetto, non sono vestito come una signorina perbene, ma non faceva che aumentare il divertimento – rimediare e farmi calzare una lunga parrucca nera che si intonasse col mio incarnato … Mi viene un dubbio cretino: che una parrucca si calzi, s’indossi o cos’altro?
Un altro colpo di clacson accompagnato da una serie di apprezzamenti che non condivido del tutto sul mio culo mi riporta alla realtà. Ed è una realtà tutt’altro che rassicurante. Dove cazzo sei finita?

Mi avevi convinto, prima che tutto avesse inizio, sussurrandomi all’orecchio: “dopo ti farò impazzire”. Erezione immediata, sangue alla testa e azzeramento della mia volontà.

Siamo usciti insieme in strada, come due amiche. Abbiamo mangiato una pizza, sedute su uno sgabello, dove abbiamo troieggiato facendo vedere le mutande – le tue, almeno, che le indossavi – a tutti. La cosa più difficile è stata trattenere le risate. Lunga camminata per una via del centro, a raccogliere sguardi arrapati. C’è stato un momento in cui era percepibile la sensazione di magnetismo che avevamo sui cazzi dei maschi che ci guardavano, come se, al nostro passaggio, si alzassero come militari a una parata.
Mi hai condotto, poi, in un cinema a luci rosse. Credevo che nell’era di youporn non esistessero più. Credevo che mi prendessi in giro, quando me l’hai proposto. Eri seria, tanto seria che intuivo quanto eccitata dovessi essere a mettere in pratica le tue fantasie. Siamo entrate e mi hai spinto a sedermi vicino a un essere viscido seminascosto da un impermeabile, mentre ti sei seduta lontano. Ho eseguito le tue istruzioni. Gli occhi fissi sullo schermo, gli ho accarezzato la gamba. Incredulo, mi ha preso la mano e l’ha portata sui suoi pantaloni, facendomi strofinare il palmo sulla sua erezione. Ha tirato giù la lampo e mi ha messo in mano un cazzo non memorabile. L’ho segato come se stessi facendo un compito, sperando che tu venissi a togliermi di lì, ma ho potuto alzarmi e sculettare alla toilette solo quando è venuto. Mi sono lavato le mani e sono uscito a cercarti. Almeno, è questo che credevo. Invece eri davanti alla porta del bagno. Contavi banconote e facevi un cenno a un tale verso di me. In quel momento ti adoravo e ti odiavo con tutto il cuore.
Il tipo, meno viscido del precedente, per fortuna, dopo essersi chiuso la porta alle spalle, si è sbottonato e mi ha fatto inginocchiare per prenderglielo in bocca. Stavolta ci ho messo più passione: pur non essendo affamato di cazzo, ho apprezzato il suo. Gli ho leccato le palle, l’ho segato un po’ tenendogli la cappella in bocca, e poi l’ho preso tutto fra le labbra facendomelo scivolare tutto in bocca. Considerando che era il mio primo pompino, credo di essere stato bravo. Ho temuto il peggio solo quando, mentre mi sborrava in gola, mi premeva la nuca verso di lui. Pensavo, mentre rischiavo di soffocare ricevendo fiotti di sperma in bocca, che la parrucca poteva rimanergli in mano e svelare la mia vera identità. Senza neppure pulirsi, si è tirato su la lampo ed è uscito. Ho pensato che fosse tutto opera della tua capacità di contrattazione e dei termini che dovevi avergli comunicato. Se non avessi avuto il cazzo duro anch’io, per l’eccitazione che faceva confluire lo stare con te, il saperti eccitata come una porca – cose che non vedevo l’ora di verificare – e, sì, lo ammetto, per aver gustato inaspettatamente il pompino, avrei avuto voglia di piccharti.
Invece, appena fuori, mi sono lasciato trascinare da te che mi tenevi per mano, verso quest’altra avventura da cui, ora, non vedevo nessuna via d’uscita. Se non in un trafiletto nella cronaca nera del giorno dopo.
I quattro fresconi erano così presi dalle liriche che riguardavano il mio culetto da non accorgersi dell’auto che li stava sorpassando. Facendo stridere i freni, hai inchiodato, hai tirato fuori una pistola e, facendo sentire il freddo della canna a uno degli occupanti, hai sussurrato all’intero gruppo: “Sparite: quella è roba mia”.
Cazzo, sono stato quasi orgoglioso di te. Sono saltato in macchina e ho guardato l’auto dei ragazzi partire sgommando.
“Dove cazzo eri? E dove hai preso quella pistola?”
“Era qui. Forse la usa papà per i cani.”
Mi hai preso la mano e me l’hai tirata su una tetta quasi libera dalla camicetta: “Senti come mi batte il cuore …”
Il mio batteva più forte, questo è certo. Guardando un mio ginocchio: “Guarda, mi sono anche smagliato una calza!”
Dieci secondi di silenzio.
Poi un uragano di risate, senza avere neppure la forza di abbracciarci.
Adrenalina a mille, erezione ormai soltanto un ricordo, ho infilato una mano sotto la tua gonna per vedere che effetto aveva fatto a te. Eri bagnata, il pulsare era ancora più evidente fra le tue labbra che sul tuo cuore. “Andiamo a casa” ho detto, dopo essermi leccato le dita.
“Ogni tuo desiderio è un ordine, mia puttanella”. Quel “puttanella” me l’ha fatto drizzare di nuovo.

Senza neanche chiudere la porta, avevo le mani sotto la tua gonna e le tue sotto la mia. Mi tenevi forte il cazzo, mi accarezzavi le palle mentre ci baciavamo.
Hai chiuso la porta e siamo saliti in camera da letto.
“Non spogliarti” e sei sparita. Quando sei tornata, ero sdraiato sul letto. Hai spinto via una scarpa e mi hai posato un piede sul viso. L’ho leccato, baciato, infilando la lingua fra le dita, per quanto me lo consentisse il nylon della calza. Hai fatto scivolare il piede lungo il mio corpo, fino a fermarlo premuto sul cazzo. Avevi la mani dietro la schiena.
“Girati, cagnetta.”
Mi sono girato. Non ho aspettato che me lo ordinassi, per sollevare il culo, la testa affondata nei cuscini.
Mi hai preso il cazzo in mano, con delicatezza. Mi leccavi le palle, il perineo, l’ano. Ci hai sputato sopra. Ho sentito un dito spalmare per bene la saliva, esercitando una lieve pressione verso l’interno. Il mio cuore che aveva da poco ripreso un ritmo normale si è messo a pompare di nuovo in modo martellante.
Hai spinto un dito dentro, lentamente, senza smettere di accarezzarmi il cazzo e le palle.
Dopo un po’, ho sentito un liquido vischioso spalmato intorno al tuo dito. Olio? Il tuo dito andava e veniva con facilità, adesso. Troppa, devi aver pensato, visto che me ne hai spinto dentro un secondo.
Ho avuto la certezza che stessi soltanto allargando la strada per qualche altra cosa. Certezza confermata dal fatto che hai tirato fuori le dita. Ti ho sentita armeggiare, ho cercato di girare la testa ma non potevo vedere che il tuo busto muoversi agitando le splendide tette.
Quando hai smesso di manovrare, infatti, ho avvertito il freddo contatto della plastica spingere sul mio culo. Ben unto, hai strusciato il cazzo di gomma – lo strapon,, ormai ne ero certo – fra le mia natiche. Ancora olio, poi la punta contro l’ano. La tua mano è tornata al mio cazzo, passando davanti, mentre spingevi delicatamente sempre più a fondo. Appena l’ho sentito tutto dentro, ho temuto di essere già venuto. Sentivo il contatto col tuo corpo a ogni affondo, le tue tette strusciarmi sulla schiena mentre mi accarezzavi le palle e mi premevi il cazzo contro il ventre. Poi il ritmo è aumentato, nel culo, il tuo bacino spingeva più forte e più a fondo, riempiendomi, e sul cazzo, dove la tua mano diventava frenetica. Sempre di più. Più forte, più a fondo. Ti riempivi la mano delle mie palle, per poi tornare a segarmi con violenza. Mentre sentivo sbatterti con forza contro il culo, dentro il culo, la tua mano aggrappata cazzo, mi hai sussurrato, facendomi sborrare: “Godi, puttanella …”
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Solleone

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Alzo gli occhi dal libro e mi accorgo che in spiaggia non c’è più nessuno. Dev’essere una di quelle spiagge senza tedesche, ceche o polacche: incredibile che non ci sia nessuna di loro ad arrostire sotto il solleone! Pensandoci meglio, una tedesca c’è: ha i capelli neri e un nome italiano, però. Accanto all’ombrellone che protegge me e il mio Simenon, ci sei tu, Silvia, sdraiata sulla pancia, reggiseni slacciato, i cui lembi giacciono accanto ai tuoi seni schiacciati sul telo da mare, unta di crema e occhiali da sole infilati nei capelli. Neri.
I miei occhi vagano sulla tua pelle lucida, si soffermano a esaminare goccioline di sudore che la imperlano qui e là, accarezzano i tuoi seni, scendono fino al culo, in mezzo al quale lo slip, già striminzito di suo, è stato infilato per permettere un’abbronzatura omogenea. Scendono sulle gambe, i piedi. Risalgono di nuovo fino al culo e lì si fermano. Ho un’erezione che mi fa dimenticare che avevo il broncio con te per essere stato costretto a mangiare un panino in spiaggia. Come un tedesco.
D’istinto, accavallo le gambe e mi guardo intorno: i lettini sono tutti vuoti, i teli di spugna stesi al sole, giacciono abbandonati come se tutta la popolazione che li occupava rumorosamente fino a pochi minuti prima fosse dovuta scappare via, o fosse stata risucchiata da un’astronave aliena.
Solo, a pochi metri, un uomo di mezza età si è addormentato e, di tanto in tanto, russa riuscendo a essere più rumoroso delle onde che si frangono sulla spiaggia. I suoi occhi sono protetti da un paio di occhiali da sole fuori moda. Provo quasi pena per lui a vederlo cuocere sotto questo sole d’agosto.
Mi avvicino a te e, senza sapere se i miei movimenti sono dettati dalla voglia di vendicarmi o dall’eccitazione, ti sfioro la schiena, fino al culo. Con due dita seguo il contorno del costume. Do un’occhiata interrogativa al dormiente, che tale appare ancora, e infilo la mano fra le natiche. Il movimento di sorpresa delle tue natiche mi comunica che non dormi. Anzi, allarghi le gambe per permettere alla mia mano di arrivare fino alla fica. A ogni buon conto, alzi la testa, dai uno sguardo panoramico alla spiaggia e ti fermi con gli occhi a interrogare i miei. Mi sforzo di essere inespressivo quanto rassicurante, mentre i miei polpastrelli sono arrivati ai peli e ti sento pulsare contro il palmo. Devi sentirti a tuo agio, a giudicare da come sposti il bacino per consentire alla mia mano di spadroneggiare sulla tua fica. Spingo un dito fra le labbra e ti trovo giù umida. Il rischio di essere visti, sebbene l’unico presente dorma profondamente, anziché scoraggiarmi, mi rende audace: porto la mano alla bocca per saggiare il sapore della tua eccitazione. La tua mano destra, si muove lentamente verso di me, fino a stringere, attraverso la stoffa del costume, il mio cazzo duro. Le tue dita strette si muovono su e giù. Mi sollevo un po’, poso le labbra sul tuo collo e le lascio scivolare socchiuse lungo la schiena. Ti lecco la parte di seno visibile, la bacio. Ho stretta nella mano la tua fica umida, di nuovo. Muovo un dito fra le labbra, lo lubrifico, e lo sposto fino al clitoride su cui lo premo con forza, e poi lo tormento girandoci intorno come se volessi ipnotizzarlo.
Sollevi il bacino. Uno sguardo da entrambi verso l’uomo che dorme: in quella posizione, adesso, non puoi più fingere di dormire. La tua mano mi attira verso di te, tirandomi per il cazzo. Lo struscio contro una coscia. Ti giri, con la schiena contro di me, dando modo alla mia mano di agire liberamente sulla tua fica. Spingo un dito dentro. Scivola, facile. L’altra mano ti afferra un seno, che non ti sei preoccupata di coprire. Mi sento un giocoliere: un indice gira intorno al clitoride; l’altro intorno a un capezzolo. Ti succhio il collo, con l’intenzione di lasciarti un succhiotto vistoso. Reclini in capo, avvolgendomi con i capelli. Struscio il cazzo contro il tuo culo. La tua mano arriva in suo soccorso, liberandolo dal costume, poi si ferma su una mia natica per aiutarmi a spingere il bacino contro il tuo. I nostri sguardi apprensivi verso il tipo, che continua a dormire dietro i suoi occhiali da sole, si fanno più frequenti ma meno preoccupati: i nostri corpi e le nostre menti sono prese da altro.
Ti sposti. Sei sulla schiena. Ti vengo sopra. I seni splendidi che guardano i miei occhi. E’ più probabile il contrario, ma che importa. Strofino il cazzo contro la fica. Muovendo il bacino su e giù, quasi come se fosse casuale, mi ritrovo dentro di te. Gemo. Gemi. Espelliamo tutta l’aria che avevamo nei polmoni. Poi respiriamo di nuovo, mentre entro ed esco da te, lentamente. Incomincio a dubitare che l’omino dorma davvero, quando vedo il suo costume sollevarsi a rivelare un’erezione prepotente. Mentre le mie palle lambiscono le tue cosce, affondandoti dentro, mi attraversa l’idea che sia sveglio e che non osi muoversi per non rivelarlo.
Tutto sommato, non fa che rendere la cosa più eccitante. Devi aver capito tutto, dopo aver seguito il movimento dei miei occhi, come se stessi leggendo i miei pensieri. La tua risposta è l’affondo delle unghie nelle mie natiche, mentre mi sorridi, ansimando. Ti lecco il collo, le tette. Le bacio, succhio i capezzoli, ora l’uno ora l’altro. E pompo dentro di te con foga crescente. Mi accarezzi il viso, la schiena, infine affondi ancora le unghie nel mio culo. Insinui un dito nel costume, e mi sfiori il perineo. Sai che questo abbatterà le mie ultime difese. Anche tu, però, sei prossima all’orgasmo. L’uomo che, ormai è chiaro, non dorme più, è irrigidito: tutti i suoi muscoli sono tesi nello sforzo di non muoversi. La sua erezione è evidente. Affondo la testa sul tuo collo, mentre vengo furiosamente. I mio bacino viene travolto dal tuo orgasmo. I nostri respiri sono assordanti. Ho persino dimenticato che siamo sulla spiaggia.
“Nonna, cosa fanno quei signori?”
Una sessantenne, tostata, più che abbronzata, tiene per mano un bambino di quattro o cinque anni. Ha i capelli corti, come si conviene a una donna della sua età. Il pareo, come si fa tornando in spiaggia o andandone via. Lo sguardo fisso su di noi, sebbene, attraverso gli occhiali da sole, mi sembra che indugi in particolare sul mio culo. Mentre si passa la lingua sulle labbra, strattona il nipote: “Vieni via, Ambrogino!”
Mentre finalmente il signore accanto è libero di muoversi per aggiustarsi gli organi riproduttivi, la nostra immobilità è rotta sollo dall’ondeggiare dei nostri petti ansanti.
Non è tanto l’essere stati scoperti in quella posa, però, a turbarmi: possibile che io, ragazzo poco più che quarantenne, sembri un “signore”?