Vuoi un po’ di panna?

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Certo che ho voglia di panna!
“Purché sia panna vera e non qualche schifezza di grasso vegetale idrogenato …”
“E già, io poi ero così scema da mangiare la hoplà! E’ pura panna di latte appena montata. Ma, considerando la sua attuale collocazione, non dovresti fare storie.”
Hai ragione: hai due ditate di panna su ogni capezzolo, e un bel pugno sulla fica.
Ti sei seduta sul tavolo d’acciaio, gambe larghe e sorriso ancora più largo. Il contatto col metallo ti fa rabbrividire: la pelle d’oca ti rende ancora più sexy, per tacere del brivido che percorre il tuo corpo, facendo fluttuare i seni. Mi avvicino e lecco la panna da un capezzolo. Indugio, lo prendo fra le labbra e lo lascio andare solo dopo averlo fatto allungare verso di me. Ripeto l’operazione con l’altro. Mi guardi seria, adesso. Cambi posizione per liberare una mano, che mi accarezza la testa. Lecco per bene ogni traccia residua dai seni, sentendo i capezzoli ergersi ancora di più, turgidi, rossi in mezzo al viola delle areole. Adesso non hai più l’aria di streap-teaseuse che avevi poco fa, con i capezzoli e la fica coperti di panna. La mia lingua scivola sotto i seni, lungo l’addome. Indugia nell’ombelico, con la testa sempre accompagnata dalla tua mano.
Quando arrivo al pube, la pressione della tua mano si alleggerisce, mentre inspiri rumorosamente.
Ti accarezzo le cosce, col dorso delle mani nell’interno. Lecco lentamente la panna che ti ricopre la fica. Dopo un po’ il gusto si fonde col tuo sapore, il tuo odore intenso mi riempie le narici. Adesso sono avido, mentre il mio cazzo è di nuovo duro da far male.
E’ quasi con pudore che me lo tocco, mentre ingoio le ultime tracce di panna, guardando la tua pelle resa lucida dalla mia saliva; la tua fica resa lucida e filante dalla tua eccitazione.
La punta della mia lingua sale e scende fra le tue labbra turgide. La spingo fin dove può, come se potessi scoparti così. Ti bacio, poi bacio il clitoride. Lo lecco, lo succhio, te lo spompino. Il suono della mia bocca, dei nostri umori, del clitoride che rimbalza è l’unico rumore che si sente, se si esclude il tuo ansimare.
Sei puntellata sui gomiti, testa riversa all’indietro. Immagino i tuoi occhi chiusi. I tuoi seni si adagiano ai lati del corpo, i capezzoli sempre turgidi in cima.
Bacio l’interno delle tue cosce, il pube, e poi torno alla carica fra le tue labbra. Bevo, più che leccare, i tuoi umori intensi, aspiro a piene narici il tuo odore. Picchietto con la punta della lingua sul clitoride, poi interno-esterno delle labbra. Ti apro con le dita e lecco fin dove posso.
Lascio scivolare un dito dentro, ma il tuo corpo mi comunica il suo dissenso.
Allungo una mano a pizzicarti un capezzolo, allora, e torno a tormentarti fra le cosce, mia clitori Dea.
Succhio, lecco, bacio con frenesia crescente, come crescente è il tuo ansimare. La mano aperta si riempie del seno, mentre la bocca aperta diventa una ventosa che aspira dalla tua fica.
Entrambe le mani, adesso, sono occupate dai tuoi seni, mentre la testa ondeggia fra le tue cosce.
Cosce che, adesso che le mie mani sono al centro del tuo corpo, sono libere di avvolgersi dietro la mia nuca, con i piedi incrociati. Sentirli addosso mi eccita ancora di più. Vorrei ficcarti il cazzo dentro con tutte le mie forze, ma sento che se mi muovessi adesso mi odieresti.
Lo sbattere di una porta ci fa sobbalzare. Non è che il vento, però. Almeno, questo è ciò che sentenziano i nostri corpi eccitati, e torniamo a occuparci di noi, di te.
E’ incredibile quanto secerna il tuo corpo. Pure, non sono sazio, e continuo a succhiarne, a berne.
Una delle mani scende ad accarezzarti il pube, giusto dove crescono gli ultimi peli, mentre picchietto e succhio il clitoride. Il tuo corpo è così teso che ho paura che le tue gambe possano soffocarmi. Il tuo bacino ondeggia contro la mia bocca, sbatte contro i miei denti, ma non sembri accorgertene. Assecondo il tuo movimento, senza smettere di leccartela, fino a quando una tua mano mi schiaccia la testa sulla fica e urli tutto il tuo piacere.

Sono così accalorato ed eccitato che, nonostante tutte le buone intenzioni, non riesco ad aspettare che tu riprenda un respiro regolare, che si attenuino le onde del tuo orgasmo, che sono già col cazzo in mano a strusciartelo sulla fica. Te la dipingo di cazzo, tenendo le mani sui tuoi fianchi, accarezzandoti le cosce. Poi, preso da frenesia, ti afferro per i fianchi, ti giro – ma tu assecondi ogni mio movimento, con sguardo quasi curioso e incredulo – e ti ritrovi con le tette sul freddo dell’acciaio. Infatti hai un brivido che ti fa scuotere il culo in modo evidente. E’ troppo: sono tutto incollato al tuo corpo, il mio petto aderisce alla tua schiena, piegati entrambi sul tavolo, le mie mani cercano i tuoi seni, li strizzano forte. Spingo il bacino contro il tuo culo: il mio sesso è così duro e dritto, il tuo così fradicio e scivoloso, che si ritrova tutto dentro la tua fica senza neanche accompagnarlo con la mano. Dopo un po’ di spinta in quella posizione, mentre ti lecco la nuca, ti mordo dietro una spalla, come un gallo, e le mie mani sono ancorate saldamente ai tuoi seni, mi sollevo. Porto le mani ai tuoi fianchi e affondo colpi poderosi che hanno il risultato di farti scivolare sul tavolo, farti espirare fragorosamente e mandarmi fuori di testa. Riesco, tuttavia, a far scivolare un dito lungo le tue vertebre, come a volerle contare. Non che serva: arrivato a due ricomincio ogni volta. E intanto ti scopo sempre più forte, mentre tu mi dici, pleonastica: “scopami sempre più forte, sì …”
E lì, vengo.

Just in time

ImmagineQuando sono entrato nella cucina del ristorante, con la cesta del pane in mano, ho avuto una strana sensazione di vuoto. Di solito è affollata di gente che corre di qua e di là per preparare le varie portate, di gente che a stento mi dà retta per quanto è presa dal lavoro, mentre adesso è vuota. Sento soltanto il rumore assordante dell’impastatrice planetaria dall’altra parte della cucina. Mi libero della cesta, poggiandola su un tavolo d’acciaio inox – come tutto il resto della cucina, d’altronde: tutto lucido, brillante, pulito acciaio – e mi avvio verso la macchina in moto, dove suppongo che debba esserci qualcuno.
Qualcuna c’è: Alessandra sta raccogliendo una macchia di crema da terra. Mi dà le spalle e, china com’è, mette in mostra un paio di cosce che sembrano non finire mai. Dopo un po’ che sei lì a pulire con della carta, ho come l’impressione che ti sia accorta di me e che indugi in quella posa a bella posta.
Quando ti alzi e ti giri, infatti, mi prendi in giro con un: “Beh, non hai mai visto due cosce?”
Non paga, guardi i miei jeans che non riescono a nascondere la mia erezione, con insistenza, facendomi arrossire violentemente. Balbetto qualcosa a proposito di quanto mi stai provocando, e mi rispondi: “Bah, tutti uguali voi uomini: solo chiacchiere.”
E’ il prosieguo di un botta e risposta che va avanti da settimane, fra te e me, di continue battute che mai, finora, ci avevano trovati soli e a così poca distanza. Afferro i tuoi polsi e ti guardo fissa negli occhi, che si sorridono: “Ah, sì?” Il mio cuore – ma no, diciamocelo, non è esattamente il cuore, è qualche decina di centimetri più in basso – spera che il contatto diventi più stretto; il cervello, invece, teme una ginocchiata nelle palle o, peggio, una risata di scherno che ridimensioni tutta la tensione che si sta accumulando fra i nostri corpi. A decidere, invece, è un piccolo grumo di crema rimasta a terra sotto una tua scarpa: scivoli a terra sulla schiena e, visto che non posso mollare la presa sui tuoi polsi, cercando di attenuare la tua caduta, ti rovino addosso, finendo entrambi lunghi distesi. Sei tu a prendere l’iniziativa: mi mordi il labbro inferiore e il morso, in breve, diventa un bacio con le lingue che s’incrociano in bocca. La presa delle mie mani sui tuoi polsi si allenta, e una tua mano arriva ad accarezzarmi il collo, mentre l’altra s’infila sotto la mia t-shirt, cercando la mia schiena. Le mie, intanto, si dividono fra il tuo viso e l’incavo fra i tuoi seni, seguendo il percorso della scollatura del camice. Sembri provare un piacere particolare nel farmi sentire le unghie sulla pelle, che immagino colorarsi di rosso dopo il loro passaggio. Mi tieni, con l’altra mano, il collo così stretto verso di te che non riesco a muovermi. Lascio perdere i seni e faccio scivolare la mano lungo le tue cosce, che sono presto scoperte dal camice che cede con facilità. Il rumore della planetaria è ormai una lontana eco, sommerso dal pulsare violento del mio cuore. La tua lingua sa di buono, la tua saliva, una bevanda che mi disseta di cui sono avido. Le mie mani si riempiono delle tue cosce, delle tue natiche, e le tue unghie continuano a regalarmi brividi che mi fanno sentire perso. Per un attimo, penso che potrebbe entrare qualcuno in cucina e trovarci così, in una posa che lascerebbe ben poco spazio di manovra alla mia faccia tosta di inventare qualche scusa. Approfitti della mia indecisione, mi afferri per i fianchi e mi ribalti sulla schiena, rimanendo in una posizione opposta a quella in cui ci trovavamo.
Mi afferri il viso con entrambe le mani e mi baci le guance, le palpebre, il collo. Mi sfili la maglietta e continui sul petto, fino ad affondare i denti intorno ai miei capezzoli. Il dolore si confonde col piacere, e non fa che esasperare la mia eccitazione: sbottono con frenesia il tuo camice, ritrovandomi fra le mani i tuoi seni che accarezzo, lecco, bacio. Ci affondo il viso, lecco avido i capezzoli, giro con la lingua intorno alle areole, fino a sentirli inturgidire fra le mie labbra.
Il tuo bacino ondeggia sul mio: attraverso la stoffa, sento la tua fica cercare il contatto col mio sesso stretto nei jeans. Sollevi il bacino, me li sbottoni, lo afferri in mano e te lo strusci fra le cosce. Il tuo camice è ormai completamente sbottonato e ci copre quasi come un lenzuolo. La mia t-shirt chissà dov’è, e i jeans scendono sotto i colpi delle tue mani, delle mie e del bacino con cui cerco di liberarmene. I tuoi slip bagnati continuano a cercare il contatto col mio cazzo premuto sul ventre. Li scosto quel tanto che basta a scoprire la fica, su cui lo struscio, come se fosse un pennello. Mi copri il viso con i tuoi seni, me ne offri uno da succhiare, leccare, baciare … e io eseguo, diligentemente.
Sposti la mia mano, afferri il cazzo con decisione, sollevi il bacino e ti lasci scivolare fino a averlo tutto dentro. La tua discesa si conclude l’emissione rumorosa d’aria di entrambi, e con le mie palle che lambiscono le tue cosce. Incominci a muovere il bacino su e giù, io cerco di assecondare il movimento, inarcando la schiena per inseguire i tuoi seni che mi danzano davanti agli occhi, per poter continuare a leccarli e a baciarli, affondandoci di tanto in tanto la testa in mezzo. Ti sollevi, posandomi le mani sul petto, e dai sfogo a tutta l’energia che il tuo bacino riesce a liberare, scopandomi con forza. I tuoi colpi sono quasi dolorosi sulle ossa del mio pube, adesso. Inarchi la testa all’indietro, chiudi gli occhi, e sembra quasi ignorarmi, sembri quasi usarmi per il tuo piacere, come se io non fossi che un’insignificante supporto del cazzo che stai cavalcando. Non è così, invece, visto che mi prendi le mani e te le porti sui seni, inducendomi a strizzarteli con forza. Il tuo danzare su di me è sempre più intenso, sempre più violento. Le tue mani sul petto mi eccitano talmente che faccio fatica a trattenermi dall’esplodere, faccio fatica a trattenere l’orgasmo. Le togli dal petto, per stringermi forte il viso, poi mi accarezzi ancora il petto, le braccia, i polsi. Quando le tue dita arrivano ai polsi, non capisco più nulla: il ritmo che imponi al tuo bacino, l’odore del tuo sudore che mi avvolge, il brivido che parte dai polsi per percorrere tutto il mio corpo mi mandano in estasi. E tu che chiudi gli occhi gridando, mentre tutto il tuo corpo si tende per l’orgasmo, sei il colpo di grazia alle mie ultime resistenze: un brivido mi attraversa la colonna vertebrale, e finisce per esplodere fra le mie cosce, in ondate di piacere infinito.
Restiamo così, lunghi minuti, ansimanti e sudati, abbracciati stretti stretti.
Lentamente ti rialzi, mi sorridi e vai a spegnere la planetaria. Infili due dita nella vasca, ne tiri fuori della panna montata e l’assaggi: “è pronta”. Appoggi le mani al tavolo, porti le dita alla tua fica e la cospargi di panna.
“Come mai non c’è nessuno, oggi?” Chiedo, confuso.
“Sono le tre, coglione. Dove sei stato finora? Non so se domani ti faranno venire a scaricare ancora il tuo pane. Non hai voglia di un po’ di panna?”
Sei irresistibile mentre mi sorridi.

 

A Yelena B.