Tsingo

 

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“Buongiorno, z’ Mariì!”

 

Maria trasalì: resa sorda dai propri pensieri e dal frinire delle cicale, non si era accorta della presenza alle sue spalle. Si rialzò, dopo aver posato i pomodori nella cassetta, si girò sui fianchi e guardò l’uomo. Era un bel giovane spavaldo nella postura e nell’abbigliamento: sorriso da schiaffi, camicia sbottonata fino al centro del petto peloso. Pantaloni di velluto di una misura troppo piccola e la giacca sulla spalla. I folti capelli neri non sembravano pettinabili.

 

Si rese conto, aggiustandosi la gonna, che il passante doveva averla vista china, con le cosce scoperte quasi fino al culo. “Bah”, pensò, “non sono che una vecchia vedova.”

 

Le mani, a ogni buon conto, andarono a coprire il seno, chiudendo la camicetta. Il sole picchiava forte. Avrebbe smesso comunque di raccogliere ortaggi, per continuare quando avesse rinfrescato.

 

“Posso avere un bicchiere d’acqua?” Il sorriso divenne ancora più largo e accattivante.

 

Maria allungò il mento in direzione del pozzo. Con due salti, l’uomo lo raggiunse. Calò il secchio, e ne bevve lunghe sorsate.

 

“Ahhhh, ci voleva proprio.” Maria lo guardò meglio: non sembrava né sudato né affaticato, a dispetto dell’afa.

 

“Grazie, Maria.”

 

“Come fai a sapere il mio nome?”

 

Invece di rispondere, rise. I polsi sui fianchi di Maria, in atteggiamento di sfida, lo indussero a parlare: “Me l’ha insegnato un fruttivendolo. Chiamale Maria, ci azzecchi quasi sempre.”

 

Come se fosse la cosa più naturale del mondo, si ritrovò accanto a lei, una mano nel manico della sporta dei pomodori, invitandola a fare altrettanto. “Ti aiuto a portarli fino a casa. Oh, mica ci sta qualche marito che mi spara?”

 

Lo guardò torva: “Sono vedova, ma non ti preoccupare che, se serve, ti sparo io.”

 

Tsingo non ebbe dubbi che fosse vero.

 

“Una donna così bella, senza un uomo …” Maria avrebbe dovuto reagire, ma il modo in cui lo disse le provocò una fitta allo stomaco. Seguita da un tuffo all’addome, poi da un altro in mezzo alle cosce.

 

Si sentì vacillare, priva di forze. Con la mano libera, si aggiustò di nuovo gonna e camicetta, pur sapendo che il suo gesto significava l’esatto contrario, scoprendosi vulnerabile e indifesa. Tsingo non sembrò accorgersene. Appena posati i pomodori su una panchina di pietra, però, con due dita le aggiustò una ciocca di capelli, portandogliela dietro l’orecchio. Sorrise.

 

Il dorso della mano restò sulla guancia. Maria non la tolse e capì subito che ormai era tardi.

 

Gli occhi fissi nei suoi, la mano continuò a scendere verso il seno. Il suo cuore ormai batteva così forte da coprire perfino il frinire delle cicale.

 

Gli afferrò forte la mano e se lo trascinò dietro, verso casa. Un residuo di coscienza le suggerì di nascondere la scena a chi si fosse trovato a passare.

 

Tsingo la cinse per la vita, baciandole il collo. Le afferrò i seni, camminando dietro di lei, e se ne riempì le mani. Appena dentro, richiusa la porta con un calcio, le loro bocche saziarono una sete diventata intollerabile, unendosi freneticamente. Lingue che si incontravano, che trovavano denti, gengive e deglutivano ingoiando saliva. Le mani di lei si posarono sul petto di lui, facendosi largo nella camicia sbottonata, quelle di lui risalivano lungo le cosce, sollevando la gonna. Dopo essersi ritrovata spalle al muro, Maria si ritrovò a spingere Tsingo con una forza di cui si sorprese, per fermarsi solo quando le sue spalle ritrovarono la parete. Non sorrideva più, adesso: la sua bocca era tutta presa dai suoi seni: li baciava, li leccava, arrivando con la lingua fino al collo, bevendo voluttuosamente il sudore salata che li copriva. Maria chiuse gli occhi, gemendo, inarcando il corpo indietro. Affondò le dita nel petto di Tsingo, per non perdere l’equilibrio, poi allargò le cosce, strusciandosi contro di lui. Le loro mani impazienti fecero volare via gonna, pantaloni e camicie, quelle di Maria esploravano la schiena e il culo muscolosi di Tsingo, quelle di lui si riempivano dei seni di lei, le accarezzavano le cosce, il ventre, il viso, il collo …

 

La sollevò di peso, con le mani sotto al culo, e la fede sedere sul tavolo, in modo da poterle far scorrere lungo la schiena. Le succhiava i capezzoli, ci girava intorno con la punta della lingua. Maria dovette puntellarsi con la mani sul tavolo. Aprì le gambe, e con esse lo avvolse e agganciò, piantandogli i talloni nel culo. Con una mano gli accarezzava la nuca, premendogli la testa contro, spettinandolo.

 

La bocca di Tsingo scese, leccandogli l’addome, affondando nell’ombelico, più giù ancora, fino ai primi peli pubici, infine fino alle labbra, che succhiò, assaporando e raccogliendo con la lingua il frutto della sua eccitazione. Le succhiò il clitoride, lo leccò, indugiando con la lingua fra le labbra. Maria lo afferrò per il viso e lo costrinse a risalire lungo il suo corpo, sentendo il calore della sua pelle rinfrescare il suo corpo bollente. Gli afferrò il cazzo e quasi lo costrinse a spingerglielo dentro. Quando entrò in lei, le sue gambe divennero un morsa intorno al culo di Tsingo, le sue unghie affondarono nella carne della sua schiena. Gli occhi neri dell’uomo erano fissi nei suoi. Di tanto in tanto li chiudeva, quando il suo pube sbatteva contro la sua fica, solleticandolo con lo scroto.

 

Il loro ritmo divenne sempre più frenetico, i loro respiri un unico rantolo, fino a fondersi uno nell’altra, fino a quando la stanza intera non divenne il centro dell’universo per entrambi.

 

 

 

Alcuni giorni più tardi, quando Maria vide per la prima volta Tsingo con tutti i vestiti addosso, avvertì un dolore in mezzo al petto intollerabile. Temeva quel momento dal primo respiro dopo il loro primo orgasmo. I pochi giorno trascorsi, tuttavia, le erano bastati per rassegnarsi. Prese dal comodino una collana d’oro, con appeso un crocifisso, e glielo appese al collo.

 

Sul viso di Tsingo ricomparve il sorriso di quando era apparso nella sua vita. Baciandole la fronte, le disse: “Conservala tu, potrebbe servirti.”

 

Gli occhi di Maria lo seguirono finché poterono.

 

Pasifae

 

 

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Pasifae

 

Stanotte non ho chiuso occhio. Ho visto giungere l’alba come una liberazione.

Da quando Dedalo mi ha promesso la macchina che mi permetterà di realizzare il mio sogno, sono stata come preda di una febbre e non vedo l’ora che arrivi con la sua opera. Sono un lago: ho temuto, alzandomi, che la mia eccitazione avrebbe potuto colarmi giù per le gambe fino alle ginocchia.

Anche adesso, mentre con la mano mi premo sul pube per controllare l’eccitazione, sento la fica secernere copiosamente. Il cuore batte nel petto così forte che non riesco a sentire i rumori circostanti, e ho paura di non essere presente quando Dedalo arriverà. Non voglio rischiare di perdermi il suo arrivo: devo essere la prima a vederlo, ad accoglierlo e non voglio perdere neanche un attimo del momento in cui si realizzerà quella che è stata la mia ragione di vita negli ultimi mesi.

Tutto il mio corpo si tende all’idea di quella massa di muscoli che, a breve, mi monterà; mi possiederà, scaricando dentro di me tutto il suo essere mascolino. Ecco, di nuovo: un lampo attraversa il mio corpo, pregustando il momento in cui sarò penetrata dal corpo che bramo senza ritegno. Il mio ventre è scosso da fremiti, i miei seni sono così turgidi da spingere la stoffa della mia tunica, i capezzoli mi procurano un dolore indicibile. Ma è un dolore piacevole, sapendo che, fra poche ore, sarò posseduta, montata e accoglierò il sesso turgido del mio toro, sarò riempita dal suo seme. Mentre sarò china nella macchina di Dedalo – una finta vacca di legno, dentro la quale mi nasconderò per essere la compagna del sacro toro bianco – la mia fica fradicia accoglierà il suo sesso possente, il suo corpo strepiterà su di me alla ricerca del piacere, fino a esplodere tutta la sua eccitazione.

Oh, Zeus, fa che il mio cuore regga fino a quel momento: batte così forte che temo che possa giocarmi un brutto scherzo troppo presto. In effetti, non sarebbe neanche male morire mentre il toro mi cavalca, spegnere la mia esistenza, il mio assurdo amore, mentre soddisfo questo desiderio che è ormai la mia unica ragione di vita.

Sta arrivando: vedo Dedalo trainare la sua prodigiosa macchina su un carretto, coperto da drappi.

Nel salone in cui mio marito tiene rinchiuso il toro, lo sento scalpitare. Devo andargli incontro, devo assaporare ogni istante che mi separa dal momento più importante della mia vita, devo ascoltare il mio corpo che chiede con tutte le sue forze di essere posseduta, se il mio cuore me lo consente.

Essere posseduta in modo totale è la forma più gratificante di possesso. Arrivo, amore mio.

 

 

Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, subendo un incantesimo, volle essere posseduta dal toro sacro regalato al marito da Poseidone. Lo fece grazie a un’invenzione di Dedalo, che le consentì di nascondersi dentro un finto corpo di vacca.