Rigore

Il perfetto lancio di Savic si spense sul petto di Poniatovsky. Questi fece scivolare il pallone a terra, come se fosse incollato al suo corpo e, con due delle finte che lo avevano reso celebre (e ricco), si liberò dei due avversari accorsi per intercettarlo. Un cambio di passo improvviso, un’accelerazione da centometrista, e fu nell’area di rigore. De Lisio, ultimo difensore prima del portiere, aveva in testa una frase sentita centinaia di volte: “o palla o uomo”. Dovette ripiegare sul secondo, quando Poniatovsky allungò il pallone in modo tale da renderglielo irraggiungibile. Lo agganciò per un piede, stendendolo a terra. L’attaccante, memore di lezioni imparate fin dall’infanzia, si dimenò in modo molto più vistoso del necessario, per rendere  plateale la caduta che, comunque, grazie all’esperienza riuscì ad attutire, evitando di farsi male.

Il fischio dell’arbitro e  il suo indice puntato in modo deciso verso il dischetto sancirono in modo definitivo la fine di quella rappresentazione: era inesorabilmente calcio di rigore. Sugli spalti calò un silenzio surreale, rotto com’era da centinaia di flash che lampeggiavano ovunque.

Poniatovsky, nelle cui orecchie il silenzio era amplificato dal pulsare frenetico del suo cuore, palla sotto il braccio, si avviò a sistemarlo sul dischetto, evitando di guardare il portiere, che si muoveva, braccia e spalle larghe, per far sembrare quanto più piccola possibile la porta all’attaccante.

Come in un copione recitato centinaia di volte, l’attaccante non aveva bisogno di guardarlo per sapere cosa stesse facendo, così come Heinz, il portiere, non aveva bisogno di guardare lui per sapere che stava delicatamente posando il pallone sul segno bianco, dopo averlo liberato da invisibili impurità, e dopo aver aggiustato il pallone preda di invisibili forze che ne spostavano la collocazione ideale.

Un’occhiata neutra verso la porta, prima di allontanarsi per prendere la rincorsa.

E, proprio allora, senza nessuna ragione, gli venne in mente la scena vissuta negli spogliatoi dopo l’incontro precedente. Si chiese di nuovo se fosse stato un caso. Cercò invano di liberarsi da questo pensiero, prima di prendere la rincorsa, ma era lì, persistente nella memoria come se ce l’avesse sulla retina ..

Attardatosi sotto la doccia, come sua abitudine, si era accorto, uscendone, di essere rimasto solo.

Grondante acqua, si avviò all’armadietto per prenderne l’asciugamano. Un rumore di passi – passi femminili, a giudicare dal tipico ticchettio dei tacchi – gli rese evidente la necessità di coprirsi.

Si ritrovò davanti Emma, la moglie di un suo compagno di squadra. “Enzo è già andato via? Non l’ho visto uscire ..”

Emma, fra le tante mogli di calciatori, era forse l’unica di sua conoscenza a essere una donna vera. Non una modella, non una di quelle che vivono di immagini, di apparizioni televisive, in cui seni e labbra sono meno finti del resto.

Il silenzio dello spogliatoio li avvolse, rotto dal gocciolio di una doccia. Poniatovsky le sorrise, stringendosi nelle spalle: “No, Emma, non so dove essere …”

Quasi nudo, come indifeso a dispetto dei muscoli che scolpivano il suo corpo; con quelle parole in una italiano approssimativo e, soprattutto quel sorriso disarmante, colmarono Emma di tenerezza.

Un’ondata di tenerezza che, senza volerlo, le diede due fitte, una allo stomaco e la seconda fra le cosce.

Gli si avvicinò, posandogli le mani sul petto, e lo baciò con una tale foga che lo lasciò per un attimo senza fiato. Fu solo un attimo, però, perché Poniatosvky sentì come se quel momento fosse stato atteso da una vita.

La cinse con le braccia, la strinse. Sentiva i suoi seni premergli sul corpo attraverso la camicetta. L’asciugamano che lo copriva cadde, mentre si spostò per infilarle una mano sotto la gonna. Sentì il bisogno fisico di farle sentire la sua erezione sulla pelle. Sollevò la gonna fino all’inguine, e le strusciò il cazzo duro sulla coscia. Emma lo afferrò e lo strinse fra le gambe,mentre le sue dita affusolate segnavano, con le unghie, la pelle della schiena, per poi finire ad artigliarli le natiche.  Le dita dell’attaccante, frenetiche, sbottonavano la camicetta, la allargavano, e poi facevano scivolare le spalline del reggiseno. Le afferrò un capezzolo fra le labbra, lo succhiò avidamente. Afferrò entrambi i seni con le mani, premendoseli sul volto. Emma volse il capo all’indietro, premendogli la nuca sul petto. Improvvisamente, si accorsero di aver bisogno di un appoggio per i loro corpi ansimanti. Buttati via gli ultimi abiti di Emma, la gonna, seguita dagli slip fatti scivolare a terra, la camicetta e il reggiseno, si sdraiarono sulla panca, uno sull’altra.

Emma, gambe larghe, accolse il cazzo duro e lucido di Igor trattenendo il respiro.  Con la mano allontanò la sua testa, la bocca che le succhiava la pelle del collo: “non lasciarmi segni. Non fuori”.

Si sorrisero. Igor le pompava dentro con un ritmo crescente, leccandole i seni. Emma aveva le unghie conficcate nella sua schiena, nelle sue natiche. Con un unghia gli accarezzava le palle, fra le cosce. E gli lambiva l’ano.  Erano così sudati, ora che, all’ennesimo affondo di Igor rovinarono a terra. Scoppiarono a ridere. Emma si ripose sulla panca. A pancia in giù, ora, offrendo il suo meraviglioso culo alla vista del suo partner. Igor le spinse il cazzo dentro, quasi cieco dall’eccitazione, lo sentì risucchiato dalla fica. Sentiva le palle sbattere contro il corpo di lei. Le afferrò i seni, le leccava la schiena, la nuca, il viso.

In quella posizione di precario equilibrio, con tutto il peso addosso a Emma, affondava colpi poderosi nella sua fica.  Fino a sentir fuggire via la vita dal suo corpo, le gambe molli, mentre Emma sentiva getti caldi di sperma dentro di sé, soffocando sul legno della panchina il gemito dell’orgasmo.

Con le gambe ancora così molli, prese la rincorsa per tirare il calcio di rigore.

7 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. wutternach
    Nov 05, 2012 @ 10:56:15

    Lo segna: la classe non è acqua.
    Bellissimo, complimenti.

    Rispondi

  2. colpoditacco
    Feb 27, 2015 @ 22:29:09

    Ma negli spogliatoi succedono ‘ste cose? Interessante ahahah 🙂 e io che pensavo si parlasse solo di schemi e tattiche 😀

    Rispondi

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