“Saresti perfetto, come puttana …”

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“Saresti perfetto come puttana …”

Non sono dello stesso avviso. Quello che vedo, sono le mie due gambe pelose fasciate da collant color carne. Il precario equilibrio in cui mi trovo, però, non mi consente di replicare: ho i piedi parzialmente infilati nelle tue scarpe – non ci entrerebbero mai – e i talloni rialzati (12? 14 centimetri? I tacchi di quest’anno …). Soprattutto, però, è un tuo indice che segue il perimetro del mio cazzo incollato al ventre dai collant a consigliarmi di tacere, trattenendo il respiro. Sei in ginocchio davanti a me, una mano poggiata a una coscia e l’altra tesa verso di me, l’indice che sfiora la fine rete di nylon della calza, lì dove il cazzo è preda di due forze opposte: quella dei collant che lo spingono verso il ventre e quella dell’erezione, che lo spinge in fuori. Ora, la mano si sposta dalla coscia per prendere in mano lo scroto. Il mio sesso ha un sobbalzo, subito controllato dal palmo della tua mano che lo preme verso di me. La tua mano va su e giù. Io sono senza forze, cercando di reggermi su quelle scarpe impossibili, le mani appoggiate al muro.

Ti alzi e mi ti strusci contro. Sollevi la gonna, ti sfili le mutandine e le lasci cadere a terra. Un dito fra le cosce – mi sorridi – e poi il dito, lucido, sulle mie labbra. L’odore acre e insieme dolce della tua fica mi avvolge le narici. Non resisto dalla voglia di leccarmi le labbra e di inseguire con la bocca il tuo dito, per leccarlo, per succhiarlo. La gonna alzata,  mi strofini la fica contro il cazzo, rendendo opache le calze, tutto intorno. Mi afferri le natiche, ci affondi le unghie dentro e mi spingi il bacino contro di te, mentre dai un colpo secco del tuo pube. Uno scontro che mi lascia senza fiato, e con la voglia di scoparti sempre più insostenibile.

Invece sei ancora tu padrona del gioco, le tue dita che corrono sul mio petto, che accarezzano i capezzoli, li sfiorano, ci girano intorno e poi li pizzicano con forza crescente, fino a farmi sentire dolore. Un dolore, però, che non fa che eccitarmi ancora di più. Mi lecchi il collo, poi il viso, infine le labbra, che sono piuttosto secche, per quanto mi stai facendo ansimare. Mi spingi la lingua in bocca e ci perdiamo così, per lunghi minuti, i nostri corpi che aderiscono ognuno all’altro, le tue mani dietro la nuca e le mie dietro la tua vita.

Lentamente, poi, mi spingi di lato, mi costringi a girarmi – non è esattamente costrizione, ma non farei nulla per fermarti, nulla che possa interrompere la tua iniziativa e privarmi dell’eccitazione dell’attesa – e tu scivoli piano dietro di me. Sento la pressione dei tuoi seni contro la schiena. Quella umida della tua fica contro le natiche. Ce la strofini contro, sento il culo inumidirsi di te, lo immagino lucido dei tuoi umori.

Le tue mani esplorano, come al buio, una il petto e l’altra il viso. Seguo il passaggio delle tue dita chiudendo gli occhi, dischiudendo le labbra, afferrandoti fra le labbra e poi lasciarti andare libera di scoprirmi ancora.

Mi scopri il culo, liberandolo dai collant, e ci strusci la fica contro con forza, adesso, come se volessi scoparmi. Infili una mano, davanti, fra il nylon e la mia pelle. Trattengo il respiro, fino a quando il cazzo è ben saldo nella tua mano, che si muove dolcemente su e giù.

Sono immobilizzato fra le tue mani, davanti, e il tuo corpo dietro di me. Sempre in precario equilibrio sui tacchi alti delle tue scarpe, sei tu a reggermi. La tua mano si dimena sul cazzo, sempre più forte, il tuo bacino spinge verso il mio culo, su cui sento ormai colare la tua eccitazione. Mi pizzichi i capezzoli, mandandomi in territori inesplorati. Apro e chiudo gli occhi, come alla ricerca di un modo di trattenere l’immagine di questo momento nella memoria, e poi come se potessi sognare, quando sono chiusi, un tempo migliore di questo che stiamo vivendo, che mi stai facendo vivere.

L’altra mano passa dal mio petto, salendo fino al collo, che afferri con forza, rischiando di soffocarmi. Morirei volentieri, così. E infatti, mentre mi sorprendi godendomi sul culo, la fica che mi spinge quasi  … dentro, la tua mano stringe e guida il mio cazzo verso un orgasmo devastante.

Gocce di sborra trasudano lentamente, ma con forza, dai collant.

 

 

Il rumore dei tuoi pensieri

 

 

 

 

 

 

 

 

Allargando le gambe, ti si è sollevata la gonna. Non ho saputo resistere: ho mollato, lasciandolo tornare al suo posto rimbalzando, il labbro inferiore che ti stavo succhiando, mi sono allontanato di qualche centimetro per guardarti sotto la gonna. Le tue mutandine rosa erano  leggermente rigonfie per via dei peli.

Ti ho accarezzato l’interno della coscia col dorso della mano, insistitamente, mentre ti baciavo il collo. Sapendo quanto ti piace, ho immaginato un umido lucore comparire fra le tue labbra.

Pur avendone la certezza, ho infilato la mano nello slip per verificare. Le mie dita scivolavano fra la stoffa e la tua carne morbida. Il contatto della fica con le dita, prima, con il palmo, poi, mi ha provocato una prima erezione: Ho indugiato un po’, sentendola pulsare nel palmo, come se tenessi un passerotto nella mano, prima di far scivolare l’indice fra le labbra, trovando conferma – non ce n’era bisogno – della mia convinzione.

Inarcavi la testa all’indietro, offrendomi il collo da baciare. E, dopo il collo, le mie labbra, seguite dalla lingua, scendevano nell’incavo fra i seni, nella tua scollatura. La lingua, ormai padrona, spingeva via la stoffa per leccare, e baciare, la tua pelle, fino a lambire un capezzolo. Le tue mani sono comparse dietro la mia nuca, spingendomi la testa fra i seni, più forte.

Poi, mentre le mie dita, unite, adesso, fregavano sulla tua fica,, mi sbottonavi i pantaloni e infilavi una mano nei boxer. Ho trattenuto il fiato, mentre ti impossessavi del mio cazzo, duro, spingendolo contro il ventre.

E la muovevi lentamente, mentre il mio respiro si faceva corto e la mia mano arpionava la tua fica, stringendola come per spremerla.  Hai sbottonato del tutto i pantaloni, facendoli scendere un po’: avevo il bacino libero ma ero tuo prigioniero, in un certo senso. Hai ripreso il cazzo in mano e ne hai usato la punta come un pennello sulla fica, libera dalla mia mano ma non ancora degli slip. Li ho scostati, quanto bastava per far incontrare cazzo e fica, mentre continuavi a disegnare chissà cosa col mio sesso sul tuo.

Passaggio di mano. Ora, ero io a sfiorare le tue labbra con il glande. Forse ho indugiato troppo: mi è sembrato che un tuo pensiero rompesse il silenzio intorno a noi, mentre infilavi la unghie nelle mie natiche, attirandomi a te, risucchiando il cazzo nella fica per tutta la sua interezza: “Smettila di giocare e fottimi, stronzo”.

Per compensare – o per compensarne l’effetto? – ho affondato i denti nella tua carne, fra collo e spalle. Non è bastato a impedirmi di pomparti dentro subito con frenesia, rischiando di lasciarmi andare troppo presto, con troppa foga. Non paga di vedermi così, mi hai spalmato la lingua su un capezzolo, per poi morderlo. Hai allentato, quando ti sei accorta che sarei potuto venire, concentrandoti sul mo viso, accarezzandolo.

Le mani sui tuoi fianchi, ti lecco i seni, guardavo il mio cazzo entrare e uscire da te, lucidato dalla tua fica.

Ti eri stesa sulla schiena, avvolgendomi con le gambe, e il nostro respiro affannoso, le gocce di sudore che imperlavano la tua pelle e la mia, erano i sintomi evidenti dell’orgasmo che stava per giungere. Ti ho afferrato un capezzolo fra le labbra, l’ho succhiato forte. Ci ho affondato i denti.

Inaspettatamente, ti ho sentita soffocare un grido fra le labbra, fra i denti che serravano il labbro inferiore.

Non mi sono fermato, assecondando i colpi del tuo bacino. Appena placato il tuo orgasmo, mi hai afferrato per le spalle, girato accogliendomi fra le tue, e abbracciato da dietro. Il calore umido della tua fica  sul culo, una mano su un seno che mi titillava un capezzolo e l’altra che afferrava il cazzo, viscido di te.

Il tuo alito sul collo, esplodevo nella tua mano.