Dolcezze

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“Una cassatina della pasticceria Bellavita è un’esperienza sensoriale di una tale  intensità che è impossibile descriverla …”

“Bellavista? Esiste davvero?”

“Non Bellavista: Bellavita. Su Corso Garibaldi, nei pressi della Stazione Centrale, quella che a Napoli chiamano “a ferrovia”. Non devi mangiarla: dopo averle dato un morso, la lasci dividere dalla lingua, e la fai scivolare ai suoi lati. Sentirai le tue papille gustative accarezzate dalla sua morbidezza, cullate dalla sua dolcezza e inebriate dal suo sapore. Dopo averla tenuta lì un po’, non saprai come, la sentirai arrivare in gola, mentre ne hai ancora in bocca. Da lì, un’ondata di piacere ti prenderà per il collo e salirà per esploderti nel cervello.”

“ … meglio di un mio pompino?”

Sì, lo ammetto: ci ho dovuto pensare un attimo. Come un coglione, stavo per rispondere che era dura da scegliere, fra un tuo pompino e una cassatina di Bellavita.

Ho risposto, invece: “Mhm, non sono sicuro di ricordare bene: facciamo una prova.”

Ti sei avvicinata ai miei pantaloni, con lo sguardo malandrino, e hai incominciato a sbottonarlo prendendoti tutto il tempo che volevi. I jeans erano già gonfi, fin da quando avevi pronunciato la parola “pompino”.

All’ultimo bottone, le tue dita sfioravano i boxer, gonfi del mio cazzo. Imploravo silenziosamente la tua mano di liberarlo, mentre tu indugiavi ancora, facendo scorrere un’unghia lungo il cazzo che si erge verso l’ombelico. L’unghia smaltata di rosso vermiglio. Rosso zoccola, come lo chiami tu.

Quando la tua mano s’infila nel boxer, afferrandolo, emetto un tale sospiro che ti scompiglio i capelli, quasi. La tua mano stretta intorno al mio cazzo, è come se ce l’avessi dentro, nel petto, nell’addome. Lo hai tirato fuori dall’apertura dei boxer, lasciandomi semiprigioniero dei jeans intorno alle gambe che mi impedivano di muovermi liberamente. Per fortuna avevo il muro vicino alle spalle e, di tanto in tanto, mi ci appoggiavo per sorreggermi.

La tua lingua lo ha sfiorato, come per assaggiarlo. Ti sei allontanata con la testa, lo hai leccato per tutta la sua lunghezza, ti sei allontanata di nuovo. Mi guardavi il cazzo con espressione scettica. Sono stato sicuro che ti stessi vendicando della mia esitazione nel risponderti, poco prima.  Lo hai afferrato con la mano, e hai infilato la lingua sotto la pelle, a cercare la cappella. Sembra impossibile, ma mi sentivo solleticare nonostante tutta l’eccitazione da cui ero pervaso. La tua mano si muoveva, scoprendone la punta, la tua lingua ne inseguiva i movimenti, spingendosi nel foro. L’altra tua mano si è impadronita delle mie palle, accarezzandole dolcemente. Ormai tutto il peso del mio corpo gravava sul muro: le gambe, molli, erano solo un perno. La mano, dalle palle, passava ad accarezzarmi la pancia, a lambirmi un capezzolo, per finire poi col pizzicarlo. Sentivo il cazzo premerti in mano con più forza, a ogni pizzico. Hai aperto la bocca lo hai ingoiato, te ne sei impadronita. Le dita lasciavano campo alle labbra, e infine, quando era tutto nella tua bocca calda, umida, la mano scivolava lungo la gamba. Ho pensato che avrei potuto venire, poi, quando l’hai infilata nei capelli per scoprirti il viso. Mi hai guardato, con la bocca gonfia, e mi hai sorriso. Le tue labbra scivolavano lungo il mio cazzo, e lo vedevo scomparire e poi riemergere dalla tua bocca. Almeno, è ciò che vedevo quando riuscivo a tenere gli occhi aperti. Di tanto in tanto lo lasciavi libero, per leccarlo per tutta la sua lunghezza, nella parte inferiore; lo scoprivi, mi leccavi la cappella, e poi di nuovo tutto dentro.

Mi hai mostrato l’unghia dell’indice della mano destra, poi lo hai fatto scorrere fra le mie gambe, sulle palle, poi lungo il perineo. Sì, un’’unghia rosso zoccola, che mi sfiorava anche l’ano. E la tua bocca non mi dava tregua, intanto.

Ho visto il mio cazzo scomparire interamente nella tua bocca, la cappella solleticata dalle tue tonsille, per poi uscire di nuovo all’aperto. Hai scoperto il glande, e mi hai fatto assaggiare i tuoi denti …

Ero puntellato con la mani e le braccia al muro: ho avuto paura di scivolare a terra, privo di sensi.

L’ho visto sparire di nuovo nella tua bocca, che andava prendendo ritmo sul mio cazzo ormai rosso, la cappella violacea. Mi hai afferrato le natiche con entrambe le mani e la tua testa ha incominciato a muoversi con un ritmo tale che ho capito che avevi deciso che era tempo, adesso.

Tempo di sborrarti in bocca, tempo di scomparire dalla faccia della terra in quell’estasi che forse è la felicità, anche se non riusciamo mai ad afferrarla.

Come quando, poco dopo, un brivido bollente mi percorreva la spina dorsale, partendo dal mio cazzo che ti esplodeva in bocca, fino ad arrivarmi nel cervello, forse addirittura meglio della cassatina …

Appena ho potuto parlare, appena ho recuperato un respiro quasi normale, ti ho sussurrato: “Più tardi ti parlo anche dei cannoli che fa Bellavita …”

 

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Un centesimo

Con alcune varianti, è diffusa in quasi tutto il pianeta la credenza che trovare un centesimo porti fortuna. Mi chiedevo se trovare una ventiquattrore con un milione di euro portasse altrettanta fortuna, mentre osservavo la monetina ai miei piedi. Era un pezzo da due centesimi. Considerando che non mi avrebbe portato né fortuna né ricchezza,  preferii evitare di mettere a repentaglio la tenuta dei miei lombi, nonché le cuciture dei miei pantaloni e lo lasciai lì. Due secondi dopo, avevo dimenticato entrambe le monete, nonché il milione che mai vedrò in vita mia, e bighellonavo nel traffico seguendo la figura femminile che mi ancheggiava davanti. Era più lo stupore che l’eccitazione a portarmi a spasso, tanto che, dopo alcuni minuti, lo abbandonai per seguire un paio di gambe di cui non ricordavo di averne viste uguali. Non in quella mattina, perlomeno. Dopo vari passaggi di cui non potrei ricostruire quasi nulla, ero sulle tracce di un culo così bello che mi teneva in apnea da un po’. Accadde, come sempre in quei casi – le donne sembrano avere un sesto senso che suggerisce loro quando stai guardandole da dietro – che la ragazza si fermasse guardandomi fisso negli occhi, sguardo che riuscii a sostenere per poco, arrossendo come un idiota (beh, gli idioti non sono necessariamente rossi, ne convengo). Polsi piantati nei fianchi e gomiti larghi. Sorrisi come un ebete (questa figura retorica potrebbe riscuotere maggior fortuna della precedente) e, come preso da un improvviso pensiero, attraversai la strada, salii sull’altro marciapiedi in direzione contraria e cercai di mettere quanta più strada fra me e il culo di cui sopra. Sì, una donna non può essere ricondotta a mera parte anatomica, ma era un mio tentativo di ridarmi un tono, onde soffocare il senso di colpa per essere stato colto in flagranza. Mi capita, così, di passare intere mattinate seguendo una figura che mi attira per una ragione qualunque: a volte il modo in cui cammina; altre l’aria indaffarata che mi incuriosisce, facendomi interrogare su cosa la spinge ad affrettare il passo in quel modo; altre volte, una pettinatura insolita, uno sguardo  intrigante e altre – sospiro – soltanto attratto da un dettaglio fisico. Devo anche ammettere che non ho ancora incontrato una donna che non mi piaccia. Qualcuna mi lascia indifferente, questo sì, ma non ne esiste nessuna che non abbia un particolare, un vezzo, una parola che non valga la pena di sognare di “viverla”.  Di conoscerla, corteggiarla, amarla, farla sentire amata e conservarne un ricordo nel cuore.

Grazie alla moda dei tacchi alti di quest’anno, che mette in risalto la bellezza di piedi e gambe, avevo gli occhi che strisciavano sulla pavimentazione del marciapiedi, quando vidi luccicare una moneta da due euro.

Uno sforzo si poteva fare: vi avrei fatto colazione, visto che ero ancora digiuno. Sospirando e a malincuore lasciai andare sui suoi deliziosi passi i talloni che stavo seguendo, che distavano da terra almeno dodici centimetri, ed entrai in un bar per investire la mia fortuna. Avevo già aperto la bocca e alzato l’indice per effettuare l’ordinazione quando, nell’enorme specchio alle spalle del barista, vidi riflessa la figura di una donna minuta, pallida, vestita piuttosto male. Deglutiva ripetutamente guardando il banco in cui si tenevano in caldo cornetti e brioche. Aprii la bocca, portandoci la mano davanti, chiedendole muto se avesse fame. Sorrise, nonostante l’evidente inutilità della domanda. Le feci segno di entrare e ordinai un cappuccino e una brioche. Mentre mangiava, ero io a deglutire, ascoltando i rimproveri provenienti dal mio stomaco. Sorridevo, tuttavia, guardando con soddisfazione la ragazza mangiare.

Eh.

Questo è un blog erotico, anzi, pornografico, e le promesse vanno mantenute …

Una mezz’ora più tardi, seduti su una panchina del parco comunale, ridevamo di non ricordo cosa. Quando si avvicinò l’ora di chiusura, ci nascondemmo dietro una siepe facente parte di una sorta di labirinto, sfuggendo alla perlustrazione del guardiano. Mi ritrovai ad cingerla con le braccia, alle sue spalle, e sentivo i movimenti del suo corpo, mentre respirava forte. Appena sentii allontanarsi il suono dei passi, non seppi resistere ancora dal sollevarle i capelli, scoprirle il collo e baciarla. Si girò sorpresa, con ancora sul volto i resti delle risate per aver giocato  a nascondino come bambini. Dopo una breve esitazione, mi baciò con una tale avidità che mi fece ricordare il modo in cui aveva mangiato la brioche poco prima. La sua lingua mi saettava in bocca, imitata dalla mia. Mi afferrò il collo con una mano, tirandomi a sé con forza, mentre l’altra s’insinuava sotto la camicia, sul mio petto. Le piantai le dita nelle natiche, attirando il suo bacino verso il mio, strusciandoci contro la mia erezione attraverso gli abiti. Muovevo piano il culo, con la piacevole sensazione di infilare il cazzo in un luogo morbido e caldo, pregustando quanto sarebbe successo di lì a poco. E’ forse il momento più bello, quando tutto deve ancora accadere, il pene appena inturgidito, il senso della scoperta ancora da venire.

Quasi in sincrono, di infilammo le mani nelle mutande. La sua piccola mano trasferì un’ondata di calore al cazzo; la mia si riempì dei suoi peli, prima, della sua fica già umida, poi. Sentivo pulsarla sotto il palmo. Spinsi un dito fra le labbra e lo feci scorrere, su e giù. L’altra sua mano era ancorata con tale forza al mio collo che mi sentivo quasi impossibilitato a muovermi. Poi, entrambe le mie, entrambe le sue si ritrovarono impegnate a liberarci dei pantaloni, ignorando le camicie. Il cazzo, libero, le rimbalzò sulla coscia, lo afferrò e le sue dita ne seguirono il profilo, guidandolo infine verso la fica, che si liberava, intanto, della stretta della mia mano. Le afferrai i fianchi, assecondando il movimento della mano che spingeva il cazzo dentro, dando uno strattone quando lo sentii entrare.

Delle sue mani, di nuovo libere, una tornò al collo, con un senso della proprietà che mi inorgogliva ed eccitava insieme, l’altra mi pizzicava un capezzolo.

Le mie artigliarono i suoi seni. Forse con troppa forza, anche, considerando che era lì che prendevo l’equilibrio durante i movimenti che il mio bacino effettuava per spingere a fondo il cazzo.

Si liberò per un attimo, ansimando, e si girò, offrendomi la fica di spalle. Le accarezzavo la schiena, spingendo il cazzo fra le sue cosce, e infine glielo infilai dentro di nuovo, quando mi accorsi della sua impazienza. Le mani sul suo culo, mi eccitavo guardando la mia eccitazione entrarle dentro, quando la vidi guardare a terra, poco distante.

“Guarda, una moneta da un euro …”