Pompino in Sol minore

Emerso da uno stato di dolorosa incoscienza, la vedo seduta compunta. Non la conosco.

Piombo ancora per qualche minuto (oppure ora?) in un sonno profondo e senza sogni. Quando riapro gli occhi, è ancora lì, tenace. Tira giù il lembo della gonna che le lascia parte delle cosce scoperte, alzandosi leggermente dalla sedia. Alla vista delle gambe, qualcosa affiora alla mia memoria.

La sera prima – presumo, visto che non so che giorno è – sto dando un concerto col mio trio.

Musica tzigana, klezmer e jazz. Contrabbasso, violino e chitarra, suonata da me. Ciò mi dà modo di annunciare le musiche, fare una breve presentazione del brano, qualche aneddoto che al pubblico piace sempre. E la droga, la maledetta droga …

Non ho mai avuto bisogno di prenderne, s’intende: parlo delle droghe prodotte naturalmente dal mio organismo e che mi provocano stati di alterazione di coscienza e perdita di contatto con la realtà.

Presento il brano, l’immortale Minor swing di Django Reinardt, e mi lascio scappare “Sempre che la signora in prima fila  copra col suo foulard le stupende gambe che mi impediscono di concentrarmi”.

Il pubblico ride sonoramente. Mi accingo a suonare, e non mi accorgo che, nell’oscurità, un’enorme massa scura si muove dalla sedia accanto a quella della donna dalle belle gambe e viene verso di me.

 

Apro finalmente gli occhi del tutto. Uno dei due, almeno: l’altro lo sento gonfio, come buona parte del viso. La lingua inciampa in un dente rotto, e torna a tormentarlo di continuo, inevitabilmente.

La donna – è bellissima – mi guarda con uno sguardo colmo di pena.

“Sono terribilmente mortificata, mi creda. Quel bestione di mio marito è così geloso … Non riesce a controllarsi. Se potessi tornare indietro, farei qualunque cosa.”

“Anch’io,” aggiungo. “Soprattutto, starei in silenzio”. I dolore mi impedisce di portare a compimento il sorriso con cui volevo sottolineare le parole.

“Le fa molto male? Adesso sono certa che lei ha tutto il diritto di pretendere soddisfazione legale da mio marito. Non so darle torto.”

Non so cosa rispondere. Cerco di aggiustarmi sul letto – sono in astanteria, vicino al pronto soccorso, credo – ma una gamba mi fa male. Devo essere anche caduto, o aver ricevuto dei calci, dopo i pugni. Il mio orgoglio non mi fa prendere in considerazione l’idea che possa essere stato un solo pugno a ridurmi così. Il ginocchio è gonfio. Ora che lo guardo, mi accorgo che il lenzuolo è sollevato, in quel punto.

La donna sfiora con un dito il punto, così leggermente che non è dolore a seguirne, ma un brivido.

“E’ gonfio,” constata. Mi sento in imbarazzo. Dovrei essere io arrabbiato, ma non ci riesco: è talmente evidente la sua pena, che mi sento disarmato. Inaspettatamente, infila la mano sotto al lenzuolo e continua a sfiorarmi la gamba, prima con un dito, poi con la mano aperta. Non sono in condizione di controllare l’erezione che ne segue, ne tanto meno di nasconderla.

Sorride: “Vedo che non è gonfia soltanto la gamba.”

Avvampo, sempre che il rossore sia visibile sul mio viso che immagino piuttosto violaceo. Giacché c’è, lei, continua a far scorrere le dita lungo la mia coscia fino a lambirmi l’inguine.

Come pensando ad altro, intanto: “Sapesse quanto mi dispero di vivere con un uomo così. Lei, invece …

Posso darti del tu?”

“C… certo. Mi chiamo Fabrizio.”

Dopo una pausa, in cui trattengo il respiro, aggiungo: “Non si preoccupi … non preoccuparti, non ho alcuna intenzione di denunciare tuo marito. Capisco quanto si possa essere gelosi di una donna come lei … come te.”

“Chissà, se ci fossimo incontrati in un altro contesto. Se non ci fosse stato lui …”, dice.

Intanto il polpastrello del suo indice mi sfiora quasi lo scroto, e io sono aggrappato al letto, le dita che arpionano le lenzuola come se potessero fuggire via per farmi cadere.

Alza lo sguardo, mi pianta due occhi limpidi e appena umidi nel viso. La sua mano si apre sopra ai miei boxer, e mi schiaccia il cazzo contro il ventre, facendomi saltare.  Risvegliando altri dolori, altri muscoli che non ricordavo di avere.

Ormai sono incollato al letto, quando mi tira fuori il cazzo dai boxer e muove la mano lentamente, sotto al lenzuolo, senza scollare i suoi occhi dai miei. Si avvicina, spostando la sedia in avanti, infila anche l’altra mano fra le mie gambe e mi prende le palle in mano, come per soppesarle, mentre l’altra non dà tregua, continuando il suo movimento ipnotico, quasi. Un dito si allarga dalla mano fra le gambe, e la sua unghia mi sfiora il perineo. Rischio davvero di saltare dal letto, adesso, ed è solo il peso delle sua braccia sulla mia gamba dolorante che mi costringe all’immobilità.

La mano intorno al cazzo aumenta gradualmente il ritmo, mentre so per certo, ormai, che le mie palle sono in paradiso, sfiorate, accarezzate, e strette dolcemente dalle sue dita. Tranne uno, che ora mi sfiora l’ano.

Stacca per un attimo lo sguardo dal mio viso per assicurarsi che dalla porta non venga nessuno, poi solleva il lenzuolo e ci infila la testa sotto. Sento il cazzo scivolare fra le sue labbra, mentre la mano continua a stringerlo. L’azione combinata delle due mani addosso e della bocca che si allarga per ingoiarmi fino a dove non credevo possibile, mi costringe a chiudere gli occhi. Mio malgrado, gemo. Mia fortuna, gemo.

Vedo il lenzuolo ondeggiare al ritmo dei movimenti della sua testa, ho la sensazione che le mie dita siano entrate in profondità nel materasso, per quanto vi sono aggrappato, e il mio bacino si solleva verso la sua bocca, indipendente dalla mia volontà. Ha ora un ritmo così intenso che so di non poter resistere ancora molto. Sento che anche lei lo sa: accompagna con la mano la base del cazzo, e mi sfiora con insistenza il perineo con un’unghia … Un’onda mi travolge, chiudo gli occhi vedendo le sue gambe, il suo viso triste, il concerto della sera precedente, le corde della mia chitarra sotto le dita: tutto confluisce nella sua bocca, attraverso il mio cazzo.

Riemerge sorridendo. Prende un fazzoletto dalla borsetta e si pulisce la bocca. Dandomi le spalle, si avvicina al secchio e butta il fazzolettino. Con le labbra ancora lucide del mio sperma, mi bacia sulle labbra, passandomi la lingua sulle labbra secche dal lungo ansimare.

“Che peccato esserci incontrati in questo frangente”, mi sussurra all’orecchio. Sarei tentato di dirle che tanto un peccato non mi è sembrato, ma non mi pare il caso di interrompere la magia del momento. Ho ancora un sorriso ebete stampato sul viso, quando, dopo avermi accarezzato la fronte, apre la porta e se ne va.

 

Alcuni minuti più tardi – il sorriso ebete era ancora lì – è entrato un  mio amico infermiere, che lavora lì.

Mi chiede come sto, mi rassicura sulle mie condizioni.

“Ero davanti alla porta del pronto soccorso, poco fa. Ne è uscita una tipa, una bellissima donna. Ha mollato uno schiaffone, talmente sonoro che ha fatto girare tutti, a un grosso bestione che era con lei. Nessuno ha osato ridere, considerando la sua mole, ma ti assicuro che la scena era da scompisciarsi dalle risate. Lo ha afferrato per un braccio, poi, e se lo è tirato dietro. Ero giusto dietro di loro, e ho potuto sentire che gli diceva, fra i denti: <Sei uno stupido animale. Quello che guadagni non basta a pagare i danni che fai. La tua bravata di ieri sera mi è costata un pompino, e non è detto che basti. Muoviti, idiota!>

 

3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. colpoditacco
    Feb 27, 2015 @ 22:43:33

    C’è da dire che la fantasia non ti manca… Cmq i racconti (quelli che per ora ho letto) sono tutti veramente fighi ed eccitanti 😊😊 via sei bravino 😀

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