Caffè corretto

Immagine

L’avventura è una delle ragioni per cui si sceglie di fare un lavoro come il mio. Certo, ce ne sono tante altre, ma l’illusione di poter vivere ogni giorno pieno di imprevisti è uno degli aspetti più intriganti del fare il commesso viaggiatore. Si incontrano continuamente persone nuove, diverse. Le donne, per esempio: ne ho incontrate tantissime, ne ho amate molte. Ho imparato che avere un approccio diretto è quanto di meglio esista, senza circonlocuzioni, giri di parole. O la va o la spacca.

Ne ho ricevuto, in cambio, numerosissimi sorrisi senza seguito che, da soli, valgono una vita. Qualche sberla, rara, conservata in silenzio e dimenticata in fretta. Molte parolacce, davvero tante, se cerco di metterle in fila tutte. Alcune anche molto originali.

E, più di tutto, tantissimo amore – potrei dire sesso, è vero, ma ho amato ogni donna con cui l’ho fatto, e quindi … –  che custodisco gelosamente nella mia memoria, con cui consolo le tristi serate di solitudine (ebbene sì, ne abbiamo anche noi commessi viaggiatori, noi abituati a sembrare sempre sorridenti e vincenti).

Di recente, però, mi è capitato un episodio da cui sarà difficile riprendermi. Almeno per un po’.

Sono curioso di natura e il fatto di essere sempre in giro mi ha costretto, ma preferisco dire consentito, a conoscere una quantità di locali pubblici e di tipi umani che li frequentano: clienti, commessi, gestori …

Stavo percorrendo un nuovo giro a caccia di nuovi clienti, quando mi sono imbattuto in una tavola calda dall’aspetto molto invitante: tutta di legno, sia fuori che dentro, come si intravvedeva dalle finestre con tende a quadretti scozzesi. Entrando, c’era sulla destra una serie di tavolini addobbati con lo stesso gusto mentre, a destra, un bancone con alcuni sgabelli di tutt’altro genere: moderni, dove prevaleva l’acciaio e la plastica. Non avevo fame, decisi di prendere un caffè. Tasto sempre il terreno prima di fermarmi a mangiare in un posto nuovo: l’esperienza mi ha insegnato che, quando i gestori o i commessi sono sgarbati, è quasi certo che si mangia anche male. Inoltre, faccio un giro per annusare il retro della cucina: l’odore è sufficiente a farmi decidere per il sì o per il no.

Mi sono seduto su uno sgabello, braccia sul banco. Da una porta a doppia anta che dava sulla cucina è entrata una donna alla cui vista ho dovuto deglutire più di una volta prima di riuscire a tirare fuori il fiato per ordinare il caffè.  Due occhi in cui mi sarebbe piaciuto perdermi. Sì, sì: gli occhi sono stati la terza cosa che ho visto, dopo i seni che erano talmente strizzati dal camice da sperare che mi saltassero addosso. E un culo …

Mi ha messo davanti piattino e cucchiaino, e si è girata a fare il caffè. Appena pronto, i miei occhi che ignoravano i suoi, talmente erano sprofondati nella sua scollatura, hanno indotto la mia bocca a pronunciare: “Mi ci mette anche un goccio di latte?”, gli occhi sempre lì, fissi, appiccicosi.

Avete presente come sono fatte le porte a due ante, tipo quelle dei saloon, per intenderci? C’è sempre spazio sufficiente in mezzo per vedere cosa accade dall’altro lato. Non per me,che non avevo mollato le tette per un secondo; sicuramente, invece, per il sacramento che ne venne fuori, mentre ancora deglutivo per un latte che non avrei bevuto. Più di due metri di altezza, un quintale e mezzo abbondante di carne e muscoli, pettorina sui pantaloni, barba incolta e capelli foltissimi quanto spettinati.

“Il latte è finito, devi bere il nostro caffè corretto.” Uno sguardo, appena accennato, alla donna e questa è sparita nella cucina.

Mi ritengo un tipo coraggioso, che non si spaventa facilmente.

Tranne che di fronte ai pericoli.

E questo ne era uno di quelli grossi. Ha afferrato la tazzina – che nella sua mano sembrava la tazzina di un presepe – ne ha tolto un po’ di caffè e l’ha posata sul banco. Spostato la pettorina, sbottonato i pantaloni, ne ha tirato fuori un cazzo moscio ma di una tale mole che mi ha fatto pensare a una bistecca. Ha ripreso la tazzina, ci ha infilato il cazzo dentro – senza scottarsi, il porco – e ho visto gorgogliare il caffè, segno inequivocabile che la correzione stava avvenendo. Quando l’ha riempita, me l’ha posata davanti sul piattino.

“Forse a quest’ora il caffè mi farebbe male, magari lo prendo un’altra volta”.

Il tipo aveva incrociato le braccia sull’addome, dopo essersi asciugato il cazzo e abbottonato, assumendo un’aria ancora più minacciosa, forse senza neanche volerlo. Un gesto che in altra sede avrei trovato incantevole: ha sporto il mento in avanti, nella mia direzione, e abbassato gli occhi, in direzione della tazzina.

“Beh, in fondo un caffè non ha mai ammazzato nessuno …”

Stavo con le orecchie tese, nella speranza che arrivasse qualcuno che potesse togliermi da quella situazione. Con un po’ di fortuna, poteva passare una pattuglia. Che poi, cazzo, quello è il loro mestiere: pattugliare.

Lo sguardo del tipo non aveva bisogno di parole per indurmi a prendere la tazzina e berne il contenuto.

Che dire? Caldo, lo era. Dopo qualche timido sorso, ho posato la tazzina, nella speranza che potesse bastare o che, in ogni caso, passasse del tempo. Non si sa mai che qualcuno si decidesse a entrare in quel dannato locale.

“Sarebbe un’offesa personale lasciarmelo lì: finiscilo!”

Forse è stato uno zelo eccessivo alzare la tazzina chinando il capo all’indietro, non so, ma non ho voluto rischiare.

“La correzione la offro io. Per il caffè sono cinque euro.”

Tutto sommato poteva andare peggio, mi dico. Non trovo una fottuta cinque euro nel portafogli, mai, quando serve. Ne poggio una da dieci sul banco, accanto al registratore di cassa, in attesa del resto.

Un’ombra si avvicina alla banconota, che scompare sotto la sua manona.

Silenzio.

“Beh, tenga pure il resto”, dico, mentre mi avvio alla porta rinculando.

“Cosa ti fa eccitare di più di me?”

Ti voglio eccitare.
“cosa ti fa eccitare di più di una donna?”
Penso il culo.
Ah sì. Il culo è tremendamente eccitante.
Il culo di una donna parla.
La sua morbidezza.
Il profilo accattivante.
Eroticamente rotondo.
Ti racconta la sua voglia.
Si contorce in fantasie mirabolanti.
Il culo di una donna è fatto per attirare gli occhi, le mani.
Le senti le mani che gli scivolano addosso. Le senti?
Allargalo bene.
Chiudi gli occhi. Lo puoi immaginare?
“mandami la foto del tuo culo”
Allega file.
Invia.
Cazzo, il culo non si vede.
Che faccia da porca…
Mi hai fatto diventare il cazzo duro…

Sì, lo so.
Guardami.
Guardami bene.
Hai visto bene la mia faccia, la mia espressione, gli occhi..
Sì, i capelli davanti agli occhi.
Mi hai visto bene?
…. mi stavi facendo il culo.

Immagine

Pompino in Sol minore

Emerso da uno stato di dolorosa incoscienza, la vedo seduta compunta. Non la conosco.

Piombo ancora per qualche minuto (oppure ora?) in un sonno profondo e senza sogni. Quando riapro gli occhi, è ancora lì, tenace. Tira giù il lembo della gonna che le lascia parte delle cosce scoperte, alzandosi leggermente dalla sedia. Alla vista delle gambe, qualcosa affiora alla mia memoria.

La sera prima – presumo, visto che non so che giorno è – sto dando un concerto col mio trio.

Musica tzigana, klezmer e jazz. Contrabbasso, violino e chitarra, suonata da me. Ciò mi dà modo di annunciare le musiche, fare una breve presentazione del brano, qualche aneddoto che al pubblico piace sempre. E la droga, la maledetta droga …

Non ho mai avuto bisogno di prenderne, s’intende: parlo delle droghe prodotte naturalmente dal mio organismo e che mi provocano stati di alterazione di coscienza e perdita di contatto con la realtà.

Presento il brano, l’immortale Minor swing di Django Reinardt, e mi lascio scappare “Sempre che la signora in prima fila  copra col suo foulard le stupende gambe che mi impediscono di concentrarmi”.

Il pubblico ride sonoramente. Mi accingo a suonare, e non mi accorgo che, nell’oscurità, un’enorme massa scura si muove dalla sedia accanto a quella della donna dalle belle gambe e viene verso di me.

 

Apro finalmente gli occhi del tutto. Uno dei due, almeno: l’altro lo sento gonfio, come buona parte del viso. La lingua inciampa in un dente rotto, e torna a tormentarlo di continuo, inevitabilmente.

La donna – è bellissima – mi guarda con uno sguardo colmo di pena.

“Sono terribilmente mortificata, mi creda. Quel bestione di mio marito è così geloso … Non riesce a controllarsi. Se potessi tornare indietro, farei qualunque cosa.”

“Anch’io,” aggiungo. “Soprattutto, starei in silenzio”. I dolore mi impedisce di portare a compimento il sorriso con cui volevo sottolineare le parole.

“Le fa molto male? Adesso sono certa che lei ha tutto il diritto di pretendere soddisfazione legale da mio marito. Non so darle torto.”

Non so cosa rispondere. Cerco di aggiustarmi sul letto – sono in astanteria, vicino al pronto soccorso, credo – ma una gamba mi fa male. Devo essere anche caduto, o aver ricevuto dei calci, dopo i pugni. Il mio orgoglio non mi fa prendere in considerazione l’idea che possa essere stato un solo pugno a ridurmi così. Il ginocchio è gonfio. Ora che lo guardo, mi accorgo che il lenzuolo è sollevato, in quel punto.

La donna sfiora con un dito il punto, così leggermente che non è dolore a seguirne, ma un brivido.

“E’ gonfio,” constata. Mi sento in imbarazzo. Dovrei essere io arrabbiato, ma non ci riesco: è talmente evidente la sua pena, che mi sento disarmato. Inaspettatamente, infila la mano sotto al lenzuolo e continua a sfiorarmi la gamba, prima con un dito, poi con la mano aperta. Non sono in condizione di controllare l’erezione che ne segue, ne tanto meno di nasconderla.

Sorride: “Vedo che non è gonfia soltanto la gamba.”

Avvampo, sempre che il rossore sia visibile sul mio viso che immagino piuttosto violaceo. Giacché c’è, lei, continua a far scorrere le dita lungo la mia coscia fino a lambirmi l’inguine.

Come pensando ad altro, intanto: “Sapesse quanto mi dispero di vivere con un uomo così. Lei, invece …

Posso darti del tu?”

“C… certo. Mi chiamo Fabrizio.”

Dopo una pausa, in cui trattengo il respiro, aggiungo: “Non si preoccupi … non preoccuparti, non ho alcuna intenzione di denunciare tuo marito. Capisco quanto si possa essere gelosi di una donna come lei … come te.”

“Chissà, se ci fossimo incontrati in un altro contesto. Se non ci fosse stato lui …”, dice.

Intanto il polpastrello del suo indice mi sfiora quasi lo scroto, e io sono aggrappato al letto, le dita che arpionano le lenzuola come se potessero fuggire via per farmi cadere.

Alza lo sguardo, mi pianta due occhi limpidi e appena umidi nel viso. La sua mano si apre sopra ai miei boxer, e mi schiaccia il cazzo contro il ventre, facendomi saltare.  Risvegliando altri dolori, altri muscoli che non ricordavo di avere.

Ormai sono incollato al letto, quando mi tira fuori il cazzo dai boxer e muove la mano lentamente, sotto al lenzuolo, senza scollare i suoi occhi dai miei. Si avvicina, spostando la sedia in avanti, infila anche l’altra mano fra le mie gambe e mi prende le palle in mano, come per soppesarle, mentre l’altra non dà tregua, continuando il suo movimento ipnotico, quasi. Un dito si allarga dalla mano fra le gambe, e la sua unghia mi sfiora il perineo. Rischio davvero di saltare dal letto, adesso, ed è solo il peso delle sua braccia sulla mia gamba dolorante che mi costringe all’immobilità.

La mano intorno al cazzo aumenta gradualmente il ritmo, mentre so per certo, ormai, che le mie palle sono in paradiso, sfiorate, accarezzate, e strette dolcemente dalle sue dita. Tranne uno, che ora mi sfiora l’ano.

Stacca per un attimo lo sguardo dal mio viso per assicurarsi che dalla porta non venga nessuno, poi solleva il lenzuolo e ci infila la testa sotto. Sento il cazzo scivolare fra le sue labbra, mentre la mano continua a stringerlo. L’azione combinata delle due mani addosso e della bocca che si allarga per ingoiarmi fino a dove non credevo possibile, mi costringe a chiudere gli occhi. Mio malgrado, gemo. Mia fortuna, gemo.

Vedo il lenzuolo ondeggiare al ritmo dei movimenti della sua testa, ho la sensazione che le mie dita siano entrate in profondità nel materasso, per quanto vi sono aggrappato, e il mio bacino si solleva verso la sua bocca, indipendente dalla mia volontà. Ha ora un ritmo così intenso che so di non poter resistere ancora molto. Sento che anche lei lo sa: accompagna con la mano la base del cazzo, e mi sfiora con insistenza il perineo con un’unghia … Un’onda mi travolge, chiudo gli occhi vedendo le sue gambe, il suo viso triste, il concerto della sera precedente, le corde della mia chitarra sotto le dita: tutto confluisce nella sua bocca, attraverso il mio cazzo.

Riemerge sorridendo. Prende un fazzoletto dalla borsetta e si pulisce la bocca. Dandomi le spalle, si avvicina al secchio e butta il fazzolettino. Con le labbra ancora lucide del mio sperma, mi bacia sulle labbra, passandomi la lingua sulle labbra secche dal lungo ansimare.

“Che peccato esserci incontrati in questo frangente”, mi sussurra all’orecchio. Sarei tentato di dirle che tanto un peccato non mi è sembrato, ma non mi pare il caso di interrompere la magia del momento. Ho ancora un sorriso ebete stampato sul viso, quando, dopo avermi accarezzato la fronte, apre la porta e se ne va.

 

Alcuni minuti più tardi – il sorriso ebete era ancora lì – è entrato un  mio amico infermiere, che lavora lì.

Mi chiede come sto, mi rassicura sulle mie condizioni.

“Ero davanti alla porta del pronto soccorso, poco fa. Ne è uscita una tipa, una bellissima donna. Ha mollato uno schiaffone, talmente sonoro che ha fatto girare tutti, a un grosso bestione che era con lei. Nessuno ha osato ridere, considerando la sua mole, ma ti assicuro che la scena era da scompisciarsi dalle risate. Lo ha afferrato per un braccio, poi, e se lo è tirato dietro. Ero giusto dietro di loro, e ho potuto sentire che gli diceva, fra i denti: <Sei uno stupido animale. Quello che guadagni non basta a pagare i danni che fai. La tua bravata di ieri sera mi è costata un pompino, e non è detto che basti. Muoviti, idiota!>

 

Sveglia

Ci sarò al risveglio.
Sarò morbidamente accoccolata al tuo fianco, la testa appoggiata al bacino.
In adorazione del cazzo.
E al primo segnale di risveglio, sarò lingua. E mano. E poi bocca,e ancora lingua. Morbido e quiescente, mi divertirò a titillarlo, a osservarne la trasformazione.
Ne annuserò l’odore animale al risveglio. Lo sentirò crescere. Fino a stupirmi io stessa della prodezza.
Ti farò passare dal sonno all’orgasmo.
Sarà un meraviglioso pompino.
La sborra, il mio premio.
La voglio in faccia.

Spoonfull

Sei una stronza.

Appena il cucchiaio di pasta mi è arrivato sotto al naso, ho sentito il profumo dell’olio extravergine di oliva, del basilico e della pasta cotta con i pomodorini. E un altro odore che, sulle prime, non sono riuscito a identificare: acre eppure piacevole alle narici, che si sono dilatate al massimo per impregnarsene.

Poi l’ho riconosciuto.

Mentre facevo uno sforzo immenso per non alzare il viso dal piatto per fissarti gli occhi addosso, ho visto davanti a me scorrere le immagini di un rapido flashback. Tu, a tavola di fronte a me, talmente sovrappensiero da sembrare assente, nonostante il cicaleccio del resto della comitiva. Improvvisamente allunghi un braccio verso di me: “E’ il nuovo Samsung? Ops, scusa”, mentre goffamente cercavi di prendere il telefonino, il mio cucchiaio cade a terra. “Vado a prendertene uno pulito”.

Tu che torni, dopo un tempo troppo lungo per prendere un cucchiaio. Ancheggi aggiustandoti la gonna.

La reazione del mio corpo è stata immediata, per quanto sotto al tavolo non si veda nulla, sono arrossito.

Tutto questo evitando di guardare te o il tuo compagno e pensando a te  – adorabilmente pazza, non so come meglio definirti in questo caso – che te la stai godendo un mondo. A tuo esclusivo beneficio, intanto, annuso profondamente il cucchiaio dopo ogni boccone.

Alcuni minuti più tardi, mentre ancora non sbollisce in me l’effetto dell’annusare la tua fica attraverso un cucchiaio  d’acciao inox 18/10 – e qui un brivido mi corre lungo la schiena se penso a cosa hai provando infilandoti il freddo metallo fra le cosce – mi alzo per andare a fumare una sigaretta, dicendo: “Esco per fumare una sigaretta”. Il pacco di Dunhill davanti al pacco (al mio pacco) per coprire il rigonfiamento dei jeans. Come speravo, ti alzi da tavola: “Aspetta, vengo a fumare anch’io”.

Non è certo al fresco di questa sera d’estate a provocarmi un brivido, appena abbiamo chiuso la porta dietro le nostre spalle. Il cielo stellato è immenso, qui in campagna. La luna non c’è. “Hai visto il salice di Piera”, mi fai. Mi prendi per mano: “Vieni, te lo faccio vedere”. Il quale salice, opportunamente si trova dal lato della casa non illuminato, dal lato della casa su cui si apre il garage, con la sua bella serranda chiusa e impenetrabile.  Il tuo corpo emana un tale calore che non so aspettare di arrivarci per stringermi a te e baciarti il collo. Quando siamo sotto alla chioma del salice – non so più se davvero lo sia e non me ne può importare di meno – ho le mano intorno alla tua vita e le labbra incollate al tuo collo. Ti fermi, ti giri e ti appoggi con la schiena contro il tronco. Mi sembra di scorgere, nell’oscurità, i tuoi occhi brillare di desiderio e di malizia. La nostre bocche partono alla ricerca del contatto con l’altra ma, prima che le labbra si tocchino, s’incollino, si schiudano per far passare saliva e lingua da una parte all’altra, le mie mani sono sulle tue cosce sotto la gonna. Le tue allargano la scollatura della camicetta poi, una va sulla mia nuca a premermi la testa sui tuoi seni, l’altra mi sbottona i jeans. Mi sento scoppiare, la tua mano arriva al mio cazzo come una dea liberatrice, lo tira fuori dai boxer, se ne impossessa e scorre su e giù scoprendo la cappella. Scosto la tua mutandina quel tanto che basta per far strada alla tua mano e al mio cazzo verso la tua fica grondante già. D’altronde, eri già bagnata quando mi hai insaporito il cucchiaio …

I nostri corpi sono così stretti che è la loro pressione a tener su la tua gonna; io sono sbottonato quel tanto che basta per lasciare spazio di manovra al cazzo, ancora saldamente nella tua mano, che struscia la punta sulla fica, insistendo sul clitoride. Con i denti mi faccio spazio nella tua camicetta, ti lecco i seni, scendo fino al capezzolo, lo lecco, lo mordo. Sbagliando i tempi, però: lo faccio mentre ti spingi il cazzo dentro, non riesco a controllare i denti e ti lasci sfuggire un piccolo grido di dolore. Ti afferro il culo, le dita affondano nella tua carne e mi sembri piccolissima e leggera fra le mie mani, mentre ti spingo il cazzo dentro con tutta la forza che ho. Il bacino è fuori dal mio controllo, vive di vita propria. E la sua vita è farti entrare il cazzo quanto più a fondo possibile.

I tuoi capezzoli mi crescono fra le labbra, e tali li ritrovo dopo averti baciata, leccato le labbra e ancora baciato il collo quando, scivolando con la bocca aperta, torno a succhiarli.

L’ansia e la paura di venire scoperti è una concausa, certo. Ma la ragione principale per cui non sono ancora passati i cinque minuti della “sigaretta” quando il tuo gemito mi fa capire che stai venendo, non credo che si possa attribuire al cuore, che pompa sangue freneticamente in ogni angolo dei nostri corpi. I nostri corpi e le nostre menti sono così in sintonia che non si potrebbe desiderare di più. Mugolo, affondando la testa nel tuo collo per non urlare, mentre ti vengo dentro. Sento, poco dopo, con una tua mano sulla testa e tu che cerchi di recuperare un respiro normale, lo sperma scivolarti fra le cosce. Con un dito ne raccogli un po’ e lo lecchi. Ancora, e lo fai leccare a me.

Tastoni, cerchi sul mio corpo il pacchetto delle sigarette, ne afferri due, le tieni in bocca e aspetti che io le accenda.

Desideri

Non so quando mi è venuto in mente.
So che ad un certo punto, era lì.
Davanti ai miei occhi.
Non so quando l’hai capito.
Forse quando ti ho chiesto di appoggiare il bacino sopra il cuscino.
La tua schiena nodosa e invitante.
Mi sono sdraiata sul tuo corpo e l’ho sentito aderire, centimetro dopo centimetro.
La bocca appoggiata al tuo collo.
I seni schiacciati alle scapole.
La pancia sopra la schiena.
La fica sopra il tuo culo.
Ti accarezzavo le braccia e ho cercato le tue mani.
Guardavo il tuo profilo, gli occhi chiusi, abbandonato ai miei voleri.
Mi sono alzata a sedere su di te.
Appoggiata sopra le gambe.
Con le mani ti accarezzo le natiche, mi lecco le mani e te le faccio scivolare sulla pelle.
Poi, apro le tue meravigliose lune, e ti guardo il buco del culo.
Senza pudore.
I tuoi occhi sono ancora chiusi.
Un tacito assenso.
Avvicino la bocca e comincio a passarci la lingua.
Lungo il solco, fino alle palle.
Piccoli movimenti con la lingua bagnata, passo e ripasso.
Mi soffermo proprio lì.
Cerco l’affondo con la lingua appuntita, giro intorno, lo bagno a dismisura.
Poi un dito. Piano ad allargarlo. Intingo il dito nei miei umori e ancora entro un po’.
Adoro sentirti mugolare sommesso. Mi muove la parte animale.
Voglio di più.
Il lubrificante a portata di mano e ti aspergo bene la parte.
Come entro bene, adesso….
Potrei in un attimo, ma non voglio farti male. Un po’ vorrei, a onor del vero.
Voglio sentirti rilassato e pronto.
Il mio piccolo vibratore.
Vibra all’ingresso e scivola verso l’interno.
Sono bestia quando ti penetro.
Le mani stringono il cuscino.
Rimango a guardarti, con un cazzo nel culo che vibra, il rumore che lo accompagna dentro.
Ti giro verso di me, non mollo la presa.
La bocca sul cazzo ben dritto.
Lo succhio, lo lecco, lo succhio ancora.
La mano è ferma all’affondo
Tu godi. Il sudore che scenda dal viso, dal corpo.
Stai urlando “non smettere”.
Son parole che mi entrano nell’utero e mi fanno saltare.
Non smetto.
L’orgasmo è forte, violento, squassato da urla sommesse.
Non perdo neanche una goccia.
Mai stato più maschio di oggi, tesoro.
Mai stato più uomo di ora.